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Politiche monetarie espansive e restrizione del credito

Banca

di Guglielmo Forges Davanzati per Keynes blog

Le principali banche centrali dei Paesi industrializzati – BCE inclusa – stanno, da tempo, inondando di liquidità il sistema economico, adottando politiche monetarie definite “non convenzionali”. Con quali risultati? Ci si aspetterebbe un aumento degli investimenti e dell’occupazione. Ci si aspetterebbe anche un aumento del tasso di inflazione. Per contro, sta accadendo il contrario o comunque non si stanno verificando i risultati attesi.

Su fonte ISTAT, si registra che, in Italia, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione del 3.3%, il tasso di disoccupazione è aumentato, dal 2012 al 2013, di circa un punto percentuale e le (più ottimistiche) previsioni indicano un tasso di crescita nell’ordine del -1.4%. Il tasso di inflazione resta sostanzialmente fermo su valori di poco superiori all’1%. Le principali motivazioni che spiegano la sostanziale inefficacia delle politiche monetarie espansive nell’attuale configurazione del capitalismo sono così sintetizzabili.

1) In una condizione di aspettative pessimistiche, la riduzione dei tassi di interesse non costituisce un incentivo rilevante per effettuare investimenti o, al limite, è una condizione totalmente irrilevante nelle decisioni di spesa delle imprese. Si osservi che le aspettative non sono un dato ma dipendono in modo cruciale dall’andamento della domanda. In fasi recessive, caratterizzate da bassa e declinante domanda di beni di investimento e beni di consumo, è del tutto ovvio che le imprese posticipino i loro investimenti, attivando un circolo vizioso che, in assenza di interventi esterni, è destinato ad autoalimentarsi. La riduzione degli investimenti, infatti, contribuisce a generare ulteriori riduzioni della domanda aggregata e ulteriori aumenti del tasso di disoccupazione. La riduzione della domanda, a sua volta, disincentiva gli investimenti.

2) Un basso tasso di inflazione – attuale e atteso – costituisce un ulteriore fattore di freno agli investimenti, dal momento che gli imprenditori assumono rischi se ritengono di poter vendere a prezzi tali da consentire loro di acquisire margini di profitto ‘normali’. In tal senso, la riduzione del tasso di inflazione definisce una condizione per la quale i costi inizialmente sostenuti per attuare un progetto di investimento eccedono i ricavi attesi. Se si ammette che gli investimenti crescono al crescere del tasso di inflazione, non si capisce per quale ragione la BCE continui a darsi un target del 2%, oltre il quale si ritiene obbligata a intervenire riducendo il tasso di inflazione. D’altra parte, il target del 2% non trova riscontro in un fondamento ‘scientifico’ inoppugnabile, e riflette una decisione esclusivamente politica.

3) Il fattore più rilevante che motiva l’inefficacia delle politiche monetarie espansive risiede negli effetti che queste producono sulla gestione del credito da parte delle banche commerciali. Come documentato dalla Banca d’Italia fin dal 2010 (link 1; link 2), in Italia (e nei principali Paesi OCSE) è in atto una rilevante restrizione del credito combinata con una altrettanto rilevante riduzione della domanda di finanziamenti da parte delle imprese. Da qui un apparente puzzle. Come è possibile tenere insieme una consistente immissione di liquidità da parte delle banche centrali con la riduzione del credito da parte delle banche commerciali? Si consideri che i profitti bancari sono in costante aumento. I principali istituti di credito su scala globale fanno registrare incrementi di utili eccezionali: si stima che, su base annua, JP Morgan, Citibank, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs abbiano, in media, più che raddoppiato i loro profitti. In una condizione “fisiologica”, nella quale le banche raccolgono risparmi per erogare finanziamenti, i profitti bancari sono dati dalla differenza fra i ricavi ottenuti dal rimborso del debito maggiorato con interessi da parte delle imprese e gli interessi dovuti ai risparmiatori (più i costi di gestione). Nella condizione attuale, è da escludere che i profitti siano generati dagli interessi pagati dalle imprese, proprio a ragione della restrizione del credito in atto. La gran parte dell’incremento degli utili bancari va, dunque, imputato all’attività speculativa, ovvero all’acquisto e alla vendita di titoli sui mercati finanziari, e a operazioni di acquisizione e fusione (link).

Si è, dunque, in presenza di un fenomeno – la “finanziarizzazione” bancaria – che, per le dimensioni assunte, è decisamente inedito. Tutto ciò è reso possibile, in ultima analisi, da due fattori: la piena libertà assegnata all’intero sistema bancario di operare senza vincoli sui mercati finanziari e, soprattutto, l’attuazione di politiche fiscali restrittive.
La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento dell’imposizione fiscale), riducendo i mercati di sbocco, riduce i profitti delle imprese – fino a determinarne il fallimento. Ciò si traduce, da un lato, in una riduzione delle garanzie che le imprese possono offrire alle banche per ottenere finanziamenti e, dall’altro, nel peggioramento delle aspettative imprenditoriali. Le imprese domandano meno credito e le banche – assegnando maggiore rischiosità ai progetti di investimento – riducono l’offerta di credito. Il conseguente calo della domanda aggregata accresce il tasso di disoccupazione e, a fronte della riduzione degli investimenti (e, dunque, della crescita dell’obsolescenza del capitale tecnico), si riduce la produttività del lavoro. Tassi di disoccupazione crescenti e bassa crescita della produttività non possono che generare continue riduzioni del tasso di crescita. In definitiva, una politica monetaria espansiva che non sia associata a una politica fiscale espansiva è del tutto inefficace (link). E l’assenza di una incisiva regolamentazione dell’attività bancaria, rischia di rendere l’aumento dell’offerta di moneta da parte della banca centrale controproducente per l’obiettivo dell’aumento dell’occupazione e della ripresa di un percorso di crescita economica, rivelandosi – intenzionalmente o meno – esclusivamente funzionale a ridistribuire reddito dal lavoro e dal capitale alla rendita finanziaria.

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18 commenti su “Politiche monetarie espansive e restrizione del credito

  1. bassi tassi di interessi liquidita ad iosa ma tutto all,interno di un circuito monopolistico e finanziario che favorisce la concentrazione dei capitale e l,attivita’ speculativa…mentre tutto langue ,e mancano fondi (netti) per la crescita

  2. Joe Stiglitz on quantitative easing FAIL, highly critical of the Fed

    In 7 minuti il Prof. Joseph Stiglitz spiega il QE e perchè non sta funzionando.

  3. penso che la relta’sia la seguente:
    Buona parte delle banche sono sull’orlo del fallimento (remember periodo Lehman)
    Le banche centrali inondano le banche di liquidita’ con prestiti a tasso bassissimo per evitarne ifallimenti.
    Le banche si GIOCANO questa liquidita’ (per un buon 80 percento) al casino’ della finanza sperando di salvare capra e cavoli.
    In tal modo Gonfiano le borse creando il presupposto per il piu’ grande Crask della storia.
    Bastera’ guardare CHI USCIRA’ PER PRIMO dal Casino’ e chi restera’ con il cerino in mano
    Spero tanto che la povera gente metta isoldi sotto il materasso finche’ ha ancora qualche risparmio
    Il prossimo sara’ (finalmente) il BIG ONE

  4. Con politiche fiscali ultra-restrittive, paesi condannati all’austerity per i prossimi 10 anni (vedere Grecia, Spagna, Italia), non rimane altra soluzione che politiche monetarie ultra-espansive. Trovandomi però pienamente d’accordo conil fatto che le banche fanno un pessimo uso della liquidità ricevuta grazie agli stimoli monetari.

  5. […] a dare risposta, si parta dalla constatazione in base alla quale la gran parte dei profitti bancari deriva da attività speculative e da operazioni di acquisizione e fusione. Si consideri anche che la restrizione del credito (alle famiglie e alle imprese) è […]

  6. […] aggiunta l’intensificazione dell’attività speculativa delle banche, che è parte essenziale del problema.Occorre sottolineare che né le politiche di austerità né la restrizione del […]

  7. […] A ben vedere, vi sono ragionevoli considerazioni che inducono a ritenere che la restrizione del credito sia causata da altri fattori. D’altra parte, se l’intero sistema bancario italiano non è sottocapitalizzato e opera in un contesto di politiche monetarie espansive (potendo, quindi, ottenere facilmente liquidità dalla banca centrale), per quali ragioni le banche italiane dovrebbero ridurre l’offerta di credito? Per provare a dare risposta a questa domanda, con la massima schematizzazione, si può far riferimento alla seguente sequenza di eventi determinatasi, nei fatti, in Europa nel corso degli ultimi anni. Le politiche di austerità hanno generato recessione. La recessione ha generato riduzione dei profitti e fallimenti di imprese. Si è ridotta, conseguentemente, la solvibilità delle imprese e l’erogazione di credito da parte delle banche è diventata sempre meno conveniente. La restrizione del credito – in quanto ha contribuito a generare riduzione degli investimenti – ha accentuato l’entità della recessione. Su questi tre passaggi si è giocato (e si gioca), in estrema sintesi, il circolo vizioso nel quale è precipitata l’Unione Monetaria Europea, con particolare riferimento ai c.d. Paesi periferici (Italia inclusa): quanto meno lo Stato spende (e/o quanto più tassa), tanto più riduce la domanda aggregata e quanto più si riduce la domanda aggregata tanto più il sistema bancario riduce l’offerta di credito a imprese e famiglie, contribuendo, per questa via, a generare un circolo vizioso propagato da ulteriori contrazioni di consumi e investimenti. A ciò si è aggiunta l’intensificazione dell’attività speculativa delle banche, che è parte essenziale del problema. […]

  8. […] A ben vedere, vi sono ragionevoli considerazioni che inducono a ritenere che la restrizione del credito sia causata da altri fattori. D’altra parte, se l’intero sistema bancario italiano non è sottocapitalizzato e opera in un contesto di politiche monetarie espansive (potendo, quindi, ottenere facilmente liquidità dalla banca centrale), per quali ragioni le banche italiane dovrebbero ridurre l’offerta di credito? Per provare a dare risposta a questa domanda, con la massima schematizzazione, si può far riferimento alla seguente sequenza di eventi determinatasi, nei fatti, in Europa nel corso degli ultimi anni. Le politiche di austerità hanno generato recessione. La recessione ha generato riduzione dei profitti e fallimenti di imprese. Si è ridotta, conseguentemente, la solvibilità delle imprese e l’erogazione di credito da parte delle banche è diventata sempre meno conveniente. La restrizione del credito – in quanto ha contribuito a generare riduzione degli investimenti – ha accentuato l’entità della recessione. Su questi tre passaggi si è giocato (e si gioca), in estrema sintesi, il circolo vizioso nel quale è precipitata l’Unione Monetaria Europea, con particolare riferimento ai c.d. Paesi periferici (Italia inclusa): quanto meno lo Stato spende (e/o quanto più tassa), tanto più riduce la domanda aggregata e quanto più si riduce la domanda aggregata tanto più il sistema bancario riduce l’offerta di credito a imprese e famiglie, contribuendo, per questa via, a generare un circolo vizioso propagato da ulteriori contrazioni di consumi e investimenti.  A ciò si è aggiunta l’intensificazione dell’attività speculativa delle banche, che è parte essenziale del problema (https://keynesblog.com/2013/08/09/politiche-monetarie-espansive-e-restizione-del-credito/) […]

  9. […] come attestato dalla Banca d’Italia – il nostro sistema creditizio è sostanzialmente solido (link). Si può, per contro, sostenere che la restrizione del credito dipende dalla caduta della domanda […]

  10. […] come attestato dalla Banca d’Italia – il nostro sistema creditizio è sostanzialmente solido (link). Si può, per contro, sostenere che la restrizione del credito dipende dalla caduta della domanda […]

  11. […] con conseguente contrazione dei finanziamenti alle imprese. In più, le banche hanno trovato più conveniente far profitti mediante la speculazione sui mercati finanziari e l’acquisto di titoli del […]

  12. […] banche a ritenere sempre più probabile il rischio di insolvenza delle imprese e, dunque, a ridurre i finanziamenti erogati. Contrariamente alle previsioni, la speculazione si è rivelata niente affatto […]

  13. […] prevalentemente per mercati locali e, dunque, una caduta della domanda interna ha immediati effetti negativi sui loro profitti e, conseguentemente, sulla loro solvibilità. 2) Le imprese italiane sono, […]

  14. […] dal momento che poche imprese italiane riescono a reperire risorse sui mercati finanziari[4]. Come è stato rilevato, la restrizione del credito è, in ultima analisi, imputabile alla bassa domanda aggregata, […]

  15. […] dal momento che poche imprese italiane riescono a reperire risorse sui mercati finanziari[4]. Come è stato rilevato, la restrizione del credito è, in ultima analisi, imputabile alla bassa domanda aggregata, dal […]

  16. […] A ben vedere, vi sono ragionevoli considerazioni che inducono a ritenere che la restrizione del credito sia causata da altri fattori. D’altra parte, se l’intero sistema bancario italiano non è sottocapitalizzato e opera in un contesto di politiche monetarie espansive (potendo, quindi, ottenere facilmente liquidità dalla banca centrale), per quali ragioni le banche italiane dovrebbero ridurre l’offerta di credito? Per provare a dare risposta a questa domanda, con la massima schematizzazione, si può far riferimento alla seguente sequenza di eventi determinatasi, nei fatti, in Europa nel corso degli ultimi anni. Le politiche di austerità hanno generato recessione. La recessione ha generato riduzione dei profitti e fallimenti di imprese. Si è ridotta, conseguentemente, la solvibilità delle imprese e l’erogazione di credito da parte delle banche è diventata sempre meno conveniente. La restrizione del credito – in quanto ha contribuito a generare riduzione degli investimenti – ha accentuato l’entità della recessione. Su questi tre passaggi si è giocato (e si gioca), in estrema sintesi, il circolo vizioso nel quale è precipitata l’Unione Monetaria Europea, con particolare riferimento ai c.d. Paesi periferici (Italia inclusa): quanto meno lo Stato spende (e/o quanto più tassa), tanto più riduce la domanda aggregata e quanto più si riduce la domanda aggregata tanto più il sistema bancario riduce l’offerta di credito a imprese e famiglie, contribuendo, per questa via, a generare un circolo vizioso propagato da ulteriori contrazioni di consumi e investimenti. A ciò si è aggiunta l’intensificazione dell’attività speculativa delle banche, che è parte essenziale del problema. […]

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