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Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

Mariano Rajoy e Mario Monti

Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. In Italia, i sedicenti «modernizzatori» dicono che occorre rimuovere l’anomalia rappresentata dall’articolo 18 (definito dal presidente della Camera «un reperto archeologico») per mettere il nostro Paese al passo con quelli più avanzati. Verrebbe da pensare, quindi, che laddove non è previsto il reintegro ci si goda i benefici di una legislazione del lavoro più «europea». E invece no: se non c’è il diritto al reintegro, l’obiettivo da colpire diventa la quota più alta d’indennizzo. Una volta eliminata quest’ultima, arriva il turno della successiva, e via scendendo in una corsa verso l’annullamento delle tutele che non conosce limiti. Un’efficace dimostrazione di ciò la offre la Spagna, dove, come nel nostro Paese, la «riforma» del mercato del lavoro è di stretta attualità. Giovedì scorso il Parlamento ha convalidato il decreto che il Governo conservatore di Mariano Rajoy approvò lo scorso 10 febbraio, che riunisce in sé misure che colpiscono al cuore i diritti dei lavoratori e aumentano notevolmente il potere dell’impresa. Vediamo quali.

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L’appello dei premi Nobel contro il pareggio di bilancio

Ne abbiamo già parlato, ma ora pubblichiamo per intero l’appello dei Premi Nobel al Presidente Obama contro il pareggio di bilancio in Costituzione. Una lezione di economia in una sola pagina che l’Europa, e l’Italia, dovrebbero imparare.

Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

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Keynes in CGIL. Appello degli economisti per una svolta in Europa

Non ci sono solo i tecnici del governo. Il Forum Cgil dell’economia lancia un appello alle istituzioni Ue, già sottoscritto da molti studiosi: la linea Merkel/Sarkozy ha fallito. Con l’austerità non si esce dalla peggior crisi degli ultimi 70 anni. Bisogna ripartire da una “nuova” crescita di qualità e dal lavoro.

Un appello che, anche nel linguaggio, si richiama chiaramente alla tradizione keynesiana e alle culture dell’economia critica e che si incentra su molti degli argomenti che abbiamo affrontato nel nostro blog.

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L’industria italiana a picco, quella tedesca torna a crescere e allarga i suoi confini

A picco la produzione industriale dell’Italia nel confronto tra il gennaio 2012 e quello dell’anno precedente. Questa la sostanza del comunicato Istat di oggi che certifica gli andamenti dell’indice reale della produzione industriale. “Corretto per gli effetti di calendario, a gennaio l’indice diminuisce in termini tendenziali del 5,0%”

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L’allarme dell’Irish Times: “Vogliono bandire Keynes”

Il giornale di Dublino: “Il governo irlandese ha annunciato che organizzerà un referendum sul trattato fiscale. In gioco c’è il pluralismo delle idee economiche, che la destra europea vuole sottomettere alla sua ortodossia.”

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Il costo del lavoro in Italia è basso e l’investimento in innovazione pure

Il Ministro del Lavoro Elsa Fornero

Nella selva di cifre e affermazioni che si rincorrono sulle retribuzioni e sul costo del lavoro in Italia, sono senz’altro opportune alcune precisazioni. Se non altro per capire perché mai i lavoratori italiani, che nella classifica europea dei percettori di reddito sono tra gli ultimi, sarebbero penalizzati perché è “il costo del lavoro” a gravare sulle imprese. E’ questo l’intento dell’articolo di Domenico Moro, apparso su economiaepolitica.it che giunge a conclusioni assai convergenti con le nostre, esposte nell’articolo “L’Italia paese dai bassi salari”.

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Anche il Financial Times è preoccupato: “Il rigore tedesco ingabbia l’Europa”

Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. La determinazione della Germania a imporre una camicia di forza finanziaria ai suoi partner non funzionò ai tempi del ‘Patto di crescita e stabilità’. Potrà funzionare con il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance”, su cui è stato raggiunto un accordo la settimana scorsa? Ne dubito. Il trattato è il prodotto di una convinzione che la crisi sia stata causata dalla mancanza di disciplina di bilancio, e che la soluzione potrà venire da una maggiore disciplina. Ma la disciplina di bilancio non è tutta la verità, neanche lontanamente. L’applicazione rigorosa di un’idea così infondata è pericolosa

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Vladimiro Giacché: “Siamo ancora nel pieno della crisi”

Secondo i dati eurostat la disoccupazione è in netto aumento in tutta la zona Euro, questo a che prospettive può portare?

L’aumento della disoccupazione a livello europeo significa che la crisi e’ ancora in pieno corso, che essa non e’ dovuta al debito sovrano, e che le terapie di austerity imposte praticamente in tutti i paesi europei non migliorano la situazione, ma la peggiorano. Le prospettive purtroppo non sono buone. Il punto di svolta e’ ben lontano, anche perché ci si ostina ad affrontare questa crisi con le idee vecchie del liberismo trionfante degli anni Ottanta: smantellamento dello stato sociale, privatizzazioni, liberalizzazioni, deflazione salariale. Il problema oggi e’ il governo dell’economia, ma si preferisce che i governi seguano i diktat dei mercati, e i risultati si vedono.

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Pareggio di bilancio in Costituzione: l’Italia proibisce Keynes per legge, gli USA no

La Camera ha approvato ieri, in seconda lettura, il disegno di legge che introduce il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. La nuova normativa prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. Fa un passo avanti decisivo, quindi, la costruzione di quella “Europa tedesca” voluta dal nuovo patto fiscale, promosso dalla cancelliera Merkel, sulla base di una errata analisi della crisi europea, tutta concentrata sull’ipotesi che essa sia dovuta alla “prodigalità” dei paesi periferici (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Abbiamo invece visto che tale ipotesi è contraddetta dai fatti, come si ostinano a sottolineare molti economisti.

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L’Europa può essere salvata?

“L’Europa può essere salvata?” A chiederselo è l’ex primo ministro austriaco socialdemocratico, Alfred Gusenbauer, in un articolo su Project Syndacate, che segnaliamo proprio nel giorno in cui si addensano nuovamente le nuvole sull’euro e l’Europa. Ieri la Bce ha segnato un nuovo record dei depositi overnight e stamane lo spread è tornato a salire, mentre le borse hanno segnato una flessione, di fronte alle minacce del premier greco di un default poco “ordinato”.

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