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E’ necessario un New Deal globale

F.D. Roosevelt

Se qualcuno pensa che l’uscita dalla recessione dei paesi industriali più avanzati possa essere trainata dai paesi di nuova industrializzazione, sbaglia di grosso. E’ questo il nocciolo della riflessione che Jomo Kwame Sundaram, assistente per lo sviluppo economico del segretario generale dell’ONU e coordinatore di ricerca nel G24, propone in un intervento su Project Syndicate .

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Istat, una spietata radiografia della crisi italiana

di Alfonso Gianni(*)

Il Rapporto annuale 2012 sulla situazione del Paese dell’Istat, presentato ieri nella sala della Lupa a Montecitorio, ci restituisce un’immagine cruda dello stato dell’Italia. Ovviamente il rapporto non contiene, né lo potrebbe, giudizi politici. Ma le cifre e le valutazioni statistiche che ci offre valgono più di accorate denunce, perché costituiscono un’analisi puntuale e spietata delle condizioni in cui versa il nostro paese nel pieno della crisi e forniscono un’infinità di elementi precisi per sottoporre a critica le politiche del governo italiano e della governance europea.  Continua a leggere »

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L’economia italiana verso il peggioramento. La ricetta del rigore non sta funzionando

Abbiamo già messo in evidenza come esistano due OCSE: una è quella dei numeri, l’altra è quella politica. Oggi è la giornata dell’OCSE dei numeri e non sono affatto buoni. Secondo il rapporto dell’Organizzazione il PIL italiano calerà quest’anno dell’1,7% (il Fondo Monetario Internazionale dava 1,9%) mentre per il 2013 è prevista una contrazione dell0 0,4% (0,3% secondo il FMI). L’intera Eurozona vedrà un calo dello 0,1%, ma come si sa è la media del pollo di Trilussa: dentro c’è la Germania che cresce e i paesi periferici che invece decrescono.

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La costruzione dell’Euro e il paradigma economico mainstream

di Rosaria Rita Canale da Economia e Politica.

Il modello di politica economica sul quale è stata costruita l’Unione Europea rappresenta l’applicazione più fedele – qualcuno che non sia economista alla luce di ciò che sta accadendo direbbe irragionevole – delle conclusioni teoriche raggiunte dal paradigma economico dominante. Queste conclusioni possono essere sintetizzate nella negazione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito.

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Segnalazione: Interviste a Ha Joon Chang e Quadrio Curzio

Segnaliamo due interviste particolarmente interessanti che fanno il grado delle difficoltà in cui versano l’Europa e l’economia mondiale a causa della mancata (o interrotta) adozione di politiche economiche espansive.

“Contro la recessione la modifica del Fiscal Compact non basta, bisogna cambiare l’Esm ed emettere eurobond”

L’approvazione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), entro fine giugno, e del Patto di bilancio o Fiscal Compact, entro fine 2012, devono passare per le assemblee elettive di tutti i paesi di Eurolandia. Per questo ci si chiede se in vista delle diverse tornate elettorali che coinvolgeranno a breve la Francia, dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali, e l’Olanda, e a metà 2013 la Germania e l’Italia, si riuscirà a modificare questi trattati per invertire la fase di recessione che coinvolge quasi tutti i paesi dell’Unione monetaria. Rassegna ne parla con Alberto Quadrio Curzio, professore emerito dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei. Leggi il resto

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Quello che il liberismo non dice

«Le banche vengono salvate, i popoli no. Perché il tardo capitalismo è diventato un’ideologia che vuole massimizzare il potere dei soldi. La democrazia era ‘una testa un voto’, il mercato senza regole è ‘un dollaro un voto’». L’atto d’accusa di Ha Joon Chang, docente di Economia dello sviluppo a Cambridge

I liberisti accusano voi keynesiani di essere irresponsabilmente pro-debito. E poi se lo Stato è inefficiente perché non farlo dimagrire?
«Sfortunatamente molti non hanno ancora capito Keynes. L’argomento del deficit può essere corretto da un punto di vista individuale ma quando si guarda all’intera economia la spesa di uno è sempre il guadagno di un altro. Un conto sono le spese improduttive, un altro il Welfare o gli investimenti che aiutano a crescere. Dimenticano che paesi come la Svezia, con quel livello di tassazione e si welfare, mediamente sono sempre cresciuti più degli Stati Uniti». Leggi il resto

 

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Quale “alternativa verde” all’austerità?

Mentre le politiche centrate sull’austerità stanno incontrando sempre più resistenza a livello europeo, il problema di come immaginare realmente un rilancio della crescita rimane ancora del tutto intatto.

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Fondo Montiano Internazionale

Si è conclusa ieri la missione in Italia del Fondo Monetario Internazionale con un report che – pur nell’ambiguità di un linguaggio pieno di proposizioni ipotetiche – ha di fatto promosso l’azione del governo Monti. Più in là si è spinta la portavoce della missione durante la conferenza stampa con lo stesso primo ministro italiano.

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Più flessibili, meno innovativi

Le imprese più innovative sono quelle che offrono ai lavoratori più diritti, sicurezza e stabilità, non quelle dai contratti a breve termine e dal licenziamento facile

di Armanda Cetrulo da Sbilanciamoci.info

Del mai così famoso ed abusato concetto di flessibilità esistono diverse definizioni. In particolare, dal punto di vista dell’impresa, possiamo distinguere tre tipologie di flessibilità: flessibilità numerica ovvero la capacità delle imprese di far variare il numero delle persone occupate al loro interno, attraverso il ricorso a contratti di lavoro atipici; flessibilità funzionale che indica l’abilità dell’impresa ad organizzarsi in maniera flessibile senza ricorrere ai licenziamenti, facendo variare il numero dei dipendenti attraverso una forza lavoro capace di ricoprire un ampio raggio di compiti; flessibilità salariale ovvero l’attitudine del sistema delle retribuzioni a rispondere alle condizioni del mercato variando con facilità.

Se risulta ormai chiara l’esistenza di una correlazione negativa tra la crescita della produttività e il ricorso a lavoratori a tempo determinato (flessibilità numerica), è interessante considerare la relazione tra le principali forme di flessibilità introdotte (numerica e salariale) e il grado di innovazione delle imprese.

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Per la Grecia (e l’Europa) la soluzione potrebbe venire da Keynes (con l’aiuto di Hollande?)

La possibile (probabile) uscita della Grecia dall’Euro è in questi giorni al centro della discussione. Nessuno sembra avere le idee chiarissime. Chi, come Nouriel Roubini, ritiene l’abbandono della moneta unica inevitabile, sottolinea che la Grecia potrebbe risollevarsi proprio grazie al ritorno alla dracma. L’esempio più ricorrente è quello dell’Argentina che aveva una situazione non dissimile: alto indebitamento con l’estero e la moneta locale, il peso, agganciato al dollaro con un rapporto 1:1. Il default e lo sganciamento del peso nel 2002 – sia pure pagando un’inflazione che schizzò al 40% – aiutò il paese nelle esportazioni, permettendo di uscire dalla crisi, ma richiese un lungo e penoso travaglio.

I contrari all’uscita della Grecia tuttavia sottolineano che essa non è un’economia votata alle esportazioni e quindi le sarebbe difficile recuperare come ha fatto l’Argentina. La risposta a questa obiezione è che il settore turistico potrebbe essere per i greci l’equivalente delle esportazioni argentine. Inoltre i contrari sottolineano come l’uscita della Grecia potrebbe essere solo l’inizio di un processo che porterebbe l’intero Sud Europa ad abbandonare la moneta unica e – per evitare la colonizzazione economica, anche il mercato unico -, con conseguenze per l’intera credibilità del progetto europeo. Sparirebbe in pochi mesi o qualche anno l’intero lavoro di mezzo secolo di integrazione.

Ma tra rimanere nell’Euro ed uscire c’è forse una terza via, ispirata a Keynes. Continua a leggere »

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Abbandonare l’austerità per salvare l’euro

Che l’euro sia un bene o un male, è fatto puramente relativo. E non era certo impossibile evitare il disastro economico al quale stiamo assistendo, come evidenzia l’articolo di W. Godley da noi ripubblicato. Ma vale sicuramente la pena tornare sull’argomento, non fosse altro per evitare il rischio che, a disastro avvenuto, non si possa far altro che demonizzare l’euro, facendo credere che la storia che si è compiuta fosse al di fuori delle aspettative e che margini di manovra per una Europa che possa uscire intera (e magari più forte) dai colpi della crisi internazionale, non ve ne siano più.

Ci sembra perciò utile illustrare  l’intervento su Project Syndicate di Barry Eichengreen, Professore di Economia e Scienze Politiche a Berkeley e in precedenza advisor del Fondo Monetario Internazionale, che fa un preciso richiamo a quanti vorrebbero rifarsi alla sfortunata vicenda del gold standard per fare saltare l’euro. Ciò che Eichengreen vuole mettere in risalto è infatti la profonda differenza di condizioni politiche ed istituzionali presenti nell’Europa del 1929 rispetto a quella attuale.

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