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Il FMI tra liberismo e dubbi sull’austerità

Blanchard

Secondo l’economista Henry Sterdyniak, direttore del dipartimento ‘Economia della mondializzazione’ all’OFCE (Osservatorio Francese delle Congiunture Economiche), il cambio di rotta del FMI non determina prospettive di ripresa.

da Liberation, 6 agosto 2013 – Intervista di Christian Losson – traduzione Faber Fabbris

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Il “Total Tax Rate” e la religione liberista

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Capita spesso di sentire dire che in Italia la tassazione sulle imprese sia eccessiva, anzi opprimente, e che ciò sia uno dei fattori che rendono poco competitivo il nostro paese, in particolare nell’attrarre gli investimenti esteri. Pochi si chiedono però se sia davvero un bene attrarre tutti questi investimenti. Forse uno sguardo a quanto accaduto all’Irlanda dovrebbe indurre a più miti consigli.

Una statistica molto citata a proposito della tassazione sulle imprese è il total tax rate” calcolato dalla Banca Mondiale. Secondo questa classifica, l’Italia sarebbe il quindicesimo paese al mondo per imposizione sulle imprese, con il 68,3%.

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Keynes, Hobson, Marx a confronto

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Robert Skidelsky mette a confronto i punti di forza, per comprendere la crisi attuale, della tradizione keynesiana e di altre due: quella che sottolinea la disparità di reddito e di quella che enfatizza il potere. Vale a dire John A. Hobson e  Karl Marx.

di Robert Skidelsky

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L’Italia antikeynesiana (1981-2013)

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Una leggenda si aggira per l’Italia: il nostro sarebbe un paese keynesiano.

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Obama boccia l’Italia dell’austerity (meglio il PD americano di quello italiano)

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di Gustavo Piga da Formiche.net

“Ed una delle cose interessanti di cui non parliamo abbastanza è il contrasto tra quanto avvenuto negli Stati Uniti e quanto avvenuto in molti altri paesi in via di sviluppo, in Europa (sic) in particolare. Succede raramente di avere la fortuna di esaminare due approcci di politica economica, seguendoli lungo l’arco di molti anni e di vedere quale ha funzionato. E il fatto è che ci sono molti paesi europei che hanno seguito le prescrizioni che i Repubblicani della Camera stanno chiedendo ora, e questi paesi non solo stanno ben più indietro di noi in termini di crescita, in molti casi i loro debiti e deficit sono attualmente aumentati perché le loro economie sono effettivamente in recessione. E malgrado noi non siamo cresciuti velocemente quanto desideravamo, abbiamo consistentemente fatto meglio di quei paesi che hanno seguito le politiche che raccomandano ora i membri Repubblicani della Camera.

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Il vicolo cieco del mercantilismo tedesco

Angela Merkel

La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

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L’incoerenza di Standard & Poor’s

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Tra le ragioni che hanno indotto Standard & Poor’s ad abbassare, il 9 luglio, il rating dell’Italia c’è la mancanza di attuazione delle riforme strutturali. Ma se l’ampiezza dell’attuale recessione è dovuta alla mancanza di domanda, le politiche dal lato dell’offerta non sortiranno nessun effetto sull’economia nel breve termine

di Agenor da Sbilanciamoci.info
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Vittime ieri, sado-maso oggi, salvati ancora per poco dalla spesa pubblica giapponese

pigadi Gustavo Piga da gustavopiga.it

Il Bollettino economico della Banca d’Italia da poco uscito permette un utile raffronto. Quello tra il picco della prima crisi della fine del 2008-inizio 2009 trasmessa dal Continente americano e quella odierna. Riassumibile in un drammatico: “stiamo come allora, stiamo peggio di allora”.

Che stiamo come allora lo si vede da svariate affermazioni e grafici contenuti nel Bollettino.

A cominciare dagli investimenti delle imprese: nel primo trimestre 2013 siamo a -3,3% (-3,9% nelle costruzioni), così male solo a fine 2008.

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Elogio dello Stato innovatore

9780857282521_hi-res_2Da internet al Gps, dalle batterie allo schermo touch. Senza la ricerca pubblica l’iphone non sarebbe mai nato. Steve Jobs ha integrato tecnologie già prodotte dallo Stato in un oggetto commercialmente appetibile, evitando il rischio di investimenti senza un chiaro ritorno immediato. Mariana Mazzucato, nota studiosa italo-americana sui temi dell’innovazione, smonta molti dei luoghi comuni sul ruolo dello Stato.

di Mariana Mazzucato, autrice di The Entrepreneurial State e R.M. Phillips Professor of Science and Technology, University of Sussex (SPRU) – da Left del 25/6/2013 

Nel suo ormai famoso discorso di commiato alla Stanford university il 12 giugno 2005, Steve Jobs, allora Ad della Apple computer, incoraggiò i laureati a cercare ciò che desideravano e a rimanere “matti”: Stay hungry, stay foolish. Questo discorso è stato citato in tutto il mondo perché incarna la cultura dell’economia cognitiva, secondo la quale per l’innovazione non servono solo i grandi laboratori, ma anche la capacità di cambiare le “regole del gioco”. Enfatizzando l’aspetto “folle” dell’ innovazione, Jobs sostiene che dietro il successo di Apple non c’ è solo la competenza tecnica del suo personale, ma anche la capacità di saper rischiare. Il fatto che Jobs abbia abbandonato la scuola e abbia continuato a vestire tutta la sua la vita come uno studente di un college, con le scarpe da ginnastica ai piedi, è emblematico del suo stile: rimanere giovane e “pazzo”.

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La crociata liberista contro lo Stato continua nonostante le evidenze

alesina-giavazzi

Alesina e Giavazzi

di Ronny Mazzocchi da noise-reduction.com.unita.it

Non contento di aver riempito per anni intere pagine con complesse analisi sulla indiscutibile superiorità del modello di sviluppo anglo-americano e di avere poi fornito strampalate previsioni sulla rapida uscita dalla crisi che hanno fatto la fortuna degli sciocchezzari neoliberisti di mezzo mondo, il Corriere della Sera torna alla carica con i suoi vecchi cavalli di battaglia di sempre: tasse, spesa pubblica e burocrazia. La tecnica dei suoi editorialisti è sempre la stessa. Consiste nella sistematica e deliberata trasformazione delle opinioni in fatti, o addirittura in “verità”, che tuttavia, in un inconsueto atto di umiltà, sono ancora scritte con la minuscola.
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