1 Commento

Tony Thirlwall sul tasso di cambio: “Non è un meccanismo efficiente per equilibrare la bilancia dei pagamenti”

 

lossy-page1-1200px-tony_thirlwall.tif_Anthony Thirlwall è uno dei più noti studiosi di economia internazionale post-keynesiana. In questo articolo pubblicato da Moneta e Credito, analizza la sua teoria sulla crescita vincolata dalla bilancia dei pagamenti. A distanza di molti anni, Thirwall mantiene due argomenti: il primo è che i paesi hanno bisogno di valuta internazionale di scambio (oggi principalmente dollari ed euro) e la scarsità di tali valute è un vincolo allo sviluppo e al commercio. Un problema, questo, che nell’euro viene superato dalla disponibilità illimitata di riserve tramite il Target 2 (leggasi in proposito Lavoie qui). Il secondo argomento è che il tasso di cambio flessibile non è un meccanismo efficiente per riequilibrare la bilancia dei pagamenti:

Sulla questione del tasso di cambio flessibile come meccanismo equilibrante, bisogna anzitutto distinguere il tasso di cambio nominale da quello reale. Per i paesi è semplice aggiustare il tasso nominale, ma non altrettanto aggiustare il tasso di cambio reale perché i competitors potrebbero adottare comportamenti del tipo “price to market” o operare delle ritorsioni, e i prezzi interni potrebbero aumentare nonostante una
svalutazione nominale. In secondo luogo, le condizioni di Marshall-Lerner devono essere soddisfatte perché la bilancia dei pagamenti vada in equilibrio. Questo potrebbe non succedere nel breve periodo, o a causa della natura dei beni esportati o importati da un certo paese.

L’evidenza internazionale degli ultimi 40 anni a partire dalla crisi del sistema dei tassi fissi di Bretton Woods, nel 1971, suggerisce che variazioni del tasso di cambio non sono un’arma efficiente nell’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Le valute si apprezzano e deprezzano, ma ciononostante enormi squilibri globali nelle bilance dei pagamenti rimangono.

Buona lettura: https://ojs.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/download/9621/9501

2 commenti

Le banche creano moneta “dal nulla”? L’ex vicepresidente della BCE spiega cosa significa

Cogliendo l’occasione di un articolo comparso su VoxEU, Vitor Constâncio, ex vicepresidente della BCE con Mario Draghi, spiega su Twitter in che senso è corretto sostenere che le banche commerciali creano moneta “dal nulla” e cosa questo significhi. Non è vero, come molti pensano, che le banche prestano i soldi depositati dai clienti. E non è rilevante l’esistenza di un obbligo di riserva (che, infatti, in Inghilterra, Canada ed Australia è stato abolito tempo fa). Tutta la storia del “moltiplicatore dei depositi” è priva di senso. BCE, Banca d’Inghilterra e persino la Bundesbank smontano la teoria monetaria esogena ancora oggi riportata sui testi introduttivi di economia: è la vittoria definitiva per la teoria della moneta endogena.

Continua a leggere »

1 Commento

Basta salari da fame: le ragioni del salario minimo

Da molti anni su Keynes blog proponiamo l’introduzione del salario minimo legale. In questo articolo apparso su Etica ed Economia, Marta e Simone Fana illustrano la drammatica situazione dei salari italiani e criticano le posizioni contrarie a questa ormai improrogabile riforma.

di Marta Fana e Simone Fana, da eticaeconomia.it

Continua a leggere »

3 commenti

La riforma del #MES, i limiti dell’architettura dell’euro e il rischio #Italexit


In questi giorni si sta facendo un gran parlare della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o EMS in inglese), lo strumento che permette agli stati in difficoltà finanziarie di accedere a linee di credito privilegiate (ad esempio per rispondere ad una crisi bancaria). La discussione purtroppo si è subito infiammata grazie alla componente noeuro delle opposizioni, che ha gridato addirittura all’alto tradimento del premier Conte.
Parliamo invece di come questo processo non è stato sfruttato come un’occasione per stabilizzare e rafforzare la moneta unica.

Continua a leggere »

L’eredità di Mario Draghi

L’Unione ha dimostrato, negli anni più recenti, una sorprendente capacità di auto-riformarsi. E l’indiscusso protagonista di questi cambiamenti è stato Mario Draghi

Continua a leggere »

1 Commento

Le svalutazioni non sono più quelle di una volta

Può apparire controintuitivo, ma una svalutazione può tramutarsi in una riduzione delle esportazioni, invece che un’espansione delle stesse. E’ quanto Valentina Bruno e Hyun Song Shin rilevano analizzando i dati dell’export mondiale a livello dettagliato in relazione all’andamento del dollaro. Un apprezzamento del dollaro, e quindi una svalutazione delle altre valute, frena il commercio internazionale, pesando sul funzionamento delle catene del valore globali ad alta intensità di credito (GVC) che proprio sul dollaro basano gran parte delle transazioni commerciali. Immaginiamo un’impresa che, per produrre un elettrodomestico destinata all’esportazione, importa parte dei componenti. Per pagarli (in dollari, come spesso accade), dovrà accedere al credito bancario e le condizioni di tale credito contribuiranno a determinare il prezzo del prodotto. In caso di apprezzamento del dollaro, quindi, i costi da sostenere potranno essere così elevati da superare la competitività di prezzo guadagnata con la svalutazione della propria valuta. Questo meccanismo perverso però colpirà anche il produttore del componente stesso, e il produttore dei componenti del componente, fino all’importatore delle materie prime. 

Più lunga è la catena del valore, e più questa è legata al finanziamento in dollari, più il rischio sarà quello di perdere competitività invece di guadagnarla. Il grafico qui riportato, tratto dal paper che presentiamo, evidenzia la relazione inversa tra la forza relativa del dollaro rispetto alle altre valute e l’export globale (a sinistra) e il credito in dollari alle imprese non finanziarie. [Keynes blog]  

 

  Continua a leggere »

Serve un nuovo vecchio keynesismo

Pubblichiamo la traduzione italiana dell’articolo di Larry Summers e Anna Stansbury in occasione della conferenza annuale dei banchieri centrali di Jackson Hole. Summers, uno degli esponenti più noti del mainstream economico, negli ultimi anni, con sempre maggiore enfasi, predica il ritorno ad un keynesismo più vicino al pensiero e alle proposte politiche di Keynes. 

di Lawrence H. Summers e Anna Stansbury

I banchieri centrali di tutto il mondo, con studiosi al seguito, si sono riuniti per il loro momento di riflessione annuale a Jackson Hole, nel Wyoming. Ma il tema dell’incontro di quest’anno, “Sfide per la politica monetaria”, rischia d’incoraggiare un atteggiamento di autocompiacimento, tanto ristretto quanto pericoloso.

Per farla breve, ritoccare i target d’inflazione, le strategie di comunicazione o persino i bilanci non è una risposta adeguata alle sfide che le principali economie devono affrontare oggi. Piuttosto, dieci anni di inflazione inferiore al target in tutto il mondo sviluppato, con altri trenta previsti dal mercato, e il completo fallimento degli sforzi della Banca del Giappone per aumentare l’inflazione suggeriscono che ciò che prima era considerato assiomatico, in realtà è falso: le banche centrali non sempre possono controllare il tasso d’inflazione con la politica monetaria.

Continua a leggere »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: