Nobel per l’Economia 2021: il mainstream scopre il salario minimo

Alessandro Guerriero e Mattia Marasti da Kritica Economica

Quest’anno il Premio Nobel per l’Economia – anche se chiamarlo Nobel è impreciso – è stato assegnato a David Card, Guido Imbens e Joshua Angrist. Mentre gli ultimi due sono stati premiati per ricerche metodologiche che hanno consentito una più sottile distinzione tra correlazione e causazione, David Card è stato premiato per i suoi contributi all’economia del lavoro. 

Uno dei contributi maggiori di Card alla disciplina è di sicuro il suo lavoro sul salario minimo. Giocando proprio sulle motivazioni del Nobel di quest’anno, forse è una correlazione il fatto che ha ricevuto il Nobel proprio nell’anno in cui il salario minimo è tornato a essere un tema caldo. Ne sono un esempio gli sforzi dell’amministrazione Biden per alzare a 15 dollari orari il salario minimo federale. 

Nel nostro paese una forma di salario minimo era stata in un primo tempo inserita nella bozza del Pnrr dal governo Conte II, salvo poi essere escluso dal governo Draghi. Per la prima volta, però, il segretario di uno dei sindacati confederali, Maurizio Landini, si è detto favorevole all’introduzione della misura.

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Il Nobel all’economista che ha scoperto che il salario minimo non crea disoccupazione

Sin dalla nascita di Keynes Blog ci siamo occupati di salario minimo e di come sia falsa l’idea mainstream che riduca l’occupazione. Il Nobel per l’Economia di quest’anno è stato assegnato tra gli altri a David Card, uno dei due economisti che per primi hanno studiato, sperimentalmente, gli effetti del salario minimo (l’altro, Alan Krueger, è scomparso recentemente). Pubblichiamo di seguito la traduzione delle motivazioni del premio.

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Anche Draghi lo certifica: per ridurre il debito pubblico bisogna aumentare il deficit

Quest’anno il disavanzo dei conti pubblici sarà al 9,4% e resterà alto anche nei prossimi due. Eppure, come ci dicono le cifre del governo, il rapporto debito/Pil scenderà. E’ una dimostrazione di quanto siano state sbagliate le politiche europee e le regole – ora sospese – che le prescrivevano. Ma non è detto che questo basterà a farle cambiare

di Carlo Clericetti (pubblicato su MicroMega il 30 settembre 2021)

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Forti e persistenti segnali keynesiani dagli Stati Uniti

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden

Pubblichiamo l’introduzione di un brief del Council of Economic Advisers degli Stati Uniti nel quale gli economisti che assistono il presidente americano mettono nero su bianco la fine dell’ideologia neoliberista, fatta di tasse basse, deregolamentazione e riduzione della spesa sociale. L’articolo completo è linkato in fondo a questo post.

Negli ultimi quattro decenni, l’idea che tasse più basse, meno spesa pubblica e minori regolamentazioni avrebbero generato una crescita economica più forte ha esercitato un’influenza sostanziale sulla politica pubblica degli Stati Uniti.

Durante questo periodo, gli Stati Uniti hanno sottoinvestito in beni pubblici come le infrastrutture e l’innovazione e i guadagni dalla crescita sono maturati in modo sproporzionato per la parte superiore della distribuzione del reddito e della ricchezza.

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75 anni fa moriva John Maynard Keynes

Il 21 aprile 1946, esattamente 75 anni fa, moriva John Maynard Keynes. Segnaliamo la breve biografia scientifica del grande economista di Cambridge scritta da Andrea Terzi

http://www.ateconomics.com/wp-content/uploads/TERZI-A-2008-John-Maynard-Keynes.pdf

Più SURE, meno MES

Alessandro Mangia, Francesco Saraceno da rivistailmulino.it

Nel febbraio scorso gli Stati europei si sono trovati in prima linea nel contrastare la crisi del Covid-19 con massicci aumenti della spesa pubblica. L’Europa ha agito da facilitatore con il programma Pepp (programma di acquisto per l’emergenza pandemica) di acquisti di titoli della Bce, con la sospensione delle regole di bilancio e con programmi di prestiti mirati ad alleviare gli sforzi dei governi nel sostenere i due settori in cui gli effetti della crisi sono stati più violenti, sanità e mercato del lavoro. Nei due casi si è scelto di agire seguendo lo stesso principio: le istituzioni europee si indebitano a condizioni favorevoli per poi girare i fondi ai Paesi membri a un tasso, per alcuni di essi, inferiore a quello di mercato. Tuttavia, la scelta del veicolo è stata diversa. Per il mercato del lavoro si è scelto di ricorrere a un meccanismo nuovo, il Sure (Support to mitigate unemployment risks in an emergency); per la sanità è stato invece adattato il Mes, la banca sovrana stabilita nel 2012 per garantire la stabilità della zona euro venendo in soccorso a Paesi in difficoltà sui mercati finanziari. La scelta di adattare il Mes con una di linea di credito detta “pandemica” all’epoca era stata giustificata dall’urgenza. Nonostante le molte critiche che le operazioni del Mes hanno suscitato sin dall’inizio, si affermava che l’utilizzo di un veicolo già esistente avrebbe consentito di canalizzare rapidamente risorse verso sistemi sanitari allo stremo. Tale considerazione si è rivelata erronea, come molti avevano sottolineato fin dall’inizio. Oggi il Sure è operativo ed eroga fondi ai 17 Paesi che hanno scelto di domandarne l’assistenza, mentre nessun Paese ha fatto ricorso alla linea pandemica del Mes.

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La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è

di Gustavo Piga, da Il sole 24 ore del 22 ottobre 2020

Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL.

Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia.

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Keynes ed il circolo di Bloomsbury

E’ venuto a mancare, vittima del Covid-19, il prof. Fabio Ranchetti, docente di economia a Torino, Pavia, Pisa e Milano. Laureatosi in Filosofia con una tesi sulla Tableau Oeconomique di Quesnay sotto la supervisione di Dal Pra e Lunghini, si specializzò in economia al Trinity College di Cambridge (UK) con Frank Hahn e Richard Goodwin. Uomo di grande cultura e straordinaria apertura alla discussione, spesso lo incrociavamo sui social in discussioni sempre molto stimolanti.

Per ricordarlo pubblichiamo un saggio sul rapporti tra l’economista e il celebre circolo di Bloomsbury.

La terra ti sia lieve professore.

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Come Mario Draghi ha salvato l’euro

Francesco Saraceno, “La riconquista”, Luiss University Press, 224 pagine, 16 euro. In libreria dal 3 settembre

di Francesco Saraceno, tratto da “La Riconquista”, Ed. Luiss

Quando Mario Draghi ha lasciato la testa della BCE, nel novembre del 2019, su una cosa i molti estimatori e i pochi detrattori del presidente della BCE si sono trovati d’accordo: durante gli otto anni in cui ha condotto la politica monetaria dell’Eurozona, l’ex governatore della Banca d’Italia e allievo di Federico Caffè è stato un protagonista riluttante della saga dell’euro. Protagonista, perché in almeno due occasioni è stato l’intervento della BCE a evitare il collasso della moneta unica; riluttante, perché progressivamente, e in maniera via via sempre più esplicita, “Super Mario” ha chiarito che la politica monetaria aveva raggiunto i suoi limiti, che l’intervento della Banca centrale era reso necessario solo dall’inerzia dei governi europei e che solo un cambiamento radicale nella politica di bilancio avrebbe potuto mettere la crisi del debito definitivamente alle nostre spalle.

Al suo arrivo alla presidenza della BCE nel novembre del 2011, Draghi si trova nel mezzo della tormenta. In Italia il governo Berlusconi è sfiduciato, e si prepara la successione con Mario Monti. L’austerità affossa le economie di Grecia, Spagna e Portogallo, l’Eurozona entra di nuovo in recessione (unica grande economia ad avere questo “privilegio”) e i mercati sono in fermento, con molti speculatori che scommettono sull’uscita dall’euro dei membri più deboli (tra cui Italia e Spagna). Prendere le redini della banca centrale è un compito da far tremare i polsi. Il prologo non è dei migliori. Tre mesi prima di diventare presidente, il 5 agosto, Draghi aveva firmato insieme al presidente uscente Trichet una lettera riservata indirizzata al governo italiano. Nella lettera si chiedevano al presidente Berlusconi drastiche misure di consolidamento di bilancio in cambio del sostegno europeo. Un chiaro segnale, non solo all’Italia, che con il cambio della guardia all’Eurotower la austerità rimane il faro dell’azione della BCE.

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Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017: una forte riduzione con crescenti disparità territoriali

di Gianfranco Viesti da Eticaeconomia.it

L’emergenza coronavirus sta mettendo in luce le conseguenze del grave sotto-finanziamento del sistema sanitario nazionale (SSN), documentato da molte fonti; da ultimo, con semplicità e chiarezza da Reforming (2020). Sono da tempo disponibili molte analisi economiche del SSN, anche nelle sue articolazioni territoriali: si vedano per tutte quelle,  recenti, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB 2019) e della Fondazione Gimbe (2019). Esse si concentrano particolarmente sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima rilevanza sia per il personale sia per gli acquisti di beni (farmaci) e servizi. Convergono nel sottolineare il progressivo definanziamento del SSN; ricordano i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure. Continua a leggere »

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