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Robert Skidelsky: “Keynes e la Teoria Generale” [video sub ITA]

Robert Skidelsky, economista e storico dell’economia, biografo di Keynes, in questa intervista per il sito EconStories illustra i contenuti della Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta, l’opera più importante dell’economista di Cambridge. In particolare Skidelsky spiega perché il “keynesismo” illustrato nei libri di testo differisce sostanzialmente dal contenuto della Teoria Generale

Grazie all’amico Faber Fabbris abbiamo potuto sottotitolare il video e proporlo ai nostri lettori. Buona visione.

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8 commenti su “Robert Skidelsky: “Keynes e la Teoria Generale” [video sub ITA]

  1. Ottimo lavoro. Bravi.

  2. complimenti, è un piacere sentire Skidelsky, pardon lord Skidelsky, genera lo stesso effetto della sua monumentale biografia su Keynes. Comunque, non c’è dubbio che in presenza dei movimenti del capitale quali li conosciamo oggi, e del fatto che le banche possono agire in proprio sulle borse nè sono limitate nei crediti agli operatori (crediti che spesso rifiutano agli operatori dell’economia reale), non c’è dubbio che occorre andare otre Keynes. Occorre infatti non dimenticare, come ebbe a dire la Joan Robinson, la brillante allieva di Keynes (e non si capisce come mai sia stata esclusa dai Nobel, come peraltro Galbraith), che Egli non volle perdere venti minuti per rileggersi la Teoria del valore dei classici. Ne segue che occorre ripensare al processo di formazione dei prezzi, specie in un’economia globalizzata. Comunque, sentire Skidelsky è stato un piacere

  3. Molto interessante. Ma da autodidatta del pensiero economico – se si vuole della filosofia dell’economia – mi sono sempre chiesto perché mai Keynes non ha indicato espressamente la “monetizzazione del debito pubblico” da parte della Banca Centrale, non divorziata dal Tesoro, quale strumento alternativo – o almeno integrativo – alla tassazione per politiche di spesa pubblica di investimento. O forse, mi sbaglio e Keynes ha trattato anche questa questione (ed in tal caso sarei felice se qualcuno mi illuminasse in proposito)? In altri termini mi sembra che Keynes non abbia contestato l’eventuale ruolo di indipendenza assoluta della Banca Centrale. Qui mi sovviene inoltre di osservare che se la Banca Centrale fosse nazionalizzata, ossia patrimonialmente pubblica, la monetizzazione del debito pubblico si risolverebbe in una operazione a costo zero, nel senso che l’esposizione dello Stato verso la sua Banca centrale – “sua” perché pubblica – si risolverebbe, in sostanza, in un indebitamento verso sè stesso. E si sa che quando creditore e debitore coincidono, o tendono a coincidere, il debito si annulla o è solo fittizio. Non so se queste considerazioni possono essere dedotte dalle idee di Keynes …

    • Il problema del debito pubblico non esisteva in termini di gestione ma solo di formazione ,,,ecco perché non è presente , se non mini a mente, nella Teoria

  4. Robert Skidelsky ha spiegato egregiamente il pensiero economico keynesiano.

    Il problema è che parla poco di un argomento che è stato l’argomento principe delle critiche all’economia keynesiana, cioé l’inflazione.

    I tentativi dei keynesiani di portare le economie ai livelli di piena occupazione (oltre il cosiddetto “tasso naturale”), portano i prezzi a salire in modo esponenziale (curva di Philips che svanisce nel medio-lungo termine).

    Di questo, e con mio dispiacere, i keynesiani parlano poco, spesso cambiando argomento, e spostandolo su altri piani.

    Mi piacerebbe conoscere dai keynesiani, chiarimenti sull’argomento, anche con dei consigli su letture da effettuare per comprendere meglio la questione in chiave keynesiana.

    Detto questo, ottimo articolo e ottimo lavoro.

  5. @ FW,
    sono solo un cultore del pensiero economico ed un utente come te. Se però permetti provo a darti una risposta. Per quanto ne so ho l’impressione che tu faccia riferimento alla critica monetarista, quella di Milton Friedman, che è però basata sulla teoria quantitativa della moneta e suppone che sia il preventivo aumento del quantitivo di moneta in circolazione, cd. “base monetaria”, a far impennare i prezzi. Nicholas Kaldor nel suo “Il flagello del monetarismo, ha ampiamente dimostrato che, generalmente, è l’aumento dei prezzi, dovuto ad altri fattori, a “tirare” un aumento della quantità di moneta circolante in forma di moneta bancaria, dato che le banche ad ogni apertura di credito (sempre allo scoperto) creano moneta ex nihilo per poi ricoprire successivamente lo scoperto con i depositi dei clienti o con la moneta legale ottenuta dalla Banca Centrale. Ad esempio, l’inflazione anni ’70 – che fu presa a pretesto, sulla scorta del monetarismo all’epoca dilagante con le vittorie elettorali della Thatcher e di Reagan, per tagliare la spesa pubblica e il Welfare – fu dovuta all’aumento del prezzo del greggio, a causa delle guerre israeliano-arabe, che si ripercosse, come aumento dei costi di produzione, sui prezzi finali dei prodotti industriali. I grafici, in proposito, dimostrano chiaramente che l’aumento del prezzo del greggio precedette l’impennata inflattiva, cui poi si fece seguire i tagli di spesa pubblica, e non il contrario. Però le ricette monetariste, compreso il “divorzio” tra Tesoro e Banca Centrale, non funzionarono e l’inflazione non diede segni di diminuire se non quando, nel successivo decennio, il prezzo del greggio tornò ai livelli precedenti. Nel frattempo però gli Stati, ormai privati di Banche Centrali prestatrici di ultima istanza, si trovarono alla mercé dei “mercati finanziari” che praticavano, e praticano, alti tassi di interesse reali sui titoli di Stato. Negli anni ’70-’80 sembrò che la teoria di Keynes non riuscisse più a spiegare il funzionamento dell’economia capitalista perché, per i motivi di cui sopra, si verificò l’imprevisto fenomeno della “stagflazione” ossia la compresenza contemporanea di inflazione e disoccupazione, laddove per Keynes i due fenomeni – in rapporto tra loro inversamente proporzionale – non si sarebbero mai presentati insieme. Questo diede la stura alla “rivincita” neoliberista mediante il paradigma quantitativista e monetarista di Friedman. Tale rivincita si realizzò con la deregulation globale dei movimenti di capitale. In tal modo si imboccò la strada che ha portato alla finanziarizzazione dell’economia mondiale ed alla divaricazione tra economia finanziaria ed economia reale ed alla conseguente crisi iniziata nel 2008, che perdura tuttora. E’ così ricomparsa una vecchia conoscenza keynesiana, che l’ossessione dell’inflazione aveva fatto dimenticare, ossia la deflazione che è il ghiacciamento dell’economia per contrazione della domanda aggregata, a sua volta causata dal crollo del reddito da lavoro per via della disoccupazione comportata dai fallimenti aziendali connessi alla discesa vertiginosa dei prezzi ed alla contrazione degli investimenti, innescata quest’ultima dalla keynesiana “trappola della liquidità” ovvero la preferenza di chi dispone di capitali liquidi a conservarli non essendo le aspettative di spesa appropriate al rischio dell’investimento. Insomma anche Keynes sta oggi conoscendo la sua “rivincita”. Manca però una forza politica o un governo (“rosso”, “nero” o, come in Grecia, “rosso-nero”) capace di tradurre in atti concreti, contro l’Eurogermania ordoliberista, tale rivincita. Cari saluti. Luigi.

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