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Krugman: la Grecia è una vittima dell’euro, può salvarsi solo se cambia qualcosa a Berlino e Francoforte

di Paul Krugman, dal New York Times del 18 giugno 2012.

Da quando la Grecia ha iniziato a colare a picco, se ne sono sentite tante su cosa c’è che non va nel Paese ellenico e in tutto ciò che lo riguarda. Alcune delle accuse sono fondate, altre prive di fondamento, ma nessuna coglie nel segno. Sì, l’economia, la politica e senza dubbio anche la società greca sono caratterizzate da gravi mancanze. Ma non sono quelle mancanze ad aver causato la crisi che sta devastando la Grecia, e che minaccia di estendersi all’Europa intera.

No, l’origine di questo disastro è da ricercarsi molto più a nord, a Bruxelles, Francoforte e Berlino, laddove i funzionari hanno creato un sistema monetario profondamente – e forse inevitabilmente – imperfetto, e hanno poi aggravato i problemi di quel sistema sostituendo all’analisi il moralismo. E la soluzione alla crisi, se esiste, dovrà venire dagli stessi luoghi.

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I fondi salvastati non bastano: bisogna stampare Euro

di Emilio Barucci*

Negli ultimi dodici mesi il salvataggio dell’euro è sembrato passare tramite la progettazione di strumenti assai diversi tra loro. Nell’ordine di tempo: EFSF per soccorrere gli Stati, ESM, Eurobonds, fondo di redenzione del debito pubblico, fondo di garanzia dei depositi, EFSF per la ricapitalizzazione delle banche.

Si tratta di soluzioni che sono animate dalle più oneste intenzioni (il salvataggio dell’euro, il rafforzamento dell’UE e dell’euro) ma che alla prova dei fatti si sono rivelate essere dei palliativi: i mercati hanno tipicamente reagito bene all’annuncio della loro realizzazione o a passi avanti in quella direzione ma la luna di miele di solito è durata assai poco.

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Il debito pubblico non causa l’aumento dello spread

Maurizio Donato* – da Economiaepolitica.it

La domanda che questo articolo si pone è se la correlazione tra rendimenti sui titoli del debito e stabilità dei conti pubblici di un paese  sia sufficientemente robusta da reggere da sola il peso della spiegazione della tempesta che si è abbattuta dalla primavera del 2011 sui titoli pubblici di alcuni paesi europei.

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Verso una nuova (e più grave) recessione

“Fate presto”. Così, su nove colonne, titolò il Sole 24 Ore quando lo spread superò i 500 punti, nel novembre 2011. Sono passati 8 mesi da allora, ma l’Italia e l’Europa si trovano in una situazione persino peggiore. Lo spread non è arrivato ancora a quota 500, ma manca davvero poco. Il “salvataggio” delle banche spagnole non ha dato grandi effetti sui mercati che anzi ieri hanno nuovamente colpito Italia e Spagna. I dati macro parlano tutti, all’unisono, della gravità di quanto sta accadendo: produzione industriale a picco, redditi in calo, consumi in diminuzione, entrate fiscali più basse del previsto, disoccupazione in aumento. E questa è solo l’Italia, il paese periferico messo relativamente meglio nell’area Euro.

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Le origini della crisi spagnola

La caduta di fiducia nella Spagna ricorda la crisi irlandese del 2009-10; ad aggravarla, la spirale perversa tra austerità e recessione innescata dalle miopi scelte europee – di Vincenzo Comito, da Sbilanciamoci.info

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A furia di austerità l’Eurozona fa peggio del resto dell’Unione Europea (ma il Sole 24 Ore non se ne accorge)

di Andrea Terzi*

Il Sole 24 Ore del 28/5/2012 riporta alcuni dati macroeconomici dei paesi europei, euro e non-euro, e poi fornisce la sua interpretazione: “Troppe rigidità nei Paesi della moneta unica frenano la crescita e spingono il debito”.

Eppure i dati non contengono nessuna evidenza a favore della tesi che siano le rigidità a frenare la crescita.
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Il vero scopo delle politiche di austerità: smantellare lo stato sociale

Si fa sempre più duro il giudizio di Paul Krugman su come i governi occidentali stanno gestendo la crisi.

Si può ripetere fino all’ossessione che le politiche di contenimento della spesa pubblica dovrebbero trovar spazio in periodi di espansione – e non di recessione, come già ricordato da Keynes – ma il messaggio sembra non arrivare. Sembra di parlare al vento quando si ripete che il bilancio di uno Stato, e dunque il debito,  non è la stessa cosa che il bilancio di una famiglia;  che quello del sistema economico nel suo complesso è un “circuito” i cui si corrispondono flussi di produzione, reddito e spesa; che ogni sottrazione di risorse dal circuito  (vale a dire, ogni risparmio) deprime la “portata” del sistema e ne segna il processo di impoverimento.

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Il vero problema non è il debito pubblico

Per uscire dalla spirale della crisi, non serve congelare il debito o fare default, ma costruire rapidamente l’unione fiscale e politica europea. In Italia, occorre puntare su ricerca, formazione, educazione.

di Lia Fubini da Sbilanciamoci.info

[…] Il problema della speculazione sui titoli del debito pubblico è legato non tanto alla dimensione del debito ma a diverse variabili e fra queste un’importanza fondamentale è costituita dai debiti verso l’estero, pubblici e privati.

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Più investimenti pubblici per far ripartire la crescita europea

Sono gli investimenti ciò di cui le economie europee hanno bisogno, e specialmente quelle più deboli, se si vuole che quella dalla attuale crisi sia un’uscita duratura. Questo è in sostanza il messaggio che ci proviene da Emmanuel Guerin, Direttore del Dipartimento Clima ed Energia dell’Istituto per lo Sviluppo Sostenibile e le Relazioni Internazionali di Parigi (IDDRI), in un articolo su Project Syndicate.
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Ciò che non va nell’approccio all’euro

Euro sign frankfurt hesse germany

di Francesco Farina da nelMerito.com

Il vertice dei ministri economico-finanziari europei della notte del 23 maggio si è concluso con la consueta dichiarazione di ineludibilità dei vincoli del Fiscal Compact, con un’apertura sui “Projectbond” e con la semplice inclusione nell’agenda del vertice “ufficiale” del 28 giugno del tema degli “Eurobond”.

Il giorno dopo, nella sua “Lezione Caffè” all’Università di Roma-Sapienza, Mario Draghi ha implicitamente escluso un obiettivo della BCE per il tasso di inflazione di medio termine più elevato del 2% (la modellistica econometrica indicherebbe una correlazione negativa fra inflazione e crescita) ed ha delimitato il raggio di azione della politica monetaria all’alleviamento dei problemi di liquidità e di capitalizzazione delle banche europee mediante le operazioni LTRO, ricordando fra le riforme urgenti la centralizzazione della regolamentazione bancaria. Questi due giorni hanno dunque sancito come né dalla politica fiscale né dalla politica monetaria ci si possa attendere un sostegno alla ripresa economica dell’Eurozona.
Come si invertirà l’attuale tendenza alla “divergenza economica” europea?

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