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Il “pasto gratis” di Keynes

I moltiplicatori calcolati da Moody's

Non esiste un pasto gratis. Questa è forse una delle frasi più ricorrenti in economia. Sta a significare che qualsiasi azione che abbia una valenza economica ha un costo che prima o poi qualcuno dovrà pagare. Ma è davvero così?

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Siamo tutti greci

C’è da chiedersi davvero se, stante l’attuale situazione della Grecia, l’Europa abbia coscienza del suo ruolo e, in primo luogo, se chi, come la Germania, pensa di esprimere una leadership, abbia davvero contezza di che cosa ciò voglia significare.

Sono tutti interrogativi leciti, questi, all’indomani della decisione di accordare alla Grecia il secondo prestito e a seguito dell’ulteriore declassamento del debito dello stato ellenico confermato a stretto giro. E non sembrano esserci parole più efficaci di quelle usate da Guido Rossi sul Sole 24 ore del 19 febbraio scorso, per definire i contorni di tutta la situazione. “Una danza macabra” è quella che si sta consumando intorno al default di Atene, Rossi non ha dubbi.

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A proposito di articolo 18: breve storia delle lamentele dei datori di lavoro

C’è deficit e deficit

Contro il comune assunto che il deficit di bilancio pubblico sia sempre da evitare, tuonano i commenti dell’analista finanziario H. Wood Brock, autore del recente saggio “Paralisi americana” che vengono riportati su Project Syndacate dal noto biografo keynesiano, Robert Skidelsky.

Una giusta valutazione del deficit, afferma Brock, può essere effettuata solo se si tiene adeguatamente conto della composizione e della qualità della spesa pubblica. E’ necessario infatti distinguere i deficit che sono generati da spesa corrente da quelli che emergono per la spesa in investimenti (in conto capitale). Nel primo caso il deficit non produce rendimenti ed alimenta il debito, mentre nel secondo caso potrà generare un flusso di redditi che potrebbe perfino arrivare ad estinguere il debito. Ma un fatto è bene soprattuto tener presente per ciò che attiene le spese in conto capitale: esse sono in grado di incidere sulla produttività del sistema economico aumentandone il potenziale di crescita nel lungo periodo.

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Appello dei giuristi a difesa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori

Pubblichiamo l’appello promosso da studiolegaleassociato.it a difesa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. L’appello è firmato, tra gli altri, da Sergio Mattone, Presidente Emerito Corte di Cassazione Sezione Lavoro e diversi docenti universitari.
Le adesioni riservate ai soli giuristi possono essere inviate a segreteria@studiolegaleassociato.it.

L’elenco delle firme è reperibile sul sito studiolegaleassociato.it

Appello “L’articolo diciotto: le verità nascoste”Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.
Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie, con forte calo di ordini e bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale). Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile. Continua a leggere »

“New Deal per la Ue o la Germania ci porterà al disastro”

F.D.Roosevelt

Per il professor Stuart Holland, il problema dell’Europa, oggi, è la Germania. La politica economica che impone all’eurozona sta facendo marciare il continente verso il disastro. E se non è giusto che Berlino si accolli il debito greco, non ha neppure il diritto di imporre la svendita di interi Paesi. In tedesco si usa la stessa parola (schuld) per “debito” e “colpa”, e psicologicamente creditori forti provano piacere nel punire debitori deboli. Ma l’austerità espansiva è una completa contraddizione in termini, e anche a livello teorico potrebbe funzionare solo in caso di piena occupazione e di libertà di svalutare la moneta. Serve dunque un New Deal europeo, e i governi devono strappare il potere dalle mani delle agenzie di rating.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/new-deal-ue

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Grecia: meglio fuori o dentro l’euro?

L’Europa ha deciso di salvare la Grecia. Se così si può dire. Perché le misure di austerità imposte ad Atene potrebbero invece distruggerla definitivamente. Che però la Grecia debba rimanere nell’euro ne è convinto Paolo Guerrieri, professore ordinario di Economia Internazionale alla Sapienza Università di Roma, che sull’Unità scrive:

E’ dimostrabile, da un lato, che un default di Atene ordinato e in grado di mantenere la Grecia all’interno dell’area euro potrebbe essere in qualche modo gestibile; dall’altro, un fallimento seguito dall’uscita dall’euro e dal ritorno alla dracma è molto più probabile scatenerebbe sui mercati europei – al di là dei drammatici costi per l’economia greca – una serie di reazioni a catena con effetti di contagio diffusi e in larga misura difficili da prevedere e controllare. […]

Ancora, se l’eurozona continua a rappresentare la maggiore fonte di rischio per una ripresa dell’economia mondiale che si mantiene fragile e anemica, è evidente che un disordinato fallimento della Grecia determinerebbe un drastico ridimensionamento del clima di fiducia sui mercati e finirebbe per rappresentare il detonatore di una nuova recessione dell’area dei Paesi più sviluppati.

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La flessibilità del lavoro deprime la domanda aggregata e la crescita

In quali termini un’azione sul mercato del lavoro potrebbe influenzare positivamente il rilancio dell’economia? Semplice: dovrebbe aumentare l’occupazione e agire favorevolmente sui livelli retributivi (o perlomeno non peggiorarli). Si otterrebbe in questo modo un aumento della domanda aggregata.

Purtroppo quanto accaduto sinora (e di conseguenza quanto si prospetta sulla base della discussione in merito all’articolo 18) non è andato in questa direzione, come ci dimostrano le evidenze disponibili sulle relazioni tra variazione dell’occupazione, variazioni salariali ed indicatori della flessibilità del mercato del lavoro.

E’ questo il nodo centrale dell’articolo di Marco Elia pubblicato da Economia e Politica.

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“Salvami Keynes!”

La qualità del lavoro è essenziale per la competitività

“In Italia, anche nella fase peggiore della crisi in atto, ci sono imprese fortemente competitive che operano in produzioni a forte valore aggiunto. Il punto allora – se davvero, fuori dalle ideologie, si vuole generare crescita e sviluppo – è capire come estendere questa competitività al resto del paese, puntando contemporaneamente sulla qualità del lavoro.” Lo afferma l’economista Patrizio Bianchi in apertura ad una intervista rilasciata a rassegna.it.

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