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Draghi ha ragione, i salari devono crescere

Secondo Mario Draghi, che ha parlato oggi a Francoforte, la bassa crescita dei salari, “ben al di sotto delle medie storiche”, rallenta l’inflazione nonostante l’espansione monetaria della Bce. Su questa bassa crescita salariale – ha spiegato Draghi – pesano tre componenti: innanzitutto il sottoutilizzo di capacità produttiva con un “tasso di disoccupazione ancora alto” che ha un effetto sulle contrattazioni, con i sindacati che “potrebbero preferire dare priorità alla sicurezza del posto di lavoro al costo di qualche perdita in termini di salari reali”. In secondo luogo “nei paesi dove l’indicizzazione formale dei salari è scesa fortemente durante la crisi, il trasferimento dell’inflazione ai salari potrebbe essersi indebolito”. Terzo, secondo Draghi, “la negoziazione salariale in molti Paesi è già stata in gran parte conclusa per quest’anno, con la conseguenza che qualsiasi impatto di una maggiore inflazione attraverso la negoziazione salariale probabilmente sarà ritardato”.

“Il contributo della crescita nominale – ha sottolineato il Presidente della BCE – è sempre stato decisivo per il successo del deleveraging, cioè della necessaria riduzione di un debito eccessivo”.

Draghi ha voluto così rispondere a Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio Bce, secondo il quale “date le prospettive di ripresa continua e robusta nell’Eurozona e di un aumento delle pressioni inflazionistiche, è legittimo discutere di quando il consiglio direttivo debba normalizzare la politica monetaria e come possa modificare la propria comunicazione in anticipo”.

Quanto dice Draghi è ben noto ai nostri lettori: l’inflazione è guidata dai costi (salari e materie prime in primo luogo) e la quantità di moneta è guidata dall’inflazione. Se si vuole quindi aumentare l’inflazione non c’è modo migliore di aumentare i salari, come sa bene il collega giapponese di Draghi. Migliore di svalutare per creare inflazione importata, che è recessiva

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Rapporto Istat: l’export non ci salverà

Avanti ma con il freno tirato. E’ questa la fotografia dell’Italia che l’Istat con il suo recente Rapporto sulla competitività dei settori produttivi (marzo 2017) ci consegna all’indomani dei primi segnali di ripresa dalla lunga fase di recessione economica. Continua a leggere »

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La fantastica uscita dall’euro di Mediobanca

Dopo la fantastica uscita dall’euro dell’OFCE altri economisti dilettevoli si cimentano in previsioni fantasiose sugli effetti dell’Italexit. Viceversa gli economisti noiosi, come Salvatore Biasco, nutrono qualche dubbio in proposito.

di Salvatore Biasco, dall’Huffington Post, 9 marzo 2017

Il Rapporto Mediobanca(Mediobanca Securities, Re-denomination risk down as time goes by, 17-1-2017) sulla probabilità di ristrutturazione del debito italiano è sorprendente. . In primo luogo per l’istituzione che pubblica il Rapporto (diretto a investitori istituzionali) e, in secondo luogo, per una certa leggerezza con cui tratta il tema.

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Perché i salari non crescono?

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di Leonello Tronti*

Anche in periodi di deflazione come quello in cui viviamo i salari reali non crescono. I dati Istat confermano che la retribuzione lorda media di un dipendente a tempo pieno, calcolata a prezzi del 2015, era pari nel terzo trimestre del 2016 a 2.464 euro mensili (poco più di 1.800 euro netti). Dieci anni prima, nel terzo trimestre del 2006, era identica: 2.463 euro mensili.
Si dirà che il problema è la crisi che, colpendo le imprese due volte tra il 2008 e il 2013, ha proibito qualunque crescita del potere d’acquisto dei salari. Ma se andiamo più indietro e guardiamo cos’è successo prima, quando la crisi non c’era, l’Eurostat ci dice che fatta 100 la retribuzione reale media di un dipendente a tempo pieno italiano nel 1995, nel 2006 l’indice aveva raggiunto il valore di 101,5, anche se nel frattempo l’indice del reddito lordo prodotto dall’economia era passato da 100 a 118,3. Dunque le retribuzioni italiane sono – da almeno 22 anni – rigide verso l’alto, insensibili alla congiuntura. Il dipendente italiano a tempo pieno (quello fortunatamente non toccato dall’enorme crescita del lavoro flessibile) guadagna oggi in termini reali più o meno quello che guadagnava nel 1995.

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La fantastica uscita dall’euro dell’OFCE

 

Sui siti noeuro impazza un working paper pubblicato dall’OFCE di Parigi secondo il quale non vi sono pericoli per l’Italia in caso di uscita dall’euro. Vediamo di capire perché non c’è proprio nulla da festeggiare

L’economia non è una scienza esatta, ma una scienza sociale. C’è però una bella differenza tra studiare una scienza sociale e scrivere inesattezze basate su previsioni fantasiose. E’ il caso del Working Paper di Cédric Durand e Sébastien Villemot pubblicato dall’OFCE di Parigi sugli effetti dell’uscita dall’euro sugli stati patrimoniali degli agenti economici nelle economie che compongono l’eurozona (il balance sheet effect). Detta in soldoni: che succede se uscendo dall’euro una parte dei debiti non può essere ridenominata nella nuova valuta, ad esempio perché sotto legislazione estera? Banalmente, il debito aumenterà in proporzione alla svalutazione stessa, mettendo in difficoltà l’impresa o banca che lo ha emesso, e con essa la stabilità finanziaria. Ovviamente, più la nuova moneta si svaluta, peggio è.

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“Le notizie sulla morte dell’euro sono fortemente esagerate”

“Le notizie circa la mia morte sono fortemente esagerate”. Così ironizzava Mark Twain su una fake news, si direbbe oggi, riguardante il suo decesso. Lo stesso potrebbe dire l’euro, ci avverte Barry Eichengreen dalle pagine di Bloomberg View. Il parere di Eichengreen è particolarmente utile alla discussione perché egli non è solo un economista, ma anche uno storico dell’economia, la cui opera più significativa riguarda un altro regime monetario poi dissoltosi: il Gold Standard.

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Agent-based models, l’altra microfondazione

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Abbiamo già trattato il tema delle microfondazioni economiche tradizionali. L’articolo che segue, tratto dal blog dell’OCSE, tenta di spiegare perché i modelli tradizionali sono fallaci in partenza mentre invece i modelli agent-based (basati sugli agenti) permettono di modellare i sistemi economici in modo più realistico e quindi trarre delle conclusioni rilevanti.

di Richard Bookstaber, University of California, tratto da OECD Insights

L’economia non se l’è cavata bene nel trattare le crisi. Credo che questo sia dovuto al fatto che ci sono quattro aspetti dell’esperienza umana che si manifestano durante le crisi, che non possono essere adeguatamente trattati con i metodi dell’economia tradizionale.
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