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Munchau: “I socialdemocratici tedeschi hanno abbandonato Keynes”

In un editoriale sullo Spiegel, il commentatore economico Wolfgang Munchau (noto per le sue posizioni critiche sulla Merkel, Monti e l’euro) sostiene che il totale abbandono dell’economia keynesiana da parte dell’SPD l’ha ormai privata di un efficace “narrazione elettorale”. Per Munchau, l’SPD ha rinunciato al keynesismo quando l’ultimo keynesiano nel partito, Oskar Lafontaine, uscì nel 1999, lasciando il campo aperto a Gerhard Schroder, che in seguito ha perseguito le sue riforme supply-side.

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La crisi continua, come volevasi dimostrare

RRealfonzodi Riccardo Realfonzo, da ilfattoquotidiano.it

C’era chi, forse punito dal torrido sole agostano, già vedeva la ripresa per l’economia italiana. E tra questi certamente va annoverato il ministro Saccomanni. Ora arriva la doccia fredda. L’Ocse ci riporta con i piedi per terra, formulando una previsione di contrazione del Prodotto interno lordo italiano a fine anno di ben 1,8 punti percentuali rispetto al già drammatico 2012. Nell’ultimo rapporto, l’Ocse descrive una economia europea in fase congiunturale favorevole, in lieve ripresa, ma ancora esposta a gravi rischi per i consistenti squilibri interni e la debolezza del settore bancario. Ma in Italia, e il giudizio si può estendere all’insieme delle aree periferiche d’Europa, la congiuntura favorevole significa solo un minore ritmo di contrazione dell’economia. E infatti, anche nel terzo e nel quarto trimestre del 2013 l’andamento del Pil italiano registrerà il segno negativo. Altro che ripresa…

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L’industria italiana in serie B e la ripresa che non arriva

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di D.Palma e G.Iodice, da Left del 31 agosto 2013

In una Europa che con fatica cerca la via d’uscita dalla crisi, ogni piccolo passo in avanti si fa carico di attese. Il periodo estivo ha in effetti portato alla ribalta segnali importanti relativi al miglioramento del Pil, confermati da quelli dell’attività industriale. Ma le verifiche necessarie perché si possa parlare di ripresa e gridare allo scampato pericolo sono ancora molte. Questo perché non è chiaro in che misura la ripresa sia ancora sostenuta da una robusta messa in moto della domanda interna dei diversi paesi , e non è chiaro in che misura gli squilibri che alimentano le tensioni interne all’area euro siano destinati a peggiorare. L’incertezza del quadro è, come noto, appesantita dalle performance delle “economie periferiche” (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo), talvolta con segnali non del tutto incoraggianti provenienti dalla Francia. Nel complesso però il quadro è assai più variegato e, per parlare di potenzialità di uscita dalla crisi, è necessario valutare i “pilastri” strutturali di ciascun singolo paese, tra i quali vanno annoverati non solo gli “equilibri macroeconomici”, ma anche lo stato delle infrastrutture, il sistema dell’educazione-formazione e il grado di innovazione del sistema produttivo (questi due ultimi particolarmente rilevanti per le economie più progredite). E sono proprio questi i fattori che recentemente – per la seconda volta dopo il 2010 – la Commissione Europea ha rilevato, fornendo un “indice di competitività” delle regioni dell’area al fine di testarne l’effettivo stato di salute. Lo scenario è netto: l’analisi ci dice infatti che dalla fascia della cosiddetta “banana blu”, che va dal Nord Europa fino al Nord Italia, passando per Francia e Germania, e che comprende le cento regioni più competitive, scompaiono i territori del nostro Paese. Il messaggio che questo dato ci consegna sembra dunque essere privo di qualsiasi ambiguità: l’Italia, diversamente dagli altri paesi periferici, aveva un cuore pulsante industriale capace di creare sviluppo, che ora ha cessato di battere. E questo spiega perché gli attuali segnali di ripresa sono tutti decisamente inferiori a quelli dei paesi rimasti nel tracciato della “banana”, e decisamente insufficienti per prefigurare un rilancio dell’economia ai livelli pre-crisi. Un monito severo, che non lascia dubbi sull’urgenza di politiche industriali per l’innovazione e la riqualificazione del nostro sistema produttivo.

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Keynes, il Bancor e l’Euro: una risposta/proposta a Sergio Cesaratto

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Nei giorni scorsi siamo tornati sull’idea di cessare l’euro come moneta unica e trasformarlo in una valuta comune dell’Unione Europea, sul modello del Bancor proposto da Keynes in vista della conferenza di Bretton Woods [link]. 

Sergio Cesaratto, nel suo ultimo lavoro sulla crisi della zona euro, torna a rilevare la somiglianza tra il sistema Target 2 della Banca Centrale Europea e la proposta dell’International Clearing Union di Keynes. Pur riconoscendo che Keynes associava ad essa dei meccanismi di riequilibrio, ci sembra che Cesaratto non riponga alcuna fiducia in un sistema improntato al Bancor, giudicandolo sostanzialmente identico al già esistente Target 2.

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Target2, il pasticcio dell’euro e i sindacati tedeschi

cspcesarpicdi Sergio Cesaratto, da politicaeconomiablog.blogspot.it

Sono sul sito del mio dipartimento due nuovi miei working papers. Il primo sul TARGET 2 (in inglese), una questione complicata, controversa e fondamentale per la crisi europea. Peraltro la  mia posizione è per certi versi simpatetica con quella del più autorevole economista tedesco, Werner Sinn, e ciò susciterà qualche controversia con gli amici post-Keynesiani. Il secondo più divulgativo sulla crisi europea (in italiano) presenta alcuni riferimenti alla seconda edizione del Global Minotaur di Yanis Varoufakis. Il primo lavoro sarà pubblicato in versione definitiva da European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 10, 2013 (3). Qui sotto abstract e link da cui potete scaricare il pdf.

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Keynes blog tra le nomination dei #MIA13

ico-mba2008Keynes blog è stato inserito tra le nomination dei “Macchianera Italian Awards”, ovviamente nella categoria “Miglior sito di economia” (n.16). Se vi va, potete votare nel form qui sotto o all’indirizzohttp://www.macchianera.net/2013/08/23/mia13-macchianera-italian-awards-2013-2-scheda-di-votazione-le-nomination/

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Euro e monete nazionali, the best of both worlds

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Sebbene la crisi dei debiti sovrani nell’area euro non occupi più le prime pagine dei giornali grazie al “whatever it takes” di Mario Draghi, il dibattito economico sulla sostenibilità della moneta unica nel medio-lungo periodo per fortuna continua.

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Buone vacanze (per chi le fa)

Keynes blog si prende qualche giorno di vacanza, torneremo a fine agosto.

Nel frattempo, vi segnaliamo i nostri articoli recenti più interessanti:

Cos’è il “lungo periodo”?

Negli articoli che trattano temi economici si legge spesso di “breve” e di “lungo periodo”. Nonostante le due espressioni richiamino il trascorrere del tempo, non si tratta di due precise durate temporali. Approcci diversi sulla definizione di lungo periodo portano a conclusioni anche diametralmente opposte sui sistemi economici.

La Teoria delle Aree Valutarie Ottimali non spiega la crisi dell’euro [PDF]

Il peccato “originale” dell’euro non pare trovare adeguata spiegazione in una delle teorie che oggi sembra andare molto di moda a seguito della crisi della moneta unica. Una disamina critica della teoria delle “aree valutarie ottimali” porta a concludere che i “criteri” da essa enunciati sono contraddittori ai fini di illustrare le criticità dell’euro, mentre […]

Luci e ombre del “modello Islanda”

Alla fine del 2008 l’Islanda è stata travolta dalla crisi finanziaria internazionale e la sua economia ha perso più del 6,5 per cento del pil. Un paio di anni dopo però era già tornata a crescere e a creare posti di lavoro. In mezzo due decisioni che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo: la […]

La bassa crescita fa aumentare il debito pubblico

Il cosiddetto excelgate, la scoperta di significativi errori nel famoso paper di Reinhart e Rogoff sulla correlazione tra debito pubblico e crescita continua ad alimentare il dibattito tra gli economisti. Gli autori si sono difesi sostenendo che, anche se non è facile individuare una “soglia” oltre la quale il debito pubblico porta ad una crescita negativa, […]

 

Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff

Siti e blog di economia non parlano d’altro. Un famoso paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tra i più citati negli ultimi anni, nel quale si evidenziava l’esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, è inficiato da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale […]

Occupazione: Keynes contro i neoclassici (for dummies)

Tanto si è detto negli ultimi tempi a proposito dell’argomento a favore di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e di come si possa in tal modo creare maggiore occupazione. Vediamo quindi quali sono i fondamenti teorici di queste politiche e quale è stata la maggiore e solida critica che ha ricevuto tale impostazione. […]

Produttività e regimi di protezione del lavoro

Qualche tempo fa abbiamo parlato del rapporto tra produttività e flessibilità [link]. In quell’occasione abbiamo mostrato che, almeno per l’Italia, non è possibile stabilire un effetto positivo della liberalizzazione del mercato del lavoro sulla produttività.  Il prof. Paolo Pini dell’Università di Ferrara ha elaborato gli stessi dati anche per altri paesi dell’OCSE. Il risultato è […]
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Politiche monetarie espansive e restrizione del credito

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di Guglielmo Forges Davanzati per Keynes blog

Le principali banche centrali dei Paesi industrializzati – BCE inclusa – stanno, da tempo, inondando di liquidità il sistema economico, adottando politiche monetarie definite “non convenzionali”. Con quali risultati? Ci si aspetterebbe un aumento degli investimenti e dell’occupazione. Ci si aspetterebbe anche un aumento del tasso di inflazione. Per contro, sta accadendo il contrario o comunque non si stanno verificando i risultati attesi.

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La crisi non è finita

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Secondo il ministro dell’Economia Saccomanni e il presidente del consiglio Letta, la crisi è finita e ci avviamo, a partire dall’ultimo trimestre del 2013, verso la ripresa. A sostegno di tale previsione (l’ennesima) vi sono il miglioramento della produzione industriale e segnali di ritorno alla fiducia di imprese e consumatori. Basta questo a sostenere che la crisi è alle spalle e ci avviamo verso un recupero?

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