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Il vicolo cieco del mercantilismo tedesco

Angela Merkel

La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

In effetti, lo scenario non dovrebbe sorprendere più di tanto: le economie emergenti basano infatti ancora gran parte della propria crescita sulle esportazioni, e queste ultime sono state rallentate dall’affanno in cui si trova la domanda europea. Una domanda stagnante che, come spiega bene l’ultimo Rapporto ICE sul commercio internazionale, condiziona gli scambi mondiali, al punto di imprimerne una inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, quando variavano in misura più che proporzionale al PIL. La crisi europea appare insomma l’occhio del ciclone della crisi mondiale, e l’attesa di una ripresa trainata dagli emergenti è una pura chimera.

Ma c’è qualcosa di più pregnante che il Rapporto ICE ci ricorda: la frenata del commercio europeo è da imputare essenzialmente ai paesi della “periferia” dell’eurozona (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo), la cui depressione economica è responsabile di un vero e proprio crollo delle importazioni. Tale crollo ha ridimensionato l’entità dei deficit commerciali di questi paesi e ha ridotto gli squilibri commerciali interni all’area euro. La riduzione di questi squilibri ha inoltre comportato il riequilibrio delle tensioni commerciali nell’eurozona, mentre nessun contributo in tal senso è giunto dai paesi in forte surplus, come la Germania, ma anche di area tedesca come Austria, Belgio, Finlandia e Olanda. Si tratta di un processo che va avanti senza soluzione di continuità dal 2007, al quale si contrappone in maniera molto netta la divaricazione tra la capacità produttiva industriale tra “area tedesca” ed “area mediterranea” (includendo in quest’ultima anche la Francia). Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, nell’ultimo anno si è dimezzato il disavanzo con la Germania.

“La diminuzione degli sbilanci commerciali osservata dopo il 2007 nell’area euro”, si legge nel Rapporto ICE, “non ha riflesso correzioni sostanziali degli squilibri di competitività che sono andati cumulandosi tra i paesi membri dall’inizio della moneta unica. […] A lungo andare, questo processo può condurre a un recupero di competitività attraverso cosiddette svalutazioni interne, ovvero spingendo le dinamiche di prezzi e costi persistentemente al di sotto di quelle dei paesi in surplus. Ma la strada si prospetta lunga e onerosa, dal punto di vista sociale e produttivo . In assenza di significativi movimenti verso un aggiustamento intra-europeo più simmetrico, il riequilibrio affidato ai soli paesi in deficit implica il permanere per un prolungato periodo di tempo di mercati del lavoro deboli nell’Area Mediterranea. Accanto a un costo sociale, c’è anche un rischio produttivo. Le domande interne in contrazione colpiscono in primo luogo le aziende che vendono al mercato domestico, ma non risparmiano coloro che sono orientati all’estero. Le imprese esportatrici “pure” sono un fenomeno relativamente raro. Ad esempio in Italia oltre il 60 percento del fatturato viene realizzato, in media, nel mercato nazionale. Ciò significa che quando la domanda domestica , come avvenuto negli ultimi anni nell’Area Mediterranea, tutta la struttura produttiva ne risente, in modo diretto per la contrazione di uno sbocco prioritario per le vendite e indiretto per la rarefazione del credito che i minori fatturati finiscono con l’attivare.” Questo processo ha infine come sbocco “una perdita strutturale di base produttiva, accentuando una dinamica che ha contrassegnato il funzionamento dell’euro fin dalle sue origini.”

L’apparente miglioramento del quadro commerciale dell’eurozona, è dunque rivelatore di una situazione al collasso, che sta erodendo la base produttiva dei paesi in difficoltà, indebolendone anche la capacità di intercettare futuri segnali di ripresa, attivando la produzione specialmente in settori dove il potenziale di domanda è maggiore. La questione è assolutamente cruciale per quanto riguarda l’economia italiana “Considerando l’intero decennio” si legge nel Rapporto ICE “l’analisi conferma che il contributo principale alla riduzione della quota [di export] italiana è derivato dalle caratteristiche del modello di specializzazione delle esportazioni, orientate prevalentemente verso prodotti a domanda mondiale relativamente lenta.” Giova in questo senso ricordare il peso strutturale assunto nelle importazioni dai prodotti high-tech e il caso paradigmatico rappresentato dai pannelli solari. Nel Rapporto si legge infatti che per quanto riguarda l’Italia “Un contributo negativo molto rilevante è stato di nuovo arrecato dal crollo delle importazioni di celle fotovoltaiche, dopo la riduzione degli incentivi pubblici per il loro uso.”

Se non fosse stato ancora sufficiente il conto che la crisi e il suo inasprimento a causa delle politiche di austerità hanno presentato finora, il flebile segnale che gli scambi commerciali mandano a consuntivo del 2012, dovrebbe sancire un allarme inequivocabile sulla necessità di mettere mano in Europa a politiche pubbliche espansive per il rilancio della domanda. I fatti dimostrano che le dinamiche mercantiliste e la logica del beggar my neighbour sono solo l’ingresso in un vicolo cieco e forse anche a Berlino inizieranno a capire che il gioco al massacro travolge tutti.

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8 commenti su “Il vicolo cieco del mercantilismo tedesco

  1. Non è solo ripartire con la spesa pubblica il punto, è uscire immediatamente dall’euro riacquistando la sovranità monetaria e svalutando che riparte l’economia italiana

  2. Il mio parere di NON economista si esplicita in: “O uscita dall’euro, o doppia moneta circolante garantita solo per l’interno del Paese”! Lincoln emise moneta dal nulla per finanziare la sua guerra; per uscire da penosa Rep Weimar fu replicata l’idea di Lincoln, perché ITA non può seguire stessa via? Inoltre sono convinto che gli economisti liberalisti non hanno capito l’antico apologo di Menennio Agrippa che riporto così: “Con aumento della forza lavoro la nazione migliora, e i salari crescono”! Tranne che, come da certe parti si vocifera, non si voglia distruzione umanità in gran quantità per preservare una casta internazionale forte di tecnologia che la supporta, e affamata di risorse. In questo caso ogni tentativo sarà vano, se prima non sarà distrutta la causa.
    kiriosomega

  3. Ma cosa deveno leggere i miei occhi… ascoltate degli economisti veri!

    Per capire qualcosa di macroeconomia ascoltate Oscar Giannino oppure studiate qualcosa di alto spessore scientifico come l’opera di Michele Liati: [link rimosso]

    C’è qualcuno che ha qualcosa da dire o da commentare?

    Spalare terra, riempire buca… spalare terra, riempire buca… spalare terra….

    :-D

    • Il compagno Oscar Giannino non ce lo toccare :)

      • @Bruno Leoni .
        Ma il “Grande” Oscar Giannino , non era partito per la Siberia a riempire un pò di buche ? hahahhah :-)

    • Giannino è un fantagenio dell’economia! Se strofini la lampada al neon nei portici del mio esimio Istituto viene fuori il suo faccione barbuto e ti può fare 3 consulenze.

      Il genio Oscar ha anche una ditta per la ristrutturazione e l’ampliamento dei magazzini mentre Boldrin fornisce consulenze per aumentare la produttività delle aziende che non fatturano per la crisi…

      Quelli che stanno costruendo in Lombardia non sono centri commerciali francesi! Sono i magazzini di Giannino!

      ;-)

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