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Il debito pubblico e i nodi strutturali dello sviluppo italiano: non c’è risanamento dei conti se continua il declino industriale

Domenico Moro ci introduce alla più volte citata questione della scarsa crescita dell’economia italiana quale fattore determinante della sostenibilità del debito pubblico, chiamando in causa la riduzione della competitività e il peggioramento dei conti con l’estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni traduce un problema di “vincolo estero” alla crescita di cui troppo poco ancora si parla. E’ necessario perciò risalire alle cause di questa perdita di competitività con conseguente arretramento dell’Italia sui mercati esteri. L’Italia ha perso pezzi importanti della sua industria manifatturiera e l’attuale assetto del tessuto produttivo non è all’altezza degli standard di innovazione che sarebbero necessari allo sviluppo di un paese avanzato. Nell’analisi di Moro:

“Se il sistema industriale italiano è in declino e rischia di perdere pezzi importanti è proprio perché i politici hanno messo in pratica, dagli anni ’90, quello che le grandi imprese chiedevano e chiedono: liberalizzazioni (dal mercato dei capitali fino al mercato del lavoro) e privatizzazioni. Se l’Italia non cresce, infatti, è per la riduzione della base produttiva manifatturiera e il minore incremento della produttività.”

Su questo leit motiv si colloca l’intervento di Sebastiano Fadda che, calandosi nello specifico degli attuali processi di riforma del mercato del lavoro, propagandati come snodo di una presunta ripresa della crescita del reddito dell’Italia, ne indica l’inadeguatezza, ed invoca per contro politiche atte a “favorire e supportare la ristrutturazione e l’innovazione del sistema produttivo”.

Leggi l’articolo di Domenico Moro sul Manifesto

Leggi l’articolo di Sebastiano Fadda su nelmerito.com

Caro Monti la crisi non è alla fine, aumentano i veri spread tra Germania e periferia dell’Europa

Andamento del costo del lavoro per unità di prodotto nell'UE - da http://www.emilianobrancaccio.it

Lo spread tra titoli pubblici tedeschi e italiani si sta abbassando soprattutto grazie agli acquisti di titoli da parte della BCE, ma rimangono in piedi lo squilibrio commerciale che si è generato tra centro e periferia dell’Unione (favorito dalla presenza della moneta unica), lo spread della disoccupazione e quello del costo del lavoro per unità di prodotto. Continua a leggere »

La BCE è un assurdo economico

Mario Draghi e il suo predecessore Trichet

Difficile trovare una qualche razionalità nel nuovo trattato dell’Unione, il cosiddetto fiscal compact. Ma, a ben vedere, esso altro non è che il peggioramento del Trattato di Maastricht e della costruzione dell’Euro. A spiegarlo è Marcello De Cecco in un articolo pubblicato da Repubblica.

De Cecco analizza le assurdità dell’unione monetaria europea, a partire dalla BCE: “un esemplare unico nella storia monetaria: una banca centrale priva di sovranità monetaria che quindi abdicava a due delle funzioni caratterizzanti una banca centrale, la possibilità di creare moneta per finanziare i bilanci pubblici degli stati membri e di fungere da prestatore di ultima istanza per le banche dell’area della moneta unica.”

Errori che si pagano, secondo De Cecco: “Per questo abbiamo assistito a continui rinvii invece che a interventi tempestivi e massicci da parte della Bce, o anche degli organi della Unione Europea, e alla faticosa elaborazione di istituzioni e metodi di intervento nuovi, come la Efsf e Esm, tentativi abbastanza penosi di riuscire ad affrontare i gravissimi problemi posti dalla crisi senza voler prendere il toro per le corna, cioè dare alla Bce un vero statuto di banca centrale e promuovere risolutamente i passi necessari a realizzare una unione politica avente gli stessi confini della zona euro o anche solo di una parte di essa.” Continua a leggere »

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Krugman avverte l’Italia: state facendo peggio che nel 1929

Groucho Marx, per sottolineare i disastri seguiti alla crisi del 1929, disse che “i piccioni a Central Park portavano le briciole di pane ai passanti”.

Nonostante ciò, l’Italia e la Gran Bretagna hanno performance peggiori di allora.  A scriverlo è il premio Nobel per l’economia Paul Krugman sul suo blog. Sulla base dei dati storici e delle previsioni del Fondo Monetario Internazionale per il 2012 e 2013, si evince  infatti che la depressione nel nostro paese e Oltremanica continuerà senza una sostanziale ripresa, mentre sia l’Italia che il Regno Unito negli anni ’30 avevano incominciato a riprendersi dopo 3/5 anni dallo scoppio della Grande Depressione. Continua a leggere »