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Il GREXIT porterebbe alla fine dell’euro?

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Molti commentatori si stanno interrogando in questi giorni sui possibili effetti di una uscita della Grecia dall’euro e un suo conseguente default sul debito pubblico (necessario a causa del fatto che esso è sotto legge estera).

Secondo alcuni, tale evento non comporterebbe la fine della moneta unica. Costoro richiamano l’attenzione sul fatto che non si scatenerebbe un effetto contagio sul sistema bancario europeo (come sarebbe avvenuto nel 2010), poiché il debito pubblico greco è oggi quasi totalmente in mano alle “istituzioni” (fondo salvastati EFSF – vale a dire gli stati dell’eurozona, BCE e FMI).  La prova sarebbe costituita dal mancato panico sui mercati finanziari in occasione delle trattative tra il nuovo governo greco e la (e) Troika.

Questo ragionamento rischia però di sottovalutare la fragilità dell’eurozona.

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Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro

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AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.

Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

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Dani Rodrik spiega perché l’uscita della Grecia dall’euro non è una soluzione per nessuno

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di Xenia Kounalaki dal sito del quotidiano greco Kathimerini

L’economista turco Dani Rodrik, già professore ad Harvard e attualmente docente di scienze sociali all’Institute for Advanced Studies a Princeton, nel New Jersey, ha parlato dell’ “ineludibile trilemma dell’economia mondiale”. Secondo il suo punto di vista, “la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono mutualmente incompatibili: possiamo combinarne due alla volta, ma è impossibile di coniugarli simultaneamente e appieno”. La teoria sembra aderire perfettamente alla attuale crisi del debito nell’eurozona. In occasione di un interessante articolo sulla Grecia, pubblicato su Project Syndicate, Rodrik ha risposto ad alcune domande per Kathimerini.

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Ecco come l’austerità ha fatto indebitare la Grecia

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Anche se la zona Euro e l’economia Greca dovessero sopravvivere alla crisi attuale, c’è un’assurdità nei suoi trattati (il fiscal compact) che minaccia l’esistenza della zona Euro a lungo termine. Le crisi si ripresenteranno ogniqualvolta c’è un periodo di forte crescita nella zona Euro. Squilibri nel commercio interno, surplus e deficit, riappariranno, e i paesi creditori e le istituzioni monetarie europee daranno di nuovo la stessa risposta, completamente sbagliata. Con queste premesse, e con i danni agli investimenti che questo ciclo genera, l’Europa è un continente perduto.

Ma per colmo dell’ironia è proprio Syriza, erroneamente considerata anti-Euro, che ha qualcosa che almeno somiglia a un piano per salvare l’eurozona da se stessa.

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Il PIL, l’Europa e il benessere

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di Guido Iodice e Daniela Palma – da Left del 7 febbraio 2015

Ilaria Bonaccorsi, nel numero precedente di Left, cita ampiamente una delle poche profezie errate di Keynes, quella contenuta in Prospettive economiche per i nostri nipoti. Secondo l’economista cantabrigense, il “problema economico” era in via di soluzione. Il futuro, non immediato, avrebbe riservato all’umanità molto benessere al prezzo di poco lavoro. Talmente poco che si sarebbe dovuto affrontare il problema psicologico dell’ozio. Tre ore al giorno, cinque giorni a settimana, sarebbero state, secondo Keynes, sufficienti a sedare la noia. Implicitamente, Keynes afferma che per gli scopi puramente economici sarebbero state persino troppe. Le cose purtroppo non sono andate così, e sul perché ci sarebbe molto da dire.

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Varoufakis: Come ridurre il debito senza creare recessione

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Yanis Varoufakis è il neo ministro delle Finanze del governo greco guidato da Alexis Tsipras. Proponiamo qui una sua relazione tenuta durante l’incontro organizzato dall’associazione AltraMente il 21 giugno 2010. Il testo è particolarmente interessante proprio perché non recente. Varoufakis analizza la crisi della Grecia e dell’eurozona nell’ambito del contesto globale dato dalla crisi finanziaria del 2008 e propone una soluzione in cui la BCE diventa garante di un processo di alleggerimento del debito dei paesi in crisi e di riequilibrio simmetrico all’interno dell’area monetaria. Questa idea si è poi evoluta in quella che Varoufakis, Stuart Holland e James Galbraith hanno chiamato una “modesta proposta” (modest proposal) per riunire l’eurozona.

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Tasso di cambio, produttività e declino italiano

Una delle tesi contro l’euro del professor Alberto Bagnai verte sulla correlazione tra il tasso di cambio e la produttività in Italia. L’idea è all’incirca questa: con l’ingresso nell’euro, o meglio con la rivalutazione del 1996, seguita poi dalla fissazione del cambio, l’Italia ha perso competitività, riducendo così il canale della domanda estera. Ora, poiché la legge di Kaldor-Verdoorn-(Smith) sostiene che la crescita della produttività è causata dalla crescita della domanda, questo spiega la stagnazione della produttività dalla metà degli anni ’90.

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Caro Mosler, non si può fare

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Warren Mosler ha risposto al nostro articolo sulla proposta avanzata da Luigi Di Maio (M5S) di uscire dall’euro lasciando i risparmi degli italiani denominati in euro.

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Krugman: “Sarebbe terribile se vincessero Lega Nord, M5S o Le Pen”

Paul Krugman

Mad as Hellas*

di Paul Krugman

New York Times, 11 dicembre 2014

La crisi delle finanze pubbliche della Grecia scoppiò cinque anni orsono, ed i suoi effetti collaterali continuano a provocare un danno enorme all’Europa e al mondo. Ma non sto pensando agli effetti collaterali che potreste avere in mente – alle ripercussioni dalla crisi greca al livello di una Grande Depressione, o al contagio finanziario verso gli altri paesi debitori. No, il vero effetto disastroso della crisi greca fu il modo in cui essa distorse la politica economica, nel momento in cui le supposte persone serie di tutto il mondo si precipitarono a trarne le lezioni sbagliate.

Oggi la Grecia sembra essere nuovamente in crisi. Questa volta ne trarremo le lezioni giuste?

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Se usciamo dall’euro non possiamo mantenere i risparmi in euro

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Qualche giorno fa Luigi Di Maio, esponente di punta del M5S, ha dichiarato alla trasmissione Otto e mezzo su la7 che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro, ma i risparmi degli italiani potrebbero rimanere in euro (qui al minuto 26:10). Proviamo a spiegare perché questa proposta ha costi insostenibili e quindi non è realizzabile, neppure limitatamente.

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