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Il “finanzcapitalismo” all’attacco del lavoro

In una densa intervista Luciano Gallino ci parla delle vere rigidità del mercato del lavoro. Contrariamente a quanto si vuole costantemente far credere, queste non risiedono nella mancanza di “flessibilità” del lavoro, quanto nella estrema finanziarizzazione del capitale, che ha trasformato l’impresa da luogo della produzione reale a portafoglio su cui massimizzare i rendimenti. Per questo l’impresa passa dall’essere una sede di “rapporti di produzione” incardinata su un complesso tessuto di relazioni sociali, a “fascio di contratti” progettati per rendere massima la mobilità del capitale, svincolandolo da un luogo tipico della produzione.

“Quando il capitale deve essere spostato altrove” spiega Gallino “i lavoratori diventano – come si usa dire – degli esuberi, visto che anche l’impianto deve essere chiuso o trasferito altrove. La chiusura degli stabilimenti rappresenta un caso estremo, ma ad esso si accompagnano le fortissime pressioni esercitate sui salari, con la funzione principale di massimizzare il rendimento del capitale, prima ancora che per incrementare la produzione.”

Quanto all’Italia, le cose non vanno in modo differente, semmai peggiore. Perché l’Italia sconta anche un ritardo della sua struttura industriale, centrata su produzioni a minor contenuto tecnologico e a più basso valore aggiunto. Tutto questo ha creato ulteriori pressioni sull’abbassamento dei salari e sul costante trasferimento di quote del prodotto nazionale dai salari ai profitti. L’Italia, stando anche agli ultimi dati dell’Ocse, risulta essere peraltro tra i mercati del lavoro con minor grado di rigidità proprio perché è il lavoro ad essersi fatto carico delle deficienze di una produzione meno appettita dai mercati. Tutto questo porta inoltre ad una continua caduta della produttività, da intendersi – correttamente – in termini di valori unitari della produzione e non – come invece si tende a far passare nell’immaginario collettivo – come quantità di merci per unità di tempo prodotte da un improbabile operario un po’ sgangherato simile al Chaplin di “Tempi moderni”.

Scardinare il contratto nazionale non può che far peggiorare ulteriormente questo stato di cose, producendo un ulteriore spostamento delle quote di prodotto nazionale dai salari ai profitti. E provocando, inevitabilmente, forti slittamenti della domanda aggregata. Allo stato, una salvaguardia dell’apparato contrattuale e la messa in opera anche di politiche di creazione diretta di posti lavoro per mano pubblica può risultare la ricetta più efficace per il sostegno ad una domanda dalla tenuta assai precaria. Azioni indirette sul piano degli incentivi fiscali, rischierebbero altresì di dispedersi anche in settori stagnanti, senza creare “l’effetto leva” voluto.

La creazione diretta di posti di lavoro non è una ricetta di stampo radicale. Essa è stata utilizzata dal Partito Democratico americano nel New Deal. Ieri un altro democrat, l’economista Paul Krugman, ha avanzato l’idea di assumere immediatamente almeno un milione di lavoratori nel settore pubblico, in particolare l’istruzione (mentre gli USA sfondano il tetto del 100% di rapporto tra debito e Pil).

Leggi “Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo”

Leggi il post di Paul Krugman “Reversing loal austerity”

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