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Video: Il pensiero economico di John Maynard Keynes

Un’ottima presentazione del pensiero del grande economista britannico realizzata da Rai Educational. In studio Alessandro Roncaglia, professore ordinario di Economia Politica dell’Università La Sapienza di Roma.

La prima parte della trasmissione analizza il contesto storico e l’apporto teorico rivoluzionario di Keynes. Vengono presentati i concetti fondamentali (incertezza, ruolo della moneta, domanda effettiva, ecc.) dell’analisi keynesiana. Nella seconda parte si approfondiscono gli aspetti pratici del pensiero di Keynes.

Della seconda parte non convince l’intervista finale a Luigi Spaventa nella quale si sostiene che Keynes sarebbe stato favorevole all’Euro. Se da un lato è perfettamente legittimo affermare che l’autore della Teoria generale fosse a favore di una moneta internazionale, gli aspetti tecnici della proposta di Keynes (il Bancor) sono sostanzialmente agli antipodi rispetto a quelli sui quali l’Euro è stato fondato. Non a caso molti economisti hanno paragonato la moneta unica al gold standard, il sistema di cambi fissi basato sull’oro che Keynes avversò ferocemente. La proposta del Bancor, richiamata anche nel video, fu la risposta dell’economista alla reintroduzione del gold standard a Bretton Woods. Keynes uscì sconfitto in quell’occasione.

Non sembra quindi fondato sostenere che Keynes avrebbe approvato un sistema monetario che permette di creare forti squilibri nella bilancia commerciale (problema che Keynes voleva risolvere proprio tramite il Bancor) e nel quale, peraltro, la banca centrale ha forti vincoli sulla creazione della moneta e sull’acquisto dei titoli di debito pubblico, oltre ad essere statutariamente obbligata a tenere bassa l’inflazione, considerando secondari gli effetti della politica monetaria su crescita e occupazione. Né certo sarebbero piaciute a Keynes le idee liberiste sulle quali sono in buona parte fondate le politiche economiche delineate nei trattati europei. Non va tuttavia dimenticato che Keynes fu favorevole, negli anni ’20, alla creazione di una federazione europea proposta dal premier francese Aristide Briand.

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Boeri e Brancaccio sulla riforma dell’articolo 18

Quali sono le caratteristiche della riforma del mercato del lavoro varata dal governo Monti? Quali saranno gli effetti della riforma sui livelli di occupazione? E’ fondata la tesi dell’ex ministro Sacconi e di coloro i quali sostengono che il nuovo regime favorirà le assunzioni? Un commento degli economisti Tito Boeri (Università Bocconi) e Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).

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Per rilanciare lo sviluppo lo Stato deve abbattere le disuguaglianze

Che l’aumento delle disuguaglianze tra i redditi dei paesi sia oggi un fatto acclarato, è una cosa, ma che tale aumento possa considerarsi il naturale prodotto di processi economici ineludibili, è ben altra cosa. Questa situazione è infatti l’erede diretta dell’ortodossia economica che domina da più di 30 anni e che ha giudicato salutare per l’economia la concentrazione del reddito, che così godrebbe di maggiore efficienza e potrebbe crescere con maggiore slancio. A riprendere la questione in chiave storico-comparativa è Stewart Lansley dell’Università di Bristol con un intervento su opendemocracy.net.

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Il Target degli economisti tedeschi

Ci sembra utile riproporre, anche alla luce delle riforme imposte all’Italia (pareggio di bilancio, flessibilità in uscita, ecc.) questo articolo di Sergio Cesaratto che analizza la strategia economica delle classi dirigenti del “core” dell’Europa.

dal blog di Sergio Cesaratto

Hans-Werner Sinn è senza dubbio il più influente economista tedesco con un ineccepibile, sebbene assai conformista, curriculum. Ossequiato dai suoi altrettanto benpensanti colleghi, presiede il Cesifo, un poderoso gruppo di istituti di ricerca in un paese in cui gli economisti sono tradizionalmente ascoltati dai governi. Le opinioni di questo potente economista sono quanto di più pro-germanico possa immaginarsi, ma anche questa è una vecchia tradizione degli economisti tedeschi più influenti.
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Se anche i tecnici non conoscono la propria materia

Ieri il ministro del Lavoro Elsa Fornero aveva spiegato che la riforma avanzata dal governo sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge n.300 del 1970) avrebbe esteso l’istituto del reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti discriminatori anche ai lavoratori delle aziende sotto i 16 dipendenti. Aveva inoltre affermato che la riforma avrebbe imposto la stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato dopo 36 mesi. Entrambe le affermazioni si sono però rivelate false. Il motivo è che tali tutele sono già previste dalle leggi vigenti.

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Con e senza l’articolo 18

Da La Stampa di sabato 17 marzo. Segnalazione sul blog di Gustavo Piga

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L’obiettivo della riforma del mercato del lavoro è contenere i salari? Se è così è un rimedio peggiore del male

Arthur C. Pigou. Negli anni '30 attribuì ai sindacati la responsabilità della disoccupazione

Ieri si è conclusa la trattativa tra governo e parti sociali in merito alla riforma del mercato del lavoro e in particolare all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Al di là della forma della modifica, oggetto più volte di rimaneggiamenti, occorre analizzare le motivazioni alla base della richiesta, da parte delle imprese, di maggiore flessibilità in uscita, spesso accompagnata da una campagna contro il cosiddetto “posto fisso”, tesa a far passare il messaggio che nel nostro paese sia difficile o addirittura impossibile licenziare (affermazione senza riscontri empirici, data la crescente disoccupazione).

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Innovazione e crescita. I trend mondiali e la situazione italiana

Mentre in Italia si sta decidendo su una riforma del mercato del lavoro che viene presentata come un asse fondamentale dell’avvio del processo di crescita del paese, voci autorevoli ribadiscono che è nell’innovazione dei sistemi produttivi che sta il segreto dello sviluppo. E’ questa la volta di Laura Tyson che senza troppi giri di parole ci ricorda che

“I Paesi di tutto il mondo si stanno prodigando per gettare le basi di una crescita sostenibile e più solida nel lungo periodo, e per questo farebbero bene a focalizzarsi su politiche orientate all’innovazione. Studi empirici condotti in diversi periodi di tempo e Paesi confermano come l’innovazione sia la risorsa primaria del cambiamento tecnologico e dell’aumento di produttività. E gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&D), nonché nella forza lavoro scientifica e ingegneristica da cui dipendono, sono importanti motori di innovazione e competitività nazionale.”

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Altro che Europa federale: il peso dell’Unione europea è solo l’1% del PIL (e tende a calare)

Mentre l’Europa chiede ai singoli stati sacrifici e austerità attraverso il contenimento dei deficit di bilancio e del debito pubblico, ci si potrebbe aspettare che tutto ciò, in qualche misura, venga compensato da più ampie spese a livello di Unione in infrastrutture, ricerca, tutela dell’ambiente. In molti, infatti, sostengono che l’austerità a livello nazionale sia necessaria in un’Europa sempre più “federale”. Ma le cose stanno davvero così? I numeri, purtroppo, dicono l’esatto opposto. Non solo il bilancio UE rappresenta una minima percentuale del PIL dell’Unione, ma è addirittura in declino in termini relativi

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La tragedia greca

Che la Grecia sia in una situazione drammatica lo si può apprendere leggendo i giornali. Ma per sapere quanto drammatica sia, è sempre opportuno mostrare i dati. E’ ciò che ha fatto Francesco Saraceno, economista italiano presso l’Observatoire français des conjonctures économiques di Parigi, già noto ai lettori di Keynes Blog.

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