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Sei punti per uscire dall’austerità, non dall’euro

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di Giovanni Dosi, Marco Leonardi, Tommaso Nannicini e Andrea Roventini

Caro direttore,

questa lettera aperta è sottoscritta da economisti di tendenze politiche molto diverse, accomunati però dalla preoccupazione riguardante le politiche macroeconomiche in Italia e i nostri rapporti con l’Unione Europea, la discussione dei quali sembra polarizzata tra chi invoca l’inevitabilità dell’obbedienza a regole di rigore che paiono di provenienza divina e chi sconsideratamente invoca l’uscita dall’euro come soluzione di ogni male.

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Uscire dall’euro e cancellare il debito? Analisi delle proposte del contratto Lega-M5S

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Un articolo in cui cerchiamo di spiegare perché sia i noeuro che i proeuro hanno torto

Una bozza del contratto di governo tra Lega e M5S – diffusa dalla stampa e poi parzialmente smentita dagli interessati – conterrebbe due proposte shock in campo economico: 1) chiedere alla BCE di “cancellare” 250 miliardi di debito pubblico, ovvero la parte del debito pubblico detenuta dalla banca centrale; 2) prevedere una procedura per l’uscita di un paese dall’euro. Vediamo in dettaglio gli effetti possibili di tali proposte, avvertendo però che la prima è stata precisata dal responsabile economico della Lega Nord: non si tratterebbe di una vera cancellazione ma solo di uno scomputo ai fini del calcolo del debito/Pil. Ne parliamo in un paragrafo specifico, ma è interessante analizzare che succederebbe se effettivamente il debito fosse cancellato.

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Il grafico che spiega queste elezioni

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Questo grafico spiega, più di mille parole, il voto italiano di ieri ma anche tanti altri che lo hanno preceduto, dalla Brexit alla vittoria di Trump, alla crescita di Le Pen e a quella di tante forze anti-establishment (o presunte tali) in Europa.

L’ “elefante”, come è stato soprannominato, è stato proposto dall’economista Branko Milanovic e rappresenta la crescita dei redditi reali nel mondo tra la fine degli anni ’80 e oggi.

I vincitori sono stati molti cittadini dei paesi a più alta crescita dell’Asia (in particolare la Cina), che ne sono diventati la nuova classe media, e i super-ricchi dei paesi sviluppati (ovviamente si parla di crescite percentuali, per cui un super-ricco americano ha guadagnato molto di più dell’appartenente alla classe media cinese).

A guadagnare pochissimo o addirittura perderci, i poverissimi in alcuni paesi, soprattutto africani, e i lavoratori e la classe media del mondo occidentale.

Ed è questa che ora si sta ribellando. La globalizzazione e il neoliberismo hanno creato un ceto medio impoverito, spesso impaurito, che cerca protezione. Protezione che la sinistra e il centrosinistra tradizionali non hanno saputo (e in molti casi neppure voluto) assicurargli.

E’ interessante notare che in diversi casi le classi dominanti (quelli sulla punta della proboscide dell’elefante) hanno saputo offrire un volto nuovo di se stesse, un volto populista (si pensi a Trump) che è riuscito a ottenere consensi sfruttando la paura dell’immigrazione e abbandonando alcuni capisaldi come la libera circolazione delle merci. Ma hanno continuato a sostenere la riduzione delle tasse per i ricchi e la privatizzazione dei servizi sociali. In questo modo le vittime si sono consegnate ai loro stessi carnefici, che hanno solo cambiato vestito.

In Italia la Lega rappresenta per alcuni versi, anche se non completamente, questa tendenza. Al di là della retorica populista, la Lega propone la più neoliberista delle idee economiche, la flat tax, e si oppone alla reintroduzione delle garanzie per i lavoratori, proponendo loro come soluzione la protezione nei confronti dell’immigrazione e delle produzioni estere.

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L’economia secondo Andrea Roventini, il candidato ministro del M5S

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Al di là di come la si pensi sul Movimento 5 Stelle, occorre riconoscere che l’indicazione di Andrea Roventini, docente presso l’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guidato fino a poco tempo fa da Giovanni Dosi, è una scelta di alto profilo. I suoi principali interessi di ricerca comprendono l’analisi di sistemi complessi, l’economia computazionale basata su agenti eterogenei, la crescita, i cicli economici e lo studio degli effetti delle politiche monetarie, fiscali, tecnologiche e climatiche. I suoi lavori sono stati pubblicati su Journal of Applied Econometrics, Journal of Economic Dynamics and Control, Journal of Economic Behavior and Organization, Macroeconomic Dynamics, Ecological Economics, Journal of Evolutionary Economics, Environmental Modeling e Software, Computational Economics. Inoltre partecipa a vari progetti di ricerca europei come ISIGrowth, DOLFINS e IMPRESSIONS.
Vale la pena quindi soffermarsi sui suoi lavori. Abbiamo perciò selezionato alcuni articoli e working paper che offrono una carrellata crediamo rappresentativa delle idee del candidato ministro. 

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1992: quando svalutammo la moneta per svalutare i salari

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La crisi dello SME del 1992 si concluse con l’abbandono dell’accordo di cambio da parte dell’Italia e della Gran Bretagna. Su questo evento e sui suoi effetti i “noeuro” hanno costruito un mito non corrispondente alla realtà. In particolare mostreremo perché non si innescò una spirale inflattiva e come la svalutazione fu pagata dai lavoratori. Non è vero cioè quanto afferma l’adagio noeuro secondo cui “o si svaluta la moneta o si svalutano i salari” ma piuttosto è vero che “si svaluta la moneta per svalutare i salari”.

di Andrea Sbarile* e Keynes Blog

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Marx, il capitalismo e la globalizzazione, 170 anni fa

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Il 21 febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Pubblichiamo alcuni passi del primo capitolo nei quali si analizza lo sviluppo della globalizzazione capitalistica che già 170 anni fa risultava estremamente chiara al filosofo di Treviri. Il testo è un vero e proprio elogio della borghesia nella sua fase “rivoluzionaria” che non ha pari neppure nella stessa letteratura borghese

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L’austerità espansiva e i suoi oppositori

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Austerity vs Stimulus: The Political Future of Economic Recovery, a cura di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli, Palgrave Macmillan, 178 pagine: http://www.palgrave.com/de/book/9783319504384

 

L’austerità ha fallito ed è tempo di bilanci. Ma è soprattutto giunto il momento di chiedersi perché, nonostante le politiche di restrizione fiscale abbiano sortito effetti più che negativi sul corso della crisi che ha travolto le economie occidentali (e quella europea in particolare), la discussione tra quanti ne sostengono l’efficacia e i fautori di posizioni keynesiane sia più accesa che mai. Secondo Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli , entrambi storici dell’economia, è importante comprendere il motivo per cui l’idea di austerità si è andata affermando in termini ideologici, arrivando a forzare l’interpretazione degli andamenti economici di volta in volta osservati pur di giustificare l’adozione di misure draconiane. E’ questo il tema di fondo che anima Austerity vs Stimulus, un’agile raccolta di articoli (in parte originali e in parte ripubblicazioni di precedenti uscite in volumi o da fonti giornalistiche) attraverso cui Skidelsky e Fraccaroli intendono mostrare come l’idea di austerità abbia acquistato sempre maggior forza soprattutto in virtù di un messaggio politico divenuto centrale per i partiti di centro – destra, che hanno dominato la scena politica europea da prima e lungo tutto l’arco della crisi. L’austerità si sposa infatti con la visione che la crescita economica debba essere trainata dal settore privato e che a tal fine l’intervento pubblico non interferisca con i meccanismi di “autoregolazione” del mercato.

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