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Austerità e crisi dell’euro: le relazioni pericolose

Sono sempre più numerose ormai le voci di economisti che avvertono di quanto sia delicata pericolosa la gestione di questa fase della crisi dell’eurozona. Ed è la la volta di Rainer Masera, che su Repubblica – Affari e Finanza di ieri, torna a considerare il difficile equilibrio tra politiche di austerità e stabilizzazione del sistema finanziario. “ …con misure di aggiustamento fiscale e di austerità troppo rapide e brutali, il rischio esogeno, connesso a fattori fondamentali, rimane alto e ripropone il dilatarsi del rischio endogeno all’interno del sistema finanziario.” In altri termini, se le politiche rendono deboli e incerte le dinamiche della crescita, il rischio di destabilizzare il sistema finanziario si mantiene molto elevato.

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L’illusione del fiscal compact

Ragionare di disciplina di bilancio senza aver valutato quelli che sono i margini di crescita che i paesi europei si trovano realmente di fronte, può portare in acque molte pericolose. Ora che con la firma del “patto di bilancio”, il cosiddetto “fiscal compact”, sottoscritto da 25 paesi europei sabato scorso, il rigore finanziario avanza minacciosamente nei piani delle politiche europee, questo rischio e le conseguenze di ulteriori manovre depressive vanno considerati molto attentamente.

All’indomani di questa storica firma, ce ne parla Paolo Guerrieri sull’Unità: “Gli effetti del Fiscal compact riguarderanno comunque il futuro, mentre non hanno nulla a che vedere con il deciso miglioramento verificatosi nei mercati finanziari europei in queste ultime settimane. La netta riduzione registrata dal differenziale di rendimento, il famoso spread, tra Btp italiani e Bund tedeschi che è sceso ieri al di sotto di quota 310, dopo aver toccato a novembre dello scorso anno quota 575 punti, ne è una evidente conferma.”

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Caro presidente Draghi, rilegga il suo maestro Federico Caffè

“Il problema dello stato garante del benessere sociale (poiché un problema indubbiamente esiste) [è] quello della sua mancata realizzazione; non già quello del suo declino, o del suo superamento”.

(In difesa del Welfare State, 1986).

“Ogni auspicabile guadagno di efficienza richiede (…) una riaffermazione senza equivoci dei principi sui quali si fonda lo Stato del benessere. Non la sua crisi ci porta, oggi, a considerare gli indici di malessere, ma il fatto di aver sempre trovato argomenti per non realizzare in pieno una garanzia valida del benessere sociale, o per ridimensionare quel tanto che era stato faticosamente ottenuto. Una nuova epoca di scelte si apre: ma essa non può comportare opportunistici arretramenti, bensì ferma fedeltà agli ideali del progressismo riformatore; siano essi o meno vendibili sul mercato delle idee correnti”

(L’assistenza negata, in «Rinascita», 13 luglio 1985).

nota: Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, si è laureato con Federico Caffè nel 1970 ed è stato successivamente suo assistente. Caffè è stato uno dei più importanti economisti italiani ed uno dei primi a portare il pensiero keynesiano in Italia. E’ scomparso misteriosamente senza lasciare traccia il 15 aprile 1987. 

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Paolo Leon: “Lo stato sociale non è carità, il pareggio di bilancio è un errore”

Paolo Leon

“Lo stato sociale non è beneficenza, è un diritto. Rende più forte la democrazia ed è anche un elemento di sviluppo economico. È chiaro che mantenerlo e migliorarlo ha un costo, però produce guadagno; smantellarlo, invece, significa finire per spendere molto di più”.

Paolo Leon, economista keynesiano e docente di Economia all’Università di Roma Tre, intervistato dall’Unità al Convegno “Cresce il welfare cresce l’Italia”, esprime tutte le sue perplessità sulla riforma del mercato del lavoro, dicendosi scettico sui risultati in termini occupazionali: Continua a leggere »

Keynes, la Grecia e la Germania

Segnaliamo un articolo su “Economia e Politica” particolarmente interessante, che ricostruisce le analogie tra la situazione della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, costretta a pagare enormi debiti di guerra, e quella della Grecia attuale, costretta ad una inutile austerità. 

La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.

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Il lavoro è già flessibile, anzi, “liquido”

C’è un grosso errore di prospettiva nella bagarre che si è generata intorno alla discussione sulle politiche di riforma del mercato del lavoro. Di questo ne sono fermamente convinti Maurizio Franzini e Michele Raitano che, in un articolo su “nelMerito.com” spiegano:

“Il 30% di coloro che, in un dato anno, sono titolari di un contratto a tempo indeterminato sperimenta nei 5 anni successivi almeno un episodio negativo. Ciò vuol dire che lo status lavorativo/contrattuale peggiora e dal contratto a tempo indeterminato si passa a un contratto a termine oppure a una posizione da parasubordinato oppure ancora si finisce in disoccupazione o in Cassa integrazione; in molti casi, si esce perfino dalle forze di lavoro, non risultando più registrati nei Casellari amministrativi. Questa percentuale cresce al di sopra del 40% se il periodo di osservazione si estende a 10 anni. E’ interessante osservare che le quote di “caduta” sono abbastanza simili nel corso dei decenni, ciò vuol dire che già negli anni ‘80 e ‘90 le storie lavorative individuali erano molto fluide, in contrasto con la retorica della “rigidità del posto fisso”.

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Il dottor House alla ricerca del colpevole della crisi europea

Un bravo economista, diceva Keynes, è come un medico o un dentista. Deve curare la malattia e far stare meglio il malato. Ma, aggiungiamo noi, prima di prescrivere una medicina deve fare una diagnosi. Il termometro dell’economista sono i dati, riassunti in tabelle e grafici.

Con questo approccio si pone Paul Krugman sul suo blog, cercando di trovare il colpevole della crisi del paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Ovviamente ognuno di questi paesi ha dei problemi propri, diversi da quelli degli altri Piigs. Ma la sfida per l’economista-medico-investigatore è cercate una causa comune per la malattia dei paesi periferici. Solo dopo ha senso guardare i fattori aggravanti.

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L’austerity, un vulnus per la democrazia

Lo ammettiamo, il titolo di questo post è piuttosto impegnativo, ma è difficile non sintetizzare così il pensiero di Guido Rossi pochi giorni fa sul Sole 24 ore. Scrive Rossi:

Il rapporto tra il debito degli Stati e le sovranità popolari rimane incerto e inquietante. […] questa incredibile tensione tra democrazia e debito rimane inquietante anche laddove le maggioranze democratiche siano costrette, per ragioni esterne, ad affrontare serie politiche di austerity, come sta succedendo attualmente nei Paesi dell’Unione Europea.

Difficile non concordare, constatando che i parlamenti nazionali vengono svuotati di poteri e in alcuni paesi i governi vengono indicati direttamente dall’esterno: Bruxelles, Francoforte, Berlino.

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La crisi indebolisce il lavoro e aumenta la sperequazione tra i redditi

Si intitola “Le disuguaglianze del lavoro durante la crisi. Evidenze dall’Europa” (Work Inequalities in the Crisis: Evidence from Europe ), l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) presentato il 24 febbraio scorso.

Nella sintesi proposta da rassegna.it leggiamo che “Il rapporto analizza gli effetti della crisi sull’occupazione, i salari, le condizioni di lavoro e il dialogo sociale, mettendo a confronto quattordici ricerche condotte su base nazionale in trenta paesi europei e considerando diverse categorie di lavoratori e i loro settori di attività.”

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Una patrimoniale per l’occupazione

In un periodo storico in cui non si lesina di parlare di “sostenibilità” dello sviluppo e di come questo debba diventare l’obiettivo principe dell’azione politica, è bene ricordare che, a maggior ragione, questo non può essere smarrito proprio in un periodo di crisi quale è quello che si sta dispiegando con la massima forza. Ed  è questa, in definitiva, l’ispirazione che anima la proposta di tre economisti italiani, Francesco Scacciati, Guido Ortona ed Ugo Mattei, recentemente pubblicata da Sbilanciamoci.info.

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