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Il vero scopo delle politiche di austerità: smantellare lo stato sociale

Si fa sempre più duro il giudizio di Paul Krugman su come i governi occidentali stanno gestendo la crisi.

Si può ripetere fino all’ossessione che le politiche di contenimento della spesa pubblica dovrebbero trovar spazio in periodi di espansione – e non di recessione, come già ricordato da Keynes – ma il messaggio sembra non arrivare. Sembra di parlare al vento quando si ripete che il bilancio di uno Stato, e dunque il debito,  non è la stessa cosa che il bilancio di una famiglia;  che quello del sistema economico nel suo complesso è un “circuito” i cui si corrispondono flussi di produzione, reddito e spesa; che ogni sottrazione di risorse dal circuito  (vale a dire, ogni risparmio) deprime la “portata” del sistema e ne segna il processo di impoverimento.

E comunque, se proprio si vuole toccare con mano la realtà dei fatti, basta dare un’occhiata a quelle economie meno statalizzate e tanto decantate prima della crisi, come l’Irlanda, che hanno reagito nel peggiore dei modi. Politiche di austerità forti, come quella messa in atto dal Regno Unito, avvengono sull’onda di una strumentalizzazione del “panico da debito”, mirando in realtà a smantellare l’architettura dello stato sociale, proprio come sta avvenendo negli Stati Uniti.

E sembra allora lecito per Krugman concludere che il cosiddetto “piano B” – di cui si parla di fronte all’evidente fallimento delle politiche di austerità – conterrà ben poche misure di intervento della mano pubblica. Perché la verità è una sola: la ripresa dell’economia non è il focus delle politiche attualmente perseguite, e l’austerità sottende un uso strumentale della crisi economica.

Leggi l’ditoriale di Paul Krugman sul NYT

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31 commenti su “Il vero scopo delle politiche di austerità: smantellare lo stato sociale

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. […] Continua a leggere » Like this:Mi piaceBe the first to like this post. […]

  3. beh…sembra la naturale evoluzione di un sistema che ha cercato solo l’appoggio della finanza, senza ottenere alcun consenso dalla base sociale.

  4. […] Ora che abbiamo il nome del blog, non resta che scrivere un articolo […]

  5. A Voi non piace Krugman, non piace Keynes, …
    A Voi piace lo statalismo.
    E di fronte ai suoi fallimenti storici, invocate ancora più Stato.
    Ancora più interventismo, fino alla gloriosa e mai rinnegata pianificazione.
    A Voi piace il pensiero unico, lo Stato etico, la Vostra libertà si realizza solo all’interno dello Stato.
    Volete un’economia fasulla costruita sulla spesa pubblica in deficit.
    Volete il consumismo per sostenere un sistema decrepito e fallimentare.
    E magari un consumismo politically correct. Stabilito da Voi. Pianificato da Voi che avete le idee chiare e sapete qual’è il bene anche per me.
    E’ già tanto che non abbiate ancora intenzione di mandarmi in un campo di rieducazione.
    O, forse, ci avete già pensato?
    Ma perché non abolite il denaro contante?
    Così basterà un clic di chi comanda per fottere alla stragrande tutti i dissidenti.
    Scusate lo sfogo, ma siete proprio incorreggibili!

  6. Ludwig von MISES (1881-1973)
    «La metamorfosi delle tasse in armi di distruzione di massa è il carattere distintivo della finanza pubblica”.
    «Tutta la nostra civiltà si fonda sul fatto che gli uomini sono sempre riusciti a respingere l’attacco dei redistributori».DA SERGIO R…….I primi a mistificare sono proprio gli austriaci, a cominciare dall’uso estensivo che fanno del termine socialismo (fin da Hayek) per indicare tutto ciò che ha anche minimamente a che fare con lo Stato.Il socialismo può piacere o non piacere, ma ha una sua connotazione storica e politica abbastanza precisa. Per gli austriaci, invece, la semplice presenza di uno Stato come entità sovraindividuale con autonomia impositiva è già di per sé un segnale di socialismo. Poco importa, poi, se all’atto pratico lo Stato non redistribuisce affatto il reddito, anzi, sistematicamente ruba ai poveri per pagare i lussi dei ricchi, come ci insegna il bailout del 2008 o come ci conferma la diversa aliquota alla quale sei soggetto negli USA se hai una normale attività produttiva rispetto a chi, invece, vive di rendite finanziarie. Per gli austriaci vale la formula Stato = socialismo. In realtà, questo uso estensivo del termine “socialista” risponde a una precisa e deliberata strategia di mistificazione. Bisogna tener conto, infatti, che negli Stati Uniti (dove il libertarismo si è diffuso inizialmente) il termine “socialista” provoca incubi anche al più radical e al più liberal (quelli che da noi si definiscono genericamente “di sinistra”). Si inventa, insomma, uno spauracchio (lo Stato totalitario socialista) per giustificare di fatto il laissez-faire, ossia per giustificare che chi è più ricco non è tenuto a pagare per chi è più povero. È il solito trucco: fai paura alla gente e la gente farà quello che vuoi. Devi far credere ai gonzi che lo Stato limita la libertà dell’individuo, così i gonzi accetteranno di buon grado di rinunciare allo stato sociale e a quel poco di diritti che ancora rimangono loro.Il manganello non sarà più quello della FED o dello sceriffo locale, sarà quello dell’agenzia di mercenari, ma il manganello privato è notoriamente più efficiente di quello pubblico e, soprattutto, non costa un cent alla collettività. Inoltre, non ci sarà coercizione. Ci sarà un libero contratto, per cui il manganellato accetterà preventivamente di farsi bastonare a piacimento. Hayek contesta che la maggioranza abbia diritto a prendere decisioni anche per la minoranza, mentre ritiene assolutamente naturale che una minoranza di non meglio definiti saggi, o eletti, “ispiri la maggioranza”, di fatto decidendo per tutti. Ma certo che se uno non legge mai il testo può credere a quello che vuole e far dire a Hayek quello che vuole. Quello che impropriamente viene definito anarcocapitalismo è di fatto la giustificazione teorica del diritto del più forte a decidere anche per il più debole. Hayek non accetta che i pezzenti abbiano diritto di voto e, in tal modo, possano obbligare i più ricchi a cedere una parte della propria ricchezza a chi ha di meno. Il povero, per lui, è uno sfigato che è stato incapace di provvedere a se stesso, non merita alcuna assistenza se non quel minimo che lo renda innocuo e lo faccia desistere dal rubare al più ricco. Ma per non apparire elitarista, Hayek aggira abilmente il problema rovesciando i valori. Si inventa il concetto di “dittatura della maggioranza” creando una vittima della coercizione (la povera minoranza di più ricchi che deve sottostare alla volontà della maggioranza di poveri e scemi) per giustificare, di fatto, il diritto di quella stessa minoranza a sfruttare eternamente i meno fortunati.L’anti-statalismo degli austriaci, come non mi stancherò mai di ripetere, è solo fuffa, è solo una cortina fumogena dietro cui nascondere l’unico vero intento, eliminare lo stato sociale. Lo Stato esisterà sempre, non foss’altro per sancire il diritto (naturale e inviolabile per tutti gli austriaci) alla proprietà privata.

  7. La leggenda del capitalismo e del libero mercato

    Dimenticate Marx e pensate ex novo al Capitalismo. Cosa si intende per Capitalismo? Un’economia di libero mercato, il quale lasciato a sé stesso e senza interventi statali permette la creazione di grandi ricchezze concentrate.
    Si intende questo, eppure se ci pensiamo vediamo che con un mercato veramente libero non potrebbero affatto crearsi grandi ricchezze concentrate: con un mercato veramente libero non potrebbe esserci il Capitalismo!
    Il fatto è che le grandi ricchezze concentrate, diciamo le grandi aziende, per nascere e mantenersi hanno bisogno sempre di opere pubbliche, di opere della collettività.

    Immaginiamo ogni grande azienda, di qualunque settore, ai suoi albori. L’industria dell’auto per esempio. Dopo l’invenzione del semovente in vari Paesi degli imprenditori pensarono alla produzione di massa. Hanno venduto bene le prime serie, ma poi avrebbero dovuto fermarsi: era necessaria una rete stradale adatta. Ma in un mercato libero lo Stato non ti fa le strade perché devi vendere le tue auto ma ti dice: se le vuoi compra i terreni e asfalta, caro il mio imprenditore privato, e rispetta i diritti dei confinanti, che sono liberi cittadini in un libero mercato.

    Avrei voluto vedere come avrebbero potuto svilupparsi i colossi del settore, come la Ford o la Fiat: avrebbero dovuto comprare striscia di terra dopo striscia di terra, asfaltarla, recintarla e dotarla di un’infinità di sottopassaggi e cavalcavia, curarne la manutenzione, rendere conto degli incidenti che vi avvenivano. Sarebbe stato impossibile anche il primo passo, l’acquisto dei terreni, perché ogni contadino avrebbe chiesto cifre esorbitanti è ovvio.
    Sarebbe rimasto al nostro candidato capitalista delle quattro ruote il mercato militare: jeep e camion per l’Esercito, che viaggiavano sulle strade da lui fatte, per i suoi scopi. E il tutto vincolato dallo Stato (divieto di esportare, tipi di prodotti, eccetera), perché è roba di importanza strategica.
    Oppure pensiamo all’industria aeronautica e alle compagnie aeree. Begli oggetti gli aerei passeggeri, ma richiedono aeroporti e in un libero mercato lo Stato ti risponde come prima: Cosa c’entro io? Fatteli! E in luoghi deserti, dove non infastidiscano nessuno col rumore, perché i miei cittadini sono liberi cittadini in un libero mercato, e hanno dei diritti.

    Rimarrebbe come prima solo il mercato militare, con basi escluse ai voli civili. Poca cosa e coi soliti vincoli.
    Oppure pensiamo all’energia elettrica da portare a ogni domicilio: grandioso, ma occorre attraversare con i cavi le proprietà degli altri, che potrebbero rifiutare o chiedere un tot, perché sono liberi cittadini in un libero mercato. Lo stesso per telefoni e telefonate: bisogna attaccare cavi alle case altrui. O per il trasporto via mare, per l’import-export e per le crociere turistiche: hai bisogno di porti attrezzati e in un libero mercato o te li fai o non trasporti. Lo stesso per ogni altro settore potenzialmente atto a dar luogo a grandi aziende, al grande capitale. Semplicemente in un libero mercato, e ripeto libero, queste non possono neanche nascere.

    Si obietterà: ma così sarebbe impossibile lo sviluppo economico e civile! L’osservazione è irrilevante: questi sono gli esiti di un libero mercato di liberi uomini. E poi lo sviluppo economico e civile non sarebbe impossibile; solo, dipenderebbe dalla volontà dello Stato, che comincerebbe a fare i patti con le aspiranti grandi aziende o imprese: faccio le strade, i porti, eccetera, ma voglio la maggioranza della proprietà delle vostre aziende perché sono io che vi faccio vivere. In breve – sorpresa – l’esito fisiologico di un veramente libero mercato è la statalizzazione di ogni attività economica rilevante. Puoi possedere tutti i mezzi di produzione che vuoi, ma se il mercato è proprio libero non vai da nessuna parte.

    Le Vere Leggi del libero mercato

    E anche se per mera ipotesi, per passatempo speculativo, concediamo che in un libero mercato possano nascere grandi aziende private, come farebbero poi a mantenersi? Un libero mercato è un mercato dove la gente per quanto riguarda i fatti economici fa e disfà a suo piacimento, e lo Stato non interviene, non premia e non punisce. Non lo ha detto Adam Smith, il profeta del Capitalismo, che lo Stato non deve interferire, che ci pensa la invisible hand (la “mano invisibile”) del libero mercato a regolare tutto per il meglio?
    Bene, allora io compro a credito e non pago: è un atto economico e lo Stato non deve intervenire. Dirà il medesimo: Non c’è stato furto (non ha preso la roba dallo scaffale ed è scappato) ma il mancato rispetto di un patto economico fra le parti: il mercato è libero, per definizione non possono esserci leggi che lo regolino, e quindi arrangiatevi; neanche chiedo la restituzione della merce, perché la vostra transazione, non essendo regolamentata, non ha valore giuridico e perciò chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, ma se in seguito alle recriminazioni ci sono violenze su persone o cose interverrò invece immancabilmente, a punirne l’autore.

    Cosa rimane ai produttori e ai venditori in questo regime di libertà economica?

    Cosa fa la invisible hand?

    Dice di consegnare la merce solo a fronte di un pagamento immediato e in contanti, ecco cosa dice. Come fa il contadino al mercato: nella mia mano il cavolfiore, nella tua il soldo. E questa è la Prima Vera Legge dell’economia di libero mercato.
    Ma così, appunto, addio grandi aziende, addio banche, addio Capitalismo. L’invisible hand di Adam Smith protende il medio, gli gira dietro la schiena, e va su.
    Oppure io vedo sul libero mercato un bell’oggetto, lo faccio uguale e lo vendo, magari a un prezzo più basso, perché sono un mago nell’arte della concorrenza. Strilli e strepiti del fabbricante originale, ma cosa deve dire lo Stato in un mercato libero? Che la cosa non lo riguarda perché io non ho rubato oggetti (ho pagato il campione ostentatamente, o meglio, l’ho comprato a credito), non ho fatto violenze né altro, ma solo lavorato, da cittadino libero in un libero mercato, dove si può fare nell’economico tutto quello che si vuole.

    Cosa dice ora l’invisible hand? Dice che non val la pena di far niente che possa essere riprodotto a costo inferiore dal primo napoletano che passa, che è la Seconda Vera Legge dell’economia di libero mercato. E ripete il suo gesto su Adam Smith.
    Oppure io sono un bambino ignorante, che non vuole andare a scuola. Il Capitalista protesta con lo Stato: Obbliga i genitori a mandarlo a scuola almeno sino ai 16 anni, dove insegnerai queste e queste materie, e poi allettali a mandarlo all’università, perché mi servono operai, quadri e dirigenti per la mia azienda; beninteso, io non garantisco il posto a nessuno, perché c’è il libero mercato!

    Ma in un Paese a libera economia di mercato lo Stato per mere ragioni di civiltà impone un’istruzione di base, che a 12 anni è senz’altro soddisfatta, e poi non obbliga più nessuno a continuare perché non deve raggiungere alcun obiettivo economico: il mercato fa da sé, non è vero? Se chi continua non è sufficiente per le esigenze dello Stato (scuole, ospedali, ricerca, Esercito, eccetera), questi pagherà studenti perché continuino, garantendo anche l’impiego. Cosa dice l’invisible hand ? Che al massimo si può possedere una fattoria con tanti braccianti agricoli perché per il resto bisognerebbe formarsi il personale a proprie spese, cosa proibitiva: la Terza Vera Legge dell’economia di libero mercato. Ancora la mano invisibile torna su Adam Smith.
    Oppure io sono un ladruncolo di supermercato, come ce ne sono decine di migliaia. Ho rubato e lo Stato è disposto a processarmi, ma vuole la presenza fisica del proprietario leso, che dica che la merce era sua, perché in un libero mercato, dato che l’economico non è regolamentato, solo le persone fisiche sono anche persone giuridiche, che possano promuovere azioni giudiziarie. Se si tratta del proprietario di una catena di supermercati dovrà passare la vita fra un processo e l’altro in tutte le città del Paese. Se è una società per azioni con tanti azionisti dovranno muoversi tutti: sono i proprietari. Ovvio che ogni volta bisogna lasciare perdere. L’invisible hand ? Dice che non si deve sorpassare la dimensione del negozietto di famiglia, perché altrimenti si è spolpati dai furti: la Quarta Vera Legge dell’economia di libero mercato.

    Il capitalismo è un fatto politico

  8. comm.precedente estratto da un post di John Kleeves

  9. queste di keynes le conosci?

    http://quotes.liberty-tree.ca/quotes_by/john+maynard+keynes

    Lenin is said to have declared that the best way to destroy the Capitalistic System was to debauch the currency. . . Lenin was certainly right. There is no subtler, no surer means of overturning the existing basis of society than to debauch the currency. The process engages all the hidden forces of economic law on the side of destruction, and does it in a manner which not one man in a million can diagnose.

    • Apprezzo che lei incominci a leggere Keynes. Ora faccia un passo avanti: si legga cosa si debba intendere per inflazione. Il capitolo 21° della General Theory, dedicato alla Teoria dei Prezzi, le potrebbe tornare utile.

      • L’inflazione è solo l’aumento della massa monetaria.

      • Sbagliato! Sia la M1 che la M3 in Italia scendono, ma i prezzi aumentano.
        Fai uno sforzo: vatti a leggere anche tu il 21° capitolo della Teoria Generale di Keynes.

      • Dato che il sistema economico e monetario, o meglio valutario, italiano, non è isolato, I prezzi dei prodotti venduti in Italia, per lo più importati, anche alimentari, non sono determinati per la loro maggior parte dalla domanda interna italiana, e aumentano proprio per l’aumentare delle masse valutarie, indipendentemente dalla quantità di circolante italiano. L’inflazione è per definizione l’aumento della massa valutaria. L’aumento dei prezzi, o inflazione per la vulgata, è una conseguenza inevitabile quando la valuta entra in contatto con i beni e questo fenomeno può non avvenire linearmente ma per classi di beni, specialmente quando la politica di trasmissione monetaria non distribuisce la maggiore massa valutaria uniformemente come succede proprio col Quantitative Easing americano o con la manipolazione del tasso di interesse europeo. Si crea così una inflazione selettiva nei prezzi di specifiche classi di beni che riescono ad assorbire meglio la maggiore massa monetaria, le così dette bolle, con una forte distorsione del rapporto prezzo/valore in queste classi e con un minimo trasferimento della maggiore liquidità creata nei settori produttivi dell’economia, senza quindi un effettivo effetto di stimolo.

  10. “Chi pensa che l’uomo sia imprevedibilmente creativo, tende ad agevolare l’attività umana (in questo caso economica), e si limita a garantire l’integrità di tutti gli elementi che egli utilizza per le proprie finalità, perché nella collaborazione e nello scambio vi sia sempre e naturalmente intrinseco vantaggio reciproco.

    Chi pensa, alla Krugman, che l’uomo sia prevedibilmente irrazionale tende ad intervenire nell’ambito economico modificando le istituzioni sociali che l’uomo si è creato spontaneamente. Facendo quelle che si chiamano “politiche economiche anticicliche”. Stampando per esempio denaro e mettendolo in circolo nei luoghi e nei metodi che più ritengono opportuni. Con tutta l’arroganza di chi pensa di aver capito tutto dall’alto. Meglio di milioni di cittadini che ogni giorno compiono delle scelte economiche.

    Ecco perché i primi hanno ampiamente previsto la crisi odierna e i secondi no. Ecco perché gli economisti che ci governano non sapranno risolverla, e nel migliore dei casi riusciranno a posticipare un disastro già annunciato.”

    da: http://www.robertogorini.it/2012/06/05/perche-gli-economisti-che-ci-governano-non-hanno-saputo-prevedere-la-crisi-e-non-sapranno-risolverla/

    • Peccato che la crisi sia sta provocata dalle liberalizzazioni del sistema finanziario auspicate fortemente e volute da quegli economisti a cui tu ti ispiri.
      Quanto alle istituzioni create dagli uomini, bisogna essere molto ingenui per credere che siano sorte spontaneamente.
      Rimarrai sorpreso poi che non Krugman, ma – visto come ti esprimi – i politici a cui ti ispiri come Bush hanno immesso liquidità per salvare il sistema bancario americano che in precedenza altri politici dello stesso orientamento avevano liberalizzato.
      Le vostre teorie hanno portato alla crisi. Ed oltre aver provocato questo sconquasso siete degli incapaci perchè non avete idea di come uscirne.

      • Fa bene a leggere le “idee per il libero mercato”.
        Solo una domanda? ma dove credete di aver vissuto finora?
        Negli Stati Uniti o in Europa vi è forse il socialismo realizzato in terra?
        Anzichè leggersi la spatafiata di 10 pagine teoriche e avulse dalla realtà, si vada a leggere le statistiche dell’indebitamento pubblicate nei giorni scorsi dalla Fed. Scoprirà che la crisi non partì dal debito pubblico, che nel 2007 era inferiore al 60%, ma per l’indebitamento del sistema finanziario che passò dal 16,7% del pil del 1977 al 120% del 2008, quando poi fallì la Lehman Brothers.
        Tutto questo grazie alle vostre idee del cavolo sulla liberalizzazione che avrebbe portato prosperità per tutti. Abbiamo visto come: gente licenziata che non poteva più pagare i mutui e che poi ha perso anche la casa.

  11. Al simpatico irriducibile Giorgio

    In economia, con il termine stagflazione (combinazione dei termini stagnazione ed inflazione) si indica la situazione nella quale sono contemporaneamente presenti – su un determinato mercato – sia un aumento generale dei prezzi (inflazione), sia una mancanza di crescita dell’economia in termini reali (stagnazione economica).
    La stagflazione è un fenomeno presentatosi per la prima volta alla fine degli anni sessanta, prevalentemente nei paesi occidentali; precedentemente inflazione e stagnazione si erano invece sempre presentate disgiuntamente.
    La contemporanea presenza di questi due elementi mise in crisi la teoria di John Maynard Keynes (e le successive teorie post-keynesiane) che, per oltre 30 anni, era stata la spiegazione più convincente per l’andamento dei sistemi economici, oltre che valido strumento di politica economica per i governi di paesi ad economia di mercato.
    Milton Friedman, Nobel in Economia nel 1976, era stato tra i pochi a discostarsi dalle visioni keynesiane e roosveltiane e a prevedere, nei suoi due libri Capitalism and Freedom e Storia Monetaria degli Stati Uniti, l’avvento della stagflazione.
    Nella visione keynesiana, la disoccupazione è causata da un livello non sufficiente della domanda aggregata, mentre l’inflazione è giustificata solo quando il mercato raggiunge il pieno impiego: a quel punto l’eccesso della domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata, non potendo riversarsi sulla quantità reale (già massima e non espandibile), si riversa sui prezzi, incrementandoli e determinando un aumento del prodotto interno lordo nominale, ovvero dei prezzi e non delle quantità. Nella teoria keynesiana una situazione di disoccupazione non è compatibile invece con prezzi in aumento, ma solo con prezzi in diminuzione in linea col calo della domanda per effetto della diminuzione dei consumi cioè in regime di recessione.
    La stagflazione fu così inizialmente contrastata, conformemente alla teoria keynesiana, con l’applicazione di politiche economiche improntate ad una forte espansione: gli effetti di queste scelte aggravarono, però, ulteriormente la tendenza, già presente nei sistemi economici, al rialzo dei prezzi dei beni per di più senza drastici cali della disoccupazione, come auspicato invece dai governi. Il fenomeno fu principalmente spiegato col prevalere di comportamenti di monopolio sia nel mercato del lavoro (per la rigidità dei salari), che in quello dei prodotti per la presenza di cartelli (in special modo nei mercati delle materie prime).
    Dal momento che la teoria keynesiana non era in grado di spiegare correttamente questo nuovo fenomeno molti economisti superarono l’idea keynesiana, che fino ad allora era riuscita a spiegare e giustificare validamente i fenomeni presenti nelle economie di mercato, ritornando alle convinzioni della teoria economica classica.

    Lotta alla stagflazione
    Una proficua lotta alla stagflazione è particolarmente complessa, in quanto per diminuire la spinta inflazionistica le Banche Centrali dovrebbero ridurre la massa di moneta circolante e, indirettamente, contenere la domanda di beni e servizi; ma una diminuzione della domanda causata da scarsità della massa monetaria non favorisce la crescita economica e quindi il rientro della disoccupazione.
    Rispetto agli anni ’70, oggi il fenomeno della stagflazione viene mitigato dalla mancata rincorsa prezzi/salari, ovvero ad un aumento dei prezzi, soprattutto petrolio e materie prime, non corrisponde automaticamente un adeguamento inflattivo delle richieste salariali che vengono condizionate dalla possibilità per le imprese di delocalizzare sempre di più la produzione in paesi che hanno un costo del lavoro nettamente inferiore.
    Questa tendenza a sua volta riduce la possibilità di contrattare eventuali aumenti salariali nei paesi più sviluppati riportando in equilibrio il mercato del lavoro e quindi senza produrre un ulteriore peggioramento del tasso d’inflazione.
    A questo punto, una politica monetaria restrittiva risulta inefficace e quindi occorre agire piuttosto su quella fiscale, con una sensibile riduzione della spesa corrente ed una corrispondente riduzione della pressione fiscale, unico strumento efficace per stimolare i consumi e perciò la domanda aggregata di beni e servizi.
    La conseguente crescita economica rende quindi possibile una ripresa dell’occupazione, proprio in conseguenza della sopracitata moderazione salariale. Alle Banche centrali spetta quindi il compito di fine tuning, ovvero di equilibrare con la maggiore precisione possibile, la liquidità immessa nel sistema, in particolare attraverso una migliore allocazione della massa monetaria allargata che accompagni la ripresa dell’economia.

    Altroché tasse patrimoniali e ritocco in alto delle aliquote fiscali!
    Volete l’inferno fiscale?
    Non vi basta quello odierno?

  12. L’inflazione degli anni ’70 – abbinata alla stagnazione – era molto semplicemnte dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche. Quando il prezzo del petrolio passa dalla notte alla mattina da 3 a 12 $ il barile (e come se oggi dovessero passare dagli attuali 80-100 $ a 400$), non c’è santo che tenga: i prezzi aumentano e l’economia va in recessione.
    Ma oggi la situazione è ben diversa: non c’è inflazione, ma c’è invece una diffusa ed alta disoccupazione. Che non potrà essere risolta con politiche monetarie restrittive (pura follia, dovreste essere rinchiusi!).

    • Esattamente. La stagflazione degli anni ’70, e quella odierna in alcuni paesi europei, è causata dall’aumento dei prezzi di beni che non sono però prodotti all’interno dei sistemi economici dei paesi in questione. Il calo del PIL in presenza di un grande risparmio privato, come è per l’Italia, è di per se stesso causa di stagflazione per la maggiore competizione del risparmio per acquisire i minori beni disponibili, almeno per quanto riguarda la quota di PIL consumato internamente. Siccome il risparmio privato è la base per la nuova produzione, quando il PIL cala in presenza di un grande risparmio privato, le cause sono da ricercarsi in politiche fiscali e sociali talmente errate da impedire al risparmio di trasformarsi in investimento e produzione.
      I governanti non sono sciocchi e conoscono benissimo i principi economici e li usano per realizzare i propri scopi, non necessariamente per realizzare il benessere.

  13. Si dia una calmata.
    La democrazia è conflitto.
    Conflitto di idee. Solo di idee.
    Se davvero pensa di rinchiudere qualcuno per rieducarlo, si aspetti una vivace reazione.

    • Se pensate di reprimere con la polizia le proteste delle persone colpite dalle vostre politiche economiche, vi sbagliate di grosso. Democraticamente sarete spazzati via (il primo è stato Sarkozy). E vedremo a quel punto se sarete così democratici … come vi proclamate (l’esperenzia degli anni ’30 dimostra esattamente il contrario: fascismo in Italia e nazismo in Germania).

      • Lei non ha capito davvero nulla.
        Se c’è una tradizione di pensiero alla quale credo di essere vicino è quella LIBERTARIAN. Non ha assolutamente nulla a che fare con Bush, Berluska, fascismo, nazismo, Sarkozy e Merkel.
        Lei cerca di catalogarmi, ma sbaglia completamente.
        Glielo concedo perchè anche Lei non sa nulla nè della Scuola Austriaca di Economia, nè di Murray Newton Rothbard, nè di Hazlitt, nè del pensiero libertario.
        Lei ha riflessi condizionati: i buoni sono i marxisti ed i postmarxisti, i keynesiani e gli welfaristi, tutti gli altri sono solo affamatori del popolo.
        Lei fa solo una gran confusione e mi accusa di essere un guerrafondaio alla Bush, un liberista di Chicago (per gli Austriaci quelli di Chicago sono dei deviati), i libertari sono pacifisti perchè la guerra la fanno gli stati, non gli individui.

        Per Sua curiosità provi il test:
        http://www.theadvocates.org/quiz

        Io sono un libertarian.
        Lei probabilmente si piazzerà tra statist e left.
        La prego, lo provi. Sono solo 10 domande semplicissime.

      • Non so se andrà a buon fine ma provo a indicarle il link del test a cui ha voluto sottopormi
        http://www.theadvocates.org/quiz_result?e=20&i=80_20.gif&p=80

        Ad ogni modo mi ha classificato tra i Left (liberal).
        Mi ritengo soddisfatto dell’esito.

        Quanto al definirsi liberali (qui in Italia), vorrei solo ricordare che negli anni ’20-30 i liberali sostennero il fascismo. E quando si pentirano di ciò che avevano fatto … era troppo tardi.

  14. Tra qualche anno (o mese) vedremo chi tra di noi avrà avuto ragione.
    La aspetterò dietro la mia baracca. Non troppo lontano dalla Sua catapecchia.
    Ovviamente per offrirLe un mezzo sigaro di pace.

  15. […] benché i keynesiani insistano a raccontarci che la gestione della cosa pubblica è cosa del tutto diversa dall’organizzazione di una […]

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