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Gli ottanta anni della Teoria generale di Keynes: perché è ancora un libro attuale

di Maria Cristina Marcuzzo da Moneta e Credito, vol. 70 n. 277 (marzo 2017), 7-19

Dopo la crisi del 2007-2008 il nome di Keynes è rientrato nella lista degli economisti di cui si raccomanda la lettura e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguire le idee. Dopo un bando durato circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l’inefficacia o peggio l’irrilevanza delle politiche economiche, Keynes è riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo più ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni settanta e ottanta.

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La politica economica al tempo della crisi: da Keynes alla controrivoluzione monetarista e (non) ritorno

di Amedeo Di Maio e Ugo Marani

Il lavoro che segue costituisce uno stralcio dell’Introduzione al volume Politiche economiche e crisi internazionale. Uno sguardo sull’Europa, curato da Amedeo Di Maio e Ugo Marani con contributi di Paul De Grauwe, Amedeo Di Maio, Pasquale Foresti, Guglielmo Forges Davanzati, Nicolò Giangrande, Ernesto Longobardi, Antonio Lopes, Ugo Marani e Antonio Pedone, per i tipi di L’Asino d’Oro edizioni, di prossima pubblicazione.

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Un referendum per uscire dall’euro?

Il Movimento 5 Stelle e Marine Le Pen propongono l’uscita dall’euro attraverso un referendum. In questo articolo di Andrea Boitani e Rony Hamaui si esamina lo scenario per l’Italia conseguente ad una possibile coalizione “sovranista” post elettorale. 

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25 Nobel per l’Economia contro Le Pen: “Uscire dall’euro non è la stessa cosa che non esserci mai entrati”

Dopo quelli di Munchau e Krugman un altro duro colpo alla propaganda noeuro da parte dei più noti economisti del mondo. Le Monde ha pubblicato una lettera di 25 Premi Nobel per l’Economia in cui si afferma la banalità che, modestamente, ripetiamo da anni e che i noeuro nostrani paiono non comprendere: uscire dall’euro non è la stessa cosa che non esserci mai entrati. Tra i firmatari anche alcuni dei Nobel indicati come vicini alle posizioni “noeuro” dalla propaganda italiana, tra cui Stiglitz, Mirrlees, Pissarides e Sen.

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Munchau e Krugman: “L’uscita dall’euro sarebbe un disastro”

Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, nelle quali potrebbe prevalere la candidata del Fronte Nazionale Marine Le Pen, chi negli anni passati non aveva nascosto le proprie antipatie per la moneta unica europea, magari fino al punto da auspicarne la fine, incomincia a ripensarci. I riposizionamenti sono ormai all’ordine del giorno.

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Draghi ha ragione, i salari devono crescere

Secondo Mario Draghi, che ha parlato oggi a Francoforte, la bassa crescita dei salari, “ben al di sotto delle medie storiche”, rallenta l’inflazione nonostante l’espansione monetaria della Bce. Su questa bassa crescita salariale – ha spiegato Draghi – pesano tre componenti: innanzitutto il sottoutilizzo di capacità produttiva con un “tasso di disoccupazione ancora alto” che ha un effetto sulle contrattazioni, con i sindacati che “potrebbero preferire dare priorità alla sicurezza del posto di lavoro al costo di qualche perdita in termini di salari reali”. In secondo luogo “nei paesi dove l’indicizzazione formale dei salari è scesa fortemente durante la crisi, il trasferimento dell’inflazione ai salari potrebbe essersi indebolito”. Terzo, secondo Draghi, “la negoziazione salariale in molti Paesi è già stata in gran parte conclusa per quest’anno, con la conseguenza che qualsiasi impatto di una maggiore inflazione attraverso la negoziazione salariale probabilmente sarà ritardato”.

“Il contributo della crescita nominale – ha sottolineato il Presidente della BCE – è sempre stato decisivo per il successo del deleveraging, cioè della necessaria riduzione di un debito eccessivo”.

Draghi ha voluto così rispondere a Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio Bce, secondo il quale “date le prospettive di ripresa continua e robusta nell’Eurozona e di un aumento delle pressioni inflazionistiche, è legittimo discutere di quando il consiglio direttivo debba normalizzare la politica monetaria e come possa modificare la propria comunicazione in anticipo”.

Quanto dice Draghi è ben noto ai nostri lettori: l’inflazione è guidata dai costi (salari e materie prime in primo luogo) e la quantità di moneta è guidata dall’inflazione. Se si vuole quindi aumentare l’inflazione non c’è modo migliore di aumentare i salari, come sa bene il collega giapponese di Draghi. Migliore di svalutare per creare inflazione importata, che è recessiva

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Rapporto Istat: l’export non ci salverà

Avanti ma con il freno tirato. E’ questa la fotografia dell’Italia che l’Istat con il suo recente Rapporto sulla competitività dei settori produttivi (marzo 2017) ci consegna all’indomani dei primi segnali di ripresa dalla lunga fase di recessione economica. Continua a leggere »

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