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La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus

15941276_1211596062223274_4653194461437765191_nChi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina. Ed è questo uno tra i più preziosi contributi che ci offre Diego Angelo Bertozzi con la recente pubblicazione di Cina, da“sabbia informe” a potenza globale [Imprimatur editore, 2016, 346 pp], un lavoro di profondo scavo nella travagliata vicenda di un paese che, dismessa agli inizi del ‘900 la veste feudale del “Celeste impero”, deve trovare il giusto slancio verso l’uscita dal sottosviluppo, dovendo contrastare le molte tendenze disgregatrici interne su cui, all’avvio di questo processo, fanno leva le potenze coloniali dell’occidente.

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Neppure i noeuro sanno come uscire dall’euro

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Piergiorgio Gawronski (Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2016) e Sergio Cesaratto (FQ 16 novembre 2016) hanno risposto all’articolo di Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno e Leonello Tronti (d’ora in poi BGIPST) sull’uscita dall’euro (FQ 2 novembre 2016) in modo piuttosto singolare.

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Uscita dall’euro: la situazione è “un po’ più complessa”

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di Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno, Leonello Tronti

da Il Fatto Quotidiano del 2 Novembre 2016

“La situazione era un po’ più complessa”. La frase pronunciata da Servillo/Andreotti nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino balza subito alla mente leggendo l’articolo di Alberto Bagnai e Jens Nordvig (Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre) in cui i due autori cercano di minimizzare gli effetti dell’uscita dall’euro che, secondo molti, potrebbero essere disastrosi (vedasi “Via dall’euro non significa uscire dal liberismo”, il manifesto 7/10/2016). A tale proposito Bagnai e Nordvig sostengono che “L’onore della prova cade sui catastrofisti, poiché l’evidenza storica è contro di loro. Lo studio più autorevole sulla dissoluzione di unioni monetarie, condotto da Andrew Rose all’Università della California, chiarisce che nei 69 casi verificatisi nel dopoguerra non si registrano movimenti macroeconomici violenti prima, durante o dopo un’uscita”. Continua a leggere »

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Perché Brexit e sterlina debole non faranno bene al Regno Unito

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di Robert Skidelsky
L’effetto economico più drammatico del voto Brexit del Regno Unito è stato il crollo della sterlina. Dal mese di giugno, la sterlina è si è svalutata in media del 16%. Mervyn King, il precedente governatore della Banca d’Inghilterra, ha salutato il tasso di cambio più basso come un cambiamento positivo. Infatti, con un deficit delle partite correnti della Gran Bretagna passato a oltre il 7% del PIL – di gran lunga il più grande dall’inizio del rilevamento dei dati nel 1955 – il deprezzamento può essere considerato come una manna. Ma è vero?

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La BCE spiega cos’è la moneta

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Nella nostra serie sulla teoria della moneta endogena abbiamo già mostrato che le banche centrali sanno molto bene che la quantità di moneta non è sotto il loro diretto controllo. La Bank of England ha voluto esplicitarlo in modo inequivocabile, ma anche la BCE, sul suo sito ufficiale, nello spiegare la natura della moneta usa il medesimo approccio (le enfasi e le note sono nostre)  Continua a leggere »

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Investimenti pubblici versus reddito di cittadinanza per uscire dalla crisi. Una riflessione teorica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo del Prof. Andrea Pannone*, ricercatore senior presso la Fondazione Ugo Bordoni sugli effetti macroeconomici del reddito di cittadinanza. 

Il fallimento generalizzato delle politiche di austerità nel fare fronte alla crisi economica in cui si dibattono da anni le economie occidentali, sta spingendo molti leader politici a riconsiderare il ruolo dell’intervento pubblico, in particolare degli investimenti infrastrutturali, quale strumento privilegiato per arginare la stagnazione del PIL e combattere la disoccupazione. Questo ha ridato forza alle tesi di molti economisti circa la possibilità di poter uscire dalla crisi per mezzo di politiche di tipo keynesiano. Su un piano complementare, il prolungarsi degli effetti perversi della crisi ha posto all’attenzione il problema della necessità e della sostenibilità di interventi pubblici diretti a favore di soggetti che hanno perduto il lavoro, e/o a famiglie particolarmente disagiate. Nel nostro articolo (qui la versione integrale) esaminiamo i possibili effetti di alcune politiche pubbliche alternative.

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Che succede se usciamo dall’euro?

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Il manifesto ha pubblicato ieri l’articolo che riportiamo qui di seguito. Seguono tre brevi note (nostre).

L’articolo di Giorgio Lunghini (il manifesto il 23 settembre) e la replica di Sergio Cesaratto et al. (30 settembre) hanno il merito di riaprire la discussione sulle conseguenze dell’uscita dall’euro. Un dibattito spesso condito da eccessive semplificazioni. Per questo ci pare che concentrarsi sulle cifre riportate da Lunghini sia un esercizio poco interessante. Difatti, anche se tali previsioni si rivelassero eccezionalmente esagerate, ci troveremmo comunque di fronte ad un evento di proporzioni significative, per usare un eufemismo. Piuttosto, è il ragionamento economico che andrebbe approfondito, e a questo vorremmo contribuire.

I fautori dell’uscita dall’euro ci pare sottovalutino gli effetti finanziari che essa comporterebbe. L’Italia (ma lo stesso potrebbe dirsi di altri paesi periferici) è troppo grande e troppo interconnessa finanziariamente per lasciare la moneta unica senza che ciò comporti un effetto domino nel resto d’Europa. È facilmente prevedibile che l’euro cesserebbe di esistere in breve tempo, attraverso un collasso dei sistemi bancari dell’eurozona ben più dirompente di quello che abbiamo visto nel 2007/2008. Continua a leggere »

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