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Il referendum contro l’austerità è un regalo alla Germania? Ma anche no

Angela Merkel al World Economic ForumOvvero: perché chi non guarda contemporaneamente anche al lato dell’offerta rischia di prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi e il keynesismo per la croce keynesiana; e ancora: perché la domanda è un vincolo esterno quanto il tasso di cambio fisso. 

Sui social network ogni tanto (per fortuna piuttosto raramente) spuntano commenti di questo tipo a proposito del referendum contro l’austerità:

Commentatore-che-sa-tutto-lui-1:
In un regime di cambi fissi…e l’euro e’ esattamente quello, allentare l’ austerita’ servira’ a far ripartire l’export della Germania. Lo capirete quando sarete morti e sepolti dalla Troika.

Commentatore-che-sa-tutto-lui-2-ancor-più-educato-del-1:
ma neanche per il c***. scusate il francesismo, ma dire queste cose significa non averci capito una mazza. possiamo fare tutte le politiche keynesiane di sto mondo ma con l’euro andremmo sempre più a fondo. a cosa servirebbe espandere la spesa se la bdp va a picco per i deficit di parte corrente e per l’ingresso di capitali a bassa inflazione? a un cavolo di nulla se non a portarci ad una agonia senza fine.
quindi basta che sta balla che la colpa è dell’austerità.la colpa è della moneta euro.punto.

Qualcosa ci dice che gli autori di queste perle sono lettori accaniti di altri blog. Lasciamo perdere le polemiche (che taluni condiscono con accuse di “collaborazionismo” e “tradimento”). Stiamo al merito. Hanno ragione o hanno torto questi due commentatori?

Hanno torto non una ma due volte, perché gli argomenti sono in realtà due, entrambi erronei. Vediamoli.

La fallacia della “croce keynesiana”

Il primo argomento è che l’aumento della domanda interna, a seguito di un allentamento dell’austerità, si tradurrebbe inevitabilmente in maggiori importazioni (dalla Germania). Questa fallacia colpisce chi ha in testa la più scolastica semplificazione di Keynes, la “croce keynesiana”, nella quale l’offerta è “nascosta”.

KeynesianCross11_2007

 

Keynes era un allievo di Marshall e che domanda e offerta formassero una forbice non l’ha mai dimenticato: infatti nella Teoria Generale la “croce keynesiana” non c’è, c’è un modello di domanda (D) e offerta (Z) aggregate, questo qui:

Schermata da 2014-08-29 23:36:20

 

Invece sui libri di testo Keynes diventa suo malgrado l’autore di un grafico in cui l’offerta neppure compare! 

Aperta parentesi (1): sì, sappiamo che didatticamente la croce keynesiana è portentosa e che in sé non ha nulla di fondamentalmente errato: l’offerta c’è, anche se “implicita” . L’abbiamo presa solo come esempio paradigmatico di un modo di pensare che trascura la possibilità che la domanda modifichi l’offerta. Proseguite la lettura per vedere dove vogliamo andare a parare. Chiusa parentesi.

Quel che fanno i “keynesiani della croce” è estendere il modello ad una economia aperta: se aumentiamo la domanda, dicono, nelle condizioni attuali favoriremo le importazioni dalla Germania. Non arrivano a pensare, i keynesiani della croce, che esistono modi diversi di alimentare la domanda e che questi modi differenti hanno effetti differenti sull’offerta.

E allora: cosa farebbe un ministro dell’economia keynesiano (nel senso della forbice e non della croce) se avesse la possibilità di fare il 5% o 6% di deficit o ancor di più? Vediamo prima cosa NON farebbe:

1) non darebbe un bonus di 80 euro per vincere le elezioni

2) non si metterebbe a “scavar buche”

3) non comprerebbe gli F35

Cosa invece farebbe con il deficit?

1) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

2) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

3) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

E questo, come vedremo, a prescindere o meno dall’euro.

Cosa sono le “politiche industriali di sostituzione delle importazioni”? Ecco due esempi semplici.

Esempio 1: L’ENEL possiede in Sicilia una grossa fabbrica di pannelli solari. Supponiamo che domani lo Stato spenda una cifra considerevole (= aumento della domanda pubblica) per comprare da questa fabbrica centinaia di migliaia di pannelli da mettere sui tetti di tutti gli edifici pubblici del paese. Che effetti avrebbe questo sulla bilancia commerciale del paese? Sì, per un semestre importeremmo un bel po’ di pellicole fotovoltaiche dal Giappone, e pazienza, ma da quello dopo avremmo abbattuto le importazioni di petrolio e gas. Permanentemente. Lo ripetiamo: permanentemente.

Esempio 2:  Supponiamo che domani lo Stato approvi una legge che obblighi tutta la macchina amministrativa pubblica a non comprare più licenze di software proprietario (che è in gran parte americano e tedesco) e a sostituirlo con software open source e che tale legge preveda anche lo stanziamento di generosi fondi per la migrazione (= aumento della domanda pubblica). Non solo questo attiverebbe una considerevole spesa per la migrazione (che si riverserebbe in larghissima parte sulle imprese locali) ma ridurrebbe l’importazione di software. Senza contare che l’uso di software open source e di formati aperti nella P.A. obbligherebbe di fatto anche molti privati a scegliere di abbandonare il software proprietario e pertanto l’effetto sarebbe ancor maggiore. E pazienza per i Bill Gates, gli manderemo una cartolina:

3

Arrivati a questo punto i keynesiani della croce obiettano: “Ma come! Ma ci prendete in giro? Ma pensate davvero che si possano risolvere i problemi dell’euro con un po’ di pannelli solari e Linux?”

No che non lo pensiamo, ma la domanda, cari amici,  dimostra che non avete capito il punto. Allora lo diciamo in modo più chiaro. Questi due esempi sono solo applicazioni particolari di un concetto generale che è: qualsiasi investimento aumenta la domanda MA al contempo modifica l’offerta.

Se lo Stato costruisce una nuova strada, siamo tutti d’accordo, crea crescita attraverso il canale della domanda con il moltiplicatore e tutto il resto. Benissimo. MA la strada modificherà e migliorerà anche l’offerta perché permetterà di abbattere i tempi (e quindi i costi) di trasporto delle merci. Stesso discorso (ma per le persone) vale per una metropolitana. E per una ferrovia vale sia se parliamo di merci che di persone. Stiamo accumulando capitale, stiamo aumentando la produttività e stiamo riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto.

Aperta parentesi (2): vi sono economisti neoclassici che in base a questo e altri ragionamenti non hanno nulla da obiettare quando si propongono grandi investimenti pubblici, soprattutto infrastrutturali. Il paradosso è che altri economisti che passano per “supply-sider” propongono di regalare soldi alla gente per farla consumare, terrorizzati dall’idea che lo Stato possa spendere direttamente. Esempio su tutti, Milton Friedman con la sua “tassa sul reddito negativa”. Chiusa parentesi. 

Aperta parentesi (3): Quando Keynes contesta che la riduzione dei salari sia un rimedio per la disoccupazione dice che gli economisti neoclassici non considerano gli effetti sulla domanda di una politica dell’offerta. I “keynesiani della croce” fanno lo stesso errore, ma al rovescio: dimenticano che politiche della domanda diverse hanno effetti diversi sull‘offerta. Chiusa parentesi.

Di esempi di politiche di spesa pubblica che ridurrebbero anziché aumentare le importazioni se ne potrebbero trovare a iosa in settori hi-tech come in settori più tradizionali, riguardanti beni di consumo, beni capitali o materie prime. E aggiungiamoci conoscenza e capitale umano, quindi investimenti in ricerca e formazione, ma non prima di aver capito che lo Stato deve anche creare la domanda di ricerca e formazione. Ancora una volta domanda e offerta, non solo una, non solo l’altra!

Sintesi del discorso: dove sta scritto che delle politiche sul lato della domanda non possano essere contemporaneamente politiche sul lato dell’offerta? Non è scritto da nessuna parte, anzi, quando parliamo di investimenti pubblici stiamo proprio sostenendo politiche che aumentano la domanda ma contemporaneamente modificano l’offerta. E quindi dove sta scritto che allentare l’austerità porterebbe necessariamente ad aumentare le importazioni? Non c’è scritto da nessuna parte, dipende da quello che fai con il deficit!

Un buon mix di incentivi ai privati, investimenti pubblici e domanda pubblica “mirata” non è difficile da trovare.  E se Giavazzi si spaventa per questo Stato che fa politiche industriali, che vuole accaparrarsi il diritto di comprare e far produrre qualcosa di utile, possiamo sempre zittirlo con una sforbiciata alle imposte sulle imprese che male non fa.

Il tasso di cambio che non protegge

L’altro argomento su cui è basata la contestazione è che l’unico modo per crescere, ma proteggersi dalle importazioni, aumentando al contempo l’export,  sia quello di svalutare il cambio. Il ragionamento semplicistico sull’effetto di sostituzione della svalutazione è che se la busta di latte austriaco ci costa di più non la compriamo e invece compriamo la busta di latte italiano. Il contrario accadrà per gli austriaci che si troveranno il latte italiano ad un prezzo minore di quello austriaco. Peccato che questa idea così semplice non stia funzionando per molti paesi. Nei casi peggiori avviene l’esatto opposto!

Paesi diversissimi tra loro, per ognuno dei quali potremmo anche individuare cause locali, ma tutti accomunati dal problema che gli altri non vogliono comprare. L’Europa fa austerità (e certo non smetterebbe di farla dopo una deflagrazione della moneta unica!), gli Stati Uniti stanno riducendo il loro deficit estero, gli emergenti la loro crescita. In più recentemente ci si è messa di mezzo anche la crisi in Ucraina con relative sanzioni commerciali reciproche.

Se nessuno vuol comprare, ridurre i prezzi con una svalutazione diventa, se non inutile, certamente poco efficace, per lo stesso motivo per cui i saldi possono andar male anche se i vestiti costano il 30% in meno e magari il governo ti ha anche messo 80 euro in tasca. Nel mentre però le importazioni costeranno di più e quindi non ci si potrà permettere di far crescere i consumi. In altri termini, la domanda estera costituisce un vincolo! Sì, il famoso vincolo esterno non è solo quello del tasso di cambio fisso, ma anche la domanda estera (il suo livello, il suo tasso di crescita e la sua composizione).

Paragonare la situazione odierna a quella del 1992, quando uscimmo dallo SME, ha poco se non alcun senso. Allora non c’era stata una devastante crisi finanziaria globale che ancor oggi produce spinte deflazionistiche ovunque (anche negli USA dove c’è la ripresa, come sa bene la presidente della Fed), la Germania produceva deficit pubblici, gli Stati Uniti aumentavano il loro deficit di bilancia commerciale. Oggi la situazione è capovolta e sperare negli stessi effetti è, quanto meno, azzardato. E del resto anche allora le classi lavoratrici ne uscirono con le ossa rotte: cancellazione di ogni residuo di scala mobile, innalzamento dell’età pensionabile e manovre di bilancio “lacrime e sangue”.

Una polemica insensata

Per quanto detto, insomma, chi contesta i referendum antiausterità sulla base di argomentazioni così fragili o è poco informato oppure persegue intenti polemici distruttivi. Si può essere d’accordo o meno, ci mancherebbe, ma quando un’argomentazione è così facilmente contestabile in base ai dati che chiunque può guardare da solo, il sospetto è che si abbia il timore politico di venire messi in ombra. E’ legittimo – ripetiamolo ancora una volta – sollevare dubbi. Anche noi non pensiamo affatto che questi referendum siano di per se stessi risolutivi. Non lo pensa nessuno dei promotori. Ma da qui a sostenere che si tratti di un favore alla Germania ce ne passa.

Soprattutto chiedetevi una cosa, cari polemisti da social network, cari keynesiani della croce, ma se fosse come dite voi, se allentare l’austerità fosse un favore alla Germania, ma per quale motivo allora il governo tedesco tira il freno ogni volta che si parla di flessibilità e di allentamento del rigore?

Che fare?

Se le cose stanno come abbiamo detto, e davvero stanno così, è evidente che allentare l’austerità di per se non basta. Ma allo stesso modo è illusorio credere che si possa risolvere questa situazione senza precedenti facendo un decreto il venerdì notte per uscire dall’euro e poi vedere di nascosto l’effetto che fa (e non sarebbe un bell’effetto per nessuno in tal caso). La soluzione ideale, secondo noi, l’abbiamo esposta molte volte: passare da un sistema monetario disfunzionale ad uno funzionale, vale a dire dall’euro come è oggi ad un sistema simile a quello proposto da Keynes a Bretton Woods. E che serva un sistema monetario europeo, anche solo per un “atterraggio morbido” in caso di fine della moneta unica, lo ammettono persino i no-euro più capaci (basta leggere i piani di “smantellamento controllato” per accorgersi che propongono il ritorno allo SME e alcuni addirittura il mantenimento dell’euro sotto forma di ECU!). Se è così, allora tanto vale farlo per bene (quindi non esattamente come il vecchio SME).  

Nel frattempo però ogni iniziativa che possa servire ad invertire l’austerità è utile e va sostenuta. Le polemiche di natura politica pittate con un po’ di teoria economica fanno solo danni.

 

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40 commenti su “Il referendum contro l’austerità è un regalo alla Germania? Ma anche no

    • Ma se invece la domanda è: Il referendum contro l’austerità è un regalo al governo Renzi in cambio dell’attuazione delle c.d. riforme strutturali?
      Chiedo: ma l’allentamento dei vincoli imposti dalle leggi di attuazione del Fiscal Compact che effetto hanno sul medio periodo in un contesto caratterizzato da politche economiche che precarizzano il mercato del lavoro (decreto Poletti e legge delega); obbligano gli enti locali che gestiscono il trasporto pubblico e i rifiuti a quotare in borsa il 60% di quelle risorse (come previsto dallo “Sblocca Italia”), che indeboliscono la scuola pubblica, che preferiscono investire su Grandi Opere anziché su piccole opere ecologicamente sostenibili, per non parlare delle riforme istituzionali che riducono la dialettica democratica?
      Non credete che l’espansione della domanda per incidere positicvamente sull’occupazione e sulla redistribuzione della ricchezza ha bisogno di condizioni esterne (di contesto) che oggi vanno in tutt’altra direzione?

  1. Molto interessante. Nel concetto di “politiche industriali di sostituzione delle importazioni” penso che possano rientrare i FINANZIAMENTI ALLA CULTURA. Lo Stato per es. potrebbe dare ad ogni famiglia un bonus da spendere per spettacoli teatrali, musei o concerti (in Italia ovviamente). In Francia, con la motivazione dell’ “eccezione culturale”, si sono introdotte deroghe agli accordi internazionali di libero scambio. Le radio per es. sono obbligate a trasmettere una certa quota di musica francese ecc.; idem per il cinema. Si potrebbe fare lo stesso anche in Italia: meno musica pop e filmacci Americani, e più cultura nazionale. Il Pil e le partite correnti ci guadagnerebbero.

  2. Buongiorno. Ho scritto sul mio blog sul paradosso che Friedman cita in relazione ad un’espansione sul lato della domanda aggregata. Con riferimento al cd. Effetto spiazzamento. Mi farebbe piacere un vostro commento critico. Grazie. Giorgio

  3. Cari piuttosto che polemiche facciamo discussioni. Che è meglio. Due appunti a quanto avete scritto. Ci sono un problema istituzionale e un problema economico, secondo me. Primo, un governo dell’UE che facesse politiche industriale unilaterali come quelle che proponete si scontrerebbe immediatamente con una selva di procedure di infrazione per violazione della normativa europea sul mercato unico e sulla concorrenza. Secondo, voi presentate solo gli effetti del primo “grado” del moltiplicatore (l’acquisto dei pannelli solari da Enel) ma non i successivi gradi, ovvero gli stipendi in più per i lavoratori, i pagamenti all’indotto, etc etc. Quest’incremento dei redditi si riverserebbe necesariamente almeno in parte sulle importazioni, deteriorando la nostra bdp. Che ne dite?

    • Rodin batte Keynes blog 2 a 0

    • Grazie Rodin per la critica costruttiva.

      Sul primo problema: l’obiezione è sensata MA basta guardare gli spazi che il mercato unico ti lascia per vedere che sono considerevoli: dalle aree depresse all’ambiente, alla ricerca, ecc. Qiindi anche senza violare le regole si può fare molto. Ma poi anche se ciò non bastasse, o se qualcuno sollevasse obiezioni, diciamoci la verità: la (dis)applicazione delle regole dipende da quanto un paese si fa rispettare…
      Sul secondo punto: questo è un problema non immediato, che forse dovrai porti più in là, perché attualmente le famiglie risparmiano quasi ogni centesimo in più che entra nelle loro tasche (vedi la mancata spesa degli 80 euro). Ma anche dopo è molto improbabile che la quota di importazioni in più generate dalla crescita superi gli effetti complessivi del miglioramento dell’offerta, se ragioni in un modello di domanda e offerta aggregate, tieni conto inoltre che effetti di import substitution sono permanenti. Inoltre è possibile che tali miglioramenti, che hanno anche l’effetto di renderti più competitivo, producano effetti positivi sul lato delle esportazioni. Una tabella di input-output ti può permettere una calibrazione fine che tenga insieme tutti questi fattori.

      • Grazie per la risposta. In astratto credo tu abbia ragione. Si possono violare le regole basta averne la forza. E si può potenziare il nostro sistema produttivo attraverso politiche industriali. Tuttavia ci porremmo in netto contrasto rispetto a tutto l’aquis comunitario. Non solo violeremo Direttive e Regolamenti giá recepiti. Ma daremo anche un aiuto diretto alla competitivitá delle imprese, altra cosa vietatissima dal Brussels consensus. Senza contare che per finanziare l’aumento di spesa pubblica sarebbe necessario utilizzare la BCE per monetizzare il debito. Anatema. E questa non è questione puramente legalistica. Sono dogmi economici prima ancora che cavilli giuridici. Cambiarli radicalmente come proponete risolverebbe certo anche molti dei problemi legati all’euro. Ovvero farebbe dell’eurozona qualcosa di diverso da ciò che è. Bisogna solo capire se è una strada davvero percorribile o se si scontrerá inesorabilmente contro un muro di interessi contrapposti.

      • “Tuttavia ci porremmo in netto contrasto rispetto a tutto l’aquis comunitario. Non solo violeremo Direttive e Regolamenti giá recepiti.”

        Può darsi ma non è neppure detto che sia necessario davvero farlo, e se lo fosse, detto onestamente, sarebbe una occasione per mettere in discussione un po’ di roba….

    • Non solo, ma oltre ai film fotovoltaici fatti in Cina, ci sono gli inverter fatti in Germania, ops.

  4. Io sono di formazione Keynesiana, ma alcune cose non mi tornano: si continua a discutere su un calo dell’austerità che in Europa fomenterebbe acquisti dall’estero favorevoli a esportatori come la Germania. Ma a parte che anche l’Italia sarebbe il secondo esportatore dopo la Germania in Europa, e dovrebbe quindi trarne vantaggio pure essa, si dimentica l’assurdità del teorema che per migliorare la propria bilancia dei pagamenti e il proprio debito bisogna esportare a ogni costo una marea di merce e importare niente. Quindi no F35 americani (che è anche giusto eticamente parlando) e sì ai pannelli solari prodotti in Sicilia. Ma ci dimentichiamo della dimensione globale del problema: se tutti i paesi sono fortemente condizionati, attraverso politiche di questo tipo, a fermare le importazioni e a forzare sulle esportazioni, sapete alla fine chi esporterà qualcosa? NESSUNO. Perchè se tutti vogliono vendere ma nessuno comprare alla fine non vende nessuno, e si muore tutti di fame. Le diamiche macroeconomiche vanno bene studiate su carta millimetrata, ma poi si scontrano con la realtà dei mercati. Che oltre che essere spesso non lineari, sono pure stupide: altrimenti non si spiegherebbe perchè Apple e Samsung stravendono i loro smartphone a cifre fra 700 e 900 euro mentro con cifre della metà e pure di meno si possono comprare prodotti di altra marca (Nokia HUEI e simili) che hanno praticamente le stesse caratteristiche. Lo so, il brand attira, ma in mancanza di cavalli (soldi) tirano anche i somari. E invece no, diritti verso i baratro con un i-phone in mano (la Apple e la bilancia dei pagamenti USA ringraziano)
    Enrico l’analista

    • Le politiche di sostituzione delle importazioni non sono politiche che restringono i commerci. Esse servono semplicemente ad evitare che con la maggiore crescita l’ammontare complessivo delle importazioni aumenti. Quel che accade è che, ad esempio, da un lato riduci l’importazione di energia, mentre dall’altro la crescita ti farà importare altri prodotti. I paesi che hanno storicamente attuato queste politiche non hanno affatto ridotto i loro commerci con l’estero, hanno semplicemente evitato che la crescita si trasformasse in uno squilibrio della bilancia commerciale

      • Tutto poteva essere riassunto dicendo che se l’elasticità delle importazioni passa da 2 (+/-) a meno di 1 il problema dell’espansione è risolto. Quand’ero piccolo si diceva qualcosa del tipo che se mia nonna avesse avuto due ruote allora noi oggi avremmo una bicicletta. Bene per passare da un’elasticità di 2 a una di meno di 1 lei pensa di avere bisogno di 100 gg, 1000gg o 10000gg? Perchè nel primo caso penso possa anche funzionare, ma negli altri due casi con la sequenza di chiusure e delocalizzazioni che abbiamo, penso che l’elasticità invece di diminuire finirà per aumentare.
        Buon lavoro

  5. Magistrale, come tutte le cose semplici. Semplice deve essere il punto di partenza di riflessioni realistiche.

  6. che la domanda modifica l,offerta a parte l,esperienza lo dimostra ma ne hanno parlato molti economisti (lo stesso marx lo dimostro in una risposta data ad un sindacalista del trade union inglese) che consiglio di rileggere. che almeno una cosa dimostrava a)prima che un reddito finiva in consumi materiali alimentava un certo consumo intermedio fatto di servizi privati. ma tralasciamo,rimaniamo ai fatti . l,italia rappresenta meno di 1% della popolazione mondiale ed ha b) un pil (reddito) che è l,ottavo del mondo .quindi per l,italia penso che sia piu un problema di scelte politiche, (una migliore distribuzione del reddito) che, un problema prettamente economico,anche se il primo pregiudica il secondo. comunque che alla fine i paesi europei se vogliono ancora coesistere insieme devono 1) creare una divisione del lavoro all,interno dell,area eu piu equo e condiviso 2) cercare di valorizzare sia il territorio che le risorse nazionali, comprese quelle umane che certamente non mancano all,italia ma nemmeno agli europei ed è l,unica strada che possono percorrere i popoli europei se vogliono evitare la guerra. quindi abbiamo poche chance o seguiamo la pazzia degli americani o ci inventiamo qualcosa di nuovo. riguardo alla crescita americana, come essa e possibile basta accendere le tv e vedere l,inizio dei tg.

  7. Grazie per l’analisi.. Offre spunti interessanti sui quali riflettere. Per una maggior comprensione di tutta la questione, mi chiedo:

    1) perchè, stante alle condizioni attuali dell’economia tedesca (che sta soffrendo la crisi proprio per via del calo dell’export), la classe politica tedesca sia così riluttante a consentire misure anti-cicliche nelle economie periferiche, oltre che nella propria?
    2) in che modo un QE della BCE (che a questo punto sembra l’ipotesi più probabile) puó trovare spazio in questa analisi?

    Grazie a chiunque mi chiarirà questi die punti esposti!

    • 1) Probabilmente il motivo più rilevante è che l’austerità ha lo scopo di favorire la mezzogiornificazione del Sud Europa.
      2) I QE serviranno a dare un po’ di ossigeno al sistema finanziario e alle banche (in grande difficoltà per i crediti deteriorati). E’ una cura sintomatica ma non risolve i problemi strutturali dell’area euro.

    • Fred, io direi:
      1) perché fino a questo momento la Germania non ne ha avuto bisogno: Il suo surplus commerciale continuava a crescere a dispetto della recessione nella periferia dell’EA perché poggiava sempre più su mercati terzi; inoltre alle banche tedesche serviva recuperar i crediti enormi sparsi in giro per l’EA nel periodo pre-crisi. Forse oggi le condizioni cominciano a cambiare, la recessione arriva anche in Germania e l’esposizione delle banche tedesche è stata rimpiazzata dai creditori “istituzionali”, BCE e ESM.
      2) il QE, se mai lo faranno, servirà per far assorbire un po’ di perdite alla BCE ed evitare che governi semi-falliti debbano riscattare banche zoombie. Aspettiamo il verdetto della Asset Quality Review e vediamo. Considerato l’incremento allucinante delle sofferenze bancarie in questi ultimi anni, se la AQR sarà onesta non potrà che dichiarare falliti molti istituti bancari della periferia della zona euro. Il che potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso.

  8. “la domanda estera costituisce un vincolo! Sì, il famoso vincolo esterno non è solo quello del tasso di cambio fisso, ma anche la domanda estera (il suo livello, il suo tasso di crescita e la sua composizione) “. Condivisibile il concetto tuttavia non è vero che nessuno vuole comprare, c’è una fase di stallo ma il volume è ancora circa a 18T$ in lieve crescita. Trovo poi troppo generica la speculazione sul tasso di cambio che non aiuterebbe, per poterlo affermare si dovrebbe analizzare meglio la composizione merceologica e geografica dell’export. Ad esempio il 64% circa del nostro export riguarda l’Europa (non solo l’UE tantomeno solo l’EM). Siamo sicuri che un aggiustamento della nostra valuta non aiuterebbe? Per me aiuterebbe eccome, con un miglior incontro tra domanda e offerta. Ultima osservazione, l’austerità è una decisione politica in sostegno di un’altra decisione politica, l’Euro. Il referendum anti austerità è un referendum su un effetto di decisioni politiche, trovo che non parlare della causa è o una scelta politica (da qui essere indirettamente dalla parte della Germania) o è ingenuità (ad essere gentili).

    • Continuo. Mi si perdoni la franchezza, se l’argomentazione di una politica sui cambi mobili è fragile perché non tiene conto della domanda estera (in lieve crescita) perché Draghi vuole portare l’€ a 1,20 il rapporto con il dollaro? Ma come, non si è affermato (sbagliando) in questo post che nessuno vuole comprare?
      Leggo con piacere questo blog da tempo e da qui ho tratto parecchi spunti tuttavia è chiaro che questo post è una battagliera risposta alle tesi di Bagnai & C., ognuno la pensi come vuole, ma è a mio avviso infondato scientificamente e questo non fa’ altro che alimentare dissidi, fratture, incomprensioni, e non ce n’è bisogno, oggi proprio non ce n’è bisogno.

      • Molto d’accordo. Ad osservare cosa accade dopo le scomuniche di Bagnai sembra che l’alberto abbia un certo fiuto nel giudicare le persone.

      • Draghi lo vuole? Il fatto che prema sui QE non significa che la sua principale preoccupazione sia svalutare. E poi scusi, Draghi potrebbe anche sbagliarsi no? Quante volte ha detto cose che non hanno avuto riscontro nella realtà?

      • “questo non fa’ altro che alimentare dissidi, fratture, incomprensioni, e non ce n’è bisogno, oggi proprio non ce n’è bisogno.”

        Non capisco, lei critica noi e non chi dà del collaborazionista a chi ad esempio promuove il referendum contro l’austerità? Chi è che divide scusi? Siamo seri per favore.

    • Piuttosto devi rispondere tu: sei sicuro che funzionerebbe se l’Europa continua a fare austerità? E se ci ritrovassimo nella situazione che l’export cresce meno dei costi dell’import? Persino nel 1992 facemmo austerità per evitare importazioni e inflazione… figurati ora. QUindi si propone di uscire dall’euro con tutte le conseguenze finanziarie che ciò comporterebbe senza avere un’idea chiara neppure di quanto il nostro export e il nostro import crescerebbero in questa particolare situazione di stagnazione della domanda estera.

  9. Spiegazione interessante e convincente. Io sono estremamente a favore di norme specifiche e dell’investimento statale in economia per indirizzare domanda ed offerta in aree di interesse comune.

    Ho un paio di domande, pero’:

    1) Quanto occorre perche’ la domanda abbia effetto sull;offerta? Quanto tempo occorre perche’ cambi la struttura dell’economia? Ragionevolmente dipende dal settore che consideriamo e nell’alta tecnologia immagino che ci potrebbero volere anni prima che questo effetto si manifesti. Nell’esempio relativo all’OSS sopra, stiamo parlando di progetti che facilmente richiederebbero dai 2 ai 5 anni ed in Italia non so se ci siano sufficienti competenze professionali, che sono anche molto costose allo stato.
    2) Immagino che vi siano settori in cui questo effetto non si manifesta, per esempio nelle commodities e nell’alimentare. Nel primo caso e’ per definizione, nel secondo perche’ e’ un punto sostanzialmente culturale.

    In sintesi, benche’ sia d’accordo che sarebbe utile il tipo di politica delineata nell’articolo, tendo a pensare che un ripristino del cambio flessibile, almeno parzialmente, sia ancora il punto chiave per rimuovere la causa prima della recessione.

    Roberto Seven

    • “Quanto occorre perche’ la domanda abbia effetto sull;offerta? Quanto tempo occorre perche’ cambi la struttura dell’economia?”

      Se parliamo di investimenti, è immediato, nel senso che ogni investimento nuovo modifica una quota dell’offerta complessiva.

      “Nell’esempio relativo all’OSS sopra, stiamo parlando di progetti che facilmente richiederebbero dai 2 ai 5 anni ”

      Sì, per completarli ci vuole tempo, ma ogni licenza in meno che compri è subito un risparmio.

      “Immagino che vi siano settori in cui questo effetto non si manifesta, per esempio nelle commodities e nell’alimentare. Nel primo caso e’ per definizione, nel secondo perche’ e’ un punto sostanzialmente culturale.”

      nell’esempio fatto sui pannelli parlavamo di sostituire proprio una commodity, il petrolio.

  10. L’elasticità rispetto al reddito delle importazioni, in Italia, è pari a 2. Sintetizzo una inoppugnabile considerazione statistica di Bagnai. Avete dati differenti rispetto ai suoi?
    Con questo post intendete dare una risposta (assai debole) alle osservazioni che ha fatto a chi propone il referendum.
    Voi dite: si possono fare politiche di sostituzione delle importazioni. Bene, ma come qualcuno vi ha fatto notare ciò cozzerebbe contro tutte le normative comunitarie: gli avvocati dello stato italiano a Lussemburgo avrebbero un bel lavoro da fare. Chi vi pare che, fra i politicanti italiani, sia in grado di non farsela addosso di fronte ad un buuu! di una qualunque istituzione comunitaria?
    Voi dite anche: la domanda estera rappresenta un vincolo. Anche se aumenta il prezzo dei beni importati e diminuisce quello dei beni nazionali chi non è in grado di consumare non consumerà. Vero, così come efficace è l’obiezione di Rodion. Dimenticate però un piccolo particolare: la struttura distributiva italiana, in cui la piccola distribuzione (per fortuna) ha ancora una sua forza. Le decisioni di acquisto le prende il titolare: se potrà offrire prodotti a più basso prezzo ai suoi clienti non ne sarà certo dispiaciuto e, tolti i prodotti troppo noti per non essere acquistati, la sostituzione beni importati/beni nazionali potrà essere accelerata con adeguate politiche

  11. Vorrei aggiungere un esempio tra gli investimenti che possono ridurre l’approvigionamento dall’estero:
    la raccolta differenziata e il riciclaggio delle materie prime, in uno stato scarso di risorse come l’Italia è un punto fondamentale a mio avviso per una buona politica economica.

  12. in che maniera dimostrate che, in relazione a un dato intervento di spesa pubblica e a livello aggregato, gli effetti positivi di modifica dell’offerta sarebbero MAGGIORI di quelli negativi di aumento della domanda (cioe’ la parte di aumento che si riverserebbe comunque in importazioni)?

  13. Se ho capito bene, semplificando
    Dice economista A: L’austerità è sbagliata ma è la diretta conseguenza di un cambio sopravvalutato (e non modificabile) che alimenta deficit partite correnti (in quanto vengono limitate le esportazioni) e che trova come unica possibilità di riequilibro in queste condizioni (cioè a cambio fisso), quella del blocco delle importazioni (con l’austerità). Questo ovviamente non risolve il problema perché il PIL diminuisce, ed aumenta quindi il debito pubblico.
    Dice economista B: L’austerità è sbagliata perché non permette tutte le manovre di ottimizzazione della spesa in deficit (come nei 2 esempi). Una volta ottimizzata totalmente la spesa pubblica, riusciremo a ridurre lo squilibrio di partite correnti senza bisogno di modificare il nostro cambio.
    Da quello che ho capito è che sia A sia B, sono contrari all’austerità (in un momento in cui la spesa pubblica per cultura, sanità ed innovazione è molto al di sotto di quella europea). Per A è necessario modificare il cambio, per B si potrebbe fare senza, ottimizzando la spesa. A questo punto per capire se con l’ottimizzazione della spesa si riuscisse a risolvere il problema bisognerebbe capire l’entità (in termini di milardi di euro, tenendo in considerazione anche il fatto che le importazioni comunque aumenterebbero per consumi indiretti), la fattibilità (volontà politica ad effettuare consistenti tagli di spesa ad enti inutili serbatoi di voti, o all’acquisto degli f35).
    Paolo

  14. Cos’è?, copiata da Magri?
    “La questione della bilancia dei pagamenti è ben reale e nessuno può illudersi sul suo attuale allentamento. Ma dobbiamo decidere come affrontarla. Ancora una volta cercando la strada di una crescita ad ogni costo delle esportazioni o, al contrario, sapendo contenere le importazioni in modo selettivo e senza frenare lo sviluppo, cioè attraverso il razionamento di certi consumi e attraverso lo sviluppo delle produzioni sostitutive, ad esempio in agricoltura o nel campo dell’energia ? Se l’Italia, insomma, vuole costruirsi le condizioni per un reinserimento nel sistema internazionale ad un nuovo livello, ha bisogno di garantirsi una fase di maggiore controllo delle proprie scelte.
    Occorre, in secondo luogo, impostare un programmazione globale e di lungo periodo della riconversione produttiva: nel settore della ricerca, che in questo quadro diventa prioritaria; in quello della politica industriale, per impostare con decisioni pubbliche ed autonome nuovi settori trainanti dello sviluppo (ad esempio quello dell’energia alternativa, dell’informatica e dell’industria agroalimentare”
    Camera dei Deputati, seduta 13 dicembre 1978.

    Sembra uguale vero?, pero Magri diceva pure:
    “Anche nell’ambito specifico della Comunità europea, ad esempio, le questioni del fondo per lo sviluppo regionale o della politica agricola o della unificazione delle politiche economiche possono essere le prime, concrete discriminanti su cui si combatte in positivo una battaglia per un’Europa diversa, a patto che non ci si limiti ad elemosinare un po’ di soldi, ma si imponga di scegliere pro o contro una politica programmata dello sviluppo di tutta la Comunità”

    e poi comunque votò appunto contro lo SME, perché la posta in gioco era tutt’altra, e chiarissima a tutti, missini inclusi, e soprattutto.
    Particolarmente chiara, in quella memorabile seduta, era a Napolitano ad esempio:
    “Quella sostituzione – che può apparire innocuamente bizantina dell’avverbio con l’espressione è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale
    tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità.
    E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.”

    Ma tu guarda un poco la storia quanto è dispettosa.

    Bei tempi, non è vero?

    • quindi lei dice che gia circa 40 anni fa i nostri politici (od almeno una gran parte dei nostri politici) sapeva benissimo di cosa l,italia avrebbe avuto bisogno (ma guarda caso invece di farlo) ha preferito attaccarsi al carro di qualcun,altro. ed ora non solo ne paghiamo le conseguenze, ma sembra che la direzione presa dai nostri politici continua ad andare in tutta altra direzione. ps vorrei sapere da qualcuno come si fa a fare R/S senza che lo stato (i cittadini) se ne assume i rischi.

  15. Complimenti. Avete centrato un bersaglio talmente ovvio che nessuno lo vuole considerare. Se posso aggiungere un concetto, quelli che mancano oggi sono ANCHE gli “animal spirits” imprenditoriali, che portavano Keynes ad apparentemente sottovalutare l’offerta. Con tassi a zero, o quasi, qualunque animale di imprenditore valuterebbe concretamente l’investimento delle sue disponibilità (che, non nascondiamolo, CI SONO) in alternativa a prestare soldi allo Stato a 10 anni al 2,6 %.
    Stesso discorso sulla spending review: La valutazione fondamentale deve essere sulla produttività della spesa. Ma non lo sa fare nessuno…

  16. Sono un assiduo lettore del sito goofynomics del Prof. Alberto Bagnai, nel quale sono state espresse critiche ad una politica d’ investimenti in quanto avvantaggerebbe sopratutto le importazioni la cui elasticità complessiva è calcolata in 1,6.
    Mi dispiace se la medesima critica sia stata rivolta a keynes blog in modo arrogante e volgare, tuttavia leggo che tali investimenti avrebbero lo scopo di promuovere una “politica industriale di sostituzione delle importazioni” il che mi conferma che i timori circa l’ aumento delle importazioni a danno della domanda interna non siano due volte sbagliati ma che vadano considerati nel pianificare eventuali investimenti.
    Altro problema è come finanziarli dal momento che autorità europee non accettano di allentare i vincoli d’ insensati parametri e che hanno già respinto ogni richiesta di flessibilità.
    Dal punto di vista politico penso che il referendum sarebbe molto utile a mettere in discussione le attuali politiche ” chieste ( imposte ) dall’ europa” e che un’ uscita dall’ euro tramite uno SME merita un apprfondimento.
    Spero che le idee che uniscono i critici dell’ attuale deriva politico economica siano più forti delle polemiche che a volte riguardano più i toni che i contenuti.

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