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Le svalutazioni non sono più quelle di una volta

Può apparire controintuitivo, ma una svalutazione può tramutarsi in una riduzione delle esportazioni, invece che un’espansione delle stesse. E’ quanto Valentina Bruno e Hyun Song Shin rilevano analizzando i dati dell’export mondiale a livello dettagliato in relazione all’andamento del dollaro. Un apprezzamento del dollaro, e quindi una svalutazione delle altre valute, frena il commercio internazionale, pesando sul funzionamento delle catene del valore globali ad alta intensità di credito (GVC) che proprio sul dollaro basano gran parte delle transazioni commerciali. Immaginiamo un’impresa che, per produrre un elettrodomestico destinata all’esportazione, importa parte dei componenti. Per pagarli (in dollari, come spesso accade), dovrà accedere al credito bancario e le condizioni di tale credito contribuiranno a determinare il prezzo del prodotto. In caso di apprezzamento del dollaro, quindi, i costi da sostenere potranno essere così elevati da superare la competitività di prezzo guadagnata con la svalutazione della propria valuta. Questo meccanismo perverso però colpirà anche il produttore del componente stesso, e il produttore dei componenti del componente, fino all’importatore delle materie prime. 

Più lunga è la catena del valore, e più questa è legata al finanziamento in dollari, più il rischio sarà quello di perdere competitività invece di guadagnarla. Il grafico qui riportato, tratto dal paper che presentiamo, evidenzia la relazione inversa tra la forza relativa del dollaro rispetto alle altre valute e l’export globale (a sinistra) e il credito in dollari alle imprese non finanziarie. [Keynes blog]  

 

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Serve un nuovo vecchio keynesismo

Pubblichiamo la traduzione italiana dell’articolo di Larry Summers e Anna Stansbury in occasione della conferenza annuale dei banchieri centrali di Jackson Hole. Summers, uno degli esponenti più noti del mainstream economico, negli ultimi anni, con sempre maggiore enfasi, predica il ritorno ad un keynesismo più vicino al pensiero e alle proposte politiche di Keynes. 

di Lawrence H. Summers e Anna Stansbury

I banchieri centrali di tutto il mondo, con studiosi al seguito, si sono riuniti per il loro momento di riflessione annuale a Jackson Hole, nel Wyoming. Ma il tema dell’incontro di quest’anno, “Sfide per la politica monetaria”, rischia d’incoraggiare un atteggiamento di autocompiacimento, tanto ristretto quanto pericoloso.

Per farla breve, ritoccare i target d’inflazione, le strategie di comunicazione o persino i bilanci non è una risposta adeguata alle sfide che le principali economie devono affrontare oggi. Piuttosto, dieci anni di inflazione inferiore al target in tutto il mondo sviluppato, con altri trenta previsti dal mercato, e il completo fallimento degli sforzi della Banca del Giappone per aumentare l’inflazione suggeriscono che ciò che prima era considerato assiomatico, in realtà è falso: le banche centrali non sempre possono controllare il tasso d’inflazione con la politica monetaria.

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Joan Robinson, la ribelle razionale

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di Maria Cristina Marcuzzo da Inet

Joan Robinson era destinata ad essere una ribelle.

Il padre era Sir Fredrick Maurice, che terminò la sua carriera militare accusando pubblicamente il Primo Ministro britannico Lloyd George di mentire sulla forza dell’esercito sul fronte occidentale della prima guerra mondiale. Il bisnonno era Fedrerick Denison Maurice, il cristiano socialista che era stato espulso da King’s College di Londra per aver avanzato dubbi sulla plausibilità della dannazione eterna. La sua educazione, che una volta descrisse come “vecchia tradizione liberale, che crede nel progresso e nella razionalità del comportamento umano” (citato in Osiatynski 1983, p.13) le insegnò ad essere una ribelle in virtù di una causa e lei rimase così per tutta la vita, divenendo un’icona di vari tipi di eterodossia.

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Flat tax, la più neoliberista delle riforme

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di Mauro Gallegati, dal Manifesto del 21.3.2019

La flat tax, un’aliquota unica per la tassazione del reddito – come c’era in Italia 100 anni fa – è un provvedimento neo-liberista, screditato dai fatti e senza giustificazione economica. Nei desiderata dei proponenti, la flat tax dovrebbe ridurre la pressione fiscale e, contemporaneamente, il debito pubblico poiché fa aumentare i consumi, gli investimenti – e quindi la crescita e l’occupazione – ed emergere una quota delle attività che resterebbe altrimenti sommersa. Eppure storicamente non ha mai funzionato e anzi, quando le disuguaglianze di reddito tra ricchi e poveri sono state massime – oggi e nel 1929: l’1% della popolazione possiede il 50% del reddito – si sono verificate la Grande Crisi e la Grande Recessione. Il fatto che i più ricchi hanno la parte del leone nella distribuzione del reddito e dei risparmi non implica che questi ultimi si trasformino automaticamente in investimenti.

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Alessandro Roncaglia, “L’età della disgregazione. Storia del pensiero economico contemporaneo”

Alessandro Roncaglia, L’età della disgregazione. Storia del pensiero economico contemporaneo, Laterza 2019.

Pubblichiamo la presentazione dell’autore tenuta presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, marzo 2019

Link per acquistare il libro su IBS

Il libro che vi presento arriva in libreria in questi giorni, dopo una lunga (e faticosa) fase di gestazione. Si intitola L’età della disgregazione ed è, come dice il sottotitolo, una Storia del pensiero economico contemporaneo. Ho già consegnato la versione inglese alla Cambridge University Press, ed è in corso la traduzione spagnola.

Il titolo allude al fatto che la ricerca in economia è sempre più frammentata, sia per campi sia per orientamenti di ricerca. Chi si occupa di finanza o di econometria raramente conosce i dibattiti di teoria del valore o dell’impresa; inoltre, in ciascun campo coesistono impostazioni radicalmente diverse: keynesiani, neoclassici, istituzionalisti, e così via, fino agli induttivisti sostenitori di una econometria ateoretica.

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Dieci obiettivi contro la recessione

Leonello Tronti

Il prof. Leonello Tronti ci ha inviato questo suo articolo in risposta ai nostri 15 punti per un programma davvero keynesiano

Leonello Tronti*

Rispondo volentieri alla richiesta di Keynes Blog segnalando anzitutto la piattaforma unitaria per la legge di bilancio 2019 che CGIL, CISL e UIL hanno consegnato al Governo il 22 ottobre 2018, che mi sembra abbia sinora trovato ben poca disponibilità all’ascolto da parte della politica, come del resto ben poca pubblicità e ancor minore approfondimento sui mezzi di comunicazione di massa.

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Una modesta proposta per una politica economica alternativa e realmente keynesiana

Serve un programma in cui il ruolo dello stato sia centrale per le politiche industriali, che sia socialista nei confronti dei deboli e liberista contro le corporazioni, i forti e i furbi.

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