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Ciò che non va nell’approccio all’euro

Euro sign frankfurt hesse germany

di Francesco Farina da nelMerito.com

Il vertice dei ministri economico-finanziari europei della notte del 23 maggio si è concluso con la consueta dichiarazione di ineludibilità dei vincoli del Fiscal Compact, con un’apertura sui “Projectbond” e con la semplice inclusione nell’agenda del vertice “ufficiale” del 28 giugno del tema degli “Eurobond”.

Il giorno dopo, nella sua “Lezione Caffè” all’Università di Roma-Sapienza, Mario Draghi ha implicitamente escluso un obiettivo della BCE per il tasso di inflazione di medio termine più elevato del 2% (la modellistica econometrica indicherebbe una correlazione negativa fra inflazione e crescita) ed ha delimitato il raggio di azione della politica monetaria all’alleviamento dei problemi di liquidità e di capitalizzazione delle banche europee mediante le operazioni LTRO, ricordando fra le riforme urgenti la centralizzazione della regolamentazione bancaria. Questi due giorni hanno dunque sancito come né dalla politica fiscale né dalla politica monetaria ci si possa attendere un sostegno alla ripresa economica dell’Eurozona.
Come si invertirà l’attuale tendenza alla “divergenza economica” europea?

Si può dire che l’euro nacque sull’onda di una scommessa. Nella valutazione prevalente fra gli economisti al momento della sua progettazione agli inizi degli anni ’90, l’unione monetaria europea (UME) non era giudicata un’”area valutaria ottima”. La previsione prevalente fu che i costi (essenzialmente, la fine delle svalutazioni competitive) si sarebbero rivelati in eccesso rispetto ai benefici (essenzialmente, la drastica riduzione del costo del danaro e la minore aleatorietà dei progetti di investimento).
Mundell (1961) giudicava improbabile che i vantaggi di efficienza legati all’accelerazione dell’integrazione economica ed alla accresciuta competizione fra i sistemi produttivi potessero compensare l’elevata esposizione al rischio di shock asimmetrici di paesi eterogenei. Successivamente ad uno shock negativo,. la rigidità del mercato del lavoro avrebbe impedito di ridurre il salario reale l’aggiustamento di mercato non si sarebbe realizzato e l’economia sarebbe entrata in recessione. In Europa, i paesi a più alta dinamica dei salari e più bassa dinamica della produttività del lavoro (relativamente ai paesi “forti” come la Germania) avrebbero maggiormente sofferto dell’impossibilità di recuperare competitività attraverso il meccanismo di inflazione-svalutazione del cambio.
L’aspettativa di non-ottimalità dell’Eurozona non influenzò i politici, in quanto l’avvio nel 1991 del processo di unificazione monetaria culminato nella fissazione di tassi di cambio irrevocabili nel 1999 fu una decisione eminentemente politica promossa da Kohl e Mitterrand, che scaturì dallo “scambio” fra rinuncia al marco tedesco ed avallo alla riunificazione delle due Germanie. Paradossalmente, anche gli economisti ortodossi sostennero il progetto, attratti non tanto da un’Unione Europea sempre più integrata quanto dai cambiamenti strutturali da loro da tempo auspicati. Infatti, per varare la moneta unica si sarebbero finalmente realizzate in gran numero privatizzazioni e liberalizzazioni dei mercati, la politica monetaria sarebbe stata rigorosamente anti-inflazionstica e la politica fiscale rivolta al ridimensionamento dei deficit e debiti pubblici, con la rinuncia alle manovre discrezionali di segno espansivo.
Inoltre, Mundell, Premio Nobel per l’Economia nel 1999, aveva corretto l’iniziale giudizio negativo sulla moneta unica in Europa, sottolineando come le probabili fasi di congiuntura negativa delle economie più deboli sarebbero state sostenibili anche dopo la perdita dello strumento di politica valutaria. Infatti, la liberalizzazione dei movimenti dei capitali avrebbe permesso un costante flusso di capitali verso le economie più arretrate e la fine del rischio di cambio avrebbe assicurato una più facile gestione dei portafogli dei risparmiatori. I timori sull’investimento dei risparmi nelle deboli economie dei paesi della Periferia venivano nell’analisi di Mundell fugati dalla diversificazione del rischio: le perdite sui titoli delle imprese dei paesi deboli sarebbero state compensate dai guadagni su quelli dei paesi forti; a garantire poi la solvibilità fiscale dei governi avrebbe provveduto la BCE, attraverso la credibilità che la denominazione nella nuova valuta avrebbe conferito al debito. Le conseguenze negative degli shock asimmetrici erano quindi affrontabili anche dalle economie periferiche. Il sostegno all’avvenuta decisione di varare l’euro venne infine razionalizzato con l’idea rassicurante che il computo costi-benefici andasse fatto tenendo conto del mutamento strutturale, e calcolato in base a modelli macroeconomici dove i coefficienti delle variabili considerate fossero quelli ex post (per ipotesi, migliori) e non quelli ex ante (si veda Frankel e Rose, 1998).
L’ottimistica previsione di Mundell non ha finora trovato conferma. L’incentivo all’attività di investimento rappresentato dalla forte riduzione del costo del danaro (per la fine del rischio di cambio e la sostanziale riduzione del premio sul rischio di default) non ha dato i frutti sperati, neppure negli anni iniziali dell’Eurozona (1999-2006) che hanno preceduto la crisi finanziaria e la successiva Grande Recessione. E’ vero che l’integrazione finanziaria ha visto le banche del Nord Europa acquistare attività emesse sia del settore pubblico che da quello privato dei paesi della Periferia, che fino al 2005-06 hanno conosciuto i tassi di crescita più elevati. Ma ciò ha solo creato l‘illusione delle virtù miracolose della ricetta supply-side: più liberalizzi i mercati, riduci le tasse e ridimensioni il sistema di protezione sociale, più sprigioni le forze progressive dei mercati. In realtà, la carenza di capacità imprenditoriali nei settori tecnologicamente avanzati fece sì che nella Periferia dell’Eurozona l’espansione degli investimenti favorita da bassissimi tassi di interessi reali si concentrassero nei settori finanziari ed immobiliari. Il forte processo di integrazione finanziaria avvenuto all’interno dell’Eurozona non ha prodotto lo sperato rafforzamento dei fattori di crescita delle economie periferiche, rimanendo solo una tessera del più generale fenomeno della globalizzazione. Inoltre, ci troviamo oggi di fronte ad un’inversione di tendenza dell’integrazione finanziaria in Europa. Le operazioni della BCE di rifinanziamento delle banche (le LTRO) hanno avuto l’effetto di favorire una “rinazionalizzazione” del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona e dei capitali bancari.
Vale allora la pena ricordare come, negli ultimi due decenni, soltanto due paesi – a partire dai primi anni ’90 l’Irlanda, un po’ di anni più avanti la Spagna – sono stati capaci di tradurre in realtà il catching-up previsto dalla modellistica della convergenza economica. Sono però questi i paesi dove la “rincorsa” ai reddito pro capite dell’ “Europa avanzata” ha fatto leva non tanto sull’efficienza dinamica quanto su fattori trainanti particolarmente fragili quali le “bolle” immobiliari e bancarie (ed in Irlanda anche la competizione fiscale). E sono di nuovo questi i paesi (la Grecia è un discorso a parte) dove la crescita e la convergenza economica sono state colpite a morte dallo shock macroeconomico originato dalla crisi finanziaria.
Le vicende europee dimostrano che in un’economia in cui l’adozione di una moneta comune con i paesi concorrenti sottrae al tasso di cambio reale (l’indicatore della competitività) la “valvola di sfogo” dell’accomodamento nominale non riesce a fare fronte ad uno shock sistemico. La competitività delle economie “emergenti” sui mercati internazionali gode dei benefici del regime dei cambi flessibili vigente fra le principali aree valutarie. Del beneficio di opportune oscillazioni del cambio nominale non godono invece i paesi periferici dell’area valutaria europea, sicché l’aggiustamento di mercato (fuor di metafora, il drastico abbattimento dei costi di produzione attraverso la riduzione dei salari ed il ridimensionamento della forza lavoro stabilmente occupata) si rivela insufficiente a creare le condizioni per il ritorno alla crescita. Gli incentivi messi in campo dal libero mercato non si rivelano sufficienti, almeno in Europa, per realizzare il catching-up. I sistemi produttivi più deboli hanno bisogno della progettazione pubblica di un ambiente favorevole all’innalzamento della “produttività totale dei fattori”, ovvero ricerca tecnologica, istruzione e infrastrutture. Nell’ Eurozona, il sostegno di appropriate istituzioni comuni, avviando il passaggio dal coordinamento delle politiche fiscali indispensabile a “rassicurare” i mercati all’unione fiscale, non sembra più a lungo procrastinabile.
L’errore non è stato l’euro, ma la insufficiente struttura istituzionale che ha minato i potenziali benefici della moneta comune sulla crescita delle economie europee. Si è troppo a lungo ignorato che le istituzioni rivestono un ruolo fondamentale ed insostituibile nel contenere gli effetti degli shock ed accelerare il cambiamento strutturale delle economie. Questa grave sottovalutazione ha molto pesato allorché la crisi finanziaria ha messo a nudo tutte le pecche del disegno dell’Eurozona. Una volta affidata la creazione di moneta alla francofortese BCE, ed assoggettate le politiche fiscali al vincolo del PSC, dell’assenza di una sufficiente convergenza reale non ci si preoccupò. A contrastare eventuali shock esogeni ci avrebbe pensato la capacità di aggiustamento che i mercati liberalizzati avrebbero raggiunto grazie all’integrazione. L’adozione poco meditata dell’ideologia liberista fece così dimenticare che la convergenza nominale che ha portato all’euro in nessun modo rappresentava la garanzia di una spontanea realizzazione della convergenza reale, ovvero di un progressivo abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto (salario/produttività del lavoro) verso i valori delle più efficienti economie del Nord.
Oggi, di fronte alla grave crisi dei paesi della Periferia, “le stesse cose ritornano”. I valori della dinamica del PIL – positivi in Germania e gravemente negativi nella Periferia – non sono soltanto la conseguenza del rientro dal debito pubblico generato dai salvataggi delle banche, ma dimostrano che il problema della convergenza reale fra le economie europee è ancora tutto da affrontare. Oggi, per uscire dalla crisi, occorrerebbero esattamente le stesse scelte di policy che si invocavano allora: una BCE che non fosse fotocopia della Bundesbank, politiche fiscali di stabilizzazione coordinate a Bruxelles; adeguati finanziamenti comunitari di sostegno allo sviluppo. Tredici anni fa, se fosse stato sorretto da un coordinamento istituzionale all’altezza dei complessi aggiustamenti reali che avrebbero dovuto accompagnare l‘introduzione dell’euro, i sistemi produttivi più deboli della Periferia sarebbero forse riusciti ad utilizzare l’abbattimento dei tassi di interesse e dei costi di transazione per accrescere l’efficienza produttiva; ed i governi (in primis, i paesi con un rapporto debito pubblico/PIL superiore al 60%, all’epoca solo Italia, Belgio e Grecia) a destinare le somme risparmiate grazie alla minore spesa per interessi prima alla decumulazione del debito pubblico e poi al finanziamento di investimenti in infrastrutture ed al miglioramento del capitale umano. Oggi, con il sistema bancario imballato dal deleveraging e la domanda interna depressa dal moltiplicatore negativo del bilancio pubblico, imprese e governi nazionali non possono sperare nelle sole “magnifiche sorti e progressive” dell’aggiustamento di mercato e del consolidamento fiscale. La ripresa della crescita nella Periferia, se ci sarà, sarà trainata dall’Europa unita.

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15 commenti su “Ciò che non va nell’approccio all’euro

  1. il problema non è l’euro, di per sè un’ottmo collante per l’area più ricca delmondo, ma l’incapcità di prendere decisosioni politiche in quell’area. che da quando ha costituito l’euro continua a essere paralizzata dalle decisoni di un solo paese, anche piccolo, e non ha fatto sostanziali passi avanti verso l’unità politica. Se è così, meglio non avere una moneta unica comandata da un solo paese

  2. per tutti questi economisti che dicono che la colpa non è dell,euro vorrei dire commettete un errore perche se la colpa non è dell,euro è delle vostre teorie che come si è visto non hanno funzionato …ma d,altronte tutti sanno che le teorie non possono essere per definizione giuste al 100% ma hanno bisogno di una verifica nella pratica..è qui viene secondo me il problema .che a correggere questi “errori” ci sta pensando gia qualcuno che noi chiamiamo per comodita “germania”e questi si serviranno sempre dei soliti slogan non siete stati capaci di gestirvi ,non vi preoccupate ci penseremo noi saremo noi a guidarvi…è giu nuovi trattati che fra dieci anni scopriremo che sono stati delle truffe e che gli accademici considereranno errori…ma penso che non ci vorra tanto perche nei prossimi anni e man mano che queste politiche andranno avanti la gente scoprira sulla propia pelle che cosa significano questi trattati ..e che il mondo che vivranno da domani si chiamera con nomi che gia abbiamo conosciuto nella storia sempre che ce ne sara il tempo….

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. Continuo a non credere alla possibilità di mantenere vivo l’Euro. Le politiche che favoriscono la convergenza, invocate nell’articolo, non hanno una reale possibilità di successo in Europa perché ci sono differenze che richiedono decenni per essere colmate.
    Per esempio i lavoratori sono poco mobili per via della lingua, delle differenti legislazioni e per la tendenza ad investire il risparmio in beni immobili.
    Le differenze strutturali tra le economie, poi, non sono colmabili facilmente, per avere vera omogeneità ci vorrebbe una Volkswagen, una Nokia o una Philips in ogni paese, in competizione tra loro. Si può fare, e per me è auspicabile che sia così, ma per portare la Grecia (per es.) da dove era prima della crisi a questo livello, occorrono decenni di politiche economiche coerenti e (orrore! ;o) dirigiste in economia.

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  6. La parabola dei semafori rotti e gli orrori delle banche centrali
    di Steven Horwitz
    Professor of Economics at St. Lawrence University
    http://www.thefreemanonline.org/headline/the-parable-of-the-broken-traffic-lights/

    Supponiamo che in un pomeriggio di sole in qualche parte del mondo occidentale, un uomo, risvegliandosi da un pisolino di un paio d’ore, scopra che si sono appena verificati centinaia di incidenti stradali proprio nella metropoli in cui vive. Si domanda immediatamente come possa essere accaduto. In primo luogo considera la possibilità che la causa possa essere il maltempo, ma un sole splendente allontana questa prima idea. Le probabilità di un guasto meccanico simultaneo a centinaia di automobili sembrano essere estremamente basse, quindi scarta anche questa ipotesi. Riflette ulteriormente sulla questione e si chiede se casomai gli automobilisti possano aver sofferto un attacco di psicosi di gruppo o delirio di massa. Ma anche le probabilità di tale evento sembrano ridottissime.
    Mentre il suo cervello lentamente riprende a ragionare, si imbatte nel colpevole: qualcosa non ha funzionato con i semafori. Tira la conclusione che in città possa essere mancata la luce elettrica per cui gli automobilisti si sono ritrovati agli incroci con i semafori spenti senza sapere a chi dare la precedenza. Non potrebbe essere stata questa, ragionevolmente, la causa di molti incidenti? Si gira verso la moglie e le suggerisce questa spiegazione. Lei risponde: «Però, se tu arrivassi a un semaforo che non funziona, non rallenteresti procedendo con estrema cautela? Ad esempio, dopo l’Uragano Katrina, gli automobilisti di New Orleans trattarono spontaneamente i semafori spenti come uno stop rivolto a tutti quanti». Il nostro protagonista riconosce la perspicacia della moglie e continua a riflettere.
    E presto ci arriva: forse non è tanto il fatto che i semafori fossero del tutto spenti, quanto piuttosto che tutti i semafori segnalassero verde allo stesso momento. Di fronte alla luce verde, nessun conducente avrebbe avuto motivo di pensare che il semaforo fosse malfunzionante; quindi sarebbe avanzato ad ogni incrocio. Questo davvero avrebbe potuto causare centinaia di incidenti. Le luci verdi non danno solo segno di avanzare, allo stesso tempo implicano la presenza del rosso che arresta il traffico nelle direzioni incrociate. In altre parole i semafori svolgono il compito di coordinare i piani degli automobilisti sulle strade.

    È Colpa degli Automobilisti Sconsiderati
    Il nostro uomo inizia a guardare i notiziari che riportano gli incidenti e si accorge che i commentatori accusano incessantemente il comportamento irrazionale e sconsiderato degli automobilisti come causa degli scontri. «Non è giusto», pensa, «Non hanno agito in modo irrazionale, hanno semplicemente seguito razionalmente un segnale con un significato a loro ben noto da tempo». Arrabbiandosi per le colpe scaricate sugli automobilisti, si rende conto di come alla base degli incidenti non ci sia tanto l’irrazionalità degli automobilisti quanto piuttosto quella dei segnali stradali. Quando i segnali stradali come i semafori non dicono la verità, anche gli automobilisti più razionali e prudenti hanno altissime probabilità di rimanere vittime di un incidente. Sconvolto dal fatto che i commentatori televisivi non riescano a capire questa banale verità, torna a dormire sperando di aver avuto un brutto sogno.
    Non si è trattato di un sogno: a generare la crisi finanziaria e la grande recessione che stiamo vivendo è stata la realtà dell’espansione precedente. L’economista Austriaco Israel Kirzner ha usato a lungo i semafori come analogia per i prezzi. Nel ciclo di espansione e crisi, il prezzo chiave per capire chi deve passare è il tasso d’interesse. In un libero mercato, i tassi d’interesse e il sistema bancario coordinano agli “incroci” i piani tra creditori-risparmiatori e debitori-consumatori:
    – se il risparmio aumenta, significa che i consumatori sono più disposti ad aspettare prima di consumare beni e servizi. Il loro risparmio induce le banche a offrire tassi d’interesse più bassi, lanciando un segnale (e un incentivo) affinché i mutuatari assumano prestiti per progetti a lungo termine che corrispondono alla maggiore pazienza dei consumatori;
    – se invece i consumatori sono più impazienti e risparmiano di meno, le banche alzano i tassi, portando i mutuatari a concentrarsi di più sul breve termine per soddisfare questa preferenza.
    Il comportamento di ogni lato è coerente con quello altrui, grazie al semaforo rappresentato dal tasso d’interesse.

    Le Manomissioni della Banca Centrale
    Quando interviene la banca centrale ad abbassare i tassi, tuttavia, è come se tutte le luci del semaforo venissero impostate sul verde. La politica monetaria espansiva fornisce fondi mutuabili che permettono alle banche di abbassare i tassi proprio come se esistesse una maggiore quantità di risparmi. Tuttavia, quel risparmio aggiuntivo è solo un’illusione; i consumatori non hanno modificato le proprie preferenze temporali, non sono diventati più pazienti. Con tassi bassi, i mutuatari considerano più proficui i progetti a lungo termine e per realizzarli acquisiscono risorse scarse.
    Ovviamente il problema è che i consumatori non vogliono, in realtà, aspettare più a lungo di quanto non facessero prima. Quindi, mentre i produttori-mutuatari stanno investendo in progetti a lungo termine, i consumatori-risparmiatori continuano a desiderare progetti a più breve termine. Come con il modello dei semafori rotti, si tratta di una situazione non sostenibile che si conclude con l’equivalente economico degli incidenti stradali: l’inizio di una recessione.
    L’esempio dei semafori con la luce verde produce in città un risultato immediato e visibile. Naturalmente la realtà è leggermente diversa, nel senso che più le economie sono forti più a lungo possono riuscire a mascherare la mancanza di coordinazione sottostante prima che essa emerga in superficie attraverso una crisi.
    Come i nostri automobilisti dell’esempio, chi prendeva a prestito durante la fase di boom non era irrazionale. Stava solo rispondendo razionalmente a un segnale irrazionale. La sorgente di tale segnale irrazionale era la Federal Reserve. La prossima volta che un vostro amico darà la colpa agli investitori irrazionali per aver causato l’espansione prima e la recessione dopo, ricordategli il nostro protagonista dei semafori e ditegli: «L’irrazionalità, caro amico, non è nei nostri mercati, ma nei nostri governanti, in questo caso, nelle persone che gestiscono la banca centrale.»

  7. Il problema centrale è uno solo: il dollaro.
    Anni fa è scoppiata la bolla tecnologica. Poi è toccato a quella immobiliare che ha alimentato la bolla finanziaria. Adesso è la volta della bolla del dollaro, la più grossa e pericolosa. Gonfiata dalle crisi irrisolte e da un debito in crescita vertiginosa. Un problema che non è americano ma mondiale. Ve ne accorgerete anche voi in Europa. Mai nella storia una moneta era mai stata così pervasiva, finendo in tutti i Paesi, in tutte le transazioni.
    Le bolle scoppiano. Facendo danni grossi. Li vediamo già oggi. La gente non sa più in cosa investire: si aggrappa al franco svizzero, alle materie prime. Parlano di bolla dell’ oro. Ma non è lui che sale: è il dollaro che perde valore.
    Eppure la gente, incredibilmente, fa la fila per comprare titoli del Tesoro a 30 anni. Squilibri che si faranno sentire anche in Europa: il dollaro è dappertutto, l’ esaurimento del suo ruolo di valuta di riserva del mondo credo sia il più grosso problema economico che l’umanità sia mai stata chiamata ad affrontare.
    Problema grave ma ineluttabile: dovremo costruire un sistema monetario diverso. Del resto le monete cartacee, nella storia, hanno mantenuto valori stabili per periodi relativamente brevi. Il dollaro ha già regnato molto a lungo.

  8. Ancora una volta ci si base su dati irrealistici. Pur di non ammettere che il liberismo sfrenato iniziato con Reagan e proseguito con Clinton e i due Bush, si inventa una favola irrealistica pe concludere che è la realtà che sbaglia, non la teoria con cui si leggono i dati.
    I dati dicono che i tassi di interesse della Fed ad agosto 2007 erano al 5,25% (e lo erano da luglio del 2006), con un’inflazione al 2%. I tassi reali erano quindi del 3,25%. Vi erano quindi tutte le possibilità per chi voleva risparmiare di ottenere dei buoni rendimenti.
    Il guaio è che da un anno i prezzi delle case negli Usa avevano incominciato a scendere e non si sono più fermati. La struttura finanziaria americana, talmente libera di non assumersi più rischi della concessione di un mutuo, perchè li impacchettava nelle obbligazioni e li passava ad altri investitori finanziari) incominciava così a ritorvarsi con dei titoli (rappresentativi dei mutui) che perdevano valore. Un anno dopo, nell’agosto del 2008, il valore delle case stava perdendo il 16,6%. A settembre, la Lehman Brothers, che aveva in pancia molti di questi titoli, falliva e subito dopo falliva la Aig, l’assicurazione più grande a livello mondiale, perchè non solo aveva acquistato titoli rappresentativi di mutui, ma non era in grado di far fronte ai Credit default swap che aveva venduto, ossia non era in grado di ripagare chi si era assicurato in caso di fallimento del sistema bancario.
    Solo allora la Fed interviene in maniera drastica e innondando di liquidità il sistema. Ma il danno è talmente grave che deve intervenire il governo americano per evitare che salti tutto il sistema finanziario, ed è costretto a mettere mano al portafoglio per salvare le banche.
    Questi sono i fatti. Prima del 2007 non vi era alcuna politica monetaria espansiva: la M1, ossia le banconote in circolazione e i depositivi a vista, stava crescendo ad un ritmo dello 0,2% annuo.
    La Fed è stata costretta ad intervenire per salvare il sistema. Può essere che ciò dispiaccia a qualche comunista (ma costui sa che la Fed fa il proprio mestiere). Sorprende che i flautisti del libero mercato, del capitalismo finanziario più sfrenato, si oppongano alle iniziative della banca centrale. Se non fosse intervenuta, costoro avrebbero scoperto una bella mattina che il mercato di cui tanto cianciano non c’era più, ma non solo negli Usa, ma anche in Europa e nel resto del mondo (salvo forse la Cina). Avrebbero trovato solo miseria e caos.

  9. Giorgio, guardi che Lei sta confondendo i seguaci monetaristi della Scuola di Chicago, ispiratori del liberismo finanziario deregolato da Reagan, con obiezioni che le arrivano da ben altra Scuola, quella Austriaca.
    Ci sono molte ed importanti differenze tra le due scuole.
    La prego, non metta tutto in un calderone liberista.

  10. Se la scuola è quella dei semafori verdi su entrambi i lati degli incroci è parimenti inutile a comprendere ciò che è successo. Non vi è stata nessuna politica espansiva della Fed, prima del fallimento della Lehman. Quindi abbandoni le metafore che non hanno alcun riscontro nella realtà, e sarò ben lieto di discutere sulle sue interpretazioni della crisi.

  11. Posso proporLe questo video?
    Così non si meraviglierà più dell’avversione degli Austriaci nei confronti delle banche centrali ed in particolare della Fed.
    http://vonmises.it/multimedia/money-banking-the-federal-reserve/

  12. E, per favore, legga anche questo: http://vonmises.it/2012/03/07/un-ciclo-economico-lungo-17-anni/
    Le cose sono andate in maniera un po’ diversa da come le conosce Lei.

  13. Strano modo di ragionare il vostro. Vedete che aumenta la quantità di moneta e allora ne deducete che la colpa di tutti i guai del sistema sono imputabili alla Fed.
    Peccato che si eviti un piccolo esercizio di controllo.
    Voi vedete che aumenta M2, ma non la mettete in relazione con la crescita del pil americano. Se si fosse fatto questa piccola verifica si sarebbe scoperto che il periodo che va dal 1990 al 1994, periodo portato come ordinato ed equilibrato, il rapporto M2/pil era incluso nell’intervallo che va dal 49,2 al 56,5%.
    Nel 1995 vedete che la quantità di moneta aumenta e del tutto arbitrariamente deducete che iniziano i problemi. Peccato che il rapporto M2/pil nel 1995 scenda al 48,9 e l’anno successivo al 48,6. Nel 2000 il rapporto M2/pil è allo stesso livello del 1994, da voi identificato come ultimo anno “giusto”, al 49,2%.
    La Fed interviene nel 2001 perché è scoppiata la bolla delle dot.com e la quantità di moneta sale al 52,5%. Il sostegno all’economia dura fino al 2003, quando raggiunge il 54,2%, comunque inferiore al livello del 1990 (56,4%). Nei tre anni successivi scende fino al 52,6 e ritorna nuovamente ad impennarsi dopo il fallimento della Lehman Brothers: a fine 2008, M2/pil è al 57,2%.
    Come si vede la Fed è sempre intervenuta dopo la crisi. Mentre negli anni precedenti la crisi, la quantità di moneta, in relazione al pil americano, era in discesa. Non in aumento.
    La crisi ha avuto origine non per colpa della Fed, ma per il folle programma di deregulation attuato nel sistema finanziario americano.
    Meno male che la Fed è intervenuta. Se non avesse immesso liquidità, saremmo in guai ben peggiori di quelli di oggi. Che sono già di per sè assai gravi.

  14. Giorgio, per favore, guardi questo grafico:

    Dal 2003 al 2005 il rapporto scende tantissimo, quindi non solo non ci sono problemi di “stimolo monetario” ma anzi la Zimbabwe Central bank sta tirando i cordoni e anzi, quando li allarga di nuovo nel 2006, rimane al di sotto del rapporto del 2003.
    Quindi niente “stimolo monetario” !

    Zimbabwe inflation rates
    2002 198,93%
    2003 598,73%
    2004 132,75%
    2005 585,84%
    2006 1281,11%
    2007 66212,3%
    2008 23115088,87%

    “Ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le menzogne spudorate e la statistica” B.Disraeli

    • Mi sembra che lei abbia le idee un po’ confuse. Mi mostra un articolo che dimostrerebbe che negli Usa la colpa della crisi sarebbe della Fed che ha creato moneta e le dimostro che è esattamente il contrario e mi risponde con i dati dello … Zimbabwe?

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