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L’Italia della “liretta” non era poi così male

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di Gennaro Zezza(*)

Fonti autorevoli, di recente Eugenio Scalfari, terrorizzano gli ascoltatori o i lettori sulle conseguenze dell’abbandono dell’euro, con conseguente ritorno ad una valuta nazionale. Scalfari ritiene che “…non hanno ben chiaro che cosa significa il ritorno alla moneta nazionale: le banche americane e la speculazione giocherebbero a palla con la liretta, roba da emigrazione forzata”
Su simili toni, in un recente, interessante incontro con Stefano Fassina, quest’ultimo ribatteva ad un tavolo di euro-scettici “mica vorrete tornare agli anni ’70???”, con riferimento alla situazione precedente al “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro, in un assetto istituzionale in cui l’Italia aveva il controllo, sia pur relativo, sul tasso di cambio della lira, e la Banca d’Italia acquistava eventuali titoli pubblici di nuova emissione non sottoscritti dai mercati.

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Il paradosso di Berlusconi “keynesiano”

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Negli anni la sinistra, abbandonando progressivamente i propri punti di riferimento nella teoria economica, è diventata la paladina del “rigore”, fino ad approvare il pareggio di bilancio in Costituzione. Così ha concesso a Berlusconi ampio margine per conquistare un terreno politico lasciato incustodito. Il paradosso di un Cavaliere “keynesiano”, avversario dell’austerità imposta dalla Merkel e critico dell’euro, altro non è che il risultato di una sinistra che ha fatto proprio il “punto di vista del Tesoro“.

di Luigi Cavallaro*

Gramsci scrisse una volta che dire la verità è una necessità politica. Ma dire la verità presuppone una scelta partigiana: la verità, infatti, è sempre situata da una parte.

La parte in cui ci vorremmo situare non è una generica «sinistra». Da tempo ormai questa parola non designa null’altro che un vago e indistinto antagonismo rispetto a Silvio Berlusconi, ossia rispetto a colui che, negli ultimi vent’anni, ha incarnato il «grande Altro» della revanche capitalistica da cui è stato pervaso il nostro Paese. «Di sinistra» sono così diventati Indro Montanelli e Eugenio Scalfari, Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli, Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi (e Giuliano Amato), e perfino organi dello stato come la Corte costituzionale o interi apparati statali, come la magistratura.

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L’Europa antifederale

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di Francesco Saraceno (*)

La telenovela europea si è arricchita di due nuovi episodi nel corso degli ultimi mesi. Il primo è l’accordo sull’unione bancaria. Il secondo è l’accordo sul bilancio dell’UE per il periodo 2014-2020. Cosa lega questi due episodi?

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La guerra monetaria? E’ colpa di Angela Merkel

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E’ la deflazione nell’Ue ad aver causato le reazioni interventiste delle banche centrali in tutto il mondo. L’economista keynesiano Sergio Cesaratto attacca la Germania che non si assume le sue responsabilità e i politici che non si oppongono all’Europa teutonica. La guerra valutaria? E’ una logica da scaricabarile, così come è folle quella che governa l’Unione europea, con un’austerity divenuta il cancro dell’economia mondiale e a cui i leader politici, compreso Pierluigi Bersani, non si sanno opporre. E la cancelliera tedesca Angela Merkel ha poco da lamentarsi.

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Alesina e Giavazzi sbagliano: Stato e innovazione sono come marito e moglie

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“E’ un errore comune quello di credere che la burocrazia sia meno flessibile delle imprese private. Può essere così nei dettagli, ma quando devono essere fatti adattamenti su larga scala il controllo centrale è molto più flessibile. Potrebbero essere necessari due mesi per ottenere una risposta ad una lettera da un dipartimento governativo, ma sono necessari 20 anni ad un settore industriale privato per adeguarsi ad un calo della domanda”

— Joan Robinson

Dalle pagine del Corriere imperversa la crociata di Alesina e Giavazzi contro lo Stato inutile e sprecone, ma lo fa prendendo pericolose scorciatoie, quelle stesse che costituiscono il “capo d’accusa” dell’ultimo editoriale del 3 febbraio contro il “mito neostatalista” in tema di politiche industriali. Se oggi la politica industriale deve confrontarsi i problemi dell’innovazione, senza la quale non è pensabile creare le condizioni per la crescita di un sistema economico, è necessario sgombrare il campo da inutili e dannosi fardelli – sostengono i due autori – che sarebbero d’intralcio al dispiegarsi della libera inventiva, l’unica vera risorsa in grado di imprimere quei cambiamenti di passo di cui il sistema produttivo ha bisogno. E sull’onda di una versione “romantica” della “distruzione creatrice” di ispirazione schumpeteriana, ci vien detto che il mercato è capace di selezionare le migliori menti, e che perché ciò avvenga è necessaria flessibilità su tutti i fronti, non ultimo su quello del mercato del lavoro. La tesi di Alesina e Giavazzi è affidata al forte potere dell’evocazione di una polverosa e pachidermica IRI, un istituto dei tempi che furono ma che non son più, perché allora – quando il problema era quello di affrontare il decollo industriale – bastava fare un po’ di imitazione. O almeno così pensano i due autori.

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L’università sottofinanziata e il declino italiano

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La disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto ormai livelli intollerabili (37%). Le sue cause sono spesso rintracciate in “un eccesso di istruzione”, a fronte di un sistema d’impresa che non richiede manodopera troppo qualificata. Ma le politiche messe in atto per risolvere il problema non fanno altro che assecondare un modello di sviluppo destinato a perpetuare il declino.

di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega on line
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Sale lo spread, ma non solo per l’Italia. I mercati “guardano le carte” di Mario Draghi

CRISI

Il differenziale tra Btp e Bund ieri ha toccato i 282 punti base, superando per la prima volta quota 280 dal 9 gennaio. In Spagna invece ha superato quota 370 punti, e secondo alcuni osservatori le Borse di Milano e Madrid sarebbero legate da un unico comune denominatore: le elezioni sempre più imminenti. In questa intervista a Ilsussidiario.net Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, commenta le tensioni sui mercati.

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Monte dei Paschi, una privatizzazione disastrosa

012di Vladimiro Giacché da Liberazione.it

Come spesso accade in Italia, dallo scandalo che ha investito il Monte dei Paschi di Siena si stanno traendo le conclusioni sbagliate. Ed è un vero peccato, perché si tratta di una vicenda emblematica, che ci racconta un pezzo importante della storia di questo paese negli ultimi 20 anni. Proviamo quindi a mettere un po’ in fila i fatti.

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La luce in fondo al tunnel?

eneko_tuneldi Francesco Saraceno (*)

Ultimamente si osserva in giro un certo ottimismo sulla situazione dell’economia mondiale e della zona euro. Cautamente, responsabili politici e commentatori iniziano ad interrogarsi sulla futura ripresa dell’economia (e sulla sua fragilità). Martin Wolf sul Financial Times si chiede quando e come si potrà tornare ad una situazione di normalità nella conduzione della politica economica. Wolf è preoccupato che i decisori economici si facciano prendere dalla tentazione di considerare la crisi in via di risoluzione. La preoccupazione sembra giustificata: è un errore che facemmo  già all’inizio del 2010, quando soprattutto in Europa le politiche espansive furono abbandonate in favore di politiche di austerità che hanno soffocato una ripresa all’epoca molto fragile.

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Marx, Keynes, Friedman e Fritz Schumacher a Davos

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Larry Elliot, capo redattore economico del Guardian, ha scritto un interessante dibattito immaginario tra Marx, Keynes, Friedman e Fritz Schumacher, intervistati dal capo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde al World Economic Forum di Davos. Lo abbiamo tradotto per voi.

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