Oltre dieci anni di deflazione salariale si fanno sentire anche in un paese ricco come la Germania. Il grafico mostra l’andamento dei consumi (in termini reali, quindi al netto della crescita dei prezzi) nella “locomotiva” d’Europa dagli anni 70 ad oggi. E’ impressionante la frenata negli anni 2000, preceduta da un rallentamento vistoso a metà degli anni ’90, sotto il governo Kohl.
[VIDEO] EPIC intervista Emiliano Brancaccio su euro, austerità, MMT
Il gruppo EPIC (Economia Per I Cittadini) ha intervistato Emiliano Brancaccio, ricercatore e docente di Economia presso l’Università del Sannio.
Le cause della crisi europea, le divergenze tra paesi centrali e paesi periferici dell’Unione, gli ostacoli all’adozione di riforme in grado di contrastare le forze centrifughe in atto e la prospettiva di una implosione della zona euro. Una critica alla posizione di alcuni esponenti della Modern Money Theory favorevoli alle acquisizioni estere di capitali nazionali e un chiarimento sul fatto che esistono modi ben diversi di gestire una eventuale uscita dalla zona euro.
La grande separazione tra finanza ed economia reale
Kemal Derviş, già ministro dell’Economia della Turchia e Amministratore del programma UNDP delle Nazioni Unitie, punta il dito sul ritorno del bel tempo nelle borse di tutto il mondo, che hanno superato i livelli pre-crisi. Nel frattempo però, l’economia reale continua a languire: l’Europa è in recessione e negli USA il recupero è estremamente lento, mentre il salario reale dei lavoratori americani è crollato significativamente e non sembra voler risalire. Sembrano le condizioni ideali per una nuova bolla finanziaria globale.
di Kemal Derviş, da Project Syndicate
Dalla seconda metà del 2012, i mercati finanziari hanno registrato un forte recupero in ogni parte del mondo. Negli Stati Uniti, la media industriale del Dow Jones ha raggiunto un massimo storico all’inizio di marzo, con un incremento di quasi il 9% rispetto allo scorso mese di settembre. In Europa, i “cannoni d’agosto” del presidente della Bce Mario Draghi si sono rivelati molto efficaci. Draghi, infatti, è riuscito a far dimenticare lo scivolone dell’euro promettendo un acquisto di bond dei governi membri potenzialmente illimitato. Tra il 1° settembre e il 22 febbraio, l’indice FTSEurofirst è salito di quasi il 7%. Anche in Asia, sempre da settembre, i mercati finanziari hanno segnato un rialzo, quello giapponese in particolare.
La notte degli Alesina viventi

di Paul Krugman da krugman.blogs.nytimes.com
Ehi, ricordate i bei vecchi tempi dell’austerità espansiva? Su entrambi i lati dell’Atlantico, i fautori dell’austerità hanno preso il lavoro accademico di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sostenendo che il consolidamento fiscale, se concentrato sui tagli alla spesa, porterebbe all’espansione economica. Non perché lo studio fosse particolarmente interessante – visto che anche una rapida occhiata suggeriva che la metodologia per la trattazione dell’austerità era gravemente viziata. Piuttosto Alesina ha detto alla gente quello che voleva sentirsi dire, e loro si sono accodati.
Continua a leggere »
La contraddizione di Fassina

Stefano Fassina, responsabile economico del PD, su “L’Unità” di ieri [link] ha analizzato le cause della sconfitta del centrosinistra in collegamento con i temi europei. Un’analisi convincente, in cui Fassina spiega che il voto a Grillo non è solo “anticasta”. Sono però le conclusioni a lasciare perplessi.
Uno nuovo studio del FMI conferma: l’austerità fa crescere il debito pubblico

Non è bastato il mea culpa del capo economista del FMI Olivier Blanchard che, prima del World Economic Outlook 2012 e poi con un apposito working paper aveva spiegato che l’austerità è controproducente perché deprime l’economia.
Ora un nuovo studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale e intitolato “La sfida della riduzione del debito durante il consolidamento fiscale” punta il dito sulla crescita del debito pubblico nei paesi che tentano di “stringere la cinghia”.
La grandezza “nominale” di Noise from Amerika e i fatti “reali”
Premessa: come abbiamo spiegato diverse volte la Germania ha accumulato, ad euro vigente, ingenti surplus commerciali negli ultimi 10 anni grazie alla deflazione salariale. Rispondendo ad un commento di uno degli autori di questo blog, il prof. Giulio Zanella sul sito “Noise From Amerika” nega che ciò sia vero e mostra questo grafico:
che poi il prof. Alberto Bisin ha prontamente integrato nel suo articolo “I negazionisti dell’euro“.
Peccato che il grafico riporti le retribuzioni nominali, invece di quelle reali. L’inflazione sarà pure bassa in Germania, ma non è zero.
Come stanno davvero le cose allora? E per “davvero”, intendiamo in termini reali, non monetari. Eccole (questo e i grafici successivi sono costruiti su dati Eurostat):
Il che ovviamente ha portato la Germania a crescere grazie alle esportazioni, mentre gli altri paesi si sono dati al consumo (di prodotti tedeschi):
Il che ha contribuito ai ben noti problemi di squilibrio delle partite correnti:
Capiamo tutto, ma non negare l’evidenza, soprattutto confondendo le grandezze nominali con quelle reali.
Fonte dei grafici: http://www.social-europe.eu/2011/12/following-germanys-lead-to-economic-disaster/
Per un confronto Germania/PIIGS e Francia si veda inoltre questo post, dove sono messe in relazione le retribuzioni e la produttività tedesche da una parte e quelle dei Piigs più la Francia dall’altra, in modo da mostrare le variazioni relative tra paesi.
p.s.
Il prof. Zanella ha rettificato la sua affermazione:
Per una mia disattenzione le serie che ho riportato nella figura sono in termini reali per produttivita’ del lavoro e costo unitario del lavoro, ma in termini nominali per compensazione (oraria) del lavoro. In termini reali quest’ultima e’ stagnante in Germania, come affermato da Guido Iodice e come documentato in dettaglio qui.
Chiedo pertanto scusa a Guido per la mia imprecisione. Se intendeva (come credo intendesse) salari reali, allora quello che scrive e’ corretto.
Ringraziamo il prof. Zanella per la correttezza, tuttavia il grafico nell’articolo del prof. Bisin è rimasto al suo posto. E ce ne dispiaciamo, perché tende a sostenere una tesi che, come ormai è chiaro nella vastissima letteratura in merito, non sta in piedi. (aggiornamento all’11 marzo ore 21.49: il grafico incriminato è stato rimosso)
p.p.s
Il lettore Daniele, nei commenti, solleva questa obiezione:
In che modo i salari reali influenzerebbero la competitività di un paese? Nella gran parte dei modelli economici, la capacità di un paese di esportare (alla fine, delle sue imprese) dipende essenzialmente da salari nominali + produttività + tasso di cambio (che poi vengono combinati nell’indice di costo unitario del lavoro). Non ho ben chiaro invece da dove derivi la rilevanza dei salari reali.
Si tenga presente che la stagnazione dei salari reali (anzi, nel caso tedesco si può parlare di un calo consistente) ha anche l’effetto di deprimere la domanda interna, costituendo così uno “scoraggiamento” per le importazioni. Se la produttività aumenta, ciò comporta la creazione di “eccedenze produttive” rispetto alla capacità d’acquisto domestica. Chi le compra? Nel caso della Germania (a parte i mercati extra UE) soprattutto gli europei meridionali e la Francia, ovvero i paesi che non hanno compresso i salari. Un po’ meno gli italiani, che vedono i salari reali stagnanti. Nel caso degli USA, invece, si è alimentata la domanda interna con il credito, in modo da assorbire le suddette eccedenze, ma creando così le premesse per la crisi finanziaria.
Si noti che la depressione della domanda è il metodo con il quale si stanno riequilibrando le bilance commerciali in Europa, un riequilibrio che si sta rivelando controproducente per la stessa Germania.
Perché i politici ignorano i richiami degli economisti?

Tanto è dominante la linea dell’austerità in Europa da essersi affermata saldamente anche in paesi come l’Olanda nei quali l’approccio all’intervento in economia è storicamente di tutt’altro tipo. Per questo secondo Simon Wren Lewis docente di economia a Oxford, è necessario capire la questione più profondamente facendo luce sulle ragioni per cui i politici stanno ormai pervicacemente ignorando le valutazioni degli economisti sugli effetti nocivi delle politiche di austerità. Anche l’Olanda, che sta facendo i conti con la recessione, è entrata nel perfetto circolo vizioso che vede aumentare il rapporto deficit/Pil, rincorrendo inutilmente l’obiettivo del Patto di Stabilità attraverso tagli alla spesa. E quel che è più incredibile – sottolinea Lewis – è che il leader dei laburisti – che fan parte della coalizione di governo – ritiene semplicemente di mitigare l’azione dei tagli alla spesa pubblica spostandoli all’anno successivo!
Le tasse, la “casta” e la finanza speculativa

La rilevante operazione di ridistribuzione del reddito dal lavoro alla rendita finanziaria attuata negli ultimi anni, oltre a frenare la crescita economica, costituisce un potenziale “boomerang” per la tenuta dei conti pubblici di tutti i Paesi dell’’eurozona. Ecco qual’è la vera Casta contro cui ci si dovrebbe battere.
di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega on line
Continua a leggere »
Keynes in difesa del protezionismo economico

Pubblichiamo ampi estratti del saggio di John Maynard Keynes “Autosufficienza economica” pubblicato nel 1933, le cui suggestioni sembrano attuali oggi come allora, anche in connessione alle vicende dell’eurozona, la cui crisi ha origine negli squilibri delle bilance dei pagamenti. Keynes smonta l’idea che i commerci internazionali liberi portino alla pace e alla concordia tra le Nazioni, sottolineando invece che la conquista di mercati esteri spesso è all’origine dei conflitti, sicché le guerre commerciali divengono con facilità guerre militari. Ma anche la pretesa dell’assoluta necessità di un mercato internazionale libero da ogni vincolo non trova giustificazione nel capitalismo moderno, perché i progressi della tecnica e la sostituzione delle materie prime permettono alle nazioni di liberarsi, almeno in parte, dai vincolo delle importazioni dall’estero. Per Keynes si tratta di cogliere l’opportunità di rivedere in modo critico i presupposti del liberoscambismo ottocentesco, che ai giorni nostri è nuovamente dominante nella teoria economica, non per chiudersi ai commerci in modo pregiudiziale, ma per valutare un bilanciamento tra grado di liberalizzazione dei commerci e grado di autonomia in campo economico che permetta di mantenere la piena occupazione. Da queste riflessioni scaturì l’idea, che Keynes portò a Bretton Woods, di un sistema monetario internazionale che mantenesse per ogni paese l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.





