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Paul Krugman: “Ecco la prova di come l’austerità sia una follia criminale”

Austerità e crescita non vanno d’accordo
di Paul Krugman – articolo originale su krugman.blogs.nytimes.com

Guardando l’Europa sprofondare nella recessione – e la Grecia tuffarsi nell’abisso – mi sono trovato a chiedermi cosa ci vorrebbe per convincere le aule vocianti che l’austerità di fronte a un’economia già depressa è una pessima idea.

Dopo tutto, bastava il fallimento prevedibile e previsto di un piano di stimolo insufficiente per convincere la nostra élite politica che gli stimoli non funzionano mai, e che dovremmo sterzare immediatamente verso l’austerità, non importa se lo sforzo di tre generazioni della ricerca economica ci dice che questo è esattamente la cosa sbagliata da fare. Perché il fallimento schiacciante, e molto più decisivo, dell’austerità in Europa, non sta producendo una reazione simile?

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Titanic Europa: la “cura” dell’austerità e la causa della malattia

«Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia!»
— John Belushi, The Blues Brothers

La crisi che stiamo vivendo ci è stata spiegata così. L’elenco dei suoi presunti colpevoli è molto più lungo delle scuse di John Belushi. Dai “titoli tossici” ai trucchi contabili della Grecia, dalla bolla immobiliare negli Stati Uniti a quelle di Irlanda e Spagna, dai vecchi debiti dello Stato italiano alla politica monetaria della Federal Reserve. Nessuno di questi colpevoli, ovviamente, è in grado di spiegarla.
In Titanic-Europa (Aliberti, 2012) Vladimiro Giacché ripercorre le fasi della crisi economica più grave dai tempi della Grande Depressione e ci spiega perché non si tratta né di una crisi finanziaria che ha contagiato l’economia reale, né di una crisi causata dal debito pubblico di qualche Stato europeo. Chiarisce per quali motivi le politiche “anti-crisi” adottate dall’Unione Europea ci stanno portando al disastro e, soprattutto, cosa fare per evitarlo.

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“Laissez-faire e Comunismo”: i primi vagiti della filosofia di Keynes

La Teoria Generale di Keynes ha una lunga genesi. E’ l’approdo della strada lunga e tortuosa percorsa dal grande economista di Cambridge e molti sono ancora gli interrogativi che si presentano agli studiosi del suo pensiero, data oltretutto la mole della produzione disponibile.

Tra i tanti antecedenti, particolarmente rilevanti appaiono quegli scritti che mettono in luce i passaggi cruciali della “rivoluzione keynesiana”, con al centro il ruolo della moneta e il suo legame con i moventi speculativi e l’incertezza.

In una recente pubblicazione della prima traduzione in italiano di Laissez-faire e Comunismo, edizione americana dei due saggi La fine del Laissez-faire e Breve Sguardo alla Russia (del 1926 e 1925, rispettivamente), Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro ci offrono una interessante ricostruzione del clima in cui Keynes elaborò quegli scritti e, soprattutto, delle profonde contaminazioni di idee prodotte dai rivolgimenti della Rivoluzione d’ottobre. Un rapporto complesso, quello tra Marx e Keynes, ma innegabile nella essenzialità delle implicazioni relative all’attacco al pensiero liberista, e per l’impulso successivamente fornito alla democratizzazione degli stati novecenteschi.

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James Tobin sull’Euro, 10 anni fa: “Non è un grande successo”

L’Euro non è stato precisamente un grande successo … I paesi dell’Euro soffrono perché l’economia europea è in una cattiva situazione. La responsabilità di questo è della banca centrale europea, perché non persegue nessuna politica, come invece fa la banca di emissione americana, la FED … il presidente della banca centrale europea, mi ha detto una volta che lui non ha niente a che fare con la vera economia, con la crescita e le attività. Il suo compito è controllare rigidamente i prezzi, in altre parole lottare contro l’inflazione. Se questo è tutto quello che ha da offrire la politica monetaria europea, non sorprende che l’economia sia debole in Europa .. ha una visione molto ideologica. La stabilità dei prezzi è per lui una specie di Religione, come una volta era negli Stati Uniti per i Monetaristi.

— James Tobin, premio Nobel per l’Economia, 2 settembre 2001

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Il “finanzcapitalismo” all’attacco del lavoro

In una densa intervista Luciano Gallino ci parla delle vere rigidità del mercato del lavoro. Contrariamente a quanto si vuole costantemente far credere, queste non risiedono nella mancanza di “flessibilità” del lavoro, quanto nella estrema finanziarizzazione del capitale, che ha trasformato l’impresa da luogo della produzione reale a portafoglio su cui massimizzare i rendimenti. Per questo l’impresa passa dall’essere una sede di “rapporti di produzione” incardinata su un complesso tessuto di relazioni sociali, a “fascio di contratti” progettati per rendere massima la mobilità del capitale, svincolandolo da un luogo tipico della produzione.

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Ma è davvero finito lo Stato nazionale? L’evidenza dei fatti e le matite cinesi dicono di no

Sin dagli anni ’90 e ancor più dal 2000 in poi siamo stati bombardati da idee, che forse oggi mostrano la corda, sulla globalizzazione. Si è detto, ad esempio, che lo stato nazionale era un relitto del passato impossibile da difendere e, anche qualora fosse stato possibile, era da superare in ogni caso.

Questo approccio positivo alla globalizzazione veniva accompagnato dall’idea, forse non sbagliata in sé, ma certamente inattuata e forse velleitaria, che era necessaria più globalizzazione, nel senso di maggiori poteri alle istituzioni internazionali in un quadro tuttavia molto differente da quello dato, un quadro di democratizzazione delle decisioni prese a livello globale.

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Gli Eurobond per affrontare il problema del debito pubblico e la crescita

Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi sono gli autori di una delle proposte in campo per gli Eurobond, ovvero i titoli di stato a livello europeo.

Nel video che segnaliamo e nell’intervista rilasciata a Rassegna Sindacale della Cgil, l’economista Quadrio Curzio spiega il fondamento di questa proposta tesa alla stabilizzazione dei debiti pubblici dei singoli stati, scoraggiando così la speculazione, alla riduzione dei tassi d’interesse e allo stimolo alla crescita e all’occupazione nell’area dell’euro.

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La BCE propone di abbassare i salari in una crisi da bassi salari

Ieri la Banca Centrale Europea ha proposto la sua cura per la crisi attuale: flessibilità del mercato del lavoro e flessibilità dei salari. Una ricetta che però sembra in contrasto con le cause stesse della crisi, come sono state analizzate già nel 2009 da Jean Paul Fitoussi e dal premio Nobel Joseph Stiglitz:

La crisi ha radici strutturali. La carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda.

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Lezioni per i progressisti dall’austerità negli anni ’70 a quella odierna

Riportiamo, senza commento alcuno, l’ammonimento finale dell’ultimo editoriale di Economia e Politica firmato da Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (Università di Napoli).

Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale.

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Lezioni americane su ricerca e innovazione (a prova di austerity)

Poco meno di un anno fa erano in molti quelli che scommettevano sulla scarsa capacità che avrebbe avuto Obama nel condurre l’azione di risanamento del bilancio federale evitando una eccessiva penalizzazione del Welfare. Ed in effetti la morsa della crisi internazionale, insieme alla feroce offensiva del partito repubblicano, rendevano assai verosimile una simile ipotesi. Le cronache attuali ci riportano però qualcosa di diverso e di maggiormente positivo per ciò che attiene la strategia economica del Presidente degli Stati Uniti.

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