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Meno rigore, più spesa pubblica, uguale più crescita

In continuazione sentiamo ripetere che con più flessibilità e più liberalizzazioni il Paese tornerà a crescere. Per chi segue il nostro blog queste affermazioni sono facilmente smontabili: il problema immediato non è eliminare vincoli, ma far crescere la domanda aggregata per far ripartire la produzione, né tanto meno si può pensare di creare lavoro rendendo più semplici i licenziamenti.

Anche Gustavo Piga, docente di economia all’Università Tor Vergata, è scettico sulla politica economica finora adottata e chiede un’inversione dell’ordine delle priorità nell‘intervista pubblicata dal sito web Linkiesta.

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Come la Grande Depressione trasformò i capitalisti in keynesiani

di Kenneth Lipartito
professore di storia alla Florida International University

Rieletto con il 61 per cento dei voti nel 1936, il presidente Franklin D. Roosevelt disse ai suoi sostenitori: “Ora torno a fare quello che chiamano l’equilibrio di bilancio”. Fedele alla sua parola, tagliò la spesa e immediatamente mandò la nazione in una fase di recessione, un declino più marcato rispetto a quello del 1929.

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Meglio discutere dell’articolo 18 o del lavoro che non c’è?

L’ostinazione a centrare i problemi dello sviluppo italiano sulla riforma del mercato del lavoro sembra non trovare fine. Ma sembra non trovare fine anche l’ostinazione con cui diversi economisti e sociologi si prodigano nel ribadire che con la creazione di posti di lavoro (il reale dramma dell’Italia) l’articolo 18 non ha nulla a che fare. Giunge così l’ennesimo richiamo sulla questione da parte di Chiara Saraceno, che sulle colonne di Repubblica di ieri sostiene:  Continua a leggere »

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Due appelli contro il pareggio di bilancio in Costituzione

In vista del voto definitivo del Senato sul pareggio di bilancio in Costituzione si moltiplicano le iniziative contrarie. Qui riportiamo due appelli, il primo della prestigiosa rivista “il Ponte”, fondata da Pietro Calamandrei e il secondo del Network per il Socialismo Europeo guidato da Lanfranco Turci, che al di là del merito rivendica il diritto degli elettori di esprimersi su una così rilevante materia.

Possiamo inoltre anticipare che è in elaborazione un terzo appello, firmato da altre prestigiose personalità, sempre con lo stesso obiettivo.

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Il ritorno della stagflazione?

Piano piano eccola ricomparire. E’ l’inflazione, che di giorno in giorno si annuncia in nuove stime al rialzo e in previsioni di ulteriori incrementi collegati ai prezzi dell’energia e delle accise. Si tratta di rialzi dei prezzi che contribuiranno ad erodere significativamente il potere di acquisto dei lavoratori e ad aumentare la sperequazione tra i redditi, che come è noto è già in forte sofferenza e peggiore di quella dei maggiori paesi europei e in generale di tutte le piccole economie nord-europee.
Questa lettura del quadro che si va determinando non sembra tuttavia scontata, almeno per il governo Monti.
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L’illusione delle liberalizzazioni, delle imposte indirette e delle politiche supply side

Le linee di politica economica in Italia si alimentano di miti. E’ proprio vero che la concorrenza genera sempre un vantaggio per il consumatore? Davvero le imposte indirette sono meno penose di quelle dirette? E’ certo che l’occupazione si avvantaggia agendo solo dal lato dell’offerta?

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Quanto fumo sulla Tobin tax

Si torna a parlare di Tobin tax, ma gli equivoci che si celano nella discussione sono ancora molti. A Bruxelles ne hanno discusso nuovamente i capi di governo, decretando peraltro l’ennesimo rinvio.

Il fatto è che spesso rimangono oscuri i suoi obiettivi. Per molti la Tobin tax è sinonimo di Robin Hood tax, cioè una tassa con un’aliquota estremamente limitata in modo da massimizzarne il gettito, che consentirebbe essenzialmente di prendere risorse dal capitale finanziario per destinarle alla solidarietà.

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In Germania più difficile licenziare che in Italia, ma i mini job creano maggiore divisione nel mondo del lavoro

Mentre torna ad imperversare lo scontro sull’articolo 18, con il governo intenzionato ad incrementare la flessibilità in uscita, Paneacqua pubblica un’intervista a Piergiovanni Alleva, docente del diritto del lavoro presso l’Università di Ancona e ad Andrea Allamprese, docente di diritto del lavoro presso l’Università di Modena.

L’idea del governo esposta ieri ai sindacati sarebbe di adottare il “modello tedesco” in Italia, senza però considerare tutti i suoi aspetti.

Come abbiamo già detto diverse volte, in Germania le tutele per i lavoratori stabili sono de facto maggiori di quelle italiane, tant’è che l’OCSE assegna alla Germania un indice di protezione del lavoro (EPL) pari a 3, contro il misero 1,7 del nostro paese. Il meccanismo viene spiegato nei dettagli da Alleva e Allamprese e si caratterizza per il peso del sindacato sul processo decisionale. Un peso che appare in una certa misura “opprimente” per la stessa libertà d’impresa, almeno se giudicato con i parametri comuni nel dibattito pubblico italiano. Senza che ciò, va rilevato, abbia mai creato grossi problemi al sistema produttivo tedesco, da sempre tra i più competitivi del continente.

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La crisi del debito può ripetersi, la BCE deve comprare titoli di stato per salvare l’Euro

Sì, gli spread italiani si stanno abbassando. Ma la domanda è: per quanto? E cosa ci assicura che non capiti di nuovo una fiammata come quella che abbiamo vissuto? A queste domande Paul De Grauwe, noto e prestigioso economista della London School of Economics, cerca di dare risposta sul Financial Times:

Dal dicembre dello scorso anno la Banca centrale europea ha iniettato una grande quantità di liquidità nel sistema bancario della zona euro. Queste iniezioni sono state necessarie per salvare il sistema bancario europeo. Inoltre, questi metodi da prestatore di ultima istanza, noti come longer-term refinancing operations (LTRO), hanno contribuito a stabilizzare i mercati del debito sovrano della zona euro. Ma ora può essere detto che erano mal progettati, il che rende probabile che la BCE dovrà porvi fine.

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Margaret Thatcher ha vinto


di Olle Svenning sul Aftonbladet, Stoccolma

Durante un discorso alla confederazione inglese dei sindacati, due anni prima della caduta della lady di ferro Margaret Thatcher, il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, aveva promesso un’Europa sociale che avrebbe difeso i diritti dei lavoratori e avrebbe garantito la piena occupazione. I militanti sindacali si erano alzati per intonare tutti insieme Frère Jacques in onore del loro salvatore. Durante i primi cinque anni del mandato di Jacques Delors, 12 milioni di posti di lavoro sono stati creati nell’Unione europea. In quel periodo l’eurofilia era un sentimento normale.

Che canzone intonerebbero oggi le confederazioni sindacali europee in onore di Herman van Rompuy, l’attuale presidente dell’Ue? Forse la canzone del suo compatriota Jacques Brel, On n’oublie rien [“Non dimentichiamo nulla”]. Oggi infatti l’Unione conta 17 milioni di disoccupati.

La settimana scorsa le organizzazioni sindacali di tutta Europa hanno manifestato contro il trattato fiscale dell’Ue, che raccomanda tagli drastici del piano sociale, accompagnati da riduzioni dei diritti e delle libertà civili. In questo modo l’Europa ha definitivamente seppellito l’ideologia sociale dello stato assistenziale, che era stata sostenuta tanto dai cristiano-sociali che dai socialdemocratici, i due grandi partiti europei.

Attraverso il suo patto di stabilità, l’Ue impone la concezione thatcheriana dell’economia all’insieme dei suoi paesi membri. Ricordiamo però che il capitalismo autoritario di Thatcher era stato approvato dai cittadini attraverso un’elezione democratica. Al contrario, l’Ue prende le sue decisioni senza alcuna legittimità popolare o democratica. Le alte istanze dell’Ue vogliono prima di tutto salvare l’euro – la moneta simbolo della follia economica e della tracotanza politica che divide l’Europa fra le regioni ricche e quelle condannate alla povertà.

Leggi l’articolo su Presseurope.eu (in italiano)