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Di Super Mario c’è solo Balotelli

Mentre impazza sul web la foto di Mario Monti trasformato in Mario Balotelli, a dire che il premier italiano avrebbe sconfitto la Germania della Merkel e salvato l’Italia e l’Euro, è bene rimettere i piedi per terra e analizzare i risultati concreti del vertice europeo conclusosi ieri. Ci aiutano tre articoli di economisti di vario orientamento, ma tutti concordi nel dire che lo scudo “anti-spread” inventato da Monti e “strappato” alla Cancelliera è solo l’aspirina che ci salverà dalla febbre del prossimo lunedì nero, rimandando il problema per un po’.

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L’austerità è smentita dai fatti. Il manifesto di Krugman per il buon senso in economia

Pubblichiamo, tradotto in italiano, il manifesto di Paul Krugman e Richard Layard pubblicato oggi dal Financial Times e sul sito manifestoforeconomicsense.org. Sebbene nelle premesse si rivolga solo agli “economisti mainstream”, i contenuti sembrano convergenti con molte delle analisi e delle proposte avanzate anche in altre parti della teoria economica. Ma soprattutto è un attacco alla visione del rigore e dell’austerità in stile anni ’30 oggi tornata prevalente.

Un Manifesto per il [buon]senso economico

Più di quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930. Queste idee, da tempo smentite, comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata.
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Quattro luoghi comuni su Euro ed Europa smontati dagli economisti eterodossi

I quattro eurofalsi da Left Avvenimenti

Cesaratto, Brancaccio, Stirati, Gnesutta: quattro economisti italiani smontano i quattro più importanti “luoghi comuni” che riempiono le pagine dei giornali, nei giorni che precedono il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale si deciderà il futuro dell’Europa. Tesi economiche ripetute come un mantra, eppure false sul piano teorico ed empirico. Quattro economisti “critici” ci spiegano perché le tesi fondamentali dell’economia neoliberista non sono la soluzione, ma il problema.

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Salari minimi e occupazione. Risposta alle critiche

L’aumento dei salari minimi provoca disoccupazione, secondo i libri di testo

Diversi lettori, nonché il blog noisefromamerika, hanno contestato il nostro articolo riguardo l’esperienza americana dei salari minimi. In questo post riassumeremo le critiche e proveremo a dare loro delle risposte.

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La storia si ripete due volte. La prima come tragedia e la seconda pure

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
Eugenio Montale (La Storia)

Fa venire i brividi il solo ricordare la storia di alcuni dei periodi più drammatici della Grande Depressione, come quella del 1937, quando il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt abbandonò la politica di stimoli fiscali, troppo presto perché la ripresa economica non si trasformasse di nuovo in recessione.
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Aumentare i salari minimi non provoca disoccupazione. Evidenze empiriche dagli Stati Uniti

Premessa teorica

La teoria neoclassica dell’occupazione, di cui abbiamo già accennato in passato, sostiene che il livello di occupazione dipenda dall’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro in base al suo “prezzo”: il salario (in termini reali, cioè in rapporto con il livello dei prezzi). La teoria sostiene che esiste quindi un salario di equilibrio al quale si può realizzare la piena occupazione. Versioni più moderne affermano che in realtà la piena occupazione può non essere raggiunta poiché esiste un livello di disoccupazione “naturale”. Cercando di forzare il superamento di questo livello (chiamato NAIRU, Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment, sviluppato da Milton Friedman per spiegare la stagflazione) con politiche pubbliche di piena occupazione, si otterrebbe una forte inflazione e poi il ritorno verso il tasso di equilibrio “naturale”.

I neoclassici tuttavia sostengono anche che, nella situazione reale di non concorrenza perfetta sul mercato del lavoro, una serie di imperfezioni possano minare il raggiungimento dell’equilibrio ottimale. Tra queste, un eccessivo potere dei sindacati che realizzi un innalzamento dei salari, o, il che è equivalente, un salario minimo stabilito dallo stato, una misura che esiste in quasi tutti i paesi industriali tranne Germania e Italia, dove la determinazione del salario minimo è demandata alla contrattazione tra sindacati e imprese, tenendo però così fuori molti dei lavoratori con contratti atipici.

L’innalzamento del salario minimo porterebbe quindi all’aumento della disoccupazione, tanto più in un periodo di crisi economica. Al contrario, il salario minimo in tali casi andrebbe ridotto, per permettere al mercato del lavoro di trovare un equilibrio migliore, o eventualmente eliminato del tutto. E’, in effetti, ciò che in Europa la Trojka (FMI, UE, BCE) ha chiesto e ottenuto dalla Grecia e in parte dalla Spagna.

E’ quindi interessante sottoporre a verifica questa asserzione.

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Keynes e la crescita felice

Se è vero che quella che i maggiori paesi industriali stanno attraversando è una “crisi dello sviluppo” e che per uscirne si debba guardare con sempre maggiore attenzione ai “fallimenti” del sistema capitalistico, l’analisi keynesiana offre preziosi elementi di riflessione. E’ felice in tal senso l’ultimo intervento di Robert Skidelsky su Project Syndicate di ieri nel quale si fa riferimento ad un noto scritto di Keynes del 1930, ma mai abbastanza considerato per l’importanza delle sue implicazioni. Si tratta delle “Prospettive economiche per i nostri nipoti” Continua a leggere »

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Le sale da gioco della finanza: perché i mercati finanziari non ci indicano la salute dell’economia

Gli speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni. Quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male. Se alla Borsa si guarda come a una istituzione la cui funzione sociale appropriata è orientare i nuovi investimenti verso i canali più profittevoli in termini di rendimenti futuri, il successo conquistato da Wall Street non può proprio essere vantato tra gli straordinari trionfi di un capitalismo del laissez faire. Il che non dovrebbe meravigliare, se ho ragione quando sostengo che i migliori cervelli di Wall Street sono in verità orientati a tutt’altri obiettivi.

— John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936

Per reagire alla speculazione, serve una garanzia integrale di ultima istanza per le banche e per i debiti statali nell’eurozona, insieme a un bilancio federale, anche in deficit.

di Sergio Bruno, da Sbilanciamoci.info

Ci sono alcune cose esasperanti quando radio, tv e giornali danno informazioni sui problemi economici e politici europei o, ancor di più, tentano di commentarle. La peggiore è il tentativo di “dare un senso” ai comportamenti dei mercati finanziari. Esempio: perché i mercati, dopo un primo apprezzamento per le garanzie europee alle banche spagnole, hanno fatto ribassare le borse e aumentare gli spread speculando contro Italia e Spagna. Chi parla dei dati sulla recessione, chi attribuisce un ruolo alla disoccupazione dei due paesi, chi si preoccupa dei possibili aggravamenti dei deficit contabili degli Stati, chi vi aggiunge le apprensioni per gli equilibri politici, e così via. Il punto è che le “ragioni” dei comportamenti dei mercati e delle ondate di vendite e acquisti non riflettono, di solito, particolari congetture razionali.

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L’enorme problema greco

Dopo il G-20, alla cui attenzione c’era l’irrisolta crisi europea; mentre in Grecia si avvia la formazione del nuovo governo (Nuova Democrazia – Socialisti – Sinistra democratica); mentre si affacciano nuove idee circa la possibilità che il fondo “salvastati” Efsf possa acquistare titoli di stato dei paesi colpiti dalla crisi del debito sovrano; dopo che 100 miliardi sono stati destinati (anche se non ancora formalmente richiesti) alle banche spagnole (20 dei quali italiani, un paese che a sua volta potrebbe avere bisogno di aiuto, in una assurda corsa a “salvare” i PIIGS con i soldi dei PIIGS); dopo tutto ciò, è utile richiamare le vere dimensioni del problema dei debito pubblico dei paesi periferici europei, in particolare la Grecia.
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L’Italia va a picco, l’unico dato positivo viene dalla crescita della spesa pubblica (ma per quanto?)

Rebecca Wilder, su Economonitor (sito promosso da Nouriel Roubini) analizza i dati del primo trimestre 2012 forniti dall’Istat. Un quadro preoccupante, in cui l’unico modesto segno “+” è quello dei consumi pubblici, mentre calano tutte le altre componenti del PIL. Va da sé che si tratta di un dato che potrebbe essere temporaneo. Se la spending review dovesse essere realmente attuata, anche la spesa pubblica calerebbe, con gli effetti depressivi facilmente immaginabili.