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E’ necessario un New Deal globale

F.D. Roosevelt

Se qualcuno pensa che l’uscita dalla recessione dei paesi industriali più avanzati possa essere trainata dai paesi di nuova industrializzazione, sbaglia di grosso. E’ questo il nocciolo della riflessione che Jomo Kwame Sundaram, assistente per lo sviluppo economico del segretario generale dell’ONU e coordinatore di ricerca nel G24, propone in un intervento su Project Syndicate .

Il quadro che esce dalla crisi delle economie occidentali è devastante: sono stati bruciati 50 milioni di posti di lavoro dopo anni in cui la crescita dell’occupazione si era già rivelata debole e le disuguaglianze di reddito non avevano fatto altro che aumentare. Con riferimento al 2007 l’occupazione è cresciuta solo in sei delle 36 economie più avanzate. Ma quel che è peggio e che nel breve termine la situazione non potrà che peggiorare, considerata la scelta dei governi di molti paesi avanzati di mettere in atto politiche di austerità fiscale accompagnate per giunta da riforme molto dure di smantellamento dei diritti nel mercato del lavoro, nonostante il forte danno che tutto questo arreca all’esistenza degli individui, ai redditi e al tessuto sociale.

Ed è a questo punto che la speranza viene riposta in una ripresa delle esportazioni verso i paesi “emergenti” che negli ultimi anni hanno registrato consistenti ritmi di sviluppo. Questi paesi sono tuttavia entrati in una nuova fase del loro sviluppo, il cui consolidamento passa per uno rafforzamento del mercato interno, e dunque per l’aumento della produzione ad esso destinata e per l’aumento delle importazioni.

Le economie occidentali hanno attraversato periodi storici portandosi dietro deficit di bilancio ben più ampi di quelli attuali, e non solo in periodi di guerra. La spesa in deficit ha finanziato la ripresa economica anche al di fuori dei confini nazionali, come è il caso del Piano Marshall attivato dagli Stati Uniti nei confronti dell’Europa all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Oggi invece la politica di austerità stringe l’Europa in una tenaglia, considerato oltretutto il vincolo imposto dall’esistenza di una moneta unica.

Lo stato della cooperazione internazionale appare per giunta pessimo, almeno dal 2009, l’anno del Summit del G-20 a Londra, e da allora non si sono visti segnali quanto a strategie coordinate per una ripresa che fosse forte e inclusiva. Eppure la strada della “multilateralità”, sostenuta dall’esercizio di un ruolo significativo di un organismo come l’ONU, sarebbe quanto mai opportuna. Proprio nel 2009, guardando al preoccupante stato dell’ambiente e riconoscendo l’impossibilità di demandare alle forze del mercato la soluzione del problema, il segretario generale Ban-Ki Moon propose un Global Green New Deal, strutturato su partnership tra paesi e tra soggetti pubblici e privati.

Sulla stessa scia è possibile osservare come anche l’attuale Fondo Monetario internazionale, sia molto più cauto di una volta nell’emettere pareri centrati sulle ricette liberiste. Interessante è infine il lavoro svolto dall’ILO che attraverso le recenti iniziative della Fair Globalization, del Global Jobs Pact e del Social Protection Floor, dimostra un’attenzione del tutto particolare per il problema dello sviluppo a livello globale. Tutto questo dimostra che, nel complesso, si è andata creando negli anni più recenti una sintonia tra organismi multilaterali di cui si era persa traccia negli ultimi decenni. Ed è per questo che sarebbe ora che i governi occidentali ne facessero buon uso.

Leggi l’articolo su Project Syndicate (in Inglese)

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Un commento su “E’ necessario un New Deal globale

  1. […] gestione della crisi internazionale, molto simile a quello delineato nel precedente articolo “E’ necessario un New Deal Globale”, con in più un significativo cambio di marcia nella prosecuzione del progetto europeo in […]

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