Uno spezzone dell’intervista a Emiliano Brancaccio su Rai Educational, dedicata alle varie interpretazioni della crisi iniziata nel 2007-2008. In particolare, viene messa in evidenza la capacità delle teorie “critiche” di approfondire alcuni aspetti irrisolti delle analisi ortodosse della recessione.
Il pareggio di bilancio in Costituzione, il silenzio dei progressisti

Il Parlamento italiano introdurrà nella Costituzione il “pareggio di bilancio”: si tratterà dell’ultimo omaggio offerto alle “idee fallite” che stanno alla base dell’attuale crisi e che tuttora ispirano le politiche recessive e di austerity in tutta Europa. Perchè la stampa e le sinistre tacciono?
di Lanfranco Turci – da MicroMega on line
Nei prossimi giorni il Senato sarà chiamato ad approvare in seconda lettura le modifiche all’art. 81,97,117 e119 della Costituzione in materia di pareggio di bilancio.
Si tratterà dell’ultimo passaggio previsto dall’art. 138 C. dal momento che la Camera del Deputati ha già effettuato le due votazioni previste e il Senato ha già votato in prima lettura il 15 dicembre scorso.
L’austerità oggi come nel ’29. L’Italia e l’Europa tra Churchill e Keynes

Capita spesso di leggere commenti di politici ed economisti i quali sostengono che Keynes è “superato”. La cosa divertente, e tragica al tempo stesso, è che l’alternativa – ovvero l’austerità più o meno “espansiva” – è ben più vecchia di Keynes e affonda le sue radici nella teoria neoclassica-marginalista, incarnata a livello politico da quella “Treasury View” che Keynes criticò e confutò scientificamente nella General Theory. Giorgio Lunghini ci offre un’utile ricostruzione che evidenzia le differenze teoriche e politiche tra la “nuova” visione keynesiana e il “vecchio” punto di vista del Tesoro. Dopo 80 anni il dibattito è ancora grosso modo lo stesso. Sarebbe bastato non mettere Keynes nel dimenticatoio per non ripetere gli errori di allora.
Il modello tedesco. Come funziona davvero

Nel dibattito pubblico l’espressione “modello tedesco”, in riferimento alla riforma del mercato del lavoro, ha assunto il significato di concedere al giudice la possibilità (non l’obbligo, come è oggi, salvo diversa scelta del lavoratore) di reintegrare la persona licenziata ingiustamente nel posto di lavoro. Ma è davvero solo questo? No. I due articoli che proponiamo descrivono la complessa e per molti versi opposta situazione tedesca rispetto a quella italiana. Prendere un particolare di un sistema così differente e pretendere di incastrarlo nell’attuale sistema italiano non ci avvicina alla Germania, ma ci allontana dall’obiettivo di modernizzare il Paese. Troppe energie sono state spese e ancora si spenderanno su una riforma, quella dell’articolo 18, che non creerà posti di lavoro aggiuntivi, ma rischia di aumentare l’incertezza di lavoratori e imprese, dando alla magistratura il compito di decidere, caso per caso, la forma e l’entità del risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato.
Il primo articolo che proponiamo analizza la “cogestione”, il sistema che da decenni regola il funzionamento delle grandi imprese tedesche, nelle quali i lavoratori hanno diritto ad eleggere i propri rappresentanti negli organismi aziendali.
Il secondo articolo è un’intervista ad una dirigente della lega dei sindacati tedeschi che spiega puntualmente come funziona “l’articolo 18 alla tedesca”.
La lettura congiunta permette di misurare le distanze tra la realtà e il dibattito in Italia.
L’Euro senza unione politica non può reggere
di Kenneth Rogoff da Project Syndacate
Con la disoccupazione giovanile che arriva al 50% in alcuni paesi della zona euro come Spagna e Grecia, si sta forse assistendo al sacrificio di un’intera generazione nel nome di una moneta unica che comprende un gruppo di paesi troppo diversi tra loro perché la loro unione sia sostenibile? E in caso affermativo, allargare l’adesione alla zona euro può realmente essere utile all’obiettivo che l’Europa persegue in modo evidente di massimizzare l’integrazione economica senza realizzare necessariamente una completa unione politica?
La buona notizia è che la ricerca economica ha ancora un paio di cose da dire in merito al fatto che l’Europa debba avere o meno una moneta unica. La cattiva notizia è che diventa sempre più chiaro, quantomeno per i paesi di grandi dimensioni, che le aree valutarie saranno altamente instabili a meno che non seguano i confini nazionali. Come minimo, un’unione monetaria richiederebbe una confederazione con molto più potere centralizzato riguardo al sistema fiscale e alle altre politiche di quanto i leader europei prefigurano per la zona euro.
La Cina è lontana da Berlino

Shangai
di Francesco Saraceno (OFCE, – Reseach Center in Economics of Sciences-Po, Paris)
Martin Wolf [sul Financial Times] ha scritto un pezzo molto interessante sul tentativo cinese di riequilibrare il suo modello di crescita, spostandolo dalle esportazioni alla domanda interna. Wolf mostra come questo tentativo è andato avanti per almeno un decennio, con ritmo diseguale e vari stop-and-go. Mi piacerebbe aggiungere che la crisi stessa ha svolto un ruolo contraddittorio. La Cina da un lato è stato uno dei primi paesi nel 2009 per attuare un robusto piano di stimolo pari a oltre il 10% del PIL, dall’altro, essa non ha resistito (come la maggior parte dei paesi) a misure protezionistiche più o meno nascoste e a manipolazione della valuta. Wolf conclude che, benché di successo, il riequilibrio verso la domanda interna ha portato ad un investimento eccessivo (e non necessariamente produttivo). La nuova sfida riequilibratrice della Cina risiede nella crescita del reddito e dei consumi della sua popolazione. Continua a leggere »
I costi della crisi li pagano i più deboli

da lavoce.info di Monica Montella, Franco Mostacci e Paolo Roberti
Se nel 2010 l’economia italiana ha dato un leggero segnale di ripresa, non altrettanto si può dire dei redditi delle famiglie, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d’acquisto. Come era già accaduto nel biennio precedente, è soprattutto il reddito delle famiglie più povere a cadere. I dati mostrano che sono in larga parte nuclei familiari il cui il capofamiglia è donna, ha una scarsa istruzione, non ha lavoro, è single, monoreddito e risiede nel Meridione. Alla riforma del mercato lavoro va dunque chiesto di tutelare anche le fasce più deboli della società. Continua a leggere »
Per risparmiare occorre spendere

Ci è stato insegnato fin da piccoli a mettere i soldi nel salvadanaio e conservarli. Ad un certo punto possiamo rompere il salvadanaio e spendere in un solo acquisto la moneta che abbiamo “tesaurizzato”. Forti di questa convinzione, pensiamo che per spendere occorra prima risparmiare. E, finché ci limitiamo al nostro salvadanaio o a considerare una unità familiare, le cose stanno in effetti più o meno così, anche se quei soldi risparmiati dobbiamo averli prima guadagnati lavorando. Questo dovrebbe porci già qualche dubbio; ma non anticipiamo nulla e vediamo cosa accade in un sistema economico. Per illustrare come funziona l’accumulazione dei risparmi supporremo un sistema semplice, composto da famiglie e imprese. Il reddito delle famiglie deriva dalle paghe che i lavoratori percepiscono dalle imprese. Inoltre il sistema, per semplicità, è chiuso, ossia non vi sono importazioni ed esportazioni.
Se la politica si riprendesse la moneta

Bassa crescita, alto debito e ricche occasioni di speculazione. La miscela esplosiva della crisi europea potrebbe essere evitata da una politica economica comune, partendo da una moneta che torni a servire la politica. La discussione di Sbilanciamoci.info e il manifesto sulla rotta d’Europa
di Daniela Palma, Paolo Leon, Roberto Romano, Sergio Ferrari
L’opinione di Keynes sulla teoria economica dominante: “Porta a risultati disastrosi”

“Ho intitolato questo libro Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, insistendo sull’aggettivo generale. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica, la quale ha costituito la base della mia formazione scientifica e domina il pensiero economico, sia pratico che teorico, delle sfere dirigenti e degli ambienti accademici della generazione presente e delle precedenti, da cento anni a questa parte.
Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza.”
— John Maynard Keynes,
Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936
