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Una Denuncia e un Appello dal Mondo della Ricerca al Governo e alle Forze Politiche

Dal sito ROARS (Return on Academic Research) riportiamo il seguente appello:

Lo spread culturale con la Corea è salito a 430 punti. Crollano gli investimenti: – 14% in cinque anni. Crolla l’occupazione dei giovani nelle fabbriche della conoscenza: – 17%. Aumentano le tasse: + 50%. Ildeficit commerciale nell’alta tecnologia ha raggiunto punte dell’1% del PIL. Siamo già oltre l’orlo del burrone. Così il Paese si è giocato il futuro. Le colpe dei padri già ricadono sui figli.[1]

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Il monito degli economisti: Continuando così l’Europa deflagrerà

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Nello stesso giorno in cui i media celebrano la vittoria di Angela Merkel in Germania, il Financial Times pubblica un testo che interpreta molto diversamente la fase e che guarda più avanti: è “Il monito degli economisti” (“The Economists’ Warning”), un documento promosso dagli italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e sottoscritto da alcuni tra i principali esponenti della comunità accademica internazionale, appartenenti a varie scuole di pensiero: tra di essi Philip Arestis (University of Cambridge), Wendy Carlin (University College of London), James Galbraith (University of Texas), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Eckhard Hein (Berlin School of Economics and Law), Alan Kirman (University of Aix-Marseille III), Jan Kregel (ex capo dell’ufficio Finanziamenti per lo sviluppo dell’ONU), Dimitri Papadimitriou (presidente del Levy Economics Institute), Pascal Petit (Université de Paris Nord), Dani Rodrik (Institute for Advanced Study, Princeton), Willi Semmler (New School University, New York), Tony Thirlwall (University of Kent) ed altri.

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Keynes vs Hayek su conoscenza e incertezza [video]

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Molto si è scritto e visto sullo scontro intellettuale tra Keynes e Hayek che, a differenza di quanto sostengono alcuni libri, non ha affatto definito l’economia moderna (i veri avversari/interlocutori di Keynes erano i neoclassici marshalliani, la scuola di teoria economica da cui egli stesso proveniva). Tuttavia il confronto tra le idee dei due economisti rimane interessante anche senza enfatizzarne eccessivamente le conseguenze teoriche e storiche. 

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La duratura importanza di Keynes

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di Lord Robert Skidelsky  

Permettetemi di cominciare col dire qualche parola su Keynes e gli economisti italiani. Keynes aveva conosciuto Luigi Einaudi, un professore di finanza pubblica all’Università di Torino, alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919. Nel 1921, Keynes commissionò un articolo sulla finanza pubblica italiana ad Einaudi, un articolo destinato ai Manchester Guardian Reconstruction Supplements, dei quali Keynes era curatore. L’articolo fu pubblicato nell’ottava edizione, in data 28 settembre 1922. Il 7 dicembre 1921, Keynes fece la conoscenza a Londra di Piero Sraffa, uno studente ventitreenne di Einaudi, che gli si presentò con una lettera di presentazione scritta dal Professore Salvemini. Il rapporto con Einaudi si spense, quello con Piero Sraffa fiorì. Nel corso del tempo, questo rapporto diede vita alla caratteristica scuola italiana di economia keynesiana Sraffiana o neo-Ricardiana, della quale Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti e Alessandro Roncaglia sono stati degli esponenti illustri.

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Prima spendi, poi tassa

pigadi Gustavo Piga

Da due anni […] abbiamo chiesto, ai vari Ministri e Presidenti che si sono succeduti sullo scranno della politica economica, di usare i costanti incrementi di tasse a cui hanno fatto ricorso – per abbattere un debito che invece si nutriva proprio dei frutti di questi aumenti recessivi delle imposte per crescere – per finanziare nel sistema economico quella domanda di beni e servizi che non appare volersi materializzare con la mano invisibile, né via famiglie italiane via consumi né Via imprese italiane via investimenti.

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Il paradosso dell’Euro forte (e della rupia debole)

Un articolo di Daniel Gros pubblicato dal Sole 24 Ore offre qualche spunto interessante per capire come il regime di cambi flessibili in vigore dal 1971 sia tutt’altro che ottimale.

Quando la Federal Reserve ha iniziato i “”quantitative easing”, i paesi emergenti hanno elevato vibranti critiche, temendo che gli Stati Uniti volessero perseguire una sistematica svalutazione del dollaro che li avrebbe danneggiati. Eppure, spiega Gross, i QE non hanno avuto effetti sostanziali sugli emergenti. Ciò che invece ha davvero danneggiato i Brics è l’austerità europea:

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Disoccupazione giovanile, diseguaglianze distributive e “meritocrazia”

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di Guglielmo Forges Davanzati* per Keynes blog

L’ultimo Rapporto OCSE (link) mette in evidenza il fatto che il tasso di disoccupazione è in crescita in quasi tutti i Paesi industrializzati e, in particolare, nell’eurozona e in Italia. Banca d’Italia, fin da 2010, registra che la riduzione dell’occupazione si è manifestata più sotto forma di riduzione delle assunzioni che di aumento dei licenziamenti (link), e che la crescita della disoccupazione riguarda principalmente la componente giovanile della forza-lavoro. Il tasso di attività di individui di età compresa fra i 15 e i 64 anni, nel 1993, era del 58%, a fronte del 42% di quello di individui collocati nella fascia d’età 15-24. Nel 2004, il tasso di attività nella fascia d’età 15-64 è aumentato collocandosi a oltre il 62%, mentre, nello stesso arco temporale, si è ridotto il tasso di attività giovanile, collocandosi intorno al 35%. Nel corso degli ultimi anni, il divario fra occupazione “adulta” e occupazione giovanile è costantemente aumentato, portando il tasso di disoccupazione giovanile a circa il 40% (fonte ISTAT), fatto del tutto inedito nella storia dell’economia italiana. Ciò nonostante, sembra che il dibattito su questi temi si concentri quasi esclusivamente sulle misure di contrasto al fenomeno, in assenza di una preventiva individuazione delle cause.

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Elogio della rigidità

Elsa-Fornero

Contrariamente a quanto spesso propagandato, una certa dose di rigidità nel mercato del lavoro non solo non danneggia l’economia e non crea disoccupazione, ma offre un efficace antidoto all’instabilità dell’economie di mercato
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Per un “superamento controllato” dell’Euro

lpandolfi7-9-13di Luigi Pandolfi da Economia e Politica

Nel novero delle economie europee, quella italiana presenta segni di maggiore affanno, con il Pil ancora contrassegnato dal segno meno dopo 8 trimestri consecutivi. Secondo l’ultima stima di Eurostat[1], nel secondo trimestre 2013 il Pil è cresciuto dello 0,3% sia nell’Eurozona sia nella Ue-27, mentre in Italia si è avuto un -0,2%. Beninteso, il dato complessivo dell’Eurozona e della Ue non dice che l’Europa è uscita dalla crisi in cui è piombata da più di un lustro ormai: ben altri ritmi dovrebbe avere la crescita per recuperare il terreno perduto e compensare i danni che stanno provocando le politiche di austerità. Nondimeno in un contesto che fa registrare qualche segnale di ripresa, l’Italia rimane al palo.

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L’austerità sta piantando i semi della prossima crisi

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Le politiche di austerità hanno peggiorato la competitività dei paesi periferici dell’Eurozona. Se ci sarà la ripresa, gli squilibri futuri delle bilance dei pagamenti potrebbero quindi essere più profondi di quelli alla base della crisi dei debiti sovrani.

di Francesco Saraceno – OFCE – SciencesPo Parigi e Luiss Scuola di Economia politica europea, Roma

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