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Il welfare secondo Renzi

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Su welfare e pensioni, Matteo Renzi ripropone la vulgata prevalente da alcuni anni che persegue il drastico ridimensionamento del sistema pubblico

di Angelo Marano da Sbilanciamoci.info

Giovedì scorso Matteo Renzi ha presentato a Servizio pubblico la sua ricetta su welfare e pensioni. Non mi è sembrato ci fosse nulla di nuovo, solo la riproposizione della vulgata prevalente in alcuni ambienti che da tempo perseguono il drastico ridimensionamento del sistema pensionistico pubblico, volutamente incoscienti delle riforme fatte, dei problemi aperti e delle esigenze del paese.
In estrema sintesi, la posizione espressa da Renzi è la seguente:

1) spendiamo troppo in pensioni e troppo poco nel resto del welfare, ergo dobbiamo ridurre la spesa pensionistica e spostare risorse sulle altre componenti del welfare, asili nido in primis;

2) il nuovo sistema pensionistico contributivo restituisce ai cittadini quello che ci hanno messo, mentre il vecchio sistema retributivo era troppo generoso, ergo, poiché quelli che sono già in pensione sono prevalentemente a regime retributivo, è legittimo ridurgli le pensioni; 

3) le pensioni elevate, così come quelle pagate a persone andate in pensione troppo giovani, sono uno scandalo e un costo che non possiamo permetterci, ergo è giustificata la riduzione sostanziale di tali importi, con la quale finanziare gli altri istituti del welfare;

4) le pensioni di reversibilità sono sorpassate e si prestano ad abusi, ergo il diritto va drasticamente ridefinito in senso restrittivo.

Tali proposizioni, come detto non nuove nel dibattito, risultano per buona parte infondate o velleitarie. Vediamole una ad una. In un successivo intervento esaminerò alcuni altri punti, cruciali nel dibattito pensionistico, sui quali invece Renzi non sembra esporsi.

1) È vero che spendiamo più degli altri paesi europei in pensioni: secondo i più recenti dati Eurostat, relativi al 2010, spendiamo il 16% del Pil, contro il 13,2% dell’Europa a 15 e il 13% dell’Europa a 27. Va tuttavia considerato che abbiamo una percentuale di ultrasessantacinquenni più elevata degli altri paesi, che le nostre pensioni sono assoggettate all’imposta sul reddito, a differenza di altri paesi dove sono praticamente esenti (vedi Germania), e che non si è considerata la spesa per sgravi fiscali alla previdenza privata, particolarmente elevata nei paesi anglosassoni.
Va poi, soprattutto, ricordato che abbiamo fatto delle riforme importantissime nei decenni passati, che hanno drasticamente ridotto sia gli andamenti futuri che quelli correnti della spesa. In termini nominali, la spesa pensionistica sta aumentando di anno in anno poco più dell’inflazione, e molto meno che negli altri paesi: fra il 2003 e il 2010, secondo i dati Eurostat, è aumentata in media del 3,8% l’anno in Italia, contro il 6,8% del Regno Unito, il 4,3% della Svezia, il 4,9% della Francia, l’8,1% della Spagna e il 5,5% della Danimarca (fa eccezione la Germania, con un aumento annuo dell’1,4%). In rapporto al Pil, già a legislazione vigente la spesa è destinata a contrarsi significativamente a partire dal 2014, come si può constatare dalla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza presentato dal governo lo scorso settembre. Come per tutti i rapporti al Pil, poi, il rapporto fra spesa pensionistica e Pil risente della contrazione del denominatore, ovvero della crisi economica. Se il Pil non si fosse contratto per la recessione, la spesa pensionistica sarebbe almeno di 1 punto di Pil inferiore. Se poi fossimo cresciuti negli ultimi 8 anni quanto la Germania, sarebbe di ulteriori 2 punti inferiore, scendendo al 13%, un dato in linea con la media e significativamente inferiore a quello ante crisi.
Dunque, a differenza di quanto si poteva scrivere una decina di anni fa, la nostra spesa pensionistica appare elevata soprattutto perché l’economia non cresce, non perché siamo troppo generosi. Verissimo invece che spendiamo pochissimo per tutte le altre prestazioni sociali, in particolare i servizi sociali, eccezione fatta per la sanità. Ma qui il refrain renziano del “dunque bisogna ridurre la spesa pensionistica e con i risparmi finanziare le altre componenti del sociale” è veramente un deja vu. Per esempio, questa era la posizione della commissione per la riforma del welfare presieduta da Paolo Onofri nel 1997, ma tale raccomandazione, pur genericamente fatta propria a livello governativo, non ebbe poi seguito: infatti, tutti gli ingentissimi risparmi successivamente conseguiti con le varie riforme pensionistiche furono assegnati o alla riduzione del deficit oppure ad esigenze considerate “più importanti”. Lo stesso è accaduto con i risparmi generati dall’aumento dell’età di pensionamento delle donne che, a norma del decreto legge n. 78/2009 (art. 22-ter), dovevano essere destinati a “politiche sociali e familiari”: sono invece finiti nel calderone, a finanziare tutt’altro. D’altra parte, il fatto stesso che Renzi condizioni il finanziamento dei servizi sociali al taglio delle pensioni è indice della scarsa urgenza con la quale percepisce il problema dell’arretratezza del sistema italiano di welfare; perché, se uno ritiene che la dispersione scolastica, o il reinserimento sociale dei detenuti, o il benessere dei minori o l’integrazione dei migranti siano temi importanti in sé, non si vede perché dovrebbe condizionare la risposta al taglio delle pensioni (qual è il legame?), invece di inserirli fra le priorità complessive del paese.

2) Con un entusiasmo da neofita, Renzi scopre che il nuovo sistema pensionistico contributivo introdotto nel 1995 si basa su un principio di equità attuariale, per cui dovrebbe tendere a erogare prestazioni in linea con i contributi versati. Il fatto, però, è che dietro questa apparenza, si nascondono dettagli di non poco conto, anche a prescindere dalla salvaguardia dei diritti acquisiti che, peraltro, in ambito pensionistico, dove i soggetti interessati sono avanti negli anni, richiede necessariamente una particolare attenzione. Innanzitutto, non è vero che un sistema retributivo, come quello adottato fino al 1995, sia necessariamente più generoso del sistema contributivo: a seconda dei parametri utilizzati, i due sistemi possono produrre risultati equivalenti, mentre, se il sistema retributivo tende a premiare le carriere dinamiche, il sistema contributivo tende a premiare le carriere piatte. Poi, Renzi sembra non accorgersi del fatto che non è vero che il contributivo restituisce pensioni corrispondenti ai contributi versati: è facile mostrare che, quando si considerano anche le prestazioni assistenziali, il sistema contributivo penalizza soprattutto i più poveri che, malgrado gli anni e decenni di contributi, rischiano di maturare pensioni di poco superiori all’assegno sociale, ovvero di maturare rendimenti addirittura negativi sui propri contributi, con un sostanziale incentivo ad entrare o a rimanere nell’economia sommersa (cfr. ad es. Marano, Mazzaferro e Morciano, Rivista degli economisti, 2012, 71).

3) Ancora, Renzi addita al pubblico ludibrio pensionati con elevati benefici e pensionati giovani, proponendo la riduzione dei loro trattamenti. Ora, innanzitutto va evidenziato che da un prelievo forzoso sulle pensioni elevate non possono derivare grandi risorse; il contributo di solidarietà inserito nel Ddl di stabilità 2014 (art. 12 comma 4), che prevede un contributo del 5% sulle pensioni superiori a 150mila euro annue, del 10% sulla parte eccedente i 200mila euro e del 15% sulla parte eccedente i 250mila euro, avrebbe effetti netti, secondo la relazione tecnica, risibili, pari a 12 milioni l’anno; anche ammettendo soluzioni più radicali, quali quelle ipotizzate su La Voce, si arriverebbe a un gettito di 800-900 milioni, quasi dimezzato, tuttavia, da quella che sembrerebbe la mancata considerazione da parte degli economisti de La Voce della perdita di gettito fiscale associata alla connessa riduzione degli imponibili Irpef. Quanto all’equità della misura, sembra prevalere nella posizione di Renzi un populismo mischiato a falso egualitarismo: coloro che hanno conseguito pensioni elevate – salvo rare e quelle sì scandalose eccezioni – sono in prevalenza persone che hanno ricevuto redditi molto elevati nel corso della loro vita lavorativa e contribuito conseguentemente, in accordo con regole che già prevedevano forme di solidarietà. Se si ritiene che sia ingiusto che esistano persone molto più ricche di altre, lo strumento a disposizione del pubblico è semplicemente la variazione delle aliquote fiscali: si proponga un aumento dell’aliquota sull’ultimo scaglione di reddito, senza discriminare fra ricchi pensionati e altri. Tanto più, è bene sottolinearlo, che un prelievo forzoso sui pensionati ricchi altro non costituisce che un aumento dell’imposizione, peraltro al di fuori della cornice complessiva data dall’imposizione sul reddito, dunque con effetti altamente disorganici. Quanto, infine, ai pensionati “giovani”, va detto che ormai da tempo in Italia le “baby-pensioni” sono un ricordo, di nuovo con qualche marginale ancorché scandalosa eccezione; i lavoratori sono andati in pensione alle età previste dalla normativa, gradualmente elevate, l’età media di pensionamento in Italia è in linea con la media europea, se non superiore, e quegli ex baby pensionati che ancora esistono, sono ormai avanti con gli anni e con benefici tipicamente non molto elevati; toccarli, oltre che un venir meno da parte dello stato alle regole, rischierebbe di toccare una categoria di pensionati ormai debole e incapace di recuperare reddito in altro modo.

4) Infine, con la messa in discussione delle pensioni di reversibilità, oltre a richiamare un populismo di stampo leghista che non trova fondamento nei numeri (Renzi fa il caso del vecchietto che si sposa la badante straniera per dargli la pensione di reversibilità), Renzi fa sua una posizione che si fonda sulla mera importazione nel dibattito italiano di analisi elaborate in contesti esteri. In paesi dove da tempo i tassi di occupazione sono elevatissimi sia per gli uomini che per le donne, la pensione di reversibilità può sicuramente essere ridiscussa. Ma attenti a farlo in Italia, dove ancora fino a pochi anni fa prevaleva un modello di famiglia monoreddito, con la cura dei figli e degli anziani interamente scaricata sulla donna, mentre i tassi di occupazione ed i redditi segnano ancora una drastica differenziazione di genere.

In conclusione, le posizioni esplicitate da Renzi sulle pensioni e sul welfare danno un senso di deja vu, di superato, tipico di chi si è dato in fretta e furia un’infarinatura della vulgata, con scarsa originalità di pensiero. Dio non voglia che nei prossimi anni ci tocchi ritornare a dibattiti già fatti tante volte.

In un prossimo intervento evidenzierò invece alcuni problemi che sarebbe bello venissero affrontati con un’ottica “nuova” ma cui non sembra Renzi offra, almeno finora, attenzione: a) l’età di pensionamento in Italia è troppo alta? b) è giusto che la legge obblighi i poveri a lavorare più dei ricchi? c) il livello delle prestazioni che si matureranno col sistema contributivo è troppo basso? d) le pensioni integrative non sono tassate troppo leggermente? e) un autonomo investimento sul welfare non sarebbe fattore di sviluppo e competitività per il sistema Italia?

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  1. Ma son solo io ad avere la sensazione che quando si parla in qualche modo di toccare “privilegi acquisiti” e non diritti (il caso dei pensionati baby è il più eclatante) si trova sempre chi, come l’autore dell’articolo, è pronto a minimizzare gli effetti di un riequilibrio che, ancor prima dei ritorni economici in termini di risparmio sulle pensioni, è semplicemente un fatto di giustizia?
    Se, per rimanere sui baby pensionati, si vanno a toccare categorie oggi deboli, si può sempre andare a vedere il loro ISEE o cose simili per evitare di colpire chi veramente
    sarebbe danneggiato.

    Sertin

  2. Le “baby pensioni” sono un ricordo…I Pensionati a 15 anni 6 mesi e 1 giorno non saranno milioni, ma le garantisco che sono ancora giovani, vivi e vegeti. Inoltre, il fatto che il gettito da pensioni “d’oro” sia oggetto di dibattito non inficia la questione di fondo : è una ingiustizia sociale. L’argomento sulla discriminazione tra pensionati ricchi e poveri, in un paese di grandi disuguaglianze sociali, francamente fa un po’ sorridere.

  3. Nel periodo 1989-2010, la copertura dei disavanzi previdenzali di natura non dichiaratamente assistenziale ha assorbito entrate fiscali nell’ordine dei 660 miliardi.

    Un gigantesco “inganno collettivo” che ha alimentato i consumi al tempo presente drenando le risorse che sarebbero dovute essere utilizzate per abbattare il debito pubblico e modernizzare il Paese (istruzione, ricerca, investimenti infrastrutturali, …) in modo da “attrezzarlo” a reggere l’urto della globalizzazione … e che oggi opprime lavoratori e imprese con un carico di tasse e contributi sociali che ha pochi eguali al mondo …

    Risorse che non sono nemmeno andate ai più bisognosi:

    Sulla base delle dichiarazioni dei redditi, il reddito mediano da lavoro dipendente nel 2011 è risultato inferiore ai 20.000 euro (al lordo di imposte e contributi). Nello stesso anno, i pensionati che hanno dichiarato redditi superiori sono stati oltre 4,8 milioni (il 32% del totale).

    Nel 2010 il reddito mediano delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è risultato pari a 30.089 euro (al netto di imposte e contributi). Le famiglie di pensionati con un reddito superiore a 32.000 euro sono risultate il 27,4%. Percentuale che risulterebbe ben superiore se si normalizzasse il reddito familiare rispetto al numero di componenti tra i quali quel reddito deve essere suddiviso (2,96 per le famiglie di dipendenti e 1,88 per quelle di pensionati).

    Quanto al patrimonio, la stessa indagine della Banca d’Italia evidenzia che il valore mediano della ricchezza netta delle famiglie di lavoratori dipendenti era pari a 138.630 euro (immobili più attività finanziarie, al netto dei debiti contratti). Le famiglie di pensionati con una ricchezza superiore a 164.000 Euro risultavano il 52,8% del totale. In particolare il 77,1% delle famiglie di pensionati vive in una casa di proprietà, contro il 62,5% dei lavoratori dipendenti.

    Questa è la verità, per chi abbia voglia di vederla: milioni di pensionati hanno goduto e godono di redditi e patrimoni superiori a quelli dei lavoratori che, faticosamente, stanno pagando la loro pensione. In aggiunta, la vita dei lavoratori è molto più complicata di quella dei pensionati: ci sono la precarietà del lavoro e la disoccupazione, i figli da far crescere, per molti l’affitto o le rate del mutuo da pagare per continuare ad avere un tetto sulla testa …

    … senza parlare del fatto un sistema di protezione sociale così costoso non riesce comunque a garantire pensioni sociali dignitose e forme di sostegno al reddito dei disoccupati.

    Svegliaaa!

    Per approfondimenti
    http://marionetteallariscossa.blogspot.it/2013/04/lavoratori-schiacciati-dalle-pensioni.html

    Un cordiale saluto.
    Emilio L

    • Ma svegliati te.
      Il sistema previdenziale italiano e’ il piu’ sostenibile d’ europa (al netto delle manovre recessive chebstanno affossando i redditi nazionali).
      Lo riconosce persino la Commissione europea!

      • Visto che non hai il coraggio di leggere il link che ho segnanto, te ne riporto uno stralcio proprio sul tema della sostenibilità:

        “La differenza tra le pensioni erogate ed i contributi effettivamente versati viene pagata dallo Stato, attingendo alle entrate fiscali.

        Da un punto di vista contabile, questi trasferimenti statali sono classificati in due voci:

        1.La prima voce è la copertura del deficit delle gestioni previdenziali tenute presso l’INPS e gli altri Enti previdenziali.
        Il deficit si è andato riducendo a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, per effetto sia della crescita delle aliquote contributive, sia delle riforme che hanno rallentato la dinamica della spesa (posticipo dell’accesso, revisione delle modalità di calcolo e di rivalutazione). Si è quasi azzerato nel 2008, per poi tornare a crescere a causa della crisi e della conseguente riduzione delle entrate contributive. Nel 2010 il deficit è stato di 13 miliardi.

        2.La seconda voce è costituita dai trasferimenti GIAS (Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali), che vengono computati dagli Enti previdenziali come “contributi”, al pari di quelli versati da lavoratori e imprese (la scarsa trasparenza nella contabilizzazione dei fondi GIAS è stata ripetutamente evidenziata dalla Corte dei Conti).
        All’interno di questo aggregato, la quota utilizzata per gli interventi di natura dichiaratamente assistenziale (le integrazioni delle pensioni al trattamento minimo, le maggiorazioni sociali, i prepensionamenti, …) è in realtà minoritaria.
        Il grosso dei trasferimenti GIAS non è altro che un “puntello” istituzionalizzato posto a sostegno di una spesa previdenziale strutturalmente in deficit. Vi rientrano ad esempio:
        – il finanziamento di quota parte di tutte le gestioni pensionistiche, pari nel 2010 a 22,5 miliardi (vedi Legge finanziaria 2010) e che viene incrementato anno dopo anno in base al tasso di inflazione al consumo maggiorato di un punto percentuale;
        – i trasferimenti al fondo speciale dei ferrovieri, pari nel 2010 a 4 miliardi.
        Solo questi due capitoli rappresentano il 78% dei trasferimenti GIAS del 2010 (33,7 miliardi).

        Da quanto illustrato, nel 2010 la spesa pensionistica non coperta dai contributi e posta a carico della fiscalità generale è stata di almeno 40 miliardi (13 di deficit “conclamato” e oltre 26,5 miliardi di trasferimenti statali GIAS di natura non assistenziale).”

        Nall’articolo completi trovi anche le fonti ufficiali, così puoi rifarti i calcoli
        Un cordiale saluto
        Emilio L.

    • Senti, cialtrone-ciarlatano-luogocomunista.
      QUANTO SOLDI IN TASSE RIENTRANO NELLE CASSE DELLO STATO DALLE PENSIONI EROGATE?
      E QUANTI SOLDI RIENTRANO NELLE CASSE DEGLI ALTRI STATI IN TASSE DALLE PENSIONI EROGATE?

      Scommettiamo che se le nostre pensioni fossero tassate come quelle di altri paesi (in alcuni casi NON tassate) pagando lo stesso netto, scopriremmo che :
      A) non e’ affatto detto saremmo il paese che spende di piu’ in pensioni pubbliche (all’ estero, inoltre, le pensioni private incidono molto di piu’!)
      B) la nostra pressione fiscale sarebbe molto piu’ bassa
      C) la spesa pubblica sarebbe molto piu’ bassa

      E TUTTO CONTINUANDO A PAGARE LE STESSE IDENTICHE PENSIONI MA SEMPLICEMENTE OMOLOGANDO AD ALTRI PAESI IL MERO CRITERIO CONTABILE.

      Con nessuna cordialita’ per l’ ennesimo disinformatore (semi)professiomista!

      • Ok, buon per te che hai lei idee chiare. Non ti dico più nienete
        Ma almeno non insultiamoci: non siamo mica da Bagnai.
        Buona vita

  4. Il senso di quanto scrive l’autore è chiaro si vogliono tagliare le pensioni per ridurre le spese del welfare state italiano. Infatti non è detto che quello che si recupererebbe dai pensionati andrebbe a finanziare altre spese sociali; andrebbero con tutta probabilità a riduzione del debito pubblico, come dimostrano le continue esternazioni di Saccomanni.
    Le pensioni in Italia saranno anche tante, ma valgono poco..quasi sette pensioni su dieci sono sotto i mille euro, il 34,2% è sotto i cinquecento euro, un’altro 34,2% è tra i 500 e i mille euro, il 13,6% tra i mille e i 1500 euro, mentre il 18% supera i 1500 euro mensili. Sono i pensionati che impediscono a questo paese di crescere? Ma non diciamo stupidaggini..se la percentuale di pensionati cersce in rapporto alla popolazione attiva è perchè in questo paese la disoccupazione galoppa e il sistema fatica a mantenersi in equilibrio perchè i lavoratori scarseggiano, come dimostrano i dati del settore pubblico, in cui, una delle cause principali dello squilibrio pensionistico è la diminuzione dei lavoratori oltre 300.000 unità negli ultimi anni. Lo stesso vale, in misura minore, per il settore privato. In Italia secondo l’Istat, nel 2011, ci sono stati 71 occupati ogni cento pensionati e nel mezzogiorno questo rapporto sala a 82 ogni 100. Allora il problema diventa come rilanciare un sistema economico che, con le sole risorse che derivano dai tagli, peggiorerà soltanto: crescerà il debito e non il PIL. Scaricare tutto ciò sui pensionati (al netto dei baby) che hanno lavorato negli anni più difficili e facendo i mestieri più usuranti mi pare squallido oltrechè ingiusto.

    • Come scritto, nel periodo 1989-2010 la copertura dei disavanzi previdenzali di natura non dichiaratamente assistenziale (= pensioni – contributi versati) ha assorbito entrate fiscali nell’ordine dei 660 miliardi.

      Sta tranquillo che se queste fossero state utilizzate per tenere il debito sotto controllo e per investire in questo paese (istruzione, ricerca, infrastrutture, …) oggi ci sarebbero gli occupati che mancano per tenere in piedi il sistema.

      Quanto ai “pensionati che hanno lavorato negli anni più difficili e facendo i mestieri più usuranti” questa è una versione lacrimevole quanto falsa, perchè l’aggiustamento, come ovvio, dovrebbe colpire solo quelle pensioni per le quali i contributi versati non giustificano l’assegno percepito, incassate da soggetti che comunque percepiscono un reddito complessivo medio-alto (almeno pari a quello di una lavoratore dipendente).

      … e in merito agli “anni più difficili”… non ne vedo di più duri di quelli che stiamo vivendo.

      Ti lascio con un pensiero della buona notte …

      … pensa i lavoratori autonomi che hanno iniziato a dichiarare redditi realistici solo negli ultimi cinque anni di lavoro per sfruttare tutti i vantaggi del sistema di calcolo retributivo (in un intervento di Alberto Brambilla sul Corriere della Sera, si riporta l’esito dell’analisi effettuata su centinaia di migliaia di posizioni previdenziali, da cui è emerso come un lavoratore autonomo che abbia iniziato a lavorare nel 1970 e sia andato in pensione nel 2005, in media si sia pagato con i contributi versati appena 5 anni e mezzo di pensione su almeno 19 di fruizione attesa).

      Un cordiale saluto
      Emilio L

      • Cialtrone,
        Quante tasse pagano i pensionati ?
        Lo sai, cialtrone che, sommando tasse e contriduti e sottraendovi la spesa pensionistica, LO STATO INCASSA PIU’ DI QUANTO SPENDE? E DA ANNI

      • Cialtrone, lo sai che sommando le tasse pagate dai pensionati e i contributi e sottraendo la spesa pensionistica (compresa tutta la assistenza tipo cig, ecc.) LO STATO, o la fiscalita’ generale, come direbbero i cialtroni come te, E’ IN ATTIVO E DA ANNI?

  5. Perdonami Bargazzino, non sono abituato all’insulto.

    Ma i pensionati non dovrebbero pagare le proprie tasse, come tutti gli altri cittadini, per contribuire al costo dei servizi pubblici come la sanità (di cui sono ampi fruitori), le scuole e quant’altro ?

    Buona vita

  6. l’inps ha un buco annuale di 105mld. è l’UNICO problema vero che abbiamo.
    bargazzi’ come fai a dire che è sostenibile???
    è sostenibile perchè sti 105 li freghi agli altri…
    le pensioni oltre 3000/mese sommano 45mld, una loro bella sforbiciata male non farebbe. lo sapete come funziona la social security usa? è più “comunista” della nostra: quale che sia stata la contribuzione, NESSUNO prende più di 2500$/mese! poi chi ha lauti stipendi se vuole si fa la sua pensione integrativa/contributiva. è un sistema retributivo, contributi appena 12.4% ed è in ATTIVO.
    poi SOPRATTUTTO darei na bella sforbiciata alla reversibilità, anzi la eliminerei proprio, le donne o vanno a lavora’ o si beccano la sociale. tra l’altro figli non ne fanno più e lavori in casa non ne vogliono più fare… basta co’ ste fandonie femministoidi.
    io sono antiliberista ma su st’argomento non transigo: non è possibile che in un paese 22mln lavorano e 39 fanno i mantenuti.

    • Il nostro sistema previdenziale e’ piu’ sostenibile d’ europa.
      E di gran lunga, basta guardarsi il cosi detto debito implocito.
      Ebbene e’ il piu’ basso tra tutti paesi ue.
      Lo riconosce la commissione stessa che il nostro debito pubblico e’ il piu’ sostenibile sul lungo periodo, anzi, l’ unico sostenibile con quello della Lituania, se non ricordo male.
      Quindi….Informatevi e non ripetete a pappagallo la spazzarura dei vari giornali, dei renzi e dei grillo “antistima”….DE CHE?

  7. In quale occasione Keynes parlò di Welfare?

  8. bargazzi’, qua si parla di pensioni, non di debito pubblico. comunque se devo fare debito, meglio farlo per cose più produttive che regalare soldi a gente che ha versato 400 per 20 anni e poi tra lui e la moglie beccano 1600 per 60 anni.
    altrimenti tanto vale legalizzare le rapine.
    il debito implicito è “sostenibbbile” sulla base delle previsioni (informati) di avanzo primario e pil fatte dai vari leptas e sakkomannis, che verranno puntualmente disattese, come da tradizione.
    e comunque è una sostenibbbbilità IMMORALE basata sul torchio mostruoso cui vengono sottoposti i lavoratori attuali (contributi al 45% del lordo, record galattico) e la fiscalità generale. una pressione fiscale del 48% se la spalmi solo su chi contribuisce dà una media sul 70%. allora facciamo l’unione sovietica e buonanotte.
    buona grecia a tutti.

      • quello è il carico sugli imprenditori… sui 35 rimasti poi devi sottrarre l’iva che l’imprenditore paga quando consuma privatamente più tariffette e accise varie…

    • Gino, i contributi incassati sono SUPERIORI alla spesa pensionistica (AL NETTO DELLE IMPOSTE DIRETTE) compresa tutta la componente impropria di pura assistenza erogata dall’ inps! E DA ANNI!!

      IL SISTEMA PREVIDENZIALE DA ANNI FA AUMENTARE LE ATTIVITA’ DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE! Altro che fare debiti per le pensioni!!!!

      Se noti le risposte a Emilio (che diversamente da te si merita il titolo di cialtrone) ho scritto che il sistema è il piu’ sostenibile d’ europa AL NETTO DELLE MANOVRE RECESSIVE.
      Detto questo, cosa è un debito?
      UN DEBITO E’ UNA PROMESSA DI PAGAMENTO FUTURO. UN IMPEGMO DI SPESA FUTURO.
      Ora, le pensioni future sono IMPEGNI DI SPESA FUTURA o debiti che dir si voglia.
      Non sono affatto un dato aleatorio come dici, semplicemente NON rientrano nei calcoli UFFICIALI di debito pubblico, MA SEMPRE DEBITO PUBBLICO SONO.

      Sono stato chiaro?
      Cosa non ti torna?

  9. i contributi sono inferiori ai pagamenti (al lordo imposte) di 105mld. ora vuoi farmi credere che le imposte pagate dai pensionati siano maggiori di 105mld quando il TOTALE delle imposte dirette persone fisiche su tutti i redditi è 180mld???
    e c’è pure la detrazione per i primi 7500 euro…
    cerca di tornare in te altrimenti gli aggettivi sarò costretto ad affibbiarteli io…

  10. “Per i bilanci pubblici i sistemi previdenziali possono costituire un aggravio se il saldo dei loro flussi finanziari è negativo; ma in Italia la differenza tra le entrate contributive e le uscite effettive, cioè al netto delle ritenute fiscali, è invece positiva fin dal 1998 (le riforme dei primi anni ’90 erano state rapidamente efficaci sul piano finanziario, anche se successivamente, quasi ogni anno, ci sono state ulteriori misure restrittive), per un ammontare che è andato crescendo, attestandosi attualmente a circa l’1,8% del Pil”. Lo scrive Paolo Pizzuti, docente di Economia Pubblica alla Sapienza a Roma, autore di un rapporto annuale sul sistema assistenziale italiano, uno dei massimi esperti della materia. Riporto da un articolo su “Sbilanciamoci.info”
    Sertin, Monti, Emilio L. avete bisogno ancora di altro?

    • Vedi Saverio, la “falla” di questo ragionamento è proprio quella di inserire le trattenute fiscali sulle pensioni come fonte di finanziamento all’interno del bilancio previdenziale (pensioni erogate – contributi previdenziali versati).

      Innanzitutto non si capisce perchè i pensionati non debbano essere chiamati a contribuire, con le loro trattenute fiscali, al costo dei servizi pubblici di cui essi stessi fruiscono (si pensi alla sanità), al pari di tutti gli altri cittadini percettori di reddito.

      Ma poi, il fatto di conteggiare tale gettito fiscale come fonte di finanziamento della previdenza, anzichè di tutti gli altri servizi pubblici erogati dallo Stato, non fa che spostare il problema della sostenibilità finanziaria da un comparto all’altro della spesa: è come tirare una coperta … ahimè troppo corta.

      Un saluto
      http://marionetteallariscossa.blogspot.it/

      • BASTA PALLE!
        L ‘Italia e’ in avanzo primario da 20 anni!!!!!!!!!!!!!!!
        Vedi un po’ tu dove e’ che la coperta non e’ mai corta, E DA 30 ANNI!

        NEGLI ALTRI PAESI, I PENSIONATI NON LE PAGANO PROPRIO LE TASSE, lo capisci o no, cialtrone?

        CI SEI O CI FAI?
        (Se ci fai, facci sapere quanto ti pagano, che potrebbe interessare i crescenti disoccupati)

    • Qui vedo un bel quadretto sulla situazione INPS:
      http://www.lettera43.it/economia/macro/inps-sei-cose-da-sapere-sulla-previdenza-italiana_43675113594.htm

      “bella” la situazione degli immigrati che praticamente ripianano le pensioni dei dipendenti pubblici.
      Forse i governanti filippini non fanno gli accordi perchè loro sanno quale è la situazione
      (certo a differenza dei poveri cristi in italia che si senton fortunati ad avere un lavoro regolare con relativo permesso di soggiorno. Figurarsi se pensano al futuro pensionistico!!!).

  11. saverio,
    pizzuti mente.
    bilancio inpese 2013:
    contributi 213
    prestazioni 313
    buchetto di 100 (poi altri 10 fra c/capitale e gestione).
    delle prestazioni, 265 sono pensioni che pagano irpefe… dati gli importi medi e la detrazione fino a 7500/7750, mi dici com’è possibile ricavarne oltre 100 di irpefe???
    ma massimo se ne ricavano 30mld… rimane uno sbraco di 80.

    • No, Pizzuti non mente.
      Il passo che ha citato Saverio è tratto da un articolo del 2011 e usava gli allora ultimi dati disponibili; quelli del 2009. E, nel 2009 il saldo e’ stato +27 mld (1,8% di pil). Ed era un saldo positivo dal 1998.

      Questo è l’ articolo:
      http://www.sinistrainrete.info/spesa-pubblica/1665-felice-roberto-pizzuti-pensioni-perche-e-giusto-indignarsi.html

      Un buco di 80 miliardi dell’ inps mi sembra un po’ esagerato. possibile invece che quest’ anno il saldo sarà negativo. MA FORSE CI DOVREBBE CHIEDERE PERCHE’ NEL GIRO DI POCHI ANNI QUESTO SALDO DA COSTANTEMENTE POSITIVO SIA PASSATO A NEGATIVO.
      Io ho piu’ di una spiegazione. Se vuoi te le illustro.

      • pizzuti MENTE.
        per arrivare a quel risultato evidentemente i 95mld (allora 80) che lo stato manda all’inps e provenienti dalla fiscalità li considera cosa fisiologica.
        splendido esempio di demagogia di sinistra(ti).
        studiatevi i bilanci invece di dare retta a bugiardi (anche se stanno dalla parte “amica”)

    • Il bilanco dell’inpese cos’è?
      E cos’è l’irpefe?

    • senti amico;
      Tu conosci pensionati? Mamma, babbo, nonno?
      Ora; mio babbo prende poco piu’ di mille euro al mese dopo aver lavorato 40 anni. Ti sembran troppi? E mio babbo sta perfettamente nella media della STRAgrande maggioranza dei pensionati (anzi è sopra la media) visto che la STRAgrande maggioranza dei pensionati prendono tra meno di 1000 euro e poco piu’ di 1000 euro!

      Io parto sempre dalla realtà, caro!
      E la realtà sono tanti vecchietti che vanno a razzolare tra le cassette a fine giornata nei mercati rionali?
      GUADAGNANO TROPPO QUESTI PENSIONATI?
      Se non ti bastano gli studi di uno dei massimi esperti nazionali di pensioni, APRI GLI OCCHI E GUARDA IL MONDO CHE TI CIRCONDA TU STESSO!

      • mia madre prende 1100. questo non toglie che pizzuti è un cazzaro (che sa di cazzarare, massimo esperto… in demagogia) e che l’inps è un buco nero senza fondo. troppa gente prende troppo rispetto a quanto ha contribuito, questo è il problema!
        i soldi (o meglio, le cose che coi soldi compri) non nascono sugli alberi… se tu compri le cose senza aver dato adeguatamente stai RUBANDO.

  12. e non ho tenuto conto di tutte le altre detrazioni…

  13. ma è mai possibile che una questione reale in italia immediatamente diventa una questione ideologica qui il punto sembra che qualcuno trova ingiusto che i pensionati guadagnano quasi come chi attualmente e occupato , e propone di spostare parte del reddito dei pensionati a chi è in attivita; ha parte che analizzando l,attuale classe dirigente chiaramente a partire dalla classe politica se pure toccassero le pensioni non lo farebbero certo per dare piu soldi ai lavoratori occupati ma per liberare risorse per altri scopi, ma ammesso che lo farebbero i saldi rimarrebbero invariati.inoltre il fatto che la differenza in termini di reddito si assottiglia sempre di piu questo mi sembra chiaramente determinato dal fatto che i reddito da lavoro si comprime sempre di piu a causa di politiche che non dipendono piu da fattori interne…………….pertanto invito tutti a non alimentare inutili guerre tra poveri……capito grillo, renzi ecc ma anche emilio ecc ecc

  14. claudio,
    la guerra tra poveri c’è purtroppo. se in una grave e prolungata crisi:
    – i salari degli occupati si riducono pesantemente
    – milioni di persone perdono il lavoro e il loro salario si azzera
    – migliaia di piccole aziende chiudono, non solo azzerando il reddito ma anche bruciando capitale,
    perchè i pensionati devono mantenere una posizione privilegiata? forse perchè votano per “certi partiti”?
    che la pensione debba somigliare al reddito di chi lavora è una cultura solo italiana. e chi oggi è in pensione consuma per multipli di ciò che ha contribuito, quindi consuma cose prodotte da lavoro altrui. ovvero sta sfruttando altra gente.
    quindi, fermo restando una certa solidarietà nei confronti dei bisognosi (pensioni sociali, invalidità, cig) e fermo restando che le pensioni sotto 1500 non le toccherei, quelle sopra 1500 (soglia oltre la quale certamente non ci si può definire poveri), che sommano 160mld, si potrebbero toccare, magari in modo progressivo.
    ricavando ad esempio 30mld si potrebbe ridurre la pressione fiscale di 4 punti. si potrebbe ridurre cuneo fiscale, iva, eliminare imu. anche gli stessi pensionati ne beneficierebbero.
    il tutto poi in un quadro di interventi ben più basilari (io sono per l’abbandono dell’euro).

  15. Non è il caso di ribattere alle risposte e alle deduzione che leggo nel tuo blog ma alcune precisazioni sento di doverle fare. In realtà le proposte di Matteo Renzi sono un un po’ frettolose ma è il dato dei tempi, da lui si richiedono risposte immediate ai problemi causati da economisti e politici a partire dagli ultimi 30 anni. Non credo che se uno, Renzi o altra persona, faccia una proposta sulle pensioni cercando di ridurre i le pensioni di chi, magari amministrando una società dello Stato (quindi non per capacità bensì per famiglia politica) sia fare populismo. Il passaggio del sistema da retributivo a contributivo rende dura la vita a chi è costretto al secondo e dia un continuo vantaggio a chi è anfratto in pensione con il primo. I tempi sono questi, l’eguaglianza non è una parola che non tiene conto dei privilegi del passato. Senza mandare sulla strada chi è andato in pensione con il vecchio sistema occorrerà che questi, specialmente chi all’ultimo momento è stato promosso solo ai fini pensionistici (pratica diffusa) dia il suo contributo al welfare. Dopo di che una domanda: ma se ora non ci fossero le idee di Matteo Renzi e di chi la pensa come lui, quale sarebbero quelle giuste e capaci di risollevarci? Credo che una cosa è certo e sono i fatti a determinarlo: la classe dirigente che ci ha governato, tutta, ha fallito e dovrebbe vergognarsi per quello che ha fatto e soprattutto non ha fatto. Ricordiamoci che Renzi milita comunque nel PD che ha delle sue responsabilità e delle sue resistenze ma è pur sempre un partito con tante persone serie.

  16. […] di Anno Zero in cui Matteo Renzi delineava il suo programma economico, già sezionato e criticato da Angelo Marano su Sbilanciamoci. In particolare, ci si concentrava su una riforma del welfare che rischia di attaccare le pensioni […]

  17. Vorrei dire che la reversibilità di mio marito versata regolarmente per tanti anni di lavoro non credo sia giusto mi venga ulteriormente ridotta. Anche se sommata alla mia supero di poco 3.000 euro lordi, questi soldi mi servono per aiutare mio figlio a pagare il mutuo della casa. Tenga conto che se mi decurterà la pensione sarò costretta a ridurre ulteriormente gli acquisti. Signor Renzi ho lavorato 42 anni per 1.200 euro netti, ho 60 anni vedova mi sento come cornuta a mazziata. Tolga a chi guadagna di più. I soldi se li faccia restituire da chi ha comprato con i nostri soldi “la qualunque” Non ci penalizzi ulteriormente. Ci lasci vivere senza la paura di non riuscire a vedere il domani.

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