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L’illusione del “vincolo esterno”

Guido Carli

Guido Carli

di Emiliano Brancaccio
Intervento al convegno “Produzione di lavoro a mezzo di lavoro (CGIL Nazionale, Roma, 19 settembre 2013)

Probabilmente Guido Carli non avrebbe gradito il titolo di questo convegno: “un grande piano del lavoro per uscire dalla crisi”. E’ noto infatti che Carli fu uno dei più accaniti oppositori delle logiche di “piano”; un oppositore tenace, in un’epoca in cui la “pianificazione” andava indubbiamente di moda. Carli tuttavia non somigliava molto ai rozzi propagandisti del nostro tempo. Anzi, egli ammise in più occasioni, in termini più o meno espliciti, che il piano può costituire una modalità di governo dell’economia assolutamente moderna.

Carli in particolare sosteneva che una politica fondata su una legislazione vincolista, sul controllo amministrativo, sull’azione di governo finalizzata alla gestione degli scambi e della produzione, in ultima istanza una politica ispirata da una logica di piano, per essere attuata necessita di uno Stato efficiente, di uno Stato ben strutturato, di uno Stato moderno. Come per esempio egli riteneva che fosse l’apparato statale francese. Al contrario, per Carli, una politica liberista, di completa liberalizzazione dei mercati, costituisce l’unica soluzione possibile per gli apparati statali inefficienti, antiquati, disastrati. Come egli riteneva essere lo Stato italiano [1]. Dunque, potremmo dire: il piano come possibilità dei moderni. E il liberismo come necessità degli antiquati.

La tesi di Carli in Italia è stata pervasiva. Una logica di piano, o anche solo una logica di politica economica che vagamente evocasse il piano, in Italia è stata quasi sempre messa ai margini del discorso politico con argomentazioni simili a quelle di Carli: si è ritenuto cioè che il nostro Stato fosse troppo inefficiente, e che dunque persino il più blando dei piani da noi non avrebbe mai funzionato.

Il fatto che in Italia vi sia stata tutta questa sfiducia nella possibilità di mettere realmente in funzione la macchina dello stato, il fatto che sia maturato una sorta di tabù verso qualsiasi ipotesi che potesse rafforzare lo Stato, che potesse anche solo lontanamente evocare una logica di piano, questo fatto ha generato un vuoto. Un vuoto che è stato colmato da una serie di pie illusioni.

Una tipica illusione di successo è stata la grande fiducia nel cosiddetto “vincolo esterno”. Si tratta di una espressione guarda caso ancora una volta di Carli, che è stata poi declinata in termini talvolta raffinati, talvolta estremamente rozzi, da vari protagonisti della vita istituzionale e politica italiana. Protagonisti al governo del paese, così come ai vertici di Bankitalia. I fautori del vincolo esterno ci dicevano in buona sostanza che i vincoli imposti dall’Europa sul governo della moneta, sui bilanci pubblici, sui tassi di cambio, eccetera, avrebbero miracolosamente trasformato i piccoli ranocchi del frammentato stagno capitalistico italiano in algidi principi della modernità, in vere e proprie avanguardie del capitalismo moderno. Insomma, modernizzare il capitalismo italiano, renderlo più centralizzato e quindi più forte: alcuni padri della patria si sono sinceramente illusi che il vincolo esterno potesse fare tutto questo.

Oggi possiamo affermare che non è andata esattamente così. Anzi, per certi versi la dinamica del capitalismo italiano è andata in direzione esattamente opposta. I piccoli proprietari, i ranocchi, anziché evolvere, anziché diventare principi, si sono in realtà difesi dal vincolo esterno rafforzando un blocco sociale fautore delle prebende dello Stato, del lassismo in campo fiscale e contributivo, della precarizzazione del lavoro. In chiave più strettamente politica, potremmo affermare che la resistenza, la virulenza del blocco sociale berlusconiano – che naturalmente sopravviverà a Berlusconi – è esattamente il prodotto del fallimento dell’ideologia del vincolo esterno.

Eppure, il palesato fallimento dell’ideologia del vincolo esterno non ci sta affatto portando a discutere della necessità di superare i vecchi tabù e di riprendere il tema della modernizzazione e del rafforzamento dell’apparato dello stato ai fini dell’avvio di una seria politica industriale, di programmazione, di una pur accennata logica di piano. Non sta avvenendo nulla di tutto questo. Piuttosto, in Italia rischiamo di passare dalla illusione del vincolo esterno a una illusione esattamente speculare: quella secondo cui il ritorno ai cambi flessibili costituirà la panacea di tutti i nostri mali. In fin dei conti è sempre il vecchio liberismo secondo Carli: una idea disincantata di liberismo come necessità degli antiquati, come unica chance per il nostro capitalismo un po’ straccione, e per il nostro Stato disastrato. Solo che ora si tratta di un liberismo speculare, che alla ideologia del vincolo esterno potrebbe sostituire l’ideologia del cambio flessibile. Del resto, che la tesi del cambio flessibile sia destinata a recuperare gli antichi fasti, che sembri destinata ad avere rinnovato successo politico nel nostro paese, lo si deve a un motivo in fondo semplice: l’attuale assetto della zona euro resta tuttora tecnicamente insostenibile.

Dunque, anche per cercare di uscire da questa diatriba tra illusioni speculari, per cercare di smarcare il discorso politico da questo liberismo duale, un po’ maniacale, oserei dire un po’ italiota, io credo sia positivo che la CGIL, la principale organizzazione sindacale del paese, si faccia carico di recuperare un discorso sul “piano”. Sul “piano del lavoro” [2].

Questa idea, di modernità di una logica di “piano” – sia pure, beninteso, un piano morigerato, tra molte virgolette – questa idea rappresenta io credo una opportunità per cercare di produrre un avanzamento dialettico rispetto a una discussione che altrimenti rischia di rimanere totalmente prigioniera delle illusioni speculari del vincolo esterno da un lato e del cambio flessibile dall’altro.

Ovviamente, qualsiasi discorso che possa anche solo vagamente accennare a una logica di piano, o quanto meno a una logica che miri alla messa in funzionamento dell’amministrazione dello stato per fini di politica economica, qualsiasi discorso del genere non può prescindere dai legami con l’assetto macroeconomico [4]. Sotto questo aspetto io vedo due rischi.

Uno è quello di pretendere di restare nei vincoli dati. Illustri colleghi hanno suggerito negli ultimi tempi linee di indirizzo di politica economica che in quanto tali sono senz’altro innovative, modernizzatrici, ma che pretendono di dispiegarsi nell’ambito angusto e mortifero dei vincoli di bilancio del Fiscal Compact. Ecco, io mi permetto di nutrire un certo scetticismo nei confronti di queste pretese, e in generale di qualsiasi tentativo di modernizzare il capitalismo italiano entro quei vincoli. Questo modo di ragionare rischia in realtà di affossare qualsiasi tentativo di superamento della dicotomia liberista tra l’illusione del vincolo esterno e l’illusione del cambio flessibile.

C’è tuttavia anche un altro rischio. E’ il rischio di trascurare dei vincoli che esistono di fatto, e che possono piombarci addosso da un momento all’altro. In tal caso non mi riferisco tanto al vincolo di bilancio pubblico. Mi riferisco piuttosto al vincolo della bilancia delle partite correnti. A questo proposito mi pare di rilevare che le stime del CER relative all’applicazione del piano del lavoro della CGIL segnalino almeno nel breve periodo un’impennata del disavanzo verso l’estero [3]. Ecco, questo mi sembra un problema. Nell’attuale assetto dell’eurozona, qualsiasi eventuale impennata del disavanzo verso l’estero, anche se solo temporanea, potrebbe creare grande instabilità. Si capisce allora che il piano del lavoro della CGIL, per essere credibile, deve essere affiancato a un chiarimento sull’eurozona, sul nostro ruolo in Europa.

A questo riguardo leggo, sempre nel piano, che la CGIL avanza alcune proposte di riforma della politica monetaria europea. Sono proposte senz’altro ragionevoli, che si aggiungono alle molte altre discusse in varie sedi in questi anni. Io credo tuttavia che il principale sindacato italiano dovrebbe forse soffermarsi in primo luogo su quelle criticità della zona euro che più direttamente si ricollegano al tema della contrattazione. Per esempio, sarebbe opportuno rimarcare il fatto che tra il 2000 e il 2010 in Germania la crescita dei salari nominali è stata di 15 punti percentuali inferiore rispetto alla crescita salariale media dell’eurozona. La Germania, insomma, ha attivato una feroce competizione al ribasso sui salari relativi. Questo è stato senza dubbio uno dei fattori chiave della crescita degli squilibri nei conti esteri intra-europei, e costituisce probabilmente uno dei fattori che potrebbe condurre alla distruzione della zona euro. In questi anni sono state avanzate varie proposte per cercare di affrontare questo problema. Tra di esse c’è lo “standard retributivo europeo” [5], che è stato inserito in vari manifesti politici e che la stessa CGIL ha fatto proprio in una recente audizione al CNEL. Ad ogni modo, la scelta della specifica modalità tecnica di risoluzione del problema non è il punto essenziale. L’importante, io credo, è che il sindacato affronti a viso aperto il nodo che più direttamente lo coinvolge: la contrattazione salariale è uno dei fattori chiave della crisi dell’unione monetaria europea.

Infine, sempre allo scopo di tenere ben saldo il legame tra piano del lavoro e quadro macroeconomico, occorre tener presente che ognuna delle proposte di riforma avanzate, siano esse nel campo della politica monetaria o della contrattazione salariale, oggi non trovano alcuno spazio politico per essere sviluppate. La Germania si oppone alle riforme, e vi si opporrà anche nel prossimo futuro, temo. Ciò significa che la zona euro continuerà a muoversi lungo un sentiero insostenibile. Per questo motivo credo sia bene tenere a mente che, in caso di deflagrazione dell’Unione, esistono modalità alternative di affrontarla. Adoperando espressioni che ultimamente sembrano infastidire alcuni apologeti di un ingenuo interclassismo ma che restano oggettivamente valide ed efficacemente sintetiche, potremmo dire che esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una uscita dall’euro. Ma di questo, credo, avremo modo di riparlare.

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[1] Carli, G. (1996). Cinquant’anni di vita italiana. Laterza, Roma-Bari.

[2] CGIL (2013). Il piano del lavoro. Conferenza di programma, 25-26 gennaio.

[3] Gruppo di lavoro del CER (2013). Simulazioni di impatto di politiche fiscali alternative, in Pennacchi, L. (a cura di). Tra crisi e “grande trasformazione”. Libro bianco per il Piano del lavoro 2013, Ediesse (p. 602).

[4] Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.

[5] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’, International Journal of Political Economy, 2.

Fonte: emilianobrancaccio.it

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13 commenti su “L’illusione del “vincolo esterno”

  1. Eppure, sembra persistere una asimmetria, se il termine non dispiace. Infatti se può anche essere che ogni opzione sia al fondo solo una illusione, bisogna riconoscere che l’illusione del Vincolo Esterno deve essere classificata come una illusione perpetrata. Come poi questa “illusione” faccia a non essere un “piano”, purtroppo, non possiamo più chiederlo né Carli né a quelli che furono i suoi più stretti collaboratori, e dobbiamo accontentarci del fatto che Brancaccio almeno la riclassifichi come “ideologia”, ma forse in CGIL lo sapevano da tempo. Possiamo invece chiedere oggi a coloro che dilettanti non sono se condividono un’altra suggestione verbale di Brancaccio: “l’ideologia del cambio flessibile”.
    Dunque: la flessibilità del cambio è una ideologia?

    • Sei sorpreso, eh?
      Personalmente ho sempre pensato che fosse uno strumento della politica economica.
      C’è sempre qualcosa da imparare …

      • Poveri ragazzi, ancora a credere alla neutralità politica degli “strumenti”…. Bisogna avere il culo al caldo e i genitori ben piazzati per pensare che nel momento in cui la zona euro salterà in aria il cambio flessibile dovrà essere preferito al controllo sui movimenti di capitali.

    • Una persona che spiega le motivazioni è il giurista Guarino ormai novantenne che c’era .

      Cessione di sovranità in cambio di crescita per l’occupazione.

      poi cambiano gli orientamenti economici passando dagli interventi statali a quelli del libero mercato e ciò che si dava per scontato diventa proibito.

      vedila così : se analizzi il potere in mano allo stato sicuramente ne evidenzi una cattiva gestione anche se sulla carta si dovrebbe impegnare per il bene comune.
      Anche l’efficienza in sistemi del genere se mal gestita è pessima .

      Questi presupposti hanno dato forza al libero mercato(la mano invisibile) ed alla sua efficienza di applicazione con il neoliberismo.

      Chiaramente esiste l’opportunità di orientare gli economisti ed i docenti universitari perchè ciò garantisce il ristabilire degli equilibri di disuguaglianza tra ricchi e poveri.

      Oggi ci troviamo a discutere di teorie ma dovremmo analizzare parallelamente cosa sta succedendo. la CDP la SGR FSI la Holding F2I stanno avviando il processo di privatizzazione in un modo coperto ma inesorabile . forse è il caso di iniziare a capire se si tratta della strada giusta o no?

  2. Dal “feticismo del cambio flessibile” del post precedente (ascritto tout court all’ideologia liberale) all'”illusione/ideologia del cambio flessibile” di questo. Direi che posso tranquillamente cancellare questo blog dai preferiti. Con quello che è successo in questi anni, mi sembra che l’illusione più grossa sia credere che in Italia esistano ancora un Sindacato e delle forse di sinistra.

    • Fai bene. Qui non si fanno sconti agli accoliti dei demagoghi, né in un senso né nell’altro.

      Questo intervento di Brancaccio è perfetto. Ci aiuta a chiarire che “la zona euro è insostenibile” e che bisogna prepararsi a una uscita “da sinistra”. Tutto il resto è solo merda liberista, sia che si tratti del “vincolo esterno” di Carli sia del “cambio affidato al libero gioco del mercato” di Friedman.

    • E’ stato un piacere. Buone fantasie (o “illusioni”, se preferisce)

  3. Finalmente si torna a discutere in una prospettiva di classe. I tempi sono maturi, anche il “monito degli economisti”, pubblicato sul Financial Times, parla espressamente di “piano”! Bisogna costruire ex-novo una forza politica aggregante intorno a questa impostazione logica, una piattaforma di “piano” che parta dagli interessi dei lavoratori e proponga una alleanza con altri gruppi in difficoltà. Solo così la prospettiva di tracollo dell’eurozona diventerà una opportunità, e potrà essere sottratta all’egemonia degli zombie del liberismo, vincolisti e flessibilisti.

  4. Il problema è che la CGIL propone il “piano”, invita e ascolta Brancaccio ma poi ai tavoli delle trattative si accoda alla inutile riduzione del cuneo fiscale. Il sindacato è a terra, bisogna costruire un fronte politico. Speravo in Grillo ma ho paura che sia solo un Di Pietro ingrassato di voti.

  5. Il PD ha 500.000 iscritti, che esprimono la dirigenza che ben conosciamo.

    Alle elezioni per la camera, Grillo e soci hanno preso ca. 8.700.000 voti.

    Se 1 ogni 20 di quegli elettori si fosse iscritto al PD con l’obiettivo di cambiarlo dall’interno, secondo le regole democratiche della rappresentanza, oggi la situazione sarebbe forse diversa.

    Certo bisogna prima condividere un programma di interventi da realizzare, meglio pochi, chiari e dirompenti … cosa che Grillo e soci si sono guardati bene dal definire.

    In definitiva, Internet è uno strumento perfetto per far circolare informazioni e ragionamenti; ma se si vuole cambiare qualcosa bisogna poi avere il coraggio di scendere in campo e ritrovarsi ad operare secondo le regole di un’organizzazione formale e gerarchica.

    Un cordiale saluto
    http://marionetteallariscossa.blogspot.it/

    • Non sono del tutto d’accordo.

      “Se 1 ogni 20 di quegli elettori si fosse iscritto al PD con l’obiettivo di cambiarlo dall’interno”….

      Mi sembra un po’ ipocrita scaricare sull’elettore o sul cittadino che non dà il consenso la colpa di un mancato rinnovamento politico. Ed anche paradossale, perché il “cambiamento dall’interno” presuppone, all’inizio, una “delega in bianco” (dato che aderisco, almeno inizialmente, ad un movimento che non rispecchia il mio pensiero).

      Io sapevo che la democrazia si concretava in un sistema dove erano le forze politiche a meritare il consenso dell’elettore, e a reagire, rinnovandosi, ad eventuali mutamenti di indirizzo dello stesso. Non il contrario……..

      LARS.

  6. Insomma, l’importante è affidarsi ad un pianificatore centrale che sa più di tutti gli altri e decide per tutti dove e come allocare le risorse scarse. Uno che sa bene cosa vuole la gente e come sarà il futuro. Un veggente, un esperto professorone illuminato che agisce solo per il bene comune, per costruire il mondo perfetto. E se i soldi per il piano quinquennale, per la politica economica, per la politica industriale, non ci sono perché innalzando le tasse a dismisura si scoraggerebbe il lavoro, allora si ordini alla banca centrale, altro pianificatore centrale, di creare dal nulla tutto il denaro che serve da incanalare dove il pianificatore politico centrale ha, con lungimiranza e saggezza, deciso che vada a finire.
    Complimenti! Davvero idee innovative.
    E la mia considerazione non viene da un liberista monetarista di Chicago, ma da una persona che esercita solo un minimo di buon senso e conosce bene la storia e gli esiti della pianificazione economica hard e soft. L’interventismo fallisce sempre e seleziona classi di parassiti corrotti e corruttori da un lato e di sfruttati e rapinati dall’altro.
    Finché continuerete a sperare e credere nella presuntuosa pianificazione centrale non riuscirete mai a liberarvi dall’oppressione. Ma, si sa, l’arma più potente degli oppressori è la mente degli oppressi.

    • Pacman, mi fai veramente morire dalle risate. Il nome ti si addice, visto che dici cose così stantie che pare che tu sia rimasto bloccato in un congelatore dagli anni dell’edonismo reganiano. Direi che è meglio che torni a mangiare i fantasmini, o meglio ancora che ti metti a contare i parassiti corrotti e corruttori di JP Morgan e Goldman Sachs, e quelli che hanno sfruttato e rapinato. Ci metterai molto, molto tempo. Buona conta…

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