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Il debito pubblico e i nodi strutturali dello sviluppo italiano: non c’è risanamento dei conti se continua il declino industriale

Domenico Moro ci introduce alla più volte citata questione della scarsa crescita dell’economia italiana quale fattore determinante della sostenibilità del debito pubblico, chiamando in causa la riduzione della competitività e il peggioramento dei conti con l’estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni traduce un problema di “vincolo estero” alla crescita di cui troppo poco ancora si parla. E’ necessario perciò risalire alle cause di questa perdita di competitività con conseguente arretramento dell’Italia sui mercati esteri. L’Italia ha perso pezzi importanti della sua industria manifatturiera e l’attuale assetto del tessuto produttivo non è all’altezza degli standard di innovazione che sarebbero necessari allo sviluppo di un paese avanzato. Nell’analisi di Moro:

“Se il sistema industriale italiano è in declino e rischia di perdere pezzi importanti è proprio perché i politici hanno messo in pratica, dagli anni ’90, quello che le grandi imprese chiedevano e chiedono: liberalizzazioni (dal mercato dei capitali fino al mercato del lavoro) e privatizzazioni. Se l’Italia non cresce, infatti, è per la riduzione della base produttiva manifatturiera e il minore incremento della produttività.”

Su questo leit motiv si colloca l’intervento di Sebastiano Fadda che, calandosi nello specifico degli attuali processi di riforma del mercato del lavoro, propagandati come snodo di una presunta ripresa della crescita del reddito dell’Italia, ne indica l’inadeguatezza, ed invoca per contro politiche atte a “favorire e supportare la ristrutturazione e l’innovazione del sistema produttivo”.

Leggi l’articolo di Domenico Moro sul Manifesto

Leggi l’articolo di Sebastiano Fadda su nelmerito.com

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Un commento su “Il debito pubblico e i nodi strutturali dello sviluppo italiano: non c’è risanamento dei conti se continua il declino industriale

  1. Ma dopo il crollo del muro di Berlino, non eravamo tutti convinti che solo l’imprenditore privato fosse capace di gestire al meglio i fattori della produzione? E non avevamo affidato a lui la ricerca della produttivita’ abbandonando ipotesi di stato imprenditore e cogestione operaia? Beh non e’ arrivato il momento di una riflessione critico analitica su quelle scelte? Oggi che abbiamo perso la chimica, l’elettronica, l’avionica oggi che non facciamo piu’ ricerca, oggi che siamo maglia nera nella produttivita’ ? Invece di parlare solo di art. 18, che va pur rivisitato, non e’ il caso di parlare di ruolo dell’impresa privata? Di nanismo delle imprese italiane? Di ricerca della competitività solo nel lavoro precario sottopagato?

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