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L’austerità espansiva e i suoi oppositori

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Austerity vs Stimulus: The Political Future of Economic Recovery, a cura di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli, Palgrave Macmillan, 178 pagine: http://www.palgrave.com/de/book/9783319504384

 

L’austerità ha fallito ed è tempo di bilanci. Ma è soprattutto giunto il momento di chiedersi perché, nonostante le politiche di restrizione fiscale abbiano sortito effetti più che negativi sul corso della crisi che ha travolto le economie occidentali (e quella europea in particolare), la discussione tra quanti ne sostengono l’efficacia e i fautori di posizioni keynesiane sia più accesa che mai. Secondo Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli , entrambi storici dell’economia, è importante comprendere il motivo per cui l’idea di austerità si è andata affermando in termini ideologici, arrivando a forzare l’interpretazione degli andamenti economici di volta in volta osservati pur di giustificare l’adozione di misure draconiane. E’ questo il tema di fondo che anima Austerity vs Stimulus, un’agile raccolta di articoli (in parte originali e in parte ripubblicazioni di precedenti uscite in volumi o da fonti giornalistiche) attraverso cui Skidelsky e Fraccaroli intendono mostrare come l’idea di austerità abbia acquistato sempre maggior forza soprattutto in virtù di un messaggio politico divenuto centrale per i partiti di centro – destra, che hanno dominato la scena politica europea da prima e lungo tutto l’arco della crisi. L’austerità si sposa infatti con la visione che la crescita economica debba essere trainata dal settore privato e che a tal fine l’intervento pubblico non interferisca con i meccanismi di “autoregolazione” del mercato.

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Le illusioni dell’economia dell’equilibrio

Squilibrio_crescitaPubblichiamo la prefazione di Paolo Leon al libro Squilibrio – Il labirinto della crescita e dello sviluppo capitalistico di Roberto Romano e Stefano Lucarelli. Ediesse Libri

 

di Paolo Leon

L’economia come scienza compiuta, quando, pur differenziate, le ricerche riposavano su un apparente solido terreno comune, è stata travolta dalla crisi iniziata a settembre 2007. Al progredire della crisi e all’assistere al “doppio tuffo” – simile nell’andamento alla crisi del 1929: il “double dip” – molti hanno scoperto Keynes, ma non le politiche di Roosevelt, che ebbero un effetto lento ma sicuro sulla ripresa. Anzi, gli economisti “standard”, che definisco pseudo keynesiani, hanno creduto che il pensiero di Keynes fosse corretto nella crisi, ma sbagliato quando la crisi si fosse risolta, abbandonando una qualsiasi logica e affidandosi a un misto di realismo e fede.

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Abolire le tasse universitarie si può? Ecco cosa dicono i numeri e i confronti internazionali

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«Aboliamo le tasse universitarie»: questa proposta di Liberi e Uguali, twittata da Pietro Grasso ha innescato una vivace discussione. Costa davvero 1,6 miliardi? E, soprattutto, ha senso oppure è un provvedimento velleitario di cui non abbiamo bisogno e, magari, persino dannoso? Lo scopo di questo post è quello di mettere a disposizione dei nostri lettori un po’ di dati e di comparazioni internazionali in modo da poter affrontare la discussione con un minimo di cognizione di causa. Prenderemo le mosse dal “Gioco dei quattro cantoni” che ci aiuterà a capire in che misura l’Italia può dirsi “un paese per studenti”. Poi ci faremo altre domande. L’università italiana è davvero “quasi gratuita”, come ha detto anche Vincenzo Visco, compagno di partito di Grasso? In quantie e quali nazioni europee le tasse universitarie non si pagano? E, insieme a Francesco Giavazzi, ci domanderemo: «Siamo sicuri che questo paese abbia bisogno di più laureati?». Sarà l’OCSE che ci aiuterà a rispondere, mentre Alma Laurea ci dirà se è proprio vero che «Meno studi più trovi lavoro».

Aboliamo le tasse universitarie.
Costa 1,6 miliardi, un decimo dei 16 miliardi che il nostro paese spreca, ad esempio, per mancati introiti, sgravi fiscali e sussidi indiretti a attività dannose per l’ambiente. @PietroGrasso

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La rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

Secondo la teoria mainstream i cambiamenti tecnologici (e la globalizzazione) hanno contribuito alla polarizzazione del mercato del lavoro in cui gli strati più bassi della piramide hanno sempre più difficoltà a inserirsi o, una volta inseriti, sono condannati a salari e condizioni di lavoro meno edificanti. I lavoratori capaci di integrarsi o essere integrati in settori più produttivi (quelli maggiormente innovativi e tecnologici) sarebbero invece maggiormente ricompensati, in quanto più produttivi. E’ questa la spiegazione dei bassi salari italiani? No, secondo gli autori di questo articolo,  Marta Fana, dottore di ricerca in Economia e autrice di “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza 2017) e Davide Villani, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito) .

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L’appello: superare il Fiscal compact per un nuovo sviluppo europeo

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Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Da questa constatazione nasce l’appello che pubblichiamo qui di seguito.

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Lo spread a zero per rendere l’euro irrevocabile

In un articolo sul Foglio, il prof. Sandro Brusco del gruppo Noise from Amerika critica la proposta dell’economista Marcello Minenna della Consob per portare a zero gli spread tra i tassi di interesse dell’eurozona. Secondo Brusco gli spread rifletterebbero il rischio relativo tra i diversi paesi e quindi sarebbero necessari e salutari.
L’errore di Brusco è non considerare la particolare struttura istituzionale incompleta dell’euro, in cui esiste una moneta unica, una banca centrale unica, ma non un Tesoro e un debito pubblico unici. Poiché i titoli di stato sono i principali collaterali di una moneta ma, a parte piccole emissioni dell’ESM e di altre agenzie, non esistono titoli pubblici dell’eurozona, la BCE, al fine di preservare l’euro, dovrebbe rendere equivalenti i titoli di stato dei diversi paesi.

Nel 2016 il comitato scientifico del think tank Progressive Economy, formato da economisti di rilievo come Fitoussi, Stiglitz, Bofinger e Mazzucato, ha premiato un paper di T.Fazi e G.Iodice in cui è contenuta la proposta che la BCE assuma come obiettivo di uno spread minimo (vicino allo zero) al fine di preservare l’euro. Ne riportiamo alcuni stralci.

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L’euro è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai soliti europeisti (e ai noeuro)

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Nell’identificazione tra moneta unica e politiche liberiste sguazzano i no euro ma anche i fautori dello status quo. Entrambi, l’un contro l’altro armati, fanno finta di non vedere che il problema non è la moneta unica, ma il clima intellettuale che domina in Europa. Idee per cambiare finalmente direzione senza far saltare il continente, in un estratto rielaborato dalla prefazione di Francesco Saraceno all’edizione italiana del libro di Martin Sandbu “La moneta rinnegata”.  

di Francesco Saraceno Continua a leggere »

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