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Abbandonare l’austerità per salvare l’euro

Che l’euro sia un bene o un male, è fatto puramente relativo. E non era certo impossibile evitare il disastro economico al quale stiamo assistendo, come evidenzia l’articolo di W. Godley da noi ripubblicato. Ma vale sicuramente la pena tornare sull’argomento, non fosse altro per evitare il rischio che, a disastro avvenuto, non si possa far altro che demonizzare l’euro, facendo credere che la storia che si è compiuta fosse al di fuori delle aspettative e che margini di manovra per una Europa che possa uscire intera (e magari più forte) dai colpi della crisi internazionale, non ve ne siano più.

Ci sembra perciò utile illustrare  l’intervento su Project Syndicate di Barry Eichengreen, Professore di Economia e Scienze Politiche a Berkeley e in precedenza advisor del Fondo Monetario Internazionale, che fa un preciso richiamo a quanti vorrebbero rifarsi alla sfortunata vicenda del gold standard per fare saltare l’euro. Ciò che Eichengreen vuole mettere in risalto è infatti la profonda differenza di condizioni politiche ed istituzionali presenti nell’Europa del 1929 rispetto a quella attuale.

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[Video] La lezione di Joseph Stiglitz a Mario Monti

Pubblichiamo l’intervento di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 2001, alla conferenza “Oltre l’austerità” tenutasi il 2 maggio 2012 a Roma, organizzata dalla Fondazione Italianieuropei, di cui avevamo riferito nei giorni scorsi.

via Italianieuropei.it

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Euro, un fallimento annunciato. Venti anni fa il keynesiano Wynne Godley spiegava perché non poteva funzionare

L’articolo che pubblichiamo di seguito ha venti anni.  L’autore, Wynne Godley, noto economista britannico Post Keynesiano e collaboratore del Tesoro del Regno Unito, individua i problemi nella costruzione dell’Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht. In particolare sottolinea come il Trattato sottintendesse un’impostazione ideologica per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è una banca centrale, indipendente dalla politica, che si occupi di controllare l’inflazione. L’assenza di un Tesoro federale con un debito pubblico monetizzabile, di un fisco e di un welfare federali, di “stabilizzatori automatici” e trasferimenti tra regioni, porterà inevitabilmente alla rottura dell’Unione monetaria, appena uno dei suoi membri si trovasse in forti difficoltà per qualsiasi motivo. Insomma, quella che segue è la cronaca di un fallimento annunciato.

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Germania ed Eurozona ai rigori

“Non ci sono strumenti miracolosi contro la crisi: gli eurobond sono insostenibili”: così ha sentenziato oggi la cancelliera Merkel, nonostante i pareri favorevoli del Presidente del Consiglio italiano Monti e di quello della Commissione Europea Barroso, e nonostante il credito che a questi strumenti era stato recentemente attribuito da Bruxelles.

“Freno ai debiti e crescita”, risultano essere gli unici pilastri della strategia che, secondo Angela Merkel, possono far uscire l’eurozona dalla presente crisi. Stando così le cose, è facile intuire come il clima europeo non possa che surriscaldarsi. Questo non solo per le evidenti difficoltà di mettere in moto un processo di crescita in assenza, di fatto, di strumenti e confermando il rigore dei vincoli sui debiti sovrani, ma anche per le ulteriori frizioni che scaturiscono dai risultati delle recenti tornate elettorali in Francia e, soprattutto, in Grecia.

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Il lavoro poco pagato deprime la domanda interna in Germania e destabilizza l’Eurozona

Il Fondo Monetario Internazionale ha ieri formulato previsioni positive riguardo l’economia tedesca. Ma, oltre ai numeri, ha lanciato un messaggio più politico.

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I socialisti europei in ordine sparso di fronte alla crisi

Incominciano a delinearsi i nodi che il nuovo presidente francese, François Hollande, dovrà affrontare nel suo difficile lavoro di capo del secondo paese dell’Eurozona. Il quadro, però, non è dei migliori.

Mentre la signora Merkel ribadisce che di ritrattare il Fiscal compact non se ne parla, sempre dalla Germania arriva l’intervento di Martin Schulz, esponente di spicco dell’SPD e presidente del Parlamento Europeo.

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Gli economisti francesi suggeriscono moderazione ad Hollande

L’endorsement dell’Economist per il presidente uscente Nicolas Sarkozy ha portato bene allo sfidante François Hollande, eletto ieri dai francesi alla presidenza della Repubblica, il secondo socialista all’Eliseo nel dopoguerra (il primo fu Mitterand).

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Il meglio di Keynes Blog di questa settimana

Perché la spending review è sbagliata

La lezione sullo Stato del benessere di un vecchio liberale

Grazie lo stesso Prof. Stiglitz, ma non ha funzionato

Il mondo descritto dai liberisti non è quello in cui realmente viviamo. Brad DeLong vs Friedman

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Grazie lo stesso Prof. Stiglitz, ma non ha funzionato

I giornali hanno pubblicato poco e nulla del confronto tra Joseph Stiglitz e Mario Monti. E quel poco riguardava solo le parole di Monti, che ha ovviamente difeso la linea di rigore e “riforme strutturali”, pur ammettendo che l’Europa fa poco per la crescita. Per fortuna Gustavo Piga, presente all’incontro, ha riportato il pensiero dell’economista americano. Continua a leggere »

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Le recessioni coordinate di Europa e USA

La crisi europea, ben lungi dal prendere una china positiva, si sta acuendo mese dopo mese. A Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia (gli “spendaccioni” secondo la vulgata tedesca) si aggiungono Olanda e Regno Unito.

Quest’ultimo è nella prima “double-dip recession” (cioè recessione seguita da ripresa e poi da una nuova recessione) dagli anni ’70 e non è neppure un paese dell’area Euro. Un esempio lampante, insomma, di come l’austerità (pervicacemente seguita dal governo di coalizione Conservatore-Liberaldemocratico) sia il modo migliore per aggravare una situazione già di per sé grave.

E dall’altra parte dell’Oceano, negli USA? Nulla di buono. Gli stimoli fiscali di Obama sono diventati nel bilancio del 2011 dei risparmi e anche i singoli Stati hanno tagliato (ancora) le loro spese. E i risultati si vedono. La timidissima ripresa occupazionale è finita. Il paese si avvia verso una nuova scivolata.

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