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La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è

di Gustavo Piga, da Il sole 24 ore del 22 ottobre 2020

Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL.

Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia.

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Keynes ed il circolo di Bloomsbury

E’ venuto a mancare, vittima del Covid-19, il prof. Fabio Ranchetti, docente di economia a Torino, Pavia, Pisa e Milano. Laureatosi in Filosofia con una tesi sulla Tableau Oeconomique di Quesnay sotto la supervisione di Dal Pra e Lunghini, si specializzò in economia al Trinity College di Cambridge (UK) con Frank Hahn e Richard Goodwin. Uomo di grande cultura e straordinaria apertura alla discussione, spesso lo incrociavamo sui social in discussioni sempre molto stimolanti.

Per ricordarlo pubblichiamo un saggio sul rapporti tra l’economista e il celebre circolo di Bloomsbury.

La terra ti sia lieve professore.

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Come Mario Draghi ha salvato l’euro

Francesco Saraceno, “La riconquista”, Luiss University Press, 224 pagine, 16 euro. In libreria dal 3 settembre

di Francesco Saraceno, tratto da “La Riconquista”, Ed. Luiss

Quando Mario Draghi ha lasciato la testa della BCE, nel novembre del 2019, su una cosa i molti estimatori e i pochi detrattori del presidente della BCE si sono trovati d’accordo: durante gli otto anni in cui ha condotto la politica monetaria dell’Eurozona, l’ex governatore della Banca d’Italia e allievo di Federico Caffè è stato un protagonista riluttante della saga dell’euro. Protagonista, perché in almeno due occasioni è stato l’intervento della BCE a evitare il collasso della moneta unica; riluttante, perché progressivamente, e in maniera via via sempre più esplicita, “Super Mario” ha chiarito che la politica monetaria aveva raggiunto i suoi limiti, che l’intervento della Banca centrale era reso necessario solo dall’inerzia dei governi europei e che solo un cambiamento radicale nella politica di bilancio avrebbe potuto mettere la crisi del debito definitivamente alle nostre spalle.

Al suo arrivo alla presidenza della BCE nel novembre del 2011, Draghi si trova nel mezzo della tormenta. In Italia il governo Berlusconi è sfiduciato, e si prepara la successione con Mario Monti. L’austerità affossa le economie di Grecia, Spagna e Portogallo, l’Eurozona entra di nuovo in recessione (unica grande economia ad avere questo “privilegio”) e i mercati sono in fermento, con molti speculatori che scommettono sull’uscita dall’euro dei membri più deboli (tra cui Italia e Spagna). Prendere le redini della banca centrale è un compito da far tremare i polsi. Il prologo non è dei migliori. Tre mesi prima di diventare presidente, il 5 agosto, Draghi aveva firmato insieme al presidente uscente Trichet una lettera riservata indirizzata al governo italiano. Nella lettera si chiedevano al presidente Berlusconi drastiche misure di consolidamento di bilancio in cambio del sostegno europeo. Un chiaro segnale, non solo all’Italia, che con il cambio della guardia all’Eurotower la austerità rimane il faro dell’azione della BCE.

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Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017: una forte riduzione con crescenti disparità territoriali

di Gianfranco Viesti da Eticaeconomia.it

L’emergenza coronavirus sta mettendo in luce le conseguenze del grave sotto-finanziamento del sistema sanitario nazionale (SSN), documentato da molte fonti; da ultimo, con semplicità e chiarezza da Reforming (2020). Sono da tempo disponibili molte analisi economiche del SSN, anche nelle sue articolazioni territoriali: si vedano per tutte quelle,  recenti, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB 2019) e della Fondazione Gimbe (2019). Esse si concentrano particolarmente sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima rilevanza sia per il personale sia per gli acquisti di beni (farmaci) e servizi. Convergono nel sottolineare il progressivo definanziamento del SSN; ricordano i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure. Continua a leggere »

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#Covid19: per 95% economisti quarantena ha priorità sul PIL. Zingales: “3 volte il PIL prezzo accettabile per salvare milioni di vite”

Mentre in Italia, a fronte di 15mila morti accertati e di un tassi di contagio che rimane ancora preoccupante, c’è chi già pensa a riaprire tutto, negli Stati Uniti gli economisti hanno le idee ben chiare su come affrontare la situazione: il lockdown va perseguito fino in fondo, anche a costo di una contrazione del PIL senza precedenti.

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Le conseguenze economiche della pandemia: Mario Draghi e le scelte di politica economica ai tempi del coronavirus

di Francesco Saraceno, da Luiss Open

Mario Draghi, sul Financial Times, ha fornito un contributo interessante al dibattito sulle politiche di contrasto alla pandemia del Coronavirus. Cosa si può ritenere dell’analisi del rimpianto ex presidente della Bce? Andiamo per punti.

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#Covid19, sorpresa: la quarantena fa bene all’economia

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In queste settimane abbiamo ascoltato economisti, industriali e politici mettere in contrapposizione le conseguenze economiche della “quarantena”* e la tutela della salute. L’argomento, in sintesi, può essere riassunto con “le conseguenze economiche della quarantena sarebbero peggiori di quelle della malattia” o addirittura “morirebbe più gente di fame per per il virus”. Un’idea che, ricordiamolo, stava per diventare la strategia del Regno Unito, mettendo a rischio la vita di 250-500 mila persone, secondo le stime.

Ma è davvero così? C’è un trade-off tra l’esigenza di salvare vite e quella di salvare l’economia? Molto probabilmente no. Ad evidenziarlo è un paper di tre studiosi della Federal Reserve americana e del MIT di Boston[1] intitolato: “E’ la pandemia che deprime l’economia, non gli interventi di salute pubblica: evidenze dall’influenza spagnola del 1918”.

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La crisi del #Covid19 è l’occasione per ripensare il capitalismo

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di Mariana Mazzucato 

da The Guardian (trad. Keynesblog.com)
Viviamo una crisi di portata mondiale. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i paesi, con una scala e una gravità che non si vedono dalla devastante influenza spagnola del 1918. A meno che non venga intrapresa un’azione coordinata globale per contenerla, il contagio diventerà presto anche economico e finanziario.
L’entità della crisi richiede ai governi di intervenire. E così è. Gli stati stanno iniettando stimoli nell’economia mentre cercano disperatamente di rallentare la diffusione della malattia, proteggere le popolazioni vulnerabili e contribuire a creare nuove terapie e vaccini. Le dimensioni e l’intensità di questi interventi ricordano un conflitto militare: questa è una guerra contro la diffusione del virus e il collasso economico.
Eppure c’è un problema. L’intervento necessario richiede una struttura molto diversa da quella scelta dai governi. Dagli anni ’80, ai governi è stato detto di fare un passo indietro e lasciare che fossero le imprese a orientare la creazione di ricchezza, intervenendo solo allo scopo di risolvere i problemi quando si presentano. Il risultato è che i governi non sono sempre adeguatamente preparati e attrezzati per affrontare crisi come Covid-19 o l’emergenza climatica. Partendo dal presupposto che i governi devono attendere fino al verificarsi di un enorme shock sistemico prima di decidere di agire, tutto ciò che è stato approntato strada facendo si rivela insufficiente.

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Lo spread, la “gaffe” della Lagarde e gli opposti estremismi

(spiegazione per sovranisti stile stampante magica da una parte, e impenitenti membri della setta dei ricardiani estinti dall’altra).

1. Fatto: ieri la presidente della BCE Christine Lagarde ha detto che non è compito della banca centrale “chiudere gli spread” tra paesi. Questo ha causato un aumento di 60 punti base dello spread tra Italia e Germania e in misura minore di altri paesi

1-bis. Nella giornata la Lagarde si è corretta spiegando che in emergenza la BCE deve intervenire per contenere gli spread e assicurare la trasmissione della politica monetaria. Oggi Philip Lane, del comitato esecutivo della BCE, sul blog ufficiale dell’istituzione ha ribadito con ancor maggiore forza lo stesso concetto.

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Tony Thirlwall sul tasso di cambio: “Non è un meccanismo efficiente per equilibrare la bilancia dei pagamenti”

 

lossy-page1-1200px-tony_thirlwall.tif_Anthony Thirlwall è uno dei più noti studiosi di economia internazionale post-keynesiana. In questo articolo pubblicato da Moneta e Credito, analizza la sua teoria sulla crescita vincolata dalla bilancia dei pagamenti. A distanza di molti anni, Thirwall mantiene due argomenti: il primo è che i paesi hanno bisogno di valuta internazionale di scambio (oggi principalmente dollari ed euro) e la scarsità di tali valute è un vincolo allo sviluppo e al commercio. Un problema, questo, che nell’euro viene superato dalla disponibilità illimitata di riserve tramite il Target 2 (leggasi in proposito Lavoie qui). Il secondo argomento è che il tasso di cambio flessibile non è un meccanismo efficiente per riequilibrare la bilancia dei pagamenti:

Sulla questione del tasso di cambio flessibile come meccanismo equilibrante, bisogna anzitutto distinguere il tasso di cambio nominale da quello reale. Per i paesi è semplice aggiustare il tasso nominale, ma non altrettanto aggiustare il tasso di cambio reale perché i competitors potrebbero adottare comportamenti del tipo “price to market” o operare delle ritorsioni, e i prezzi interni potrebbero aumentare nonostante una
svalutazione nominale. In secondo luogo, le condizioni di Marshall-Lerner devono essere soddisfatte perché la bilancia dei pagamenti vada in equilibrio. Questo potrebbe non succedere nel breve periodo, o a causa della natura dei beni esportati o importati da un certo paese.

L’evidenza internazionale degli ultimi 40 anni a partire dalla crisi del sistema dei tassi fissi di Bretton Woods, nel 1971, suggerisce che variazioni del tasso di cambio non sono un’arma efficiente nell’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Le valute si apprezzano e deprezzano, ma ciononostante enormi squilibri globali nelle bilance dei pagamenti rimangono.

Buona lettura: https://ojs.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/download/9621/9501

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