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Grecia: tutte le previsioni sbagliate

Gli uomini pratici, i quali si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro.

— John Maynard Keynes,
Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936)

Il blog Real World Economics ci guida in un impietoso excursus delle previsioni sbagliate sulla Grecia. Parte dalla illusione odierna che le politiche di drammatica austerità imposte dalla troika UE-BCE-FMI possano salvare il paese e cita invece le previsioni di Bloomberg secondo il quale la Grecia perderà il 5% di Pil quest’anno. Una cifra che assomigli più a un precipizio che ad un salvataggio. Ma i leader europei, insieme agli analisti tedeschi e della Bce, sono convinti che nel 2013 la Grecia tornerà a crescere.

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De Cecco spiega il fallimento delle politiche di austerità in Grecia

In un articolo pubblicato da Repubblica, Marcello De Cecco di sofferma sull’austerità imposta alla Grecia dalla troika UE-BCE-FMI. Per l’economista sottolinea come il peso della recessione venga fatto pagare solo ai paesi più deboli. Di più: lo stesso Fondo Monetario pare avere un atteggiamento schizofrenico:

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Lunghini: “Monti impari da Keynes”

La ricetta di Keynes e i suggerimenti più recentemente avanzati da Pierluigi Ciocca, potrebbero riuscire a far tornare a crescere il nostro Paese. Viceversa per Giorgio Lunghini, ordinario di Economia politica all’Università di Pavia e accademico dei Lincei, l’azione del Governo Monti, improntata a una politica “dei due tempi”, è per definizione fallimentare: «È vero che il vincolo di bilancio è un problema reale, ma l’equità e la crescita lo sono altrettanto, anche perchè le condizioni del debito pubblico italiane non sono affatto disastrose, mentre ciò che spaventa gli investitori è principalmente il fatto che l’economia non cresca da almeno 10, 15 anni».

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L’Europa sta uccidendo la Grecia e così rischia di uccidere se stessa

Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate si riunirono a Versailles per la conferenza di pace. A rappresentare il Regno Unito c’era John Maynard Keynes. L’economista, allora meno che quarantenne, ben presto lasciò il tavolo e nell’estate scrisse un acerrimo pamphlet intitolato “Le conseguenze economiche della pace” in cui accusò gli alleati di riservare alla Germania il trattamento che Roma riservò a Cartagine. Keynes criticò aspramente gli eccessi del trattato di pace e spiegò che invece occorreva aiutare la Germania, non distruggerla. Inutile ricordare che, a seguito di quel trattamento, in Germania si sviluppò un crescente risentimento che favorì l’ascesa del Nazismo.

Sono in molti ad aver paragonato l’odierno comportamento tedesco nei confronti della Grecia a quello degli alleati nei confronti della Germania, criticato da Keynes, con l’ovvia differenza che la Grecia non ha mosso guerra a nessuno.  Continua a leggere »

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Il contratto di apprendistato per superare la precarietà

Il tessuto produttivo italiano non assorbe i lavoratori qualificati e richiede poca formazione. Il contratto d’apprendistato, vincolando l’impresa alla qualificazione dei dipendenti, è la forma migliore non solo per superare la precarietà ma anche per incentivare la modernizzazione delle nostre imprese.

di Daniela Palma, Guido Iodice (keynesblog.wordpress.com)

Il dibattito intorno alla riforma del mercato del lavoro, attraverso l’introduzione del cosiddetto “contratto unico”, va approfondito guardando alla concreta struttura del tessuto produttivo italiano. La proposta all’esame della politica verte sull’idea di utilizzare i primi tre anni di contratto come un lungo periodo di prova nel corso del quale l’impresa avrebbe un tempo sufficiente per conoscere il lavoratore e per investire su di esso. Emergerebbe dunque da questo meccanismo l’incentivo a trattenere il lavoratore oltre i tre anni di prova, stabilizzandolo poi secondo le norme vigenti per i contratti a tempo indeterminato, compresa la tutela dell’art.18 dello statuto dei lavoratori.
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Aumentare la precarietà del lavoro non produce occupazione

Da più parti nel dibattito degli ultimi giorni sulla riforma del mercato del lavoro è emersa l’osservazione che non è rendendo più precario quest’ultimo che si incentivano la domanda di lavoro e lo sviluppo. E d’altra parte sono a confermarcelo, ancora una volta, i numerosi rilievi provenienti da studi comparati sul tema, come ci illustra nel suo articolo Emiliano Brancaccio: “La figura seguente riproduce una delle numerosissime tipologie di test effettuati in questi anni dall’OCSE e da molte altre istituzioni per verificare l’esistenza o meno di una correlazione tra flessibilità del lavoro e disoccupazione. Il grafico mette in evidenza che non si ravvisa alcuna correlazione tra indici di protezione del lavoro (EPL, Employment Protection Legislation) e tassi di disoccupazione.”

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L’articolo 18 non frena la crescita delle imprese


Nell’acceso dibattito intorno all’ipotesi di eliminazione dell’articolo 18 si afferma spesso che esso sarebbe di freno alla crescita dimensionale delle imprese, con tutto quel che ne consegue in termini di ricadute sulla scarsa competitività del sistema produttivo italiano. Le evidenze empiriche disponibili non sono tuttavia in grado di evidenziare l’emergere di un “effetto soglia”, ovvero di una discontinuità nella distribuzione delle imprese per dimensione di addetti intorno alla soglia dei 15 dipendenti, discriminante secondo il dettato dell’articolo 18.

Di questo dà ampia illustrazione l’articolo di Giuseppe Marotta (Università di Modena e Reggio Emilia) che, presentando elaborazioni da dati Istat, mostra l’inequivocabile assenza di tale effetto a diversi livelli di disaggregazione dei dati.
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Una lettera aperta ai leader europei: correggere le bilance commerciali è la sola via per evitare l’implosione dell’eurozona

Il Financial Times ha pubblicato una breve lettera ai leader europei di Marcello de Cecco, Paul de Grauwe, André Grjebine e Francesco Saraceno contro il nuovo trattato europeo (il cosiddetto “fiscal compact”) nella quale i quattro economisti criticano l’esclusiva attenzione al pareggio di bilancio e indicano invece nel riequilibrio delle bilance commerciali la strada per salvare l’Euro.
Gli autori rivolgono un pressante appello ai leader europei perché abbandonino “una ortodossia che si è già dimostrata nociva” e adottino “politiche pragmatiche basate sull’evidenza. Se non lo faranno, – conclude la lettera – avranno la responsabilità dell’implosione della zona euro e, alla fine, del fallimento dell’intero progetto europeo.”

Pubblichiamo per la prima volta il testo della lettera in italiano.

Segnaliamo inoltre l’interessante blog di Francesco Saraceno, sul quale è possibile tra l’altro leggere il testo originale della lettera pubblicata dal Financial Times.

Una lettera aperta ai leader europei: correggere le bilance commerciali è la sola via per evitare l’implosione dell’eurozona

Egregio signore, i governi occidentali potevano avere una scusa negli anni ‘30: essi non sapevano come gestire la Grande Depressione. Il leader di oggi, comunque, si comportano come i seguaci di una setta che rifiutano di avvalersi della cura che salverà le loro vite.
Una strategia di successo per risolvere la crisi deve ridurre il debito degli stati vulnerabili, riequilibrare gli squilibri esterni e distribuire l’onere dell’aggiustamento il più equamente possibile. L’accordo raggiunto al summit di Bruxelles il 9 dicembre dello scorso anno non risponde a nessuno di questi criteri.  Continua a leggere »

Le lezioni della storia che nessuno impara

Hyman Minsky

Nel tormentato periodo che va dal 1929 al 1936 gli economisti accademici… non avevano saputo offrire pressoché nessun suggerimento politicamente accettabile circa un piano d’azione governativo, in quanto essi erano fermamente convinti della capacità d’autoregolazione del meccanismo di mercato… l’economia prima o poi si sarebbe ripresa da sola, a patto che la situazione non venisse aggravata ulteriormente dall’adozione di un’errata politica economica, inclusa la manovra fiscale

Hyman Minsky

Per tutta la seconda metà del 1930 e del 1931 la situazione economica si deteriorò costantemente ovunque. Con la caduta dei redditi il bilancio statale e i conti con l’estero divennero squilibrati e la prima reazione dei governi fu quella di varare provvedimenti deflazionistici, che non fecero che peggiorare le cose.

Derek H. Aldcroft,
L’economia europea tra il 1914 e il 1990, Laterza, 1994, p. 107

Tenendo a mente il fresco ricordo dell’inflazione e la dimostrazione più recente di speculazioni irresponsabili negli Stati Uniti, i politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta o dei bilanci in pareggio. L’appello all’incremento dei lavori pubblici finanziati col disavanzo incontrò resistenze perché sentito come una minaccia radicale alla sicurezza finanziaria e alla fiducia nell’impresa, per essere raccolto solo alla fine del periodo recessivo quando tutti gli altri espedienti avevano fallito. La gran parte dei governi seguì i manuali, con tagli alle spese pubbliche e all’occupazione. In Francia lo stato perseguì una rigida politica monetaristica sino al 1936, riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti dello stato, e tagliando le spese per la difesa e l’assistenza sociale. Nella Germania del 1932 si ebbe una serie di tagli forzosi sui salari pubblici, sulle rendite e sulle pensioni”

Richard Overy,
Crisi tra le due guerre mondiali. 1919-1939, Il Mulino, 2009, p. 95

(citazioni raccolte da Vladimiro Giacché)

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Il debito pubblico e i nodi strutturali dello sviluppo italiano: non c’è risanamento dei conti se continua il declino industriale

Domenico Moro ci introduce alla più volte citata questione della scarsa crescita dell’economia italiana quale fattore determinante della sostenibilità del debito pubblico, chiamando in causa la riduzione della competitività e il peggioramento dei conti con l’estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni traduce un problema di “vincolo estero” alla crescita di cui troppo poco ancora si parla. E’ necessario perciò risalire alle cause di questa perdita di competitività con conseguente arretramento dell’Italia sui mercati esteri. L’Italia ha perso pezzi importanti della sua industria manifatturiera e l’attuale assetto del tessuto produttivo non è all’altezza degli standard di innovazione che sarebbero necessari allo sviluppo di un paese avanzato. Nell’analisi di Moro:

“Se il sistema industriale italiano è in declino e rischia di perdere pezzi importanti è proprio perché i politici hanno messo in pratica, dagli anni ’90, quello che le grandi imprese chiedevano e chiedono: liberalizzazioni (dal mercato dei capitali fino al mercato del lavoro) e privatizzazioni. Se l’Italia non cresce, infatti, è per la riduzione della base produttiva manifatturiera e il minore incremento della produttività.”

Su questo leit motiv si colloca l’intervento di Sebastiano Fadda che, calandosi nello specifico degli attuali processi di riforma del mercato del lavoro, propagandati come snodo di una presunta ripresa della crescita del reddito dell’Italia, ne indica l’inadeguatezza, ed invoca per contro politiche atte a “favorire e supportare la ristrutturazione e l’innovazione del sistema produttivo”.

Leggi l’articolo di Domenico Moro sul Manifesto

Leggi l’articolo di Sebastiano Fadda su nelmerito.com