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Per un manifesto della politica industriale in tempi di crisi fiscale

La politica industriale italiana non esiste: crisi di idee e crisi di strumenti (oltre alla crisi finanziaria) rendono difficile parlarne e, ancor di più, essere presenti sui principali media. L’affermazione prevalente viene riassunta in una espressione: “la migliore politica industriale è quella che non c’è”.
Si tratta di una espressione tanto gradita in alcuni ambienti intellettuali (e facilmente divulgabile sui mezzi di comunicazione di massa), quanto del tutto infondata nella realtà. Lo scenario internazionale non vede –e non ha visto in epoca moderna- nessun paese al mondo (con poche e trascurabili eccezioni) disinteressato alle sorti della propria struttura produttiva e dei suoi comparti più qualificanti. Tutti (dagli USA alla Cina, dalla Germania alla Francia, dal Giappone al Brasile, dall’India alla Gran Bretagna) intervengono con risorse finanziarie, con servizi di accompagnamento, con sostegni alla ricerca, con domanda pubblica e con ogni strumento possibile fino al limite consentito dalle regole e dagli accordi internazionali. Continua a leggere »

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La decrescita infelice del governo Monti

Riccardo Realfonzo e Roberto Romano da economia e politica

Tra l’anno passato e quello in corso sono ben cinque le manovre[1], dei governi Berlusconi e Monti, che hanno aumentato le entrate e tagliato la spesa pubblica, con un impatto complessivo sul triennio 2012-2014 pari addirittura a 120 miliardi di euro (Banca d’Italia). A queste manovre si aggiunge la nuova Legge di Stabilità che rimodula una parte degli interventi pregressi per un valore pari a quasi 13 mld di euro, con un ulteriore contributo al saldo finanziario di 5 mld.

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Il moltiplicatore keynesiano della cultura? In Italia vale 21

di Pietro Folena, Presidente Associazione MetaMorfosi

Si è soliti concludere i discorsi, soprattutto a sinistra, con la retorica sulla cultura come volano di crescita. La mia esperienza alla guida di MetaMorfosi -che in pochi anni è diventata protagonista di importanti attività di valorizzazione e di sostegno a istituzioni culturali preziose (cito, fra le altre, Casa Buonarroti, il Museo Civico di Bassano del Grappa, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, il Gabinetto delle Stampe e dei Disegni degli Uffizi) – è che il concorso di un privato, nel nostro caso un privato-sociale, al pubblico, avviene in una logica assolutamente keynesiana.
Lo schema ideologico della lunga stagione liberista, fatto proprio largamente anche dal governo presieduto da Mario Monti, privato contro pubblico, è del tutto recessivo. Per ciò che riguarda la cultura, proprio perché si ha a che fare con un bene che non si consuma (anche se va conservato e tutelato), il valore aggiunto di ogni euro investito si moltiplica. Continua a leggere »

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Record del debito pubblico italiano (126,1% sul Pil), grazie all’austerità

di Domenico Moro

Malgrado anche Confindustria si stia accorgendo che qualcosa non va nel governo Monti, il Presidente della Repubblica ammonisce a non cambiare rotta. Il fatto è che questa rotta porta la nave alla deriva. Ne sono indicatori i dati Eurostat sul debito sovrano europeo. Il debito pubblico italiano è passato dal 121,7% sul Pil del secondo trimestre 2011 al 126,1% del 2012, il dato peggiore dopo la Grecia.
L’aumento del debito si è però verificato in tutta la Ue, passata dall’81,4% all’84,9%, e nell’Eurozona, salita dall’87,1% al 90%.

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Quando la crisi dà i numeri. Piccolo manuale di sopravvivenza statistica

Secondo il premier Mario Monti «alla ripresa mancano pochi mesi», quindi bisogna essere ottimisti. Ma numerosi altri osservatori descrivono una situazione economica ben diversa: chi ha ragione? Come è possibile orientarsi fra le ondate di numeri e statistiche che ogni giorno ci piovono addosso da giornali e televisioni?

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Michal Kalecki tra Marx e Keynes

Pubblichiamo la presentazione di Paolo Savona al volume “Michal Kalecki visto da Elvio Dal Bosco” pubblicato dalla Luiss University Press

La presentazione del momento d’oro di Michal Kalecki a cura di Elvio Dal Bosco fornisce un quadro più completo della rivoluzione maturata nel pensiero economico a seguito della “Grande crisi” del 1929-1933 descritta da Giorgio La Malfa nel saggio su John Maynard Keynes, pubblicato nella Prima serie della Collana.

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Anche il Regno Unito conferma: Keynes aveva ragione

Tesoro di Sua Maestà. Sbagliamo sin dal 1929

di Gustavo Piga

“Come molti altri previsori macroeconomici, abbiamo abbondantemente sovrastimato la forza della crescita dell’economia negli ultimo due anni”.

Comincia così il mea culpa dell’autorità britannica indipendente, l’Ufficio della Responsabilità del Budget, incaricata di indicare le previsioni macroeconomiche da utilizzare per elaborare il piano economico delle scelte di finanza pubblica fatte dal Governo britannico.

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Gli squilibri europei e la lezione di Keynes

di Alessandro Bramucci da Sbilanciamoci.info

La crisi economica mondiale esplosa nel 2007 negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers nel Settembre del 2008 affonda le sue radici nella finanza. La deregolamentazione del settore bancario, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, ha permesso la trattazione di prodotti finanziari altamente rischiosi il cui fallimento, scatenato dal default dei mutui sub-prime e dal collasso dei prezzi nel settore immobiliare americano, ha aperto enormi voragini nei bilanci delle più grandi banche d’affari del mondo.

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Mosler: “Tagliare il debito pubblico mette a rischio i consumi e la ripresa”

Secondo l’imprenditore ed economista americano il debito pubblico è, sic et simpliciter, l’ammontare di attività finanziarie nette in dollari detenuto dal resto del mondo – La fame di risparmio dei privati dunque giustifica il debito pubblico: tagliarlo significa mettere a repentaglio l’equilibrio finanziario dei privati, e dunque i consumi.

di Andrea Terzi da FirstOnline.info

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Servirebbe un protezionismo “di sinistra”

Intervista di Marco Berlinguer
(Pubblico, 20 ottobre 2012)

La missione che si è dato Emiliano Brancaccio – brillante economista napoletano – è quantomai difficile. Nientedimeno che rompere un tabù: quello che si è creato attorno alla dottrina del libero commercio mondiale. La sua tesi è che con la crisi della globalizzazione capitalistica, nei fatti nuove forme di protezionismo e di controllo politico stanno crescendo. E che quella dottrina è in crisi e ormai superata. Ed è tempo che la sinistra se ne accorga, se non vuole che le proposte di limitazione dei movimenti di capitali e di merci – che incontrano crescenti consensi un po’ ovunque, anche in Italia – siano cavalcate soltanto da forze populistiche e nazionaliste.

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