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Euro e monete nazionali, the best of both worlds

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Sebbene la crisi dei debiti sovrani nell’area euro non occupi più le prime pagine dei giornali grazie al “whatever it takes” di Mario Draghi, il dibattito economico sulla sostenibilità della moneta unica nel medio-lungo periodo per fortuna continua.

Il problema centrale di questa discussione, tuttavia, è l’estrema incertezza sui concreti effetti che una deflagrazione della zona euro potrebbe produrre. Studi in una direzione e nell’altra si accavallano e contraddicono a vicenda. Sugli effetti negativi – anzi disastrosi -dell’uscita dall’euro c’è un famoso studio dell’UBS del 2011 che calcola una caduta del PIL del 40-50% per i paesi deboli e del 20-25% per quelli forti. E’ uno studio a dir poco discutibile, ma altrettanto lo sono le tesi di chi sostiene che uscendo dall’euro non succederebbe nulla o quasi. 

Il difetto di questi studi pro o contro è che, sebbene condotti da studiosi di economia internazionale, generalmente trattano l’argomento guardando esclusivamente ai singoli paesi, senza tenere conto o tendendo a porre sullo sfondo, in lontananza, gli effetti continentali e globali.

E’ infatti immaginabile che un crollo “disordinato” dell’euro possa portare a un nuovo credit crunch, come quello seguito al mancato salvataggio di Lehman Brothers. In un quadro in cui nessuna economia oggi è in salute (non l’Europa, non gli USA, non il Giappone e nemmeno più i paesi emergenti) nessuno può davvero azzardarsi a dire quali sarebbero gli effetti di breve e lungo periodo di una nuova crisi e pretendere di essere creduto da popoli e governi. 

In questo quadro di incertezza, inoltre, è sbagliato metodologicamente trarre dal passato delle lezioni definitive in una direzione o nell’altra. Un esperimento come l’euro non ha precedenti e non è perfettamente assimilabile ai sistemi di cambi fissi come Bretton Woods (in cui, fatto fondamentale, ogni debito/credito era denominato in monete nazionali). Anche al netto di queste considerazioni, va detto che il mero ripristino del tasso di cambio, nella situazione attuale in cui tutte le principali banche centrali sono impegnate – esplicitamente o implicitamente – nella svalutazione, potrebbe non sortire gli effetti sperati, non almeno nella misura necessaria a far ripartire le economie in profonda crisi. Se poi a ciò aggiungiamo il probabile credit cruch e l’altrettanto probabile smembramento del mercato unico a seguito della deflagrazione dell’euro, appare davvero azzardato contare sul tasso di cambio e le esportazioni come motore della crescita: anche se i prodotti dei paesi “periferici” dell’eurozona riducessero i prezzi relativamente a quelli dei paesi del “centro”, bisognerebbe pur trovare qualche paese in buona salute a cui venderli. 

Forse, come sosteneva Keynes, è più onesto ammettere che semplicemente “non sappiamo”. Del resto ci pare di cogliere, negli ultimi mesi, un riposizionamento tattico anche dei più accesi sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro, ora passati alla più logica, e senz’altro meno traumatica, uscita della Germania e dei paesi del “centro”, proposta inizialmente avanzata da George Soros e Joe Stiglitz.

D’altra parte tuttavia la prosecuzione dell’attuale assetto istituzionale dell’area euro appare chiaramente insostenibile, mentre non vi è quasi alcuna speranza che la politica possa riparare il motore in corsa, trasformando l’UE e/o l’eurozona in una unione di trasferimenti o addirittura dare vita agli “Stati Uniti d’Europa”. Spiace che molti non si rendano conto di ciò nel nostro paese e continuino quindi ad invocare la soluzione federale come se fosse realmente praticabile, piuttosto che far pesare l’unico “vantaggio” dell’Italia, quello di essere un paese “too big to fail”, se non altro per ottenere un sostanziale alleggerimento dell’austerità. 

Per questo motivo siamo abbastanza convinti che una soluzione ragionevole che può minimizzare i rischi e in prospettiva evitare il ripetersi di crisi come quella attuale è la trasformazione dell’euro in una “moneta comune” piuttosto che una “moneta unica”. Tale proposta, di cui abbiamo già parlato su questo blog, è ispirata all’International Clearing Union di Keynes, ed è stata avanzata da vari economisti come Steeve Keen e Luca Fantacci, e ultimamente rilanciata, in un articolo su Le Monde diplomatique, da Frederic Lordon. Fantacci ha inoltre elaborato una proposta più minimale, un sistema di compensazione Target3 in capo alla BCE, probabilmente meno convincente ed efficace, ma forse politicamente più semplice.

In sostanza si tratta di un sistema di cambi fissi tra monete nazionali (l’euro-lira, l’euro-marco, l’euro-peseta, ecc.), corretto tramite meccanismi di punizione degli eccessivi e sistematici deficit o surplus delle partite correnti, al fine di evitare la crescita dell’indebitamento con l’estero, proprio ciò che ha causato la crisi dei debiti sovrani.

Sia chiaro, anche questo approccio implica dei costi – di magnitudine prevedibilmente molto modesta sia rispetto ad una rottura incontrollata dell’area euro sia rispetto alla sua mancata riforma – e la necessità che ciascuna parte sia pronta a “cedere” qualcosa. Ma è una soluzione che fa tornare protagonisti gli stati nazionali su base paritaria, ridistribuisce l’onere dell’aggiustamento tra creditori e debitori senza riporre un’immeritata fiducia nella capacità del mercato valutario di garantire l’equilibrio commerciale tra le economie, sottrae ai mercati finanziari il potere di “senato permanente” che attualmente detengono e che i paesi “forti” spesso usano a proprio vantaggio, riduce la possibilità di politiche del tipo beggar-thy-neighbour ed evita gli svantaggi, soprattutto per quei paesi più sensibili alle importazioni, conseguenti una politica di svalutazioni continue, mentre contemporaneamente salva il mercato unico e la possibilità di una costruzione politica più solida dell’Unione europea. Infine, non richiede trasferimenti fiscali o unificazioni dei debiti dei singoli stati, superando le principali obiezioni oggi poste alle soluzioni di tipo “federale”.

Se il partito del socialismo europeo e le sinistre ponessero questa proposta al centro della campagna elettorale per le elezioni europee del 2014, probabilmente eviterebbero la crescita dei consensi alle forze anti-europeiste e populiste. Ma, lo diciamo sinceramente, ci sono ben poche speranze che ciò accada, con conseguenze oggi difficilmente valutabili.

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39 commenti su “Euro e monete nazionali, the best of both worlds

  1. Intanto ben tornati!
    La proposta qui formulata e’ simile all’external compact di Bagnai e quanto indicato da Bruno Amoroso in “euro in bilico”.

    Sul fatto che una deflagrazione della zona euro, seguita da politiche di cambio e monetarie volte alla svalutazione, in un contesto in cui tutti svalutino possano non avere effetti benefici vorrei segnalare che:
    1) la fine della moneta unica non deve coincidere x forza con la fine del mercato comune
    2) non vi e’ ragione x cui dopo la rottura dell’euro tutti svalutino (xke ad esempio la Germania dovrebbe cominciare a fare ciò che non ha mai fatto?)
    Idem i suoi gemellini
    3) ad ogni modo oggi siamo l’unica grande area valutaria in surplus (come media…,)
    4) d’accordissimo sul “too big to fail”, ma dovremmo usare questo “vantaggio” non x minore austerità ma x negoziare la nostra uscita non disordinata (sopratutto e specialmente finché buona parte del ns debito e’ ancora in mani estere)
    5) se invece della rottura dell’euro si avesse l’uscita della Germania, egoisticamente parlando ci troveremmo ad essere noi la nuova Germania dell eurozona rimanente… non sarebbe comunque una soluzione. Giusto il tempo di arrivare ad accumulare nuovi surplus magari verso soliti spagnoli, portoghesi e ecc.

    Vorrei chiedervi un parere: abbiamo nell’ordine 122 miliardi di tit di Stato da rinnovare entro il 31.12, su IMU e IVA ancora nulla in vista, la decadenza di Berlusconi può’ essere uno scoglio insormontabile x la vita del governo, la FED a + riprese sta facendo capire che l’attuale politica monetaria accomodante non durerà in eterno, anzi! le conseguenze gia’ sono vidibili su cambi delle monete dei brics e sui rendimenti delle loro emisdioni. Secondo voi ci potrebbero essere seri rischi di spread di nuovo a 400 e oltre entro fine anno?
    Un ssluto

  2. La sostenibilità della moneta Europea è messa in dubbio dagli USA che hanno il timore che il dollaro venga sostituito dalla nostra moneta negli scambi internazionali, riconoscendo implicitamente che il Vecchio Mondo può riemergere dalle sue stesse ceneri dalle divisioni del passato.

    • Se si vuole che l’Euro sostituisca il dollaro negli scambi internazionali, la BCE deve diventare accomodante come la Federal Reserve, ovvero essere disposta a stampare euri a go-go per mettere una pezza a tutte le crisi finanziarie del pianeta.

      Fino ad ora la Federal Reserve a modo suo ha cercato di metterci una pezza in tutto il mondo per salvare gli interessi degli americani, cosa che la BCE non potrà mai fare.

      Se si vuole comandare il mondo, bisogna sapere comandare, ed essere flessibili, accomodanti, non rigidi è prevenuti ideologicamente sul modo di gestire l’economia.

      • Molto pertinente questo parere e da questo punto di vista ritengo che è ora che l’Italia ritrovi tra i suoi uomini migliori alcuni che finalmente abbiano voglia di lavorare per un vero interesse comune, ma, soprattutto metta in condizione ai paesi europei di liberarsi dalle briglie dittatoriali dei tedeschi, che sino ad ora sono stati gli unici ad usufruire di benefici sia dall’euro che dalla crisi (che guarda – caso li ha sfiorati solo leggermente).

    • E poi ci sono gli americani imperialisti cattivi e la marmotta che confeziona la cioccolata.

      Faccio notare sommessamente che:

      – l’Euro è una valuta in tale discredito presso i mercati finanziari internazionali (che se ne aspettano la rottura) a causa dei suoi propri limiti intrinseci, che le probabilità che si sostituisca al dollaro come valuta di riserva è zero, e comunque è minore rispetto alla possibilità che ciò accada alla valuta cinese;

      – gli Americani piuttosto vorrebbero un’Europa economicamente forte che traini la domanda anche di prodotti americani e una industria tedesca che non si avvantaggi di una moneta sottovalutata (l’Euro rispetto al marco) e se mi permette, hanno ragione.

      • mi sembra poco probabile che le autorita’ europee seguano le indicazioni americane(ammettendo che esse ci siano) in quando il processo di globalizzazione, che il progetto euro,sono stati chiaramente il tentativo di superamento del vecchio paradigma uscito dalla seconda guerra mondiale.progetto chiaramente di destra,ma che è stato accettato da una sinistra sempre piu scolorita che ha cavalcato ma non progettato ne guidato….Per cui penso che che allo stato attuale i nuovi approcci sia politici che economici vanno completamente ripensati. è la lotta in caso di rottura dell,euro vertera tra i sostenitori del “libero mercato”e quelli del mercato regolato…e qui il gioco dovrebbe farsi duro perche in questa lotta la qualita degli uomini ,e la qualita’ dei popoli potrebbe fare la differenza..almeno che non “fioriscono nuove idee” questo dovrebbe essere cio che ci aspetta

  3. Poichè, come si suol dire, the devil is in the detail, vorrei che si chiarisse meglio la proposta di Keynesblog. In particolare, che cosa significa esattamente “…corretto tramite meccanismi di punizione degli eccessivi e sistematici deficit o surplus delle partite correnti” ? Vuol dire che i cambi non sarebbero del tutto fissi ? Per completezza, vorrei che fosse specificato senza costringere i lettori a risalire agli altri articoli citati. Grazie

    • Vi possono essere molti modi (probabilmente agire sui salari indicizzandoli a produttività e partite correnti è quella migliore) ma non è importante in questo momento stabilire quale meccanismo preciso vada adottato. L’importante è capire la rilevanza del principio alla base della proposta.

      • Indicizzare i salari a produttività e saldo PC sarebbe davvero un ottimo sistema x redistribuiti “dal basso” e in miglioramento i benefici.
        Un’altra proposta era quella di applicare una % di penalità sui saldi Target in valore assoluto.
        La vs mi sembra più orientata alla redustribuzione in via automatica, senza ulteriori scelte politiche.

        Ps importante e’ comunque invertire completamente l’attuale prospettiva: oggi si tagliano le retribuzioni e i servizi dove la produttività e’ + bassa e la PC in deficit (anziché aumentare i salari dove la produttività e’ maggiore e le PC in surplus)

  4. I partigiani non si chiesero quanto sarebbe convenuto e se non avrò il quadro chiaro sulle prospettive future non mi muovo.
    Riprendiamoci una parvenza di libertà economica, come Paese, e riprendiamoci un minimo del Governo del Paese per il bene della collettività.
    Qui sono in gioco i diritti democratici, se pur perfettibili, e la sopravvivenza stessa della classe media, ovviamente correlate.
    Non si vede non perché, ma come, la Germania e i suoi gemellini potrebbero svalutare. Non capisco come possa peggiorare la nostra situazione una politica espansiva tra Paesi con politiche espansive.
    L’Italia ha bisogno di uno scatto di orgoglio e di riappropriarsi della sua identità.
    Da un blog come il vostro, peraltro impeccabile, non si capisce il travisamento del Bagnai-pensiero. Né moneta unica, né moneta comune.

  5. Voi keynesiani non avete capito un cazzo fino al giorno in cui la crisi è scoppiata ed ora, con questo blog, vorreste spiegare le conseguenze di quel cazzo che non avete mai capito

    • Per voi liberisti di m.e.r.d.a è invece stato chiaro fin dall’inzio, dato che la crisi l’avete creata con le vostre assurde politiche che miravano esclusivamente a comprimere i redditi dei lavoratori, a vantaggio dei redditi più elevati

  6. segnalo questo articolo (Voci della Germania):”

    Posted: 26 Aug 2013 02:04 PM PDT

    Thomas Mayer, ex capo-economista di Deutsche Bank, dal suo blog su FAZ.net ci racconta un incontro-scontro fra economisti italiani e tedeschi. “Consumate di piu’!”, chiedono gli italiani, “fate ordine a casa!” rispondono gli altri. Dal FAZ.net
    La Villa Vigoni sul Lago di Como è una delle perle meno conosciute nel portafoglio immobiliare dello stato tedesco. Costruita nel diciannovesimo secolo come residenza estiva da un uomo d’affari e banchiere italo-tedesco, negli anni ottanta del secolo scorso l’ultimo membro della famiglia l’ha trasformata in un luogo di incontro fra Italia e Germania. Il donatore lo sapeva: solo quando durante la notte le luci provenienti dalla riva del lago brillano in cielo, e i riflessi del vino rosso splendono nei bicchieri, è possibile esplorare le profondità dell’anima italiana e tedesca.
    Fate ordine a casa!
    “Se vogliamo mantenere l’Euro come moneta comune, alla fine dovrete fare ordine a casa vostra!”, esorta la parte tedesca. “Cio’ di cui avete bisogno è un’ “Agenda 2020″. Il mercato del lavoro deve essere flessibilizzato, le vostre normative devono essere riviste – secondo la Banca Mondiale non siete molto meglio dei paesi in via di sviluppo – e soprattutto dovete organizzare la vostra politica in maniera migliore”. “C’è qualcosa di vero”, ammette la parte italiana. “E infatti ci sforziamo di affrontare i problemi. E invece voi cosa fate? Niente. Siete fieri della vostra competitività e vi vantate di essere i campioni del mondo dell’export. I vostri avanzi delle partite correnti minacciano di distruggere l’Unione Europea. Se voi non ci date la possibilità di esportare, non potremo permetterci il vostro import. Se compriamo a debito, non dovete meravigliarvi se poi alla fine non saremo in grado di rimborsare, e voi non rivedrete il vostro denaro. Siate un po’ piu’ rilassati, concedetevi dei salari un po’ piu’ alti, un po’ piu’ di tempo libero, e consumate di piu’!”.
    Ma cosi’ non si vincono le elezioni

    La parte tedesca non vuole sentirne nemmeno parlare: “I salari non devono crescere piu’ della produttività, se vogliamo che la moneta resti stabile. Siamo disponibili a far crescere i nostri salari secondo la produttività. Voi pero’ dovrete tenere la crescita salariale al di sotto della produttività, affinché possiate recuperare competitività nei nostri confronti. Sin dall’inizio dell’unione monetaria avete accettato che accadesse il contrario”. “La nostra crescita della produttività è cosi’ bassa, che abbiamo già avuto dei tagli salariali per poter recuperare competitività nei vostri confronti. I tagli salariali, pero’, non sono politicamente sostenibili”. “Allora aumentate la produttività riformando la vostra economia!”. La parte italiana fa un respiro profondo: “Non è cosi’ facile. Prima di tutto c’è bisogno di tempo, che noi adesso non abbiamo. Secondo, i nostri elettori non sono convinti che con le riforme strutturali si possa aumentare la crescita. Cio’ che voi definite rigidità, sono strutture cresciute nel corso degli anni, che non possono semplicemente essere spazzate via dall’oggi al domani. Dietro ogni regolamentazione c’è un gruppo di interesse, che con la sua cancellazione finirà per perderci. La perdita è concreta, e viene percepita immediatamente, mentre il ritorno in termini di crescita arriva molto tempo dopo. In questo modo da noi non si vincono le elezioni, come dimostra l’esempio di Mario Monti”.

    La parte tedesca fa un altro tentativo: “Ma Monti ha perso le elezioni perché ha aumentato le tasse”. “Non solo, ma anche per questo. C’è anche dell’altro. Gli italiani in generale non hanno fiducia nello stato. Per questo pagano a malincuore le tasse. Ma sono pronti a prestare denaro allo stato”. “Ma questo non fa che aumentare il debito pubblico in maniera gigantesca”. “Ma fino a quando siamo noi a finanziarlo senza fare debiti con l’estero? Voi pagate diligentemente allo stato le vostre tasse, noi invece preferiamo prestargli il nostro denaro”. “Se voi aveste ancora la vostra moneta, potrebbe ancora andare bene; sebbene in questo modo state solo scaricandone il peso sui vostri figli. Ma in una unione monetaria il vostro debito pubblico minaccia la stabilità della nostra moneta comune. Se lo stato non è piu’ in grado di rifinanziarsi sul mercato, la banca centrale deve intervenire”. “Che c’è di male? La FED, la Bank of Japan o la Bank of England comprano già i titoli di stato. Aiutano lo stato a finanziarsi a basso costo, si occupano di tenere bassi i tassi di interesse e indeboliscono il cambio, in modo da aumentare la competitività. Perché la BCE non dovrebbe farlo anche per noi?” “Ma allora la politica monetaria per noi sarebbe troppo espansiva. I prezzi e i salari salirebbero”. “Sarebbe solo auspicabile”. Quando la conversazione sembra essere tornata al punto di partenza, c’è una pausa. “Perchè con i britannici non abbiamo queste discussioni?”, chiede una parte. “Semplice, perché loro con la loro moneta possono fare ancora beatamente quello che vogliono”, risponde l’altra.

    • Leggendo questi post non si può che rilevare l’abissale differenza di posizione e anche culturale fra i due paesi: e le ragioni (mi duole dirlo) non sono da una sola parte.
      Quando si affrontano dibattiti sull’economia spesso si finisce a considerare solo gli aspetti tecnico-quantitativi: quanto export, che livello di tasso di cambio, differenziali di produttività, livelli di salario. Sono dati che emergono prepotentemente in quanto rilevati dalle agenzie statistiche nazionali e riassunte in numeri di immediato impatto analitico.
      Anche in questa sintesi sullo scambio di battute italo-tedesche ci si concentra prevalentemente sui numeri, anche se ad un certo punto affiora qualcosa di diverso che, forse, illumina l’abisso di incomprensione fra i rappresentanti dei due sistemi:

      “i nostri elettori non sono convinti che con le riforme strutturali si possa aumentare la crescita. Ciò che voi definite rigidità, sono strutture cresciute nel corso degli anni, che non possono semplicemente essere spazzate via dall’oggi al domani. Dietro ogni regolamentazione c’è un gruppo di interesse, che con la sua cancellazione finirà per perderci. La perdita è concreta, e viene percepita immediatamente, mentre il ritorno in termini di crescita arriva molto tempo dopo.”

      Ci sono dei gruppi di interesse, e l’articolo non dice esattamente quali. Anche il termine “riforme strutturali” sempre richiamate si prestano a interpretazioni ambigue. E ancora: “secondo la Banca Mondiale non siete molto meglio dei paesi in via di sviluppo – e soprattutto dovete organizzare la vostra politica in maniera migliore”

      Ecco, i tedeschi forse non riescono proprio a capire perché, date le grandi potenzialità produttive del nostro paese e il sottoutilizzo delle risorse e delle occasioni che si sono presentate nel corso della storia del nostro paese (elettronica, chimica, automotive … solo per citarne tre dell’ormai lontano passato), alla fine siamo rimasti al palo con delle performance in termini di crescita, competitività, occupazione deludenti.

      E qui occorre considerare le profonde differenze strutturali QUALITATIVE fra i due paesi che forse in parte stanno dietro ai numeri divergenti delle rispettive performance economiche (e non solo economiche… di qualità della vita, di dignità del cittadino, di tutela dei diritti basilari della persona che uno stato dovrebbe garantire).

      Qualcuno dovrebbe ricordare agli economisti tedeschi che:
      – l’Italia ha una parte considerevole del proprio territorio, delle attività economiche, dei traffici in mano alle organizzazioni criminali che sono profondamente infiltrate all’interno della politica locale e nazionale;
      – quote rilevanti dei flussi di spesa della PA (sic… per un keynesiano!) non vanno ad aumentare né i servizi, né il capitale pubblico, ne i salari dell’occupazione che generano (spesso in nero) e la domanda delle famiglie, ma i profitti illeciti di pochi (spesso anch’essi appartenenti alla criminalità) magari esportati all’estero e le tangenti dei “mediatori”. Non il modo migliore per massimizzarne l’impatto sulla domanda e sulla crescita (ma nemmeno dal lato dell’offerta);
      – nel cuore della PA vi sono quote consistenti di “rentiers”, protetti dalle reti della fedeltà politica e familiare, che oltre a non produrre nulla (e spesso nemmeno essere presenti in servizio nonostante sul libro paga) generano ulteriori fenomeni di labour shirking da parte degli altri dipendenti discriminati (e generalmente senza alcuna possibilità di carriera / incentivo), peraltro additati come “fannulloni” da quella stessa classe politica che ha riempito le strutture di “fantasmi” e di incompetenti;
      – i percorsi di carriera nel pubblico, ma anche in tante grandi organizzazioni private, sono spesso “scortati” dalle stesse reti di prima e non hanno molto a che fare con i risultati raggiunti. La selezione “naturale” della classe dirigente che ne deriva incentiva le capacità “politiche” e di pubbliche relazioni e non le capacità tecniche. I dirigenti apicali pubblici e privati e i politici così individuati non potrebbero, neanche volendo, circondarsi quantomeno di persone capaci in quanto vengono loro a mancare quei requisiti professionali indispensabili per una valutazione sulla capacità tecnica dei collaboratori;
      – molte grandi famiglie del capitalismo italiano da decenni hanno scelto che è meglio mangiarsi le “proprie” (per modo di dire, perché spesso hanno infime quote di proprietà con cui acquisiscono il controllo solo grazie a marchingegni giuridici e le solite reti …) aziende invece che farle crescere, investire (rischiando di annacquare il pacchetto di maggioranza) e aggredire i mercati esteri. Quando hanno dovuto scegliere fra un AD tecnico che conosce il mercato e il prodotto e un faccendiere con buoni rapporti con Roma, non hanno avuto dubbi. Gli incarichi di prestigio si portano dietro strascichi di “compensi occulti” a questo e quell’altro per favori ricevuti. Se questo avviene nelle grandi aziende private – che dovrebbero in linea teorica essere sottoposte alla disciplina di mercato – vi potete immaginare cosa avviene nel settore pubblico;
      – un sistema dell’università e della ricerca in mano alle baronie familiari e partitiche. Ricercatori in grado di produrre brevetti che fuggono all’estero disperati in cerca di un incarico dignitoso. Università trasformate in esamifici, che rilasciano titoli di studio solo come anticamera della disoccupazione e del precariato;
      – se è vero che agli italiani non piace pagare le tasse, non è però vero che tutti gli italiani non le paghino. Le imposte sul reddito vengono interamente pagate sui redditi accertati alla fonte direttamente dal datore di lavoro (per i dipendenti), mentre per tutti gli altri vi sono ampi margini di occultare il giro di affari. Risultato: un cuneo fiscale che disincentiva l’assunzione in quelle medie imprese esportatrici che hanno bisogno di investire su personale qualificato per aggredire i mercati esteri (non è che il sistema produttivo alla fine non paghi anche lui il conto dell’evasione), premia il “nanismo” delle imprese italiane e serve a finanziare tanti piccoli esercizi di servizio e intermediazione che magari si reggono in piedi solo grazie all’evasione. Non il miglior modo per favorire una selezione endogena virtuosa delle unità produttive;
      – i risultati complessivi delle scelte di questa nostra fantastica classe dirigente pubblica e privata sono sotto gli occhi di tutti: reti di mobilità carenti e disordinate, grandi città ingolfate dal traffico, monumenti storici che cadono a pezzi nel degrado (mentre pochi “vecchi sassi” all’estero divengono occasione di business e flussi turistici), sviluppo urbano senza regole, disastri ambientali ed eco-mafie, lo stato che si ritira dal territorio e forme di stato parallele e incontrastate che avanzano, vecchi gioielli del capitalismo italiano sempre più appannati che cercano una competitività perduta nei costi del lavoro (senza trovarla), public utilities e infrastrutture importantissime ex pubbliche svendute e rivendute, salvate con accollo dei debiti allo stato, mai risanate da privati senza una strategia industriale, saccheggiate dagli stessi e poi, chissà, rivendute a gruppi esteri(?)

      Scrivo di getto indicando solo le cose che mi vengono in mente in questo momento. Chiacchiere da bar o squallide realtà? A voi giudicare.

      Queste considerazioni nulla tolgono alle analisi che leggo con piacere sul sito, sul disegno dell’euro, sulla centralità dello stato nella regolazione dell’economia, sulla politica fiscale come motore della spesa autonoma, sull’endogenità della moneta, and so on…

      Mirano solo a gettare una luce diversa sul perché forse a tanti tedeschi resta difficile considerare in buona fede argomentazioni pure fondate degli economisti italiani, in quanto ab origine la fonte di quelle argomentazioni viene considerata non affidabile, di fatto screditata da ciò che accade nel paese, ancorché certamente non legato al contenuto delle singole tesi.

      Bisognerebbe far capire agli economisti tedeschi che la prima vera riforma strutturale che l’Europa dovrebbe pretendere dal nostro paese è il RISPETTO DELLA LEGALITA’, ossia di quelle regole minimali di vivere civile e di regolazione dei rapporti fra i cittadini senza le quali non c’è crescita o competitività che tenga.

      Per molti giovani italiani il sogno europeista ha significato credere che avvicinandoci all’Europa saremmo stati un po’ più europei in casa nostra, ovvero che venissero loro garantite quelle regole di legalità ad es. indispensabili per trovare un lavoro decente e senza passare sotto le forche caudine discriminatorie delle reti del “familismo immorale” e della politica clientelare. Adesso quel sogno si trasforma in un incubo quando gli stessi custodi dell’Europa e della Moneta Unica, col ditino alzato e a braccetto di quella stessa italica classe dirigente di cui sopra, pretendono di imporre rimedi che gettano quasi tutti i costi sulla classe media e sulla working class, mantenendo inalterate le posizioni di privilegio dei pochi e la polarizzazione della società italiana.

      Nessuna altra riforma strutturale senza prima il RISPETTO DELLA LEGALITA’, il ripristino di istituzioni formali e materiali di minimale rispetto delle regole di civiltà e democrazia.

      Perché i tedeschi non capiscono che è questo che l’Europa dovrebbe pretendere da noi? Ignoranza o malafede?

      • Beh se fosse la CORRUZIONE e la CATTIVA GOVERNANCE a rendere meno competitivo il nostro paese allora spiegami come mai gli emergentissimi BRIC ( Brasile, Russia, India e Cina ) sono MESSE PEGGIO di noi nelle classifica del CPI ( CORRUPTION PERCEPTION INDEX ) della BANCA MONDIALE.
        L’Italia dal 1950 al 1990 ha fatto registrare il PIU’ ALTO TASSO DI CRESCITA MEDIA DEL PIL di tutto l’Occidente. Per circa 7 VOLTE durante questi 40 ANNI ( RECORD! ) l’Italia ha avuto come CAPO DI GOVERNO un uomo COLLUSO con la CRIMINALITA’ ORGANIZZATA ( Giulio Andreotti ). E’ del tutto evidente che la CORRUZIONE ed il MALGOVERNO non rappresentano affatto un HANDICAP per la CRESCITA e la COMPETITIVITA’.

  7. La proposta di Fantacci esiste già ed è TARGET 2, che nei miei lavori accosto infatti alla ICU di Keynes. Ambedue sono misure per prender tempo e non risolutive. Infatti Keynes riteneva che sia paesi in avanzo che in disavanzo dovessero prendere misure, rispettivamente, espansive e restrittive, con aggiustamenti del cambio. TARGET2 non prevede queste cose, quindi solo procrastina la crisi. Spero che a breve venga messo in rete dal mio dipartimento un mio working paper su TARGET2 già accettato da rivista internazionale. Appena in rete chiederò al Keynes Blog di segnalarlo e lo farò anche sul mio blog http://politicaeconomiablog.blogspot.it/. Leggerò comunque paper Fantacci su TARGET3 per capire meglio, grazie della segnalazione.

  8. Intanto Cuperlo lancia la sua candidatura a segretario del PD (http://www.giannicuperlo.com/) con un documento dal titolo eloquente: “E’ tempo di crederci”.

    Da vecchio inguaribile berlingueriano militonto me lo sono letto tutto quanto e, sorpresa sorpresa, ho scoperto che pesca a mani basse dalle proposte dell’economista Emiliano Brancaccio: lo “standard retributivo europeo” e addirittura lo Stato come “creatore di prima istanza di occupazione”.

    intanto però mi sembra che Brancaccio ormai dica che allo “standard” e più in generale all’euro ormai non ci crede più.

    Cuperlo, è tempo di svegliarsi.

  9. Vorrei sapere nomi e cognomi di professionisti che dichiarano che “senza l’euro non succederebbe nulla”.Poi…Il punto focale e’ sempre quello,non c’e’ volonta’ politica.Altrimenti ci sarebbe stata prima.Poi si parla di possibili conseguenze che sono invece gia presenti e devastanti ora.I socialisti europei in buona fede sono ingannati da decenni e non riescono a digerirla sta cosa.

  10. […] giorni scorsi siamo tornati sull’idea di cessare l’euro come moneta unica e trasformarlo in una valuta comune dell’Unione Europea, sul modello del Bancor proposto da Keynes in vista della conferenza di […]

  11. […] giorni scorsi siamo tornati sull’idea di cessare l’euro come moneta unica e trasformarlo in una valuta comune dell’Unione Europea, sul modello del Bancor proposto da Keynes in vista della conferenza di […]

  12. E quali saranno i rapporti con la BCE,quale la sorte del fiscal compact,dell’Esm….a me sembra solo un rappezzo che non funzionerà…”In sostanza si tratta di un sistema di cambi fissi tra monete nazionali (l’euro-lira, l’euro-marco, l’euro-peseta, ecc.), corretto tramite meccanismi di punizione degli eccessivi e sistematici deficit o surplus delle partite correnti…”….mi chiedo chi andrà a punire i tedeschi dei loro surplus….pernacchie a parte…
    Si dice inoltre che per l’europa l’Italia é un paese “too big to fail”…bene se ne traggano le conseguenze allora….il rischio di queste proposte (qualcuno dice “L’importante è capire la rilevanza del principio alla base della proposta.” Quindi una proposta operativa non c’è. Va bene ragionare sui principi, ma se non hai mente meccanismi effettivamente applicabili, fai poca strada..) é che ci si allontana dall’obiettivo che tutti vogliamo e che diano luogo a discussioni infinite, che non approderanno a nulla (se non sul piano mediatico), su dei rappezzi che non funzioneranno e che comportano costi non da poco….tanto varrebbe allora…..nel frattempo,il massacro continua.

  13. più riprese,molti economisti di vari paesi,anche recentemente, hanno detto che l’Italia è l’unico paese che ha interesse ad uscire dall’euro….cos’è cambiato? Che non potremmo più esportare e avvantaggiarci del cambio perchè :( “anche se i prodotti dei paesi “periferici” dell’eurozona riducessero i prezzi relativamente a quelli dei paesi del “centro”, bisognerebbe pur trovare qualche paese in buona salute a cui venderli.)
    Opinabile.Ma non è in ripresa l’eurozona?….e non c’è solo l’eurozona in cui esportare….e parliamo dell’Italia,non dei paesi periferici,sono situazioni molto diverse…..
    Ma poi,legare una proposta ad un momento particolare del sistema economico,non è azzardato? Se l’eurozona ritorna a crescere,molte delle considerazioni qui fatte non avrebbero peso circa cambio ed esportazioni.

  14. […] La soluzione non sta perciò nello scegliere il minore dei mali tra cambi fissi o cambi flessibili, ma nel muoversi verso un sistema di cambi “gestiti” e il controllo dei movimenti di capitali, come in parte era sotto il regime di Bretton Woods e soprattutto come dovrebbe essere in un sistema monetario ispirato all’International Clearing Union di Keynes. […]

  15. […] nuova che sarebbe stato opportuno adottare sin dall’inizio. Un modello ispirato al Bancor di Keynes, rilanciato recentemente dal suo collega Frédéric […]

  16. […] completamente nuova che sarebbe stato opportuno adottare sin dall’inizio. Un modello ispirato al Bancor di Keynes, rilanciato recentemente dal suo collega Frédéric […]

  17. […] che fissare il cambio irrevocabilmente. Per fortuna esistono altre vie, come l’idea di un nuovo euro ispirato al Bancor di Keynes, della quale abbiamo parlato due numeri fa e sulla quale torneremo […]

  18. […] deflagrazione dell’euro. Questo aspetto è ciò che viene affrontato nella proposta di un “euro moneta comune”, nel quale gli stati tendenzialmente in surplus vengono in parte caricati dell’onere di […]

  19. […] la Germania non verrà punita, ma la storia della “MIP” ci dice molto sulla potenzialità di una nuova forma di unione monetaria basata su meccanismi (anche dissuasivi e preventivi) di riequilibrio delle partite correnti. Se, al […]

  20. […] Può funzionare una divisione in “euro-nord” ed “euro-sud”? Potrebbe essere una carta in mano dei i paesi meridionali per stringere un’alleanza? Sì, potrebbe, a patto che non si riproducano nelle due nuove aree valutarie (o almeno in quella che interesserebbe noi) gli stessi meccanismi che abbiamo conosciuto con l’euro attuale. Se l’ “euro 2” ereditasse lo stesso assetto istituzionale dell’eurozona, Francia e Italia diverrebbero le “Germanie del Sud”, accumulando surplus nei confronti dei restanti paesi, creando così le premesse per una nuova crisi da bilancia dei pagamenti. E’ quindi necessario un meccanismo che favorisca il bilanciamento tra i paesi dell’ “euro 2”, che potrebbe ispirarsi a quello della International Clearing Union proposto da John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods, del quale abbiamo diffusamente parlato in una conferenza convocata proprio dal M5S e sulle pagine di Keynes Blog. […]

  21. […] Può funzionare una divisione in “euro-nord” ed “euro-sud”? Potrebbe essere una carta in mano dei i paesi meridionali per stringere un’alleanza? Sì, potrebbe, a patto che non si riproducano nelle due nuove aree valutarie (o almeno in quella che interesserebbe noi) gli stessi meccanismi che abbiamo conosciuto con l’euro attuale. Se l’ “euro 2” ereditasse lo stesso assetto istituzionale dell’eurozona, Francia e Italia diverrebbero le “Germanie del Sud”, accumulando surplus nei confronti dei restanti paesi, creando così le premesse per una nuova crisi da bilancia dei pagamenti. E’ quindi necessario un meccanismo che favorisca il bilanciamento tra i paesi dell’ “euro 2”, che potrebbe ispirarsi a quello della International Clearing Union proposto da John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods, del quale abbiamo diffusamente parlato in una conferenza convocata proprio dal M5S e sulle pagine di Keynes Blog. […]

  22. […] le valute e del tasso di cambio di riequilibrare i conti con l’estero. Un sistema monetario keynesiano, magari partendo […]

  23. […] la crisi e come si può pensare di uscirne”, Donzelli, 2012. [5] Daniela Palma e Guido Iodice, Euro e monete nazionali, the best of both worlds, pubblicato da keynesblog il 26 agosto 2013. [6] Alfonso Gianni, Micromegaonline, Tra perseverare […]

  24. […] la crisi e come si può pensare di uscirne”, Donzelli, 2012. [5] Daniela Palma e Guido Iodice, Euro e monete nazionali, the best of both worlds, pubblicato da keynesblog il 26 agosto 2013. [6] Alfonso Gianni, Micromegaonline, Tra perseverare […]

  25. […] di superare l’euro attraverso la trasformazione dell’unione monetaria europea in un sistema ispirato all’International Clearing Union di Keynes. L’articolo fa un ottimo lavoro nel sintetizzare la proposta, ma forse trascura le […]

  26. […] di superare l’euro attraverso la trasformazione dell’unione monetaria europea in un sistema ispirato all’International Clearing Union di Keynes. L’articolo fa un ottimo lavoro nel sintetizzare la proposta, ma forse sottovaluta le […]

  27. […] uno funzionale, vale a dire dall’euro come è oggi ad un sistema simile a quello proposto da Keynes a Bretton Woods. E che serva un sistema monetario europeo, anche solo per un “atterraggio morbido” in […]

  28. […] Una soluzione possibile sarebbe riformare l’Unione monetaria nel senso prefigurato da Keynes a Bretton Woods, eventualmente anche senza la Germania. In una direzione non troppo diversa si muove anche un un […]

  29. […] soluzione possibile sarebbe riformare l’Unione monetaria nel senso prefigurato da Keynes a Bretton Woods, eventualmente anche senza la Germania. In una direzione non troppo diversa si muove anche un un […]

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