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Il FMI tra liberismo e dubbi sull’austerità

Blanchard

Secondo l’economista Henry Sterdyniak, direttore del dipartimento ‘Economia della mondializzazione’ all’OFCE (Osservatorio Francese delle Congiunture Economiche), il cambio di rotta del FMI non determina prospettive di ripresa.

da Liberation, 6 agosto 2013 – Intervista di Christian Losson – traduzione Faber Fabbris


La raccomandazione, fatta da alcuni direttori esecutivi del FMI, di “rallentare il ritmo di riduzione del deficit pubblico” costituisce una sorpresa?
Non proprio. Certo, nel 2011, il FMI ha chiesto ai paesi colpiti dalla crisi finanziaria di lanciarsi a testa bassa verso politiche di austerità di bilancio, per ridurre i loro deficit e riportare i debiti pubblici al 60% del PIL, ma ha riconosciuto la catastrofe che da quelle politiche è scaturita; in particolare nella zona euro, che ha visto una crescita negativa nel 2012-2013 e rischia la crescita zero nel 2014, con un tasso di disoccupazione record. Da sei mesi, il FMI annacqua le sue posizioni, intimando a quei paesi di ammorbidire le loro politiche di austerità.

Si tratta di una nuova ‘mossa’ di questa istituzione, dopo lo scacco esplicitamente ammesso del suo modello di molitplicatore, o si tratta di un mea culpa sui ‘fallimenti illustri’ del suo primo piano di salvataggio in Grecia?
Il corpus dottrinale del FMI si è profondamente incrinato, soprattutto in questi ultimi anni. Reinhart e soprattutto Rogoff, ex economista capo del FMI, hanno dovuto riconoscere che i loro calcoli sugli effetti negativi di un debito pubblico superiore al 90% si basavano sul nulla.
Il FMI si è così reso conto che non si può raccomandare il rigore a qualsiasi costo. Il mondo funziona in maniera keynesiana sul breve termine, e l’austerità è molto costosa.

Tuttavia, il Fondo sembra diviso sull’idea di chiedere alla Francia di rallentare.
Il Fondo riconosce delle divergenze [al suo interno, ndt]. Alcuni direttori sostengono in effetti il rispetto rigoroso degli impegni di riduzione del debito pubblico. C’è uno scarto fra gli economisti responsabili dei diversi paesi, più ortodossi, ed alcuni come Olivier Blanchard, capo economista del FMI. Ma è un fatto che, rispetto al sovietismo unanimista della Commissione europea, esista un dibattito. In ogni caso, il FMI resta liberista. Raccomanda la deregolamentazione dei mercati del lavoro e dei beni. Assicura che è meglio ridurre le protezioni sociali che aumentare le tasse. Oscilla dunque fra austerità di bilancio morbida e politica sociale dura.

Corre comunque in soccorso del governo, dichiarando che la Francia ha fatto nel 2013 (riduzione del deficit strutturale equivalente all’1,8% del PIL) quasi quanto nel 2011 e 2012 (2,2%)…
La Francia ha fatto molti sforzi, più di 80 miliardi di risparmi; non c’è nessuna discontinuità fra Hollande e Sarkozy. Ma è stata spezzata la ripresa che si era avviata nel 2011, e non si vede all’orizzonte nessuna prospettiva di una ripresa solida. Peggio ancora, il ministero dell’Economia alimenta i timori delle famiglie, parlando di riduzione delle pensioni o dei contributi assistenziali.

I leggeri segnali di ripresa possono far sperare in un rimbalzo?
No. L’uscita da una recessione di questa gravità dovrebbe basarsi su una crescita del 2,5% – 3%. Mentre si sarebbe ben contenti di una crescita dello 0,8% nel 2014… La fase di caduta è finita, ma non si vedono investimenti massicci da parte delle imprese, né consumi spettacolari da parte delle famiglie. Ci troviamo davanti a un deficit d’immaginazione dell’FMI o [dei paesi] della zona euro per rialanciare gli investimenti e preparare la transizione ecologica.

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