L’attualità di Keynes

In occasione del decimo anniversario di Keynesblog.com, pubblichiamo questo interessante articolo di Alessandro Bellocchi e Giuseppe Travaglini, tratto da “Nuova Lettera Matematica” del Dicembre 2021.

di A. Bellocchi e G. Travaglini, da “Nuova Lettera Matematica”, Dicembre 2021

“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.

È con queste parole che Keynes conclude nel 1925 il saggio “Sono un liberale?” consegnando ai suoi contemporanei, e a se stesso, le inevitabili domande di ordine economico, politico e sociale che nel nuovo quadro internazionale del primo Novecento si andavano delineando. Il senso ultimo di quel saggio, e la domanda che, oltre a darne il titolo, lo conclude, accompagneranno Keynes negli anni a venire fino alla stesura nel 1936 della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta dove darà unitarietà e coerenza alla sua critica della moderna economia monetaria e della capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.

John Maynard Keynes nasce a Cambridge, in Inghilterra, nel 1883. Figlio della borghesia colta inglese (il padre John Neville insegna filosofia ed economia politica a Oxford e Cambridge) frequenta le più prestigiose scuole e università dell’epoca: il college di Eton e l’università di Cambridge, dove si laurea nel 1906 in matematica. Maynard è un giovane brillante, di notevole intelligenza, acume, capacità analitica, spirito critico ed eclettico. Queste qualità trovano modo di esprimersi nel clima cantabrigese di rinnovamento culturale e di superamento della morale vittoriana, particolarmente vivace nella società segreta degli Apostoli, alla quale Keynes aderisce, trovandovi molta della linfa intellettuale che continuerà a diffondersi attraverso l’attività del circolo Bloomsbury. Negli anni successivi, dopo essere stato impiegato per un breve arco di tempo presso

l’India Office del Ministero del Tesoro britannico, dove maturerà le sue prime idee sui temi della moneta e della produzione, farà ritorno all’università di Cambridge nel 1908 come lecturer in economia, chiamato da Arthur Cecil Pigou, allievo, a sua volta, dell’economista Alfred Marshall, tra i maggiori intellettuali del suo tempo, protagonista e sistematizzatore del pensiero economico liberale inglese.

Da questa notevole esperienza – maturata nell’ambito dell’economia “neoclassica” e della microeconomia “marginalista” che attribuisce ai singoli soggetti il compito di spiegare le decisioni economiche sulla base delle utilità (marginali) individuali e dei principi del laissez-faire – Maynard riceve una visione aperta e non ortodossa del funzionamento dell’economia capitalista, che negli anni successivi lo condurrà a concepire un approccio “eterodosso” dell’analisi economica, dove la visione macroeconomica, le imperfezioni dei mercati, la moneta, l’incertezza e la domanda effettiva occupano un posto chiave nella determinazione della produzione e dell’occupazione. Sarà questo nuovo schema analitico, entrato poi nel linguaggio della teoria economica come modello macroeconomico, a fornire le chiavi interpretative, e le principali indicazioni di politica economica per fronteggiare la Grande Depressione degli anni Trenta, i costi economici e sociali del secondo conflitto mondiale e lo sviluppo economico del dopoguerra.

La “disobbedienza” di Keynes è certamente il leit- motiv della sua esistenza, che lo porterà ad occupare ruoli di spicco, nella cultura e nella società inglese; a dichiararsi obiettore di coscienza durante il primo conflitto mondiale; a opporsi alle riparazioni inflitte alla Germania con la pace di Versailles, che giudica insostenibili da rappresentante del Tesoro inglese presso la Conferenza di pace, e di cui argomenterà le sue ragioni nel best-seller Le conseguenze economiche della pace; a esercitare un’influenza di primo piano nella politica, non solo economica, sia inglese che internazionale; a riflettere criticamente sulle “virtù” dell’economia di mercato per giungere a concepire un linguaggio nuovo che romperà con la tradizione liberista dell’economia politica, aprendo le porte ad uno schema originale da cui scaturisce il messaggio “rivoluzionario” della Teoria Generale.

Non ci si deve, dunque, sorprendere del fascino e dell’immediata diffusione che l’opera di Keynes ebbe tra i suoi contemporanei. Un’analisi critica che per quanto sottoposta, come vedremo, nei decenni successivi, ad un vero e proprio riduzionismo, che condurrà prima alla così detta “Sintesi Neoclassica” e poi ad un “Nuovo Consenso” (Saraceno, 2020), resta oggi ancora valida e capace di esercitare una larga influenza tra gli economi- sti accademici e gli organismi governativi.

In quegli anni Keynes fece affidamento su un’ampia gamma di mezzi di comunicazione. Affidò la diffusione del suo pensiero e della sua ricerca ai libri, come è il caso della Teoria Generale, alle riviste scientifiche come l’Economic Journal di cui era condirettore, e utilizzò i quotidiani inglesi e americani per le sue polemiche economico-politiche. Scrisse numerosi pamphlet di successo su aspetti specifici. Partecipò a numerose commissioni governative sulle due sponde dell’Atlan-

tico, che rappresentavano i luoghi ideale per discutere e diffondere le proprie opinioni. Non ultimo, fu tra i maggiori protagonisti degli Accordi di Bretton Woods al termine del secondo conflitto mondiale con cui veniva ridisegnato il sistema dei pagamenti internazionale per le nazioni che entravano a far parte dell’area del dollaro.

Keynes morì prematuramente nel 1946. […] Tuttavia, molte delle sue proposte, avanzate per affrontare e superare le crisi economiche del Novecento, restano tuttora valide, anche se alcuni adattamenti del modello teorico e delle sue implicazioni di policy sono resi necessari dalla globalizzazione, dal mutare del quadro normativo, nazionale e sovranazionale, di quello geopolitico, dalle dinamiche demografiche e dall’accelerazione del progresso tecnologico, che oggi, ancora più di ieri, generano, come denunciava già Keynes “povertà nell’abbondanza”. In breve, Keynes propose una visione del sistema capitalistico riformato capace di tenere insieme tre obiettivi, per altri inconciliabili (tanto nello schema liberale quanto in quello marxista): “efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale”. Una triade difficile da comporre. In un corpus ampio e articolato di riflessioni teoriche e applicate. Come anticipato, l’iniziale fortuna interpretativa dell’opera Keynesiana sarà riassorbita a partire dalla seconda metà del ‘900 nella teoria tradizionale che considererà la Teoria Generale come un caso “speciale” del modello neoclassico. Bisognerà purtroppo aspettare la crisi finanziaria del 2008, e quella attuale scatenata della pandemia Covid-19, per veder riemergere i temi cruciali keynesiani della domanda aggregata, della instabilità degli investimenti e della trappola della liquidità (Krugman, 2021).

Non è facile ricostruire in poche pagine una vicenda così articolata. Proviamo a sintetizzarne i tratti salienti.

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