Austerità e crescita non vanno d’accordo
di Paul Krugman – articolo originale su krugman.blogs.nytimes.com
Guardando l’Europa sprofondare nella recessione – e la Grecia tuffarsi nell’abisso – mi sono trovato a chiedermi cosa ci vorrebbe per convincere le aule vocianti che l’austerità di fronte a un’economia già depressa è una pessima idea.
Dopo tutto, bastava il fallimento prevedibile e previsto di un piano di stimolo insufficiente per convincere la nostra élite politica che gli stimoli non funzionano mai, e che dovremmo sterzare immediatamente verso l’austerità, non importa se lo sforzo di tre generazioni della ricerca economica ci dice che questo è esattamente la cosa sbagliata da fare. Perché il fallimento schiacciante, e molto più decisivo, dell’austerità in Europa, non sta producendo una reazione simile?
La crisi che stiamo vivendo ci è stata spiegata così. L’elenco dei suoi presunti colpevoli è molto più lungo delle scuse di John Belushi. Dai “titoli tossici” ai trucchi contabili della Grecia, dalla bolla immobiliare negli Stati Uniti a quelle di Irlanda e Spagna, dai vecchi debiti dello Stato italiano alla politica monetaria della Federal Reserve. Nessuno di questi colpevoli, ovviamente, è in grado di spiegarla.
La Teoria Generale di Keynes ha una lunga genesi. E’ l’approdo della strada lunga e tortuosa percorsa dal grande economista di Cambridge e molti sono ancora gli interrogativi che si presentano agli studiosi del suo pensiero, data oltretutto la mole della produzione disponibile.
L’Euro non è stato precisamente un grande successo … I paesi dell’Euro soffrono perché l’economia europea è in una cattiva situazione. La responsabilità di questo è della banca centrale europea, perché non persegue nessuna politica, come invece fa la banca di emissione americana, la FED … il presidente della banca centrale europea, mi ha detto una volta che lui non ha niente a che fare con la vera economia, con la crescita e le attività. Il suo compito è controllare rigidamente i prezzi, in altre parole lottare contro l’inflazione. Se questo è tutto quello che ha da offrire la politica monetaria europea, non sorprende che l’economia sia debole in Europa .. ha una visione molto ideologica. La stabilità dei prezzi è per lui una specie di Religione, come una volta era negli Stati Uniti per i Monetaristi.
In una densa intervista Luciano Gallino ci parla delle vere rigidità del mercato del lavoro. Contrariamente a quanto si vuole costantemente far credere, queste non risiedono nella mancanza di “flessibilità” del lavoro, quanto nella estrema finanziarizzazione del capitale, che ha trasformato l’impresa da luogo della produzione reale a portafoglio su cui massimizzare i rendimenti. Per questo l’impresa passa dall’essere una sede di “rapporti di produzione” incardinata su un complesso tessuto di relazioni sociali, a “fascio di contratti” progettati per rendere massima la mobilità del capitale, svincolandolo da un luogo tipico della produzione.
Sin dagli anni ’90 e ancor più dal 2000 in poi siamo stati bombardati da idee, che forse oggi mostrano la corda, sulla globalizzazione. Si è detto, ad esempio, che lo stato nazionale era un relitto del passato impossibile da difendere e, anche qualora fosse stato possibile, era da superare in ogni caso.


Poco meno di un anno fa erano in molti quelli che scommettevano sulla scarsa capacità che avrebbe avuto Obama nel condurre l’azione di risanamento del bilancio federale evitando una eccessiva penalizzazione del Welfare. Ed in effetti la morsa della crisi internazionale, insieme alla feroce offensiva del partito repubblicano, rendevano assai verosimile una simile ipotesi. Le cronache attuali ci riportano però qualcosa di diverso e di maggiormente positivo per ciò che attiene la strategia economica del Presidente degli Stati Uniti.