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Il debito pubblico non causa l’aumento dello spread

Maurizio Donato* – da Economiaepolitica.it

La domanda che questo articolo si pone è se la correlazione tra rendimenti sui titoli del debito e stabilità dei conti pubblici di un paese  sia sufficientemente robusta da reggere da sola il peso della spiegazione della tempesta che si è abbattuta dalla primavera del 2011 sui titoli pubblici di alcuni paesi europei.

L’ampliarsi del differenziale tra i rendimenti dei titoli pubblici dei paesi europei sotto attacco e quelli del paese considerato più sicuro sintetizza la forma assunta dall’attacco speculativo: per continuare ad acquistare obbligazioni pubbliche degli Stati sottoposti a pressione, i “mercati finanziari” pretendono rendimenti elevatissimi. Se in seguito agli attacchi il paese fallisce e/o esce dall’euro, i rendimenti maggiori compenseranno il minor valore futuro atteso della nuova/vecchia moneta nazionale; se lo Stato non fallisce e resta (nel)l’euro, il guadagno sarà evidentemente ancora maggiore perché contabilizzato in una valuta forte.

Fig. 1 I rendimenti delle obbligazioni governative a 10 anni di sette paesi europei[1]

Per inciso, è possibile avanzare l’ipotesi che una preoccupazione analoga motivi, a parte la sacrosanta ma non del tutto credibile lotta all’evasione fiscale[2], l’accentuata pressione tributaria che l’italiana Agenzia delle entrate ha imposto ad Equitalia: meglio assicurarsi che le entrate siano denominate in euro, ché del doman non v’è certezza.

Tornando ai rendimenti delle obbligazioni pubbliche, un primo elemento da sottolineare è che, sia prima dell’euro, che durante la fase caratterizzata dalla “coesistenza pacifica” con le altre valute forti, il trend dei rendimenti appare caratterizzato da una marcata tendenza alla diminuzione. Dopo lo scoppio della crisi negli Usa il trend comune si spezza, con un gruppo di paesi che diventa il bersaglio privilegiato della speculazione, ma è sui rendimenti dei titoli dei paesi generalmente considerati virtuosi che c’è da segnalare un paradosso che resta tale se non si prendono in considerazione elementi strategici.

Il paradosso è che, se i rendimenti più o meno alti sul debito pubblico dovessero davvero segnalare unicamente o principalmente la solidità dei bilanci degli Stati che li emettono, non si capisce perché – a parte la Germania – i titoli di due paesi fortemente indebitati come Usa e Regno unito non segnalino tale rischio. Se si esamina la condizione dei bilanci pubblici di questi due paesi e la si mette a confronto con la proverbiale austerità teutonica, il puzzle della dominanza del  rapporto tra rendimenti sui titoli e disciplina di bilancio appare evidente.

Fig. 2 Debito pubblico netto di Germania, UK e US

Tralasciando le previsioni, le statistiche ufficiali ci dicono che nei cinque anni compresi tra il 2006 e il 2011 il debito pubblico netto tedesco è cresciuto dal 53 al 58%, quello inglese è passato dal 38 al 78%, quello nordamericano dal 48 all’80%. Questo significa che per tutti e tre questi paesi il debito pubblico netto è cresciuto, che nel caso inglese è più che raddoppiato, che quello Usa è il più alto, eppure al 10 di maggio del 2012 il rendimento di un’ obbligazione pubblica tedesca a 10 anni era dell’1,44%, quello sull’analogo titolo nordamericano dell’1,85 e quello inglese 1,9.

Fig. 3 I rendimenti delle obbligazioni governative di US, UK, Germania e Giappone

Se  aggiungiamo al confronto il Giappone osserviamo che, differentemente da quanto si sarebbe potuto prevedere accettando la tesi della dominanza della correlazione negativa tra rendimenti e solidità dei bilanci pubblici, i tassi di interesse pagati sul debito pubblico di questi quattro paesi tendono complessivamente a convergere da almeno vent’anni. Ci sono oscillazioni e divergenze cicliche, ma i rendimenti sui titoli giapponesi sono sistematicamente più bassi degli altri, e non c’è nulla che segnali la dimensione del debito pubblico inglese e americano.

Emblematica la storia del Giappone. Alla fine del 1990, quando la bolla finanziaria delle dotcom era già scoppiata da qualche mese, un titolo del debito pubblico giapponese a 10 anni rendeva il 6,7%. Quando l’economia nipponica, anche per effetto delle decisioni prese al Plaza sul valore del dollaro, entrò in recessione, i diversi governi che si sono succeduti alla guida del paese risposero con massicce iniezioni di spesa pubblica che provocarono un notevole deficit di bilancio, ma “ciononostante” i rendimenti sul debito pubblico più alto del mondo (in rapporto al Pil) ma detenuto per lo più all’interno del paese non aumentarono. Anzi, peggiore appariva la condizione dei conti pubblici, più diminuiva  il rendimento dei titoli.

Niente di sorprendente se si tiene conto che il Giappone ha deciso da tempo governare il rendimento delle proprie obbligazioni precludendo la possibilità di un attacco speculativo esterno ai conti pubblici.

Grazie al ruolo strategico della Banca federale, i rendimenti dei titoli Usa a 10 anni, che erano del 5,1% poco prima dello scoppio della crisi bancario – immobiliare, sono oggi al 2% nonostante l’ esplosione del debito federale a causa dei salvataggi delle imprese a rischio di fallimento. Molto simile la performance dei titoli inglesi: rendevano il 5,5% a luglio 2007, adesso sono sotto il 2.

Dunque non è sempre verificato che i rendimenti dei titoli pubblici risultino unicamente o principalmente correlati alle condizioni di bilancio dei paesi; alcuni Stati, il cui debito pubblico già considerevole in livelli assoluti è peggiorato e di molto anche relativamente al Pil, vedono riconoscersi dai mercati e dalle loro agenzie di rating un premio inversamente proporzionale al rischio che invece viene segnalato come fortissimo per outsiders della scena internazionale come la Grecia.

Non sono mancati, anche su questa rivista, contributi che hanno messo in evidenza altre possibili determinanti della crisi dei debiti sovrani, dal ruolo delle Banche centrali, ai debiti esteri, alla mancata crescita.

Un’altra possibile spiegazione, non necessariamente alternativa ma complementare rispetto a quelle su accennate, invita a considerare la possibilità che il ritiro dalle obbligazioni denominate in euro sia un comportamento strategico messo in atto da soggetti che hanno inteso in questo modo scaricare sui paesi europei più deboli il peso maggiore dell’aggiustamento seguito alla crisi bancaria – immobiliare  il cui epicentro si è verificato negli USA.

Fig. 4 Differenziale di rendimento tra BTP italiani e BUND tedeschi a 10 anni

Il differenziale di rendimento tra BTP italiani e BUND tedeschi a 10 anni si amplia a partire dal mese di aprile del 2011. Il 12 aprile il Fondo monetario internazionale presenta il World Economic Outlook di primavera che non contiene notizie negative per i conti pubblici italiani[3] mentre registra che il deficit pubblico degli US (-10,8%) è il secondo più alto tra le economie maggiormente sviluppate. Pochi giorni dopo, l’agenzia di rating Standard & Poor, pur mantenendo la tripla A, declassa per la prima volta nella storia le previsioni per i titoli del debito US da stabile a negativo. A gennaio il segretario al Tesoro Tim Geithner aveva dichiarato «Un default, guardando a come stanno le cose, è assolutamente possibile e sarebbe un evento catastrofico».

La scena economica internazionale, durante il primo trimestre del 2011, era dunque dominata da questa preoccupazione: il vincolo di bilancio US fissato per legge a 14.294 mld$ stava per essere superato con conseguenze catastrofiche per gli Stati uniti d’America.

Se alcune importanti istituzioni finanziarie decidono in base a questi elementi  di modificare i propri portafogli vendendo titoli di un paese impegnato in uno sforzo di risanamento dei propri conti pubblici giudicato sino a quel momento positivamente  per comprare obbligazioni di un paese su cui incombe il rischio di fallimento[4], allora è possibile classificare tali scelte  come orientate da comportamenti strategici e non ottimizzanti[5].

Una visione irenica del capitalismo produce una narrazione in cui la speculazione non esiste[6], trattandosi del “normale” premio di rischio che gli investitori pretendono per paesi le cui condizioni di bilancio sarebbero  messe in crisi da un eccesso di spesa (si sottintende, sociale) che va ridotta, magari iscrivendo – senza troppe discussioni – il vincolo al pareggio di bilancio in Costituzione.

Da una prospettiva diversa si riconosce che tra i diversi Stati e all’interno degli stessi ci sono conflitti e gerarchie, e questo implica che le decisioni prese dai soggetti economici che rivestono un ruolo importante nella gestione del potere avvengono anche sulla base di comportamenti strategici che possono prevedere l’utilizzo della speculazione come forma di pressione per raggiungere obiettivi politici.

Nei “tempi normali” la concorrenza è un elemento determinante ma governato, salvo accentuarsi come necessaria forma di svolgimento della crisi  che si esprime anche sulla denominazione monetaria del capitale, assumendo  in questa fase l’aspetto di una competizione tra l’area valutaria dollaro e quella euro, con la prima più aggressiva e forte della seconda. Questa stessa competizione si riproduce su scala diversa all’interno dell’area euro con il gruppo dei paesi nord e centro europei più forti che cerca di scaricare il peso dell’aggiustamento sul gruppo dei paesi meno forti.

Se questa spiegazione è plausibile, allora le politiche di austerità agite come una clava sui sistemi di welfare dei Paesi sotto attacco non risultano efficaci, producendo come  risultato un inasprimento della crisi e uno scivolamento delle tradizionali forme della rappresentanza democratica verso soluzioni in cui la governance dei sistemi politici viene progressivamente sottratta ai suoi legittimi depositari per essere affidata ad authorities non elette e dunque letteralmente irresponsabili nei confronti delle popolazioni.

Agitando lo spettro del default e nascondendosi dietro lo spread[7], Banca centrale, Consiglio e Commissione europea indicano  modalità e tempi di un attacco al salario, diretto, indiretto e differito, nonché ai diritti delle persone che vivono di lavoro. In questo modo la crisi del capitale si svolge in crisi del e contro il lavoro anche se la riduzione del salario, che conta politicamente, non è sufficiente a far ripartire l’accumulazione.

*Università di Teramo

[1] Il grafico è tratto dal rapporto intitolato Due possibilità per risolvere la crisi del debito europeo e curato da John Greenwood, Chief Economist, Invesco Ltd, 22 maggio 2012.
[2] La lotta all’evasione fiscale potrà essere considerata del tutto credibile quando l’UE deciderà di  considerare i paradisi fiscali europei alla stregua di  “Stati canaglia”.
[3] ”[..] La prima cosa importante da tenere a mente è che i conti pubblici italiani durante questa crisi si sono deteriorati molto meno di altri paesi, particolarmente il deficit e l’avanzo  primario. Il rapporto debito/Pil è stato tradizionalmente alto per l’Italia, ma l’aumento del  deficit non è stato così forte come in altri paesi. Gli obiettivi fiscali del governo, io credo, sono più o meno appropriati. Abbiamo anche visto nel 2010 che il deficit è stato più basso di quanto inizialmente previsto e questo aiuterà l’ottenimento di ulteriori miglioramenti nei conti pubblici il prossimo anno.” Trascrizione della conferenza stampa di presentazione del Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale, Washington, D.C. , 12 Aprile 2011.
[4] Da Wikipedia: Il debito pubblico USA, al 28 febbraio 2011 ha raggiunto la cifra di 14.194,76 miliardi di dollari, massimo storico assoluto. Il 12 luglio 2011 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato in un’intervista a Cbs News che non può garantire che i pensionati riceveranno gli assegni della pensione dopo il 3 agosto se democratici e repubblicani non trovano un accordo per alzare il tetto del debito nelle prossime settimane. Da segnalare inoltre che nei giorni precedenti alla scadenza del 2 agosto, il governatore dello Stato del Minnesota, Mark Dayton, ha ufficialmente dichiarato il Default dello Stato federato.
[5] E’ questo che intendo per speculazione.
[6] Si può prendere ad esempio l’articolo di Roberto Perotti e Luigi Zingales, Crisi finanziaria. La speculazione non c’entra, il sole 24 ore, 9 luglio 2011.
[7] L’utilizzo ripetuto di termini anglosassoni non rappresenta in alcun modo una concessione all’anglismo dilagante nella letteratura pubblicistica contemporanea; al contrario, serve a sottolineare come il linguaggio sia uno strumento adoperato consapevolmente per nascondere, dietro termini di importazione e dunque presuntivamente chic e neutrali, la sostanza di slittamenti contenutistici che hanno bisogno di involucri formali adatti alla rappresentazione che pretendono di evocare.

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22 commenti su “Il debito pubblico non causa l’aumento dello spread

  1. Assolutamente d’accordo! I mercati vengono usati per far passare una visione ideologica del mondo. Anche Jean-Paul Fitoussi, qualche anno fa, aveva parlato di una “hidden agenda”. gli spreads si richiuderebbero all’istante se i mercati percepissero che l’euozona si incammina finalmente verso una governance sensata, e se la BCE potesse infine garantire il debito sovrano.

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. E, evidente che il vero problema e la mancanza di crescita nel medio breve periodo dei paesi dell,area euro….

  4. L’unico piano (segreto?) che impoverisce il lavoro e chi vive di lavoro, cioè (quasi) tutti, è la svalutazione della moneta.
    La moneta dovrebbe essere prodotta liberalmente dal mercato, e il mercato libero tende sempre ad eleggere una moneta rigida, cioè, una moneta quanto più stabile possibile.
    La moneta buona scaccia quella cattiva… in assenza di controlli dei prezzi.
    Con controlli dei prezzi avviene, invece, il contrario.
    La svalutazione è un normale comportamento di una moneta?
    NO! La svalutazione è il normale comportamento criminale di chi gestisce il sistema monetario e sistematicamente depreda la popolazione del potere d’acquisto del loro denaro!
    E, per favore, NON CONFONDETE i monetaristi di Chicago con la Scuola Austriaca di Economia!
    Se Italia, Grecia e Spagna stanno morendo (e stanno morendo!) è perché erano già fallite prima, perché hanno accumulato problemi insormontabili. L’euro li ha solo portati in superficie.
    Con la lira avremmo continuato a nasconderli fino al punto in cui il sistema sarebbe imploso comunque.
    Svalutando, l’economia non diventa competitiva, ma diventa MENO COMPETITIVA.
    Come fai a comprare le materie prime e l’energia? Con l’autarchia fascista?
    L’italia è fallita perchè era fallita già 20 anni fa e ha continuato a scavarsi la fossa, mentre l’euro nascondeva i problemi che continuavano ad aggravarsi e tutti i politici banchettavano (come non mai) insieme ai compari che procacciano loro voti, e le promesse insostenibili volavano illudendo le masse.
    Che si resti dentro l’euro o si esca dall’euro questa realtà non cambia. Può solo peggiorare. E prima finisce questo tira e molla con un default effettivo di chi è già fallito, meglio è per tutti.
    Gli squilibri, dopo aver causato gravissime sofferenze, si aggiusteranno velocemente, il sistema SI RIPULIRA’ ed effettivamente permetterà di poter riprendere uno sviluppo reale e sostenibile.

    Però, dal punto di vista personale, mi auguro davvero che gli eurocrati e la BCE comprino ancora tempo per permettere a tutti quelli che si stanno muovendo in ritardo di posizionarsi come meglio possono per non essere travolti.
    Alla luce dei più recenti sviluppi, è doveroso andarsene da questo paese, anche se mi trovo a corto di tempo per potermi effettivamente riposizionare come meglio ritengo.
    Let them buy some time then…
    Che stampino! come dicono gli inflazionisti, ma giusto il tempo di farci comprare il biglietto di sola andata.

  5. Oscar Giannino, per sostenere che la Bce non può essere come la Fed, scrive: la separazione tra BCE e debiti sovrani degli euromembri, debiti che restavano nazionali, è figlia obbligata di una costruzione per la quale i mercati sottostanti dei beni, dei servizi e del lavoro restavano nazionalmente separati.

    In realtà l’ammontare degli interscambi tra i paesi della zona euro è quasi la metà di tutti gli scambi degli stessi paesi con il resto del mondo. Del resto, vorrei vedere quanta integrazione commerciale c’è tra Los Angeles e New York. Ciò nonostante, hanno una moneta comune e una politica monetaria comune, attuata dalla Fed.
    Quindi l’assunto di Giannino che non la Bce non possa essere come la Fed è una emerita … panzana!

    Sostiene poi che è tutta colpa del debito pubblico italiano e della spesa pubblica. Insomma, tutto ciò che può essere imputato al “pubblico” è brutto e cattivo.
    Peccato che in questi famosi 20 anni di cui parla Giannino, il saldo primario cumulato dei conti pubblici sia in attivo per 597 miliardi di euro!
    In altri termini, le AAPP hanno speso meno di quanto incassato, in media per 27,1 miliardi di euro per ciascuno degli anni che va dal 1990 al 2011. Se il debito è cresciuto non è quindi certo per la spesa pubblica. Ma per gli interessi sul debito. E se proprio si vuole andare a vedere chi ha generato il debito, gli anni che precedono il 1990 possono essere molto istruttivi, soprattutto per il decennio che va dal 1981 al 1991, in cui il debito in rapporto al pil passa dal 60 al 100%. Chi ha governato in quegli anni è molto affine a gente come Oscar Giannino e agli epigoni berlusconiani, che tra il 2008 e il 2009 sono riusciti a compiere un altro balzo di dieci punti, portandolo dal 105,8 al 116%.
    Questi signori dovrebbero quindi avere almeno la decenza di non parlare. E invece sono qui a dar lezioni, dopo averci portato sull’orlo del burrone!

    Quanto a Minority Report, che ci avvisa di non confondere la scuola di Chicago con quella austriaca, si metta d’accordo con se stesso. I link che hanno portato all’articolo di Oscar Giannino sono su un sito che si chiama, appunto, Chicago Blog!
    Si sarà forse lasciato affascinare dal taglio della barba e dei baffi di Giannino, che richiama in effetti qualcosa di antico, … la vecchia Vienna del tempo che fu.

    • No, non devo mettermi d’accordo con me stesso. Davvero.
      E non creda che voglia fare il troll. Anche se posso sembrarLe provocatorio.
      Voglio solo capire bene (o almeno nel migliore dei modi possibili) e per questo confronto i testi di questo blog coi testi di blog di opinione opposta.
      Da una parte vedo Voi keynesiani: deficit spending overcome recession.
      Dall’altra coloro che ritengono storicamente eccessivo il peso assunto dallo stato sull’economia sia come tassazione sia come interventismo sul libero mercato.
      La Scuola Austriaca, per ora, mi convince di più perchè mi ha chiarito gli effetti distorsivi delle banche centrali e delle monete create dal nulla.
      Non pretendo di convincere alcuno.
      Semmai voglio solo capire.
      Ed alla fine credo che gli esiti della crisi saranno capaci di darmi la risposta che attendo, qualsiasi essi siano.

    • sono d’accordo con il lettore Giorgio, i neoliberisti occidentali( inclusi i nostri Giannino e via dicendo) hanno la fobia verso tutto cio’ che e’ pubblico, manipolano ed occultano sempre i dati reali per portare acqua al proprio mulino, sono i veri agitprop del potere reale di oggi.IL problema principale e piu’ grave, invece, non li sfiora,cioe’ la SPECULAZIONE FINANZIARIA, essi sorvolano. affermando che essa e’ una invenzione dei soliti complottisti,la ignorano semplicemente oppure pensano(ma non lo dicono apertamente) che tale fenomeno sia una necessita’ anzi un bene assoluto e che in un regime di libero mercato ognuno e’ libero di agire come crede e di impiegare i soldi come vuole, quindi anche di speculare….. ma ci facessero il piacere!La differenza poi tra i chicago boys e la scuola di Vienna sinceramente e’ cosi’ sottile , comunque sempre di sistemi ideologici, si tratta, quindi nichilismo pernicioso.Grazie comunque al lettore Giorgio per acuta e coraggiosa
      precisazione

  6. Chiedo cortesemente un commento su questo:

    di Gerardo Coco
    Keynes, un economista contro la realtà
    Il keynesismo ha riportato indietro le lancette della scienza economica

    Per prendere coscienza del potenziale destabilizzante delle politiche economiche interventiste seguite dalla maggior parte dei paesi “capitalisti” bisogna capire e commentare il fallace paradigma keynesiano che inspira la maggior parte degli economisti e dei politici contemporanei.

    Il corpus teorico di John Maynard Keynes (1883-1946) è esposto nella Teoria Generale dell’Occupazione Interesse e Moneta del 1936, l’opera economica più ambigua che sia mai stata scritta ma che purtroppo ha influenzato il corso delle economie mondiali.
    L’economista di Cambridge riteneva che l’economia di mercato fosse intrinsecamente instabile. Egli non spiega il perché: è un postulato della sua dottrina. L’economia lasciata a se stessa si autodistrugge. Per Keynes “l’investimento è volatile, incostante ed irrazionale. Il mondo dell’economia è governato da una incontrollabile e disobbediente psicologia” come afferma nel capitolo 22 dedicato al ciclo economico (pag. 317) [1]. Gli investitori causano, involontariamente, i collassi economici e i consumatori sono automi passivi alla mercè degli investitori. Poiché l’economia di mercato si basa sulle loro aspettative, la produzione ed occupazione sono sempre a rischio. Se, dice Keynes, l’attività di investimento fosse nelle mani del governo, non sarebbe più in balia di evanescenti “animal spirits”, cioè dei fattori psicologici che causano ondate di pessimismo o ottimismo. Il tasso di interesse scenderebbe praticamente a zero ed il capitale sarebbe disponibile illimitatamente. In questo modo l’economista di Cambridge ci indica la strada della prosperità perenne. Keynes sostiene infatti che:

    ..il punto di vista rigoroso di chi suggerisce un alto tasso di interesse per raffreddare l’inflazione non ha nessun fondamento ma è indice di confusione mentale… il rimedio al boom non è un più alto tasso di interesse ma uno più basso perché ciò renderebbe il boom perenne. Il rimedio al boom non è il tentativo di eliminarlo per tenerci in uno stato di semi-crisi, ma di abolire le crisi e mantenerci permanentemente in un stato di quasi boom” (pag.322)

    Keynes prosegue:

    Chi possiede capitale guadagna un interesse perché il capitale è scarso, allo stesso modo di come il proprietario di terre può percepire un affitto perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere motivi reali per la scarsità della terra non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale (poiché lo stato può stampare moneta, nda). Pertanto, in pratica … un aumento dell’offerta monetaria può essere attuato fino a che il capitale cessi di essere scarso … ciò significa l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del sempre crescente potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità di capitale…(pag. 375-376).

    Keynes vuole che il tasso di interesse scenda a zero perché crede che questo livello renda disponibile una maggiore quantità di capitale necessario agli investimenti per aumentare l’occupazione e quindi la domanda: un calo dei consumi può provocare una depressione. Aumentando l’occupazione, aumentano i redditi che consentono un maggior consumo. La gestione dell’economia attraverso la manovra del tasso di interesse è uno dei cardini della dottrina keynesiana. Un aumento nella offerta di moneta ha un impatto positivo sull’occupazione, sul reddito e l’interesse che variano appunto al variare della liquidità, Pertanto per Keynes: “…l’interesse stesso è un fenomeno squisitamente monetario” (pag. 173) determinato dalla “domanda di moneta” che, erroneamente, egli intende come “preferenza per la liquidità” o “propensione al risparmio” (mentre, invece rappresenta i saldi liquidi che i soggetti economici versano nei conti correnti bancari per far fronte a future e contingenti necessità di spesa). Se la domanda di moneta aumenta, anche il tasso di interesse aumenta (e viceversa) e ciò impedisce di investire, spendere e, sopratutto consumare di più. Appare dunque chiaro come sia importante, in questo schema, la manipolazione del tasso di interesse ad opera delle autorità monetarie capaci di curare il vero male economico: non spendere. Ma se la politica monetaria fallisce nel tentativo di stimolare l’economia vuol dire che investitori e consumatori sono caduti nella “trappola della liquidità” hanno cioè paura di spendere. Allora si rende necessario un ulteriore stimolo, questa volta fornito dallo stato che interviene direttamente aumentando la spesa pubblica per stimolare la domanda. Lo stato, asserisce Keynes, ha la responsabilità di mantenere la piena occupazione e stimolare la domanda poiché “non possiamo pretendere che l’economia privata ci riesca” per cui: “…Costruzione di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza se la formazione dei nostri uomini di stato, plasmatasi sui principi degli economisti classici non impedisse di fare qualcosa di meglio”. (pag. 129). Qui, Keynes perde definitivamente il senno che aveva già mostrato cedimenti per una precedente ed aberrante asserzione: “…il denaro immesso nel sistema per iniziativa dello stato è altrettanto genuino di quello proveniente dal risparmio” (pag. 83). Secondo Keynes infatti, l’investimento indotto dall’espansione monetaria e dalla spesa pubblica sarebbe la stessa cosa di quello indotto dal risparmio privato.

    Questi principi, che nel 1936 furono presentati come nuove scoperte della scienza economica, rivelano l’abissale ignoranza di questo economista sul ruolo del capitale, del tasso di interesse, del risparmio. Si osservi, tuttavia che sono gli stessi principi che guidano le politiche economiche dei nostri giorni. Se è la domanda di consumi, la spesa, a guidare l’economia e la riduzione del tasso di interesse è funzionale allo scopo perché rende disponibile una maggiore quantità di capitale per gli investimenti e conseguenti aumenti di occupazione e quindi di consumo, Keynes afferma la necessità di una gestione efficace e mirata per aumentare la domanda aggregata e ci fornisce il modello per svolgere questo compito: la macroeconomia. Keynes, fa un ragionamento circolare: La spesa genera reddito. La spesa di un individuo corrisponde al reddito di un altro individuo. Più si spende meglio è. Ciò che guida l’economia è dunque la spesa e questa è il motore della produzione. Se la domanda langue, si espanda dunque il credito per finanziarla; per aumentare produzione il governo aumenti la spesa pubblica; se c’è disoccupazione si stampi denaro. Anche la costruzione di piramidi, come afferma, può innescare lo sviluppo economico. Ora l’affermazione Keynesiana che la domanda cioè il consumo, guidi l’economia, parrebbe intuitiva. È infatti una affermazione spesso ripresa dalla maggior parte della stampa economica che, preoccupata del “calo dei consumi”, invoca la necessità di “rilanciare la domanda”. Ma che sia la domanda a guidare lo sviluppo e che l’investimento sia funzione del consumo è proprio la grande fallacia della economia moderna. A Keynes e ai suoi seguaci non viene mai in mente che la domanda coincida con il potere d’acquisto e che per conseguirlo è necessario prima produrre per essere in grado successivamente di spendere per consumare. Il potere d’acquisto si forma infatti nella produzione e pertanto non si può “esercitare una domanda” se prima “non si è prodotto”. La spesa, quindi, deve essere preceduta dalla produzione la quale, a sua volta, può originare solo dall’astensione del consumo cioè dal risparmio. Ma per Keynes il risparmio, provoca una caduta del reddito, della produzione e del consumo dando luogo al famoso “paradosso del risparmio” (paradox of thrift): “Ogni tentativo di risparmiare di più riducendo i consumi, colpirà talmente i redditi da rendere vano il tentativo stesso di risparmiare” ( p. 84).
    Se, dunque, per Keynes, risparmiare significa “tesaurizzare” o come afferma, aumentare “la domanda di moneta” (la preferenza per la liquidità) e se nel suo schema la domanda è il motore dello sviluppo, è naturale che il risparmio, così concepito, venga considerato come ostacolo al consumo.
    Ma, come qualsiasi persona saggia riconosce, il risparmio,(che sempre è investimento) ed il consumo sono alternativi ed il primo può aumentare solo a spese del secondo. Tuttavia Keynes fa una stupefacente affermazione: Si osservi che, il consumo e l’investimento non sono alternativi. Possiamo ottenere entrambi. Di fatto il consumo stimola l’investimento! È un concetto assurdo, ma significativo con il quale Keynes, inconsapevolmente, offre la chiave di interpretazione di tutte le crisi. Infatti è evidente che, a livello aggregato, aumentare consumo e risparmio allo stesso tempo sarebbe concettualmente impossibile se la politica monetaria non introducesse arbitrariamente nell’economia un eccesso di credito che, simulando il risparmio reale, inganna tutti i soggetti economici portandoli a consumare ed investire di più nello stesso tempo, squilibrando la struttura produttiva ed innescando un processo di inflazione.
    Posto che è la domanda dei consumatori a guidare l’economia e una sua diminuzione od aumento possono determinare variazioni degli investimenti rispettivamente negative o positive, l’economia keynesiana assume la forma di “flusso circolare”, che si insegna negli odierni corsi e manuali di economia. In questo modello, la produzione di prodotti finiti aumenta o diminuisce istantaneamente attraverso le variazioni della “spesa aggregata”. Ciò sottende l’idea che la produzione di un paese sia istantanea e non esiga tempo, vale a dire che non esistano quelle tappe intermedie, che rappresentano la parte più importante della struttura produttiva e che precedono la realizzazione dei beni finali.
    Il processo produttivo per Keynes è un fantasma. Ignorando gli stadi produttivi, si ignora tutta la spesa dei beni intermedi la cui produzione richiede cicli produttivi che durano anche diversi anni.
    Per la macroeconomia è quindi come se esistessero solo due processi economici, consumi e investimenti in relazione funzionale tra loro e secondo cui se aumentano i primi, aumentano anche i secondi e viceversa: una flessione del consumo causa una flessione degli investimenti e quindi una contrazione dell’economia. In questo schema il tempo reale non esiste ma è solo un fatto contabile. L’economia come invece spiegherà Hayek è invece un processo temporale non circolare e ciò, ha delle conseguenze di incalcolabile portata per l’analisi economica.
    Dal “flusso circolare del reddito” Keynes fa emergere il reddito nazionale, oggi definito come Prodotto nazionale Lordo o PIL. Il PIL è costruito staticamente proprio sull’assunto che sia la domanda di beni e servizi finali a guidare l’economia perchè il consumo vi entra come parte preponderante della spesa aggregata. Questa rappresentazione è ingannevole perché la parte preponderante della spesa, in una economia, è quella sostenuta per la produzione non per il consumo. Il PIL, infatti conteggia solo i “valori aggiunti” della produzione finale e non i consumi industriali che si verificano nei suoi stadi intermedi ed il cui valore totale è sempre superiore al valore del consumo finale. È chiaro che questa falsa rappresentazione dell’economia descritta dal PIL, facendo credere che sia il consumo a mettere in moto l’economia, rende tutte le politiche fiscali e monetarie completamente irrealistiche e fallimentari.
    Ciò che viene etichettata come economia reale, rispecchia le variazioni dell’offerta monetaria e non della ricchezza reale. Se ad esempio, il PIL registra una diminuzione del consumo e il governo reagisce con un “pacchetto di stimoli” che prevede la costruzione di “piramidi”, queste pur non aggiungendo nulla al benessere materiale delle persone, entrano tuttavia nel PIL come ricchezza prodotta, mentre la loro costruzione rappresenta solo consumo che avviene a spese del risparmio privato depauperando la struttura produttiva dei beni intermedi che è finanziata proprio dal risparmio. Mentre, se la banca centrale riduce arbitrariamente i tassi di interesse espandendo il credito, il potere d’acquisto creato artificiosamente invece di essere originato da nuova produzione, fa innescare un falso processo di crescita.
    Non c’è da stupirsi se nello “schema macroeconomico” siano le banche centrali e i governi a far credere di essere i leader supremi ed onniscienti capaci di guidare la crescita economica di un paese al posto dei milioni di operatori che lavorano nella complessa catena di stadi produttivi che l’analisi del PIL occulta. Interferendo nell’attività economica con le loro manovre sulla macroeconomia, che non rispecchia la produzione di ricchezza reale, governi e banche centrali determinano boom insostenibili e cicli economici.

    È difficile dar conto di tutte le contraddizioni, ambiguità e falsi presupposti della dottrina keynesiana trasmessi in eredità alla economia contemporanea. Hayek sostenne che Keynes aveva confezionato solo uno schema propagandistico ammantato di dottrina, con il specifico scopo di fare uscire negli anni ’30, il governo inglese dall’impasse politica ed economica in cui si trovava all’epoca della Grande Depressione.
    Questa “dottrina” ha poi finito per dare rispettabilità a tutte le politiche interventiste ed inflazionistiche. Keynes non ha formulato nessuna teoria sul ciclo economico ma solo uno schema illusorio che fa pensare che si possa generare ricchezza creando denaro dal nulla. Questo schema continua a sedurre quei politici ed economisti che non capiscono il funzionamento dell’economia reale e quelli che, invece, per motivi ideologici, se ne servono per giustificare lo statalismo su larga scala.
    Un famoso giornalista americano, scrisse che Teoria Generale di Keynes era il Das Kapital del XX secolo. Tuttavia Marx voleva la distruzione del capitalismo mentre Keynes voleva solo riformarlo. Marx voleva il socialismo scientifico. Keynes, la socializzazione dell’investimento. La cronaca economica dei nostri giorni ci mostra la strada che si sta intraprendendo.

    [1] The General Theory of Employment, Interest and Money, The Macmillan Press, 1977

  7. Per un attimo avevo creduto che Minorato, pardon, Minority (non se la prenda, potrà sempre cambiare nickname e continuare a ripetere le sue corbellerie), dicevo, avevo creduto che si ponesse nella posizione di terzo osservatore. Poi ha voluto strafare ed è emerso per quello che è.

    Mi domando dove sia il suo spirito critico, ove risieda la sua onestà intellettuale, quando ripropone un articolo, in cui si definisce Keynes un abissale ignorante. E’ come se in una discussione sull’uguaglianza degli uomini lei dicesse: no, no, guardate che i nazisti dicono che gli ebrei sono una razza inferiore. Lei ritiene che le due posizioni possono avere pari dignità?
    Quale dibattito si può instaurare con chi definisce Keynes un ignorante? Quale credibilità può avere, secondo lei, una persona che si esprime in tal modo, nel rappresentare con un minimo di correttezza le posizioni dei suoi avversari? Come può solo pensare che definendo Keynes un ignorante lei abbia una rappresentazione minimamente accettabile delle tesi keynesiane?
    Quindi o lei le condivide e allora la finisca di lanciare i sassi e nascondere la mano, la finisca di dire che lei è austriaco, ma che per spirito di discussione propone quelli di Chicago. Abbia il coraggio delle sue idee e non si nasconda dietro un dito, anche perché le posizioni dei neoliberisti di Chicago le conosciamo. Non c’è bisogno che lei ne sia il portavoce. Oppure non le condivide (come voi austro-ungarici continuate a ripetere) e allora – se ne è capace – ci dica lei cosa pensa della crisi attuale. Ci dica lei quale è la sua ricetta per uscire dalla crisi. In che cosa vi distinguete dalle posizioni neoliberiste?
    Se vuole discutere dell’impianto della teoria keynesiana, non ho alcun problema. Le chiedo solo però di andarsi a leggere il testo originale e non le ricostruzioni raffazzonate dei suoi avversari. Faccia questo sforzo, ne trarrà comunque giovamento.

    Le scempiaggini che Gerardo Coco scrive sono talmente tante che si potrebbe scrivere un libro. Soltanto per darle un assaggio, non è affatto vero che l’instabilità dell’economia di mercato fosse un postulato, per di più non spiegato. E’ vero esattamente il contrario. E’ la teoria neoclassica che assume il mercato sempre in equilibrio e che non si possa dare disoccupazione involontaria, quando è evidente che la disoccupazione c’era non solo negli anni ’30 (è da lì che parte Keynes, dai fatti concreti del suo tempo; lei ha mai sentito parlare della grande depressione?), ma c’è anche ai giorni nostri. Come può esservi equilibrio quando in Europa vi sono più di 17 milioni di persone che cercano lavoro e non lo trovano? E non mi parli di salari, dato che – se non lo sa la informo – ormai in Italia si finisce per accettare lavori dequalificanti, per la formazione e gli studi conseguiti, pagati con stipendi da fame, da 400 a 800 euro al mese.

    Lei, della scuola austro-ungarica di Chicago, farebbe bene a leggersi la Teoria Generale e scoprirà che Keynes, era tutt’altro che un rivoluzionario. Nel capitolo dedicato alla filosofia sociale (cap. 24°), Keynes scrive: “la teoria precedente (ossia la sua teoria, nda) è piuttosto conservativa nelle conseguenze che implica”.
    Keynes era sostanzialmente un conservatore. Ma, a differenza di certi personaggi che si permettono di dare dell’ignorante agli altri, era una persona intelligente. Era una persona che aveva visto la Russia abbandonare il sistema capitalistico e l’Italia e la Germania instaurare il sistema totalitario nazi-fascista. La sua teoria era una risposta concreta alla crisi di quegli anni, un’alternativa, un New Deal. Potrà avere tutti i difetti che vuole, ma non ho ancora visto una proposta alternativa migliore, né dagli austro-ungarici né da quelli di Chicago.
    Vuole essere lei a dirci qual è la ricetta giusta per uscire dalla crisi?

    • Condivido in toto, tranne il passaggio sul fatto che K. fosse un conservatore. Quella frase che citi è chiaramente un artificio retorico. Keynes fu sempre un acerrimo nemico dei conservatori britannici e dei conservatori in genere. Per quanto uomo educato nella “cittadella” dell’intellighenzia borghese e orgoglioso di esserlo.

      • Non posso certo sostenere un dibattito esegetico su Keynes. Ma ritengo che la sua teoria e la sua politica economica siano state le risposte più intelligenti nell’ambito della conservazione del sistema capitalistico, allora come oggi, sottoposto a notevoli pressioni.
        Entro questo ambito, fornì gli strumenti all’economia di mercato per confrontarsi con successo sia con le risposte autoritarie che provenivano dall’Europa continentale prima della seconda guerra mondiale e poi dalle economie pianificate subito dopo la guerra.
        In tal senso – al di là degli artifici retorici – è agli occhi di un marxista un conservatore.
        La cosa ridicola, e per certi versi paradossale, è vedere questi pifferai dell’economia di mercato trattare Keynes come se fosse un marxista mascherato, che avrebbe portato al socialismo.
        Diciamo allora che forse non era un conservatore nel senso classico del termine, ma nemmeno un socialista.Ma solo una persona intelligente che offriva un modo per alleviare le ingiustizie più evidenti che l’economia capitalistica produce.

  8. Caro Giorgio,
    Da un lato La ringrazio davvero per la cortese costanza con la quale risponde alle mie apparenti provocazioni intellettuali (sto cercando di capire ed il mezzo che entrambe usiamo è forse un po’ sbrigativo, ma Lei è preparato e disposto a rispondere e perciò credibile).
    Non condivido, invece, l’asprezza fino all’offesa di certi suoi preludi e considerazioni sulla mia persona (maschera). Contesti l’opinione, anche duramente, ma non chi la propone. Anche se dissente, NON DEVE andare oltre.
    Capisco la Sua passione e la apprezzo anche, ma est modus in rebus.
    Io la leggo con interesse e poi confronto il suo pensiero con altre opposte opinioni.
    E se proprio la vuol sapere tutta, posto alcuni dei suoi commenti più interessanti sui siti di opinione contraria alla Sua per lo stesso motivo per cui lo faccio qui.
    Ed anzi mi chiedo perché non facciate tutti Voi, delle due o tre scuole di pensiero, la stessa cosa. Per animare un vero dibattito fuori dai ghetti che vi siete costruiti.
    Che senso ha, per tutti Voi economisti, parlarVi addosso?
    Chi viene qua è già keynesiano, socialista, socialdemocratico, marxista e neomarxista. Chi va là è già liberista, liberale, libertario, antistatalista, ecc.
    E La faccia finita, per favore, di darmi dell’affamatore del mondo.
    Peraltro, sono molto, ma davvero molto più vicino agli affamati che agli affamatori.
    La critica più forte che Le faccio, alle sue tesi, è che mi sembra (mi sembra!) che Lei voglia difendere un sistema economico globale che si basa sull’indebitarsi senza fine.
    Che a me pare insostenibile alla lunga, pericoloso per le generazioni future e pure un bel po’ immorale. Costruito e pianificato perchè dietro la mano invisibile del mercato c’è quella visibilissima della politica.
    Non sia intollerante e non faccia di tutta l’erba un fascio.
    Il fascio… suona molto sinistro alle mie orecchie.

  9. Ultima cosa, che avevo dimenticato.
    Cosa propongo io?
    Non sono un economista, sono l’uomo della strada.
    Uno che cerca di capire.
    Magari sbaglia, ma cerca di capire e di capire come salvarsi.

    Io voglio, come qualsiasi poveraccio di questo mondo, che aumenti il potere d’acquisto delle mie quattro sudatissime monete.
    Temo, invece, che Lei voglia svalutarmele ancora.
    Tutto qua.
    Mi spieghi come fare ad aumentare il potere d’acquisto delle mie quattro monetine.
    Questa è la mia domanda.

  10. Si rassegni. In qualunque paese vi è inflazione. Tranne forse in Giappone (però stia attento, là il debito pubblico è superiore al 220%!!!!!).

    Se il problema è come far rendere i suoi risparmi, segua i giornali finanziari. Si informi e valuti attentamente il suo orizzonte temporale e la sua propensione al rischio. E’ di questo che si dovrebbe preoccupare, non dell’inflazione.

  11. Se non mi rassegno al sistema dell’inflazione vuol dire probabilmente che io sono un rivoluzionario (in minoranza) e Lei un conservatore (in buona compagnia maggioritaria) dello status quo.
    Ecco perché mi sono chiamato minorityreport.

    Il Suo keynesismo E’ il sistema.

    Interventismo in economia, deficit spending, debito pubblico, fiat money e riserva frazionaria, banche centrali, oblìo del gold standard, moral hazzard, …

    Questo E’ il sistema.
    Proprio un bel sistema per fregare la gente comune che lavora e suda.
    Ed io me la prendo ancora una volta in saccoccia!

  12. “Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi».
    [Rothschild, alla Ditta Ikleheimer, Morton e Vandergould di New York, 26 giugno 1863]

    «Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione».
    [Henry Ford, imprenditore]

    «Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi».
    [Karl Marx, Il Capitale, 1885]

  13. Lei ha proprio le idee confuse. Chi ha governato in questi ultimi decenni, diciamo dai tempi di Reagan ad oggi, ha portato avanti politiche economiche e monetarie neoliberiste, non keynesiane. E sono le prime che ci hanno condotto a questo disastro.
    Ma se ritiene che la scuola austro-ungarica di Chicago le sia di aiuto, si accomodi. Nessuno la trattiene. Ognuno è libero di farsi del male come meglio crede. Se non le è bastato quanto è successo fin qui … non ha che da continuare a seguire quei pericolosi sovvervisi che vogliono rovesciare il sistema capitalistico e che rispondono al nome di Oscar Giannino e Gerardo Coco.

  14. anche in questo caso concordo con il lettoreGiorgio,in ogni caso non bisogna essere seguaci fanatici di KEYNES per affermare che lo Stato sociale e’ piu’efficace dello Stato minimo dei liberisti, anche perche’ lo Stato sociale garantisce un benessere diffuso . il liberismo invece favorisce la sperequazione sociale, la plutocrazia,esso e’un’ideologia e come tutte le ideologie, appunto, fa danni.Dovunque sono state applicate le teorie dei Chicago Boys, abbiamo avuto tragedie, basti citare il Cile di Pinochet (ed il sottoscritto non e’ di sinistra…)Rothschild e le sue teorie ,poi, fanno solo venire il vomito!

  15. […] Continua a leggere » Like this:Mi piaceBe the first to like this. […]

  16. dal mio punto di vista, le varie elucubrazioni che tendono a dimostrare che avere debiti è veramente un traguardo da perseguire in ogni nazione, mi hanno fatto sorridere… i vari maestri dell’economia e di finanza che si sono succeduti hanno le idee chiare.. quando loro investono 5o euro pretendono sicurezza e tassi alti…inoltre hanno fatti i vari approfondimenti, per cui , sono molto consapevoli che oggi il debito è 100 ma domani sara’.. 110 (ossia un debito che nelle situazioni attuali non potrà essere piu’ ripianato….e lo spread è veramente un sciocchezza.. confesso che mi fate invidia
    cari saluti corrado stefanini
    ps: Keynes. che non escludeva anche l’aumento dei debiti di una nazione, ma ne prevedeva il rientro a termine delle manovre conformi alla sua teoria ( che non sembra sia stata superata da altre)

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