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Target2, il pasticcio dell’euro e i sindacati tedeschi

cspcesarpicdi Sergio Cesaratto, da politicaeconomiablog.blogspot.it

Sono sul sito del mio dipartimento due nuovi miei working papers. Il primo sul TARGET 2 (in inglese), una questione complicata, controversa e fondamentale per la crisi europea. Peraltro la  mia posizione è per certi versi simpatetica con quella del più autorevole economista tedesco, Werner Sinn, e ciò susciterà qualche controversia con gli amici post-Keynesiani. Il secondo più divulgativo sulla crisi europea (in italiano) presenta alcuni riferimenti alla seconda edizione del Global Minotaur di Yanis Varoufakis. Il primo lavoro sarà pubblicato in versione definitiva da European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 10, 2013 (3). Qui sotto abstract e link da cui potete scaricare il pdf.

Below you will find abstracts and links to two new WP of mine. The first is in English. TARGET 2 is a central and controversial issue in the Eurocrisis. In this regard, and perhaps unexpectedly, I sympathise with part of Werner Sinn’s arguments. The paper will possibly spark off some debate with some post-Keynesian friend. The final version will be published by the European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 10, 2013 (3). The paper in Italian is more divulgative and contains some references to the second edition of The Global Minotaur by Yanis Varoufakis.

The implications of TARGET2 in the European balanceof payment crisis and beyond 

Abstract – The paper provides an account of the meaning and implications of TARGET 2 in the Eurozone (EZ) balance of payments crisis. In this context, it discusses Hans-Werner Sinn’s thesis about a stealth bail-out of the EZ periphery by the ECB from a heterodox perspective. Financial liberalisation, a relatively loose monetary policy and the provisional fading of devaluation risks generated ephemeral growth in some peripheral EZ countries sustained by capital flows from corecountries. This has been followed by real exchange rate revaluation and deterioration of foreign accounts. As a result, external financing flows dried up and the previous stock of loans began to be repatriated. TARGET 2 has played a fundamental role in avoiding a precipitous crisis. This distinguishes the European crisis from more traditional balance of payments crises. However, the presence of TARGET 2 does not offset the absence of the financial crisis prevention and resolution
mechanisms that are characteristic of fully-fledged political and currency unions.

Quel pasticciaccio brutto dell’euro 

Abstract – Il saggio illustra la spiegazione Classico-Kaleckiana della crisi dell’Eurozona domandandosi se essa sia un effetto indesiderato o possa, invece, rappresentare il dispiegamento dei veri obiettivi anti-sociali della moneta unica. Si esaminano poi le possibili vie d’uscita, inclusa quella di un massiccio “Piano Marshall” europeo di investimenti recentemente proposta dal sindacato tedesco. Quest’ultima soluzione ci appare inadeguata in quanto non tiene conto della più ampia dimensione della problematica della moneta unica e dei divergenti interessi nazionali in Europa. Altre due soluzioni – la più desiderabile via Keynesiana e quella, più densa di incognite, della rottura dell’euro – ci appaiono per ora non nell’ordine delle cose, a meno di un grave incidente che conduca dritti al secondo esito. Al momento la kossovizzazione della periferia europea appare come la prospettiva più probabile.

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16 commenti su “Target2, il pasticcio dell’euro e i sindacati tedeschi

  1. ho scaricato i paper e li leggerò. una cosa però gliela voglio chiedere subito: aldilà del fatto che uno legga o meno in inglese, cosa le costa (lo chiedo a lei ma potrei dire la stessa cosa alla Banca d’Italia che pubblica ottimi occasional paper SOLO in inglese), visto che è italiano, pubblicare anche nella sua madrelingua? Lo so che ormai l’italiano è un dialetto, però, vivaddio, siamo sempre 60 milioni di persone :)
    grazie comunque

    • Condivido.

    • In inglese si partecipa al dibattito accademico internazionale che è parte (assieme all’insegnamento) del nostro lavoro, e su questo siamo giudicati. Come tutti siamo oberati da lavoro, figli e quant’altro e tradurre in due lingue sarebbe un aggravio – tenuto anche conto che sarebbe a beneficio di pochi in quanto si tratta di testi (quelli in inglese) più specialistici, destinati dunque a chi l’inglese conosce. Si fa quel che si può. Cmq un saggio era in italiano!

      • beh allargare il dibbattito accademico (senza per questo trascurare l,insegnamento)al di fuori del mondo accademico (visti anche i tempi)mi sembra una questione di democrazia,oltre ad una oppurtunita per voi di raggiungere un pubblico un po’ piu vasto di quello accademico, visto che ve ne diamo l,opportunita seguendo con discrezione i vostri lavori e dal di fuori senza intralciarvi in alcun modo mi sembra giusto che anche chi non è un adetto ai lavori possa seguire il dibattito…..e mi sembra che sia giusto in cambio di questo dare a noi lettori quel piccolo contributo in piu che vi chiediamo….pensiamo ed abbiamo la presunzione di dire che qualcosa siamo in grado di capirlo anche noi

  2. Condivido. Anch’io sono un vecchio analfabeta dell’inglese, avendo studiato a suo tempo francese. notaio Paolo Alberto Amodio

  3. “Il saggio illustra la spiegazione Classico-Kaleckiana della crisi dell’Eurozona domandandosi se essa sia un effetto indesiderato o possa, invece, rappresentare il dispiegamento dei veri obiettivi anti-sociali della moneta unica”

    Bè, diamo la parola direttamente a uno dei “padri” dell’ Euro:

    «Sono sicuro che l’Euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile. MA UN BEL GIORNO CI SARÀ UNA CRISI e si creeranno i nuovi strumenti». ( Romano Prodi, 4 dicembre 2001, Financial Times )

    Qualcuno ha ancora dei dubbi su quale sia la risposta alla domenda (retorica, suppongo) del buon Cesaratto?

    Si noti come Prodi, in quel periodo fosse presidente della Commissione europea, e come definiva il periodo attuale di crisi e davastazione sociale “bei giorni”.
    Ovviamente “nuovi strumenti di politica economica” , credo, abbiate capito perfettamente quali sono.

  4. La frase di Prodi letta così è strumentale. Prodi è un proponente degli eurobond, è a quello che si riferisce.

    • ah…Se so’ sbagliati…
      Avrebbero previsto di fare gli Eurobond (ma i tedeschi non hanno sempre negato questa ipotesi e hanno SEMPRE usato questo diniego come una condizione sine qua non per fare la moneta unica?)…e ci siamo ritrovati col fiscal compact.

      Nell’ un caso o nell’ altro non mi pare bello definire un periodo di crisi come questo “bei giorni” e neppure molto democratico spingere i popoli (siano essi quelli del nord o quelli del sud Europa) a “dotarsi di nuovi strumenti di politica economica” sotto la minaccia del randello di crisi economiche, EVIDENTEMENTE VOLUTE, oltre che previste.

      Cura un ottimo blog (eccellente veramente e le devo fare i miei più sinceri complimenti) ma l’ ostinazione nel difendere un personaggio come Prodi la scredita assai.

      Mi pare, francamente, una arrampicata sugli specchi, la sua. Mi perdoni eh.

      Sorvolando sul fatto che il Prodi medesimo ci presentò l’ euro come lo strumento che “ci avrebbe permesso di lavorare un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”?

      Vogliamo ancora negare che l’ Euro e le sue rabberciate istituzioni di “governo” (e la UE pure ) sono LO strumento della lotta di classe del capitale (o della rendita) contro il lavoro?
      Vogliamo ancora (!!!) negare che i “padri nobili” di questa moneta unica volevano esattamente ottenere la disciplina dei lavoratori (tra le altre “belle cose”) con quel “bel” strumento?
      Dalle analisi profuse anche da questo (ribadisco, eccellente) blog, credo, vi siano ben pochi dubbi al riguardo.
      E, sinceramente, con la sua preparazione (ben superiore alla mia) pensavo ci fosse arrivato anche prima di me.
      Cordialmente.

  5. “ma i tedeschi non hanno sempre negato questa ipotesi e hanno SEMPRE usato questo diniego come una condizione sine qua non per fare la moneta unica?”

    Appunto per questo Prodi – sicuramente illudendosi – pensava che una crisi avrebbe costretto i tedeschi a ragionare.

    “Nell’ un caso o nell’ altro non mi pare bello definire un periodo di crisi come questo “bei giorni” ”

    L’espressione “un bel giorno” in italiano sta a significare “all’improvviso”.

    “neppure molto democratico spingere i popoli (siano essi quelli del nord o quelli del sud Europa) a “dotarsi di nuovi strumenti di politica economica” sotto la minaccia del randello di crisi economiche, EVIDENTEMENTE VOLUTE, oltre che previste.”

    Minaccia? Le crisi succedono. Evidentemente voluta? La crisi è nata negli USA.

    “ma l’ ostinazione nel difendere un personaggio come Prodi la scredita assai.”

    Non sto difendendo Prodi, penso abbia un carico di responsabilità non indifferente. Ma la critica strumentale è inammissibile.

  6. eh già…le crisi finanziarie succedono….
    Un pò come la siccità e i terremoti.
    Certo, è nata in America, la crisi, ma chissà come mai questi “bei giorni” (una espressione curiosamente infelice, diciamo) si son tanto potratti proprio qua in Europa (del sud) e hanno portato al fiscal compact anziché agli euro-bond (che non sono comunque la soluzione).

    Mi pare che proprio voi abbiate postato un bel pezzo intitolato:
    “L’austerità è l’ideologia dei super-ricchi ” di un certo Paul Krugman.

    E come la pensassero questi “padri nobili” euro-nazi mi sembra abbastanza acclarato.
    Mi scusi se decontestualizzo:

    ” non restavano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’ intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione.
    Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. (Tommaso Padoa Schioppa, Corriere della Sera, 26 agosto 2003)

    Ancora lui,
    Tommaso Padoa Schioppa, autunno 1999, Commenataire n. 27 , sulla nascita dell’Unione Europea:
    «La costruzione europea è una rivoluzione, anche se i rivoluzionari non sono dei cospiratori pallidi e magri, ma degli impiegati, dei funzionari, dei banchieri e dei professori. […] L’EUROPA NON NASCE DA UN MOVIMENTO DEMOCRATICO. […] Tra il polo del consenso popolare e quello della leadership di alcuni governanti, l’Europa è nata seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di DISPOTISMO ILLUMINATO».

    Mario Monti, 1998, dal libro Intervista sull’Italia in Europa di Federico Rampini (p. 40 e 50-51):
    -Federico Rampini: «Perché la Commissione europea ha accettato di diventare il capro espiatorio su cui scaricare l’impopolarità dei sacrifici?».
    -Risposta di Monti: «Perché, tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità ESSENDO PIU’ LONTANE, PIU’ AL RIPARO, DAL PROCESSO ELETTORALE. Solo che questo un po’ per volta ha reso grigia e poi nera l’immagine dell’Europa presso i cittadini».
    -Federico Rampini: «Con uno sguardo storico all’integrazione dal 1957 in poi, si è spesso sostenuto che la Comunità europea ha fatto progressi prodigiosi perché era cementata dalla paura di un aggressore esterno, cioè l’impero sovietico. Si può andare avanti verso l’Europa unita […] senza una minaccia esterna?»
    -Risposta di Monti: «Ma secondo me il peso delle minacce esterne è ancora uno dei motori dell’integrazione europea. Anche se la minaccia cambia natura: la minaccia esterna di oggi si chiama concorrenza. Questo è un fattore potente di spinta per l’integrazione, anche se l’Europa reagisce troppo lentamente a questa minaccia. […] Un altro fenomeno che viene percepito come minaccia esterna, e che sta spingendo l’Europa verso una maggiore integrazione, è la “minaccia immigrazione”. […] QUINDI LE PAURE SONO STATE ALL’ORIGINE DELL’INTEGRAZIONE, LE PAURE HANNO CAMBIATO NATURA, PERÒ RIMANGONO TRA I MOTORI DELL’INTEGRAZIONE

    Di nuovo il “nostro”:
    Mario Monti, 22 febbraio 2011, convegno Finanza: comportamenti, regole istituzioni, Università Liuss Guido Carli, sul bisogno crisi come strumento di governo.

    «Non dobbiamo sorprenderci che L’EUROPA ABBIA BISOGNO DI CRISI E DI GRAVI CRISI PER FARE PASSI AVANTI. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile, conclamata».

    Insomma, queste crisi …non volute , per carità, sembrano veramente cascare a pennello per realizzare questi “grandi disegni”…..redistributivi.

  7. Vedo che siamo passati ad altri.

  8. […] Nel secondo paper segnalato ieri, Cesaratto torna ad aderire e completare la nostra critica rivolta al “Piano Marshall” […]

  9. L’articolo di Cesaratto offre una chiara ricostruzione della crisi dell’Euro come crisi da bilancia dei pagamenti.

    Le cause sono ormai note: mancata convergenza delle politiche nazionali; assenza di meccanismi comunitari di redistribuzione dei redditi dai paesi in surplus a quelli in deficit (ma anche di controllo stringente sulla quantità e qualità della spesa di questi ultimi); e così via …

    La parte dell’articolo che colpisce di più è l’ammissione da parte dell’Autore che la rottura dell’Euro, sebbene ritenuta (come ovvio) lo scenario più desiderabile, rappresenti anche l’opzione più densa di incognite e, comunque, di meno immediata e probabile realizzazione.

    Ritengo che un tale bagno di realismo sia opportuno da parte di tutti coloro, a Sinistra, stanno investendo le proprie energie su una tale prospettiva.

    A mio avviso, in questo contesto storico, l’uscita dalla crisi e la realizzazione di una società più giusta (anche se non necessariamente più ricca), devono essere perseguiti attraverso la redistribuzione e ridestinazione delle risorse, finanziarie e umane, già esistenti all’interno della nostra società.

    Il punto di partenza è quello riconsocere che la ricetta Keynesiana in Italia è già stata utilizzata, e male.

    Spendere i soldi pubblici per sostenere i consumi al tempo presente secondo logiche clientelari (l’equivalente di scavare una buca o poi riempirla) non può avere i medesimi effetti che finanziare, ad esempio, l’istruzione la ricerca. Adesso siamo costretti a recuperare il tempo perduto.

    Così pure, la tensione verso una società più giusta non può esaurirsi nella solita “scorciatoia” della spesa pubblica in disavanzo; essa richiede piuttosto lo sforzo di una ricomposizione degli interessi particolari delle diverse categorie intorno ad un progetto di sviluppo inclusivo e sostenibile.

    Un cordiale saluto
    http://marionetteallariscossa.blogspot.it/

  10. Sono desolato, nel leggere “ancora” persone che credono che l’ attuale CRISI sia un evento del tutto casuale. O non mi resta, di pensare che ci sia un pochino di malafede.

    Da elettore prodiano, nel tempo ho avuto la certezza di aver votato un VERO TRADITORE della patria. Senza escludere altri suoi “compagni di merende”, vedi ultimi governi(non eletti da elettori)!
    ps. Chiedo scusa, se il mio livello di italiano-grammatica, non è al livello di questo blog(la scuola non era quella di oggi ai miei tempi ), ma non potevo non esprimermi su tale argomento.

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