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L’Europa sta uccidendo la Grecia e così rischia di uccidere se stessa

Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate si riunirono a Versailles per la conferenza di pace. A rappresentare il Regno Unito c’era John Maynard Keynes. L’economista, allora meno che quarantenne, ben presto lasciò il tavolo e nell’estate scrisse un acerrimo pamphlet intitolato “Le conseguenze economiche della pace” in cui accusò gli alleati di riservare alla Germania il trattamento che Roma riservò a Cartagine. Keynes criticò aspramente gli eccessi del trattato di pace e spiegò che invece occorreva aiutare la Germania, non distruggerla. Inutile ricordare che, a seguito di quel trattamento, in Germania si sviluppò un crescente risentimento che favorì l’ascesa del Nazismo.

Sono in molti ad aver paragonato l’odierno comportamento tedesco nei confronti della Grecia a quello degli alleati nei confronti della Germania, criticato da Keynes, con l’ovvia differenza che la Grecia non ha mosso guerra a nessuno. 

Anche il quotidiano tedesco Spiegel ha sottolineato l’assurdità del piano europeo per la Grecia, pomposamente chiamato “salvataggio”, proponendo invece un aiuto concreto da parte dell’Europa.

[i paesi forti europei] dovrebbero dare alla Grecia una reale opportunità di rimettersi in piedi e ricominciare a crescere – in altre parole, una sorta di Piano Marshall.
Tutto questo sarebbe molto costoso, e i contribuenti Tedeschi sarebbero costretti a fare ciò che hanno temuto fin dal primo giorno – e cioè pagare per la Grecia. Tuttavia questa soluzione presenta due principali vantaggi. I pagamenti sarebbero limitati, e si starebbe veramente aiutando la Grecia.
E a differenza di tutto ciò che è stato negoziato fino ad ora, questa soluzione sarebbe anche degna di essere chiamata un pacchetto di salvataggio.

Joseph Stiglitz parlando dell’austerità imposta ai paesi periferici l’ha definita “un patto suicida”. Per ora si sta procedendo all’omicidio greco. Secondo il Guardian:

Ufficiale o non ufficiale, il messaggio [della Trojka UE-BCE-FMI] è: la Grecia non merita un processo decisionale democratico, né merita il tipo di considerazione che sarebbe stata data a qualsiasi economia dei “pesi massimi”. A un certo livello, naturalmente, questo è semplicemente ciò che accade ai paesi in bancarotta. Innumerevoli nazioni dell’Asia e dell’America latina hanno subito la stessa tortura nelle mani del FMI. La grande differenza è che questo sta accadendo in Europa, all’interno di una moneta unica che aveva lo scopo di proteggere i suoi membri di tali indegnità. Ci sono due problemi principali con questa strategia.  In primo luogo è insostenibile per i Greci – e anzi per chiunque altro segua l’economia. In secondo luogo, se questa tattica non funzionerà, l’esistenza stessa dell’euro sarà in pericolo: tutto da capo.

Deve essere chiaro ormai che la strategia di tagli non funziona in Grecia: non è efficace economicamente né socialmente e di certo non politicamente. Per prendere tre numeri pubblicati questa settimana, la produzione industriale in Grecia è scesa di oltre l’11% a dicembre rispetto a un anno fa, mentre il 20,9% di tutti gli adulti sono ora senza lavoro e solo circa la metà di tutti i giovani greci godono del sussidio di disoccupazione. In un angolo della zona euro, un membro sta attraversando una trascurata depressione, in gran parte imposta dai suoi vicini. L’austerità severa ordinata alla Grecia dalla troika  FMI, UE e Banca centrale europea non ha mai avuto lo scopo di migliorare le prospettive di crescita del paese, ma ha anche fallito nei suoi stessi obiettivi di riduzione del debito nazionale.

Ma ci sarebbe una soluzione a questo disastro annunciato? Secondo gli economisti del Levy Institute (prestigioso centro dell’economia non ortodossa) ci sarebbe. Ovvero trasformare l’Unione Europea in una transfer union, come gli Stati Uniti, facendo divenire il “fondo salva stati” un Ministero del Tesoro che risponda al parlamento. E ovviamente servirebbe una vera Banca centrale:

Nazioni come la Grecia non sono in grado di competere con paesi che sono più produttivi, come la Germania, o che hanno minori costi di produzione, come la Lettonia. Qualsiasi piano funzionale per salvare l’euro deve affrontare queste differenze.
“Far rifluire” le eccedenze delle partite correnti di paesi come Germania, Francia e Paesi Bassi verso i paesi in deficit, per esempio, investendo in euro in quei paesi, porrebbe anche fine agli squilibri commerciali, come ha fatto la Germania con l’ex Germania dell’Est dopo la riunificazione.

Per la zona euro, questo potrebbe essere realizzato ampliando il ruolo e il finanziamento dell’European Financial Stability Facility (EFSF). Un EFSF riorganizzato, che dovrebbe essere reso responsabile davanti al Parlamento Europeo, potrebbe avvicinarsi alla relazione esistente tra gli Stati Americani e il Tesoro degli Stati Uniti.

Infine, per risolvere i problemi di solvibilità, l’UEM ha bisogno di un acquirente di ultima istanza dei titoli di Stato della zona euro. Lo Statuto della Banca Centrale Europea (BCE) potrebbe essere modificato per consentire alla banca di acquistare il debito pubblico emesso dai membri UEM, fino ad un importo pari al 6 per cento del PIL di Eurolandia all’anno.

Simili suggerimenti vengono anche dall’ex Governatore della Banca Centrale Argentina su Project-Syndacate:

Oggi, l’euro si affaccia su un bivio. Una strada, quella di un’area valutaria senza controllo del debito sovrano, porterà a debito, crisi valutarie e la dissoluzione della zona euro. L’altra, quella di un’unione monetaria con una vera banca centrale, trasferimenti fiscali interni e una politica monetaria orientata regionalmente, porterà ad un recupero lento ma costante, senza default.
Chiaramente, per parafrasare Robert Frost, la strada intrapresa farà la differenza. Per questo motivo, il destino dell’euro non risiede ad Atene, o Roma, ma presso la sede della BCE a Francoforte.

Leggi l’articolo dello Spiegel [in italiano]

Leggi l’articolo del Guardian [in inglese]

Leggi l’articolo del Levy Institute [in Italiano]

Leggi l’articolo su Project-Syndacate

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2 commenti su “L’Europa sta uccidendo la Grecia e così rischia di uccidere se stessa

  1. Non potrebbe (la grecia) essersi suicidata con un eccessivo debito pubblico? Con un eccessivo numero di dipendenti pubblici? Con una spesa pubblica eccessiva? Non sempre è omicidio, talvolta è suicidio.

    • La Grecia sicuramente ha commesso errori. Ma questo non significa che meriti quello che le viene imposto. Del resto la ricetta è in applicazione da tempo e ha già peggiorato la situazione.

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