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Agent-based models, l’altra microfondazione

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Abbiamo già trattato il tema delle microfondazioni economiche tradizionali. L’articolo che segue, tratto dal blog dell’OCSE, tenta di spiegare perché i modelli tradizionali sono fallaci in partenza mentre invece i modelli agent-based (basati sugli agenti) permettono di modellare i sistemi economici in modo più realistico e quindi trarre delle conclusioni rilevanti.

di Richard Bookstaber, University of California, tratto da OECD Insights

L’economia non se l’è cavata bene nel trattare le crisi. Credo che questo sia dovuto al fatto che ci sono quattro aspetti dell’esperienza umana che si manifestano durante le crisi, che non possono essere adeguatamente trattati con i metodi dell’economia tradizionale.
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La reputazione del ministro Padoan

Scrive oggi il Sole 24 Ore:

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiarito che l’apertura di una procedura per debito eccessivo sarebbe negativa per l’economia italiana, perché provocherebbe sui mercati finanziari nuovi dubbi sulla solvibilità del paese. La presa di posizione giunge mentre sulla stampa nazionale rimbalzano voci secondo le quali una parte della maggioranza governativa vedrebbe di buon occhio questa eventualità, fosse solo per cavalcare un certo euroscetticismo della società italiana.
«La procedura di infrazione sarebbe un grosso problema in termini di reputazione che in questo periodo recente (l’Italia, ndr) ha rafforzato e costruito. Una procedura di infrazione sarebbe quindi una inversione a U rispetto a quanto fatto»

Il ministro Padoan è persona prudente e quindi il suo atteggiamento era prevedibile. Né varrebbe in effetti la pena l’apertura di una procedura di infrazione per appena lo 0,2% di deficit, se non altro perché questa è proprio la multa che ci toccherebbe pagare se poi la procedura arrivasse alla sua conclusione. Ma questo, semmai, è un motivo in più per disubbidire a richieste assurde come quelle che ci vengono avanzate.

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Draghi spiega come si esce dall’euro: servono 312 miliardi subito

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 18-12-2013 Roma Politica Camera - legge stabilita' Nella foto: Stefano Fassina, viceministro economia Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 18-12-2013 Rome Politics Chamber of Deputies - budget bill In the picture: Stefano Fassina, vice minister of economy

Vi sono due tipi di noeuro: quelli che vogliono uscire dall’euro il venerdì notte con un piano segreto, causando una “Lehman Brothers al quadrato”, e di cui ci siamo già occupati in passato. E poi ci sono quelli apparentemente più ragionevoli, i quali, coscienti dell’effetto domino che un’uscita solitaria potrebbe determinare, propongono un’ “uscita concordata”.

Ad esempio Stefano Fassina parla di un “superamento in via cooperativa, assistito dalla Bce”. A rispondergli, indirettamente, è stato proprio il presidente della BCE Mario Draghi che, nella replica ad una interrogazione dei Cinque Stelle, ha spiegato che nel caso un paese lasci l’euro, la sua banca centrale deve prima pagare tutti i debiti con la stessa BCE: “If a country were to leave the Eurosystem, its national central bank’s claims on or liabilities to the ECB would need to be settled in full.”

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Breve storia del pensiero economico – di Alessandro Roncaglia

9788859300335_0_0_1522_40In “Economisti che sbagliano- Le radici culturali della crisi” Alessandro Roncaglia affermava nel 2010 che la crisi economica che stiamo ancora vivendo non è comparabile (come si vorrebbe far credere) a un evento iscritto nell’ “ordine naturale delle cose”, ma il prodotto di valutazioni e di scelte di politica economica guidate da una precisa “visione del mondo” che – come sottolineava lo stesso Schumpeter – “costituisce l’ineliminabile retroterra preanalitico sul quale edificare le costruzioni teoriche”. Con la recente uscita di Breve storia del pensiero economico (Laterza, 2016) questo messaggio ne esce rafforzato: Roncaglia rilancia la riflessione sviluppata ne “La ricchezza delle idee” (2001) sul valore metodologico che sottende lo studio dell’economia politica e sull’impatto che le diverse “visioni del mondo” possono avere sul corso degli eventi economici. Riportiamo qui una presentazione del libro a cura dello stesso l’Autore presso l’Accademia nazionale dei Lincei.

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La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus

15941276_1211596062223274_4653194461437765191_nChi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina. Ed è questo uno tra i più preziosi contributi che ci offre Diego Angelo Bertozzi con la recente pubblicazione di Cina, da“sabbia informe” a potenza globale [Imprimatur editore, 2016, 346 pp], un lavoro di profondo scavo nella travagliata vicenda di un paese che, dismessa agli inizi del ‘900 la veste feudale del “Celeste impero”, deve trovare il giusto slancio verso l’uscita dal sottosviluppo, dovendo contrastare le molte tendenze disgregatrici interne su cui, all’avvio di questo processo, fanno leva le potenze coloniali dell’occidente.

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Neppure i noeuro sanno come uscire dall’euro

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Piergiorgio Gawronski (Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2016) e Sergio Cesaratto (FQ 16 novembre 2016) hanno risposto all’articolo di Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno e Leonello Tronti (d’ora in poi BGIPST) sull’uscita dall’euro (FQ 2 novembre 2016) in modo piuttosto singolare.

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Uscita dall’euro: la situazione è “un po’ più complessa”

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di Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno, Leonello Tronti

da Il Fatto Quotidiano del 2 Novembre 2016

“La situazione era un po’ più complessa”. La frase pronunciata da Servillo/Andreotti nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino balza subito alla mente leggendo l’articolo di Alberto Bagnai e Jens Nordvig (Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre) in cui i due autori cercano di minimizzare gli effetti dell’uscita dall’euro che, secondo molti, potrebbero essere disastrosi (vedasi “Via dall’euro non significa uscire dal liberismo”, il manifesto 7/10/2016). A tale proposito Bagnai e Nordvig sostengono che “L’onore della prova cade sui catastrofisti, poiché l’evidenza storica è contro di loro. Lo studio più autorevole sulla dissoluzione di unioni monetarie, condotto da Andrew Rose all’Università della California, chiarisce che nei 69 casi verificatisi nel dopoguerra non si registrano movimenti macroeconomici violenti prima, durante o dopo un’uscita”. Continua a leggere »

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