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Meglio le frontiere per i capitali che per le persone

di Emiliano Brancaccio da www.emilianobrancaccio.it

Intervento alla Conferenza “per un Piano B in Europa”, Parigi, 23 Gennaio 2016

Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it

Proponiamo l’intervento di Emiliano Brancaccio all’incontro di Parigi per un “Piano B per l’Europa”, l’iniziativa di alcuni esponenti delle sinistre radicali europee. Le proposte di Emiliano Brancaccio hanno creato un vivace dibattito all’incontro di Parigi, in particolare per quanto riguarda l’imposizione sui controlli di capitale e sulle merci tra i paesi, come mostra questo video, dove Martin Höpner (Max Planck Institute, Germania) sostiene una riproposizione dello Sme con l’imposizione di rivalutazioni per i paesi in surplus.

Questa discussione sembra riecheggiare (peraltro solo in parte) quella a cui anche noi, come Keynes Blog, abbiamo sollecitato sulla proposta di un “eurobancor” ispirato alla International Clearing Union di Keynes. Purtroppo, nel frattempo, le cose sono andate avanti e oggi abbiamo a che fare con un quadro molto più complesso (si pensi all’avvio del Quantitative Easing). In ogni caso, vale la pena riflettere sugli spunti offerti dall’intervento di Brancaccio, soprattutto riguardo il pericolo che la disaffezione verso l’Europa venga catturata, almeno in alcuni paesi, solo dalle forze xenofobe. 


Oskar Lafontaine propone di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME). Per rendere questa soluzione percorribile sarebbe necessario imporre sanzioni ai paesi che adottano politiche deflazioniste per accumulare surplus verso l’estero. Un’efficace sistema di sanzioni potrebbe basarsi su limiti alla indiscriminata mobilità dei capitali da e verso questi paesi. A riprova del suo realismo, tale soluzione potrebbe essere applicata immediatamente e indipendentemente da singoli paesi così come potrebbe essere estesa passo dopo passo a ulteriori accordi tra paesi.

1. Il Monito degli Economisti: il destino dell’Euro è segnato 

Nel Settembre 2013 il Financial Times pubblicò il cosiddetto “Monito degli Economisti”, una lettera firmata da molti influenti membri della comunità accademica internazionale appartenenti a diverse scuole di pensiero: Dani Rodrik, James Galbraith, Wendy Carlin, Jan Kregel, Mauro Gallegati e altri. [1]

Le idee alla base del Monito erano le seguenti. La continuazione delle politiche di austerità e di deflazione nell’Unione Monetaria Europea aumenterà gli squilibri tra paesi creditori e debitori, con una conseguente centralizzazione dei capitali dal Sud al Nord Europa e ulteriori crisi bancarie. Come risultato di questo processo, il destino dell’Euro sarà segnato. L’Unione Monetaria Europea, almeno come l’abbiamo conosciuta, tenderà a deflagrare e i responsabili politici saranno lasciati di fronte a una scelta tra differenti vie di uscita dall’Euro, ciascuna con differenti effetti sulle diverse classi sociali.

Queste erano le conclusioni del Monito, risalente a più di due anni fa. Vi sono varie ragioni per ritenere che le sue tesi di fondo siano ancora valide e che possano esser confermate in futuro. Se accettiamo tali tesi, allora vanno tratte due conseguenze. In primo luogo, un “Piano B per l’Europa” sarà necessario, presto o tardi, per ragioni oggettive. Disporre di un “Piano B” non sarà un’opzione politica minoritaria, ma diventerà una necessità storica. In secondo luogo, non esiste un solo tipo di “Piano B”. La storia delle crisi passate evidenzia che le opzioni di uscita da un regime monetario sono varie e molto differenti tra loro, e che ognuna ha implicazioni diverse per i diversi gruppi sociali coinvolti [2].

2. La proposta di Schauble: il perfetto “Piano B” per i creditori

Consideriamo per esempio il “Piano B” suggerito per la Grecia dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Tale opzione è l’unica esplicitamente citata nei documenti ufficiali dell’Unione Europea, più specificatamente nei verbali dell’Eurogruppo. [3]

La Proposta Schauble può essere descritta come il perfetto “Piano B” per i creditori. La ragione è semplice: la ridenominazione del debito [nella nuova valuta locale NdT] è ciò che davvero spaventa i creditori. Il Piano Schauble avrebbe permesso alla Grecia di abbandonare l’Euro, ma era disegnato per prevenire il rischio che la Grecia ridenominasse il suo debito in Dracme svalutate. La storia ha molto da insegnarci su questo punto: a fronte di una minaccia di ridenominazione, i creditori non possono esser protetti da semplici impegni contrattuali. Rispetto a questo problema, Schauble propose una soluzione per proteggere i creditori. Egli sapeva che se la Grecia avesse abbandonato l’Euro si sarebbe trovata con un eccesso di importazioni sulle esportazioni, cioè con un deficit estero da coprire con moneta. Si deve notare che questo deficit estero non verrebbe ridotto da una svalutazione, almeno non immediatamente. Schauble quindi offrì al governo greco un sostegno finanziario per coprire il deficit estero dopo l’uscita e persino una eventuale ristrutturazione del debito, ma solo a condizione che il debito greco rimanesse in Euro.

Il “Piano B” di Schauble riecheggia in qualche modo la proposizione chiave del Gattopardo, un celebre romanzo italiano: che tutto cambi affinché nulla cambi. Nel caso del Piano Schauble, tutto doveva cambiare, anche la moneta, al fine di non cambiare nulla riguardo ai rapporti di forza tra debitori e creditori e tra le classi sociali. Questo tipo di “Piano B” sarebbe stato catastrofico. Il peggio del rimanere nell’Euro combinato con il peggio dell’uscirne.

Dobbiamo dirlo con chiarezza: dati gli attuali rapporti di forza in Europa, e dato il grande ritardo delle forze di sinistra su questo tema, in caso di precipitazione degli eventi nell’Eurozona la proposta Schauble potrebbe essere il solo “Piano B” sul tavolo delle future trattative, non solo per la Grecia ma anche per altri paesi.

3. La proposta di Lafontaine : un ritorno al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME)   

Fortunatamente esistono anche altre soluzioni. Consideriamo, per esempio, il “Piano B” che consiste nella possibilità di un ritorno al vecchio SME. Questa opzione è stata avanzata da varie parti: Oskar Lafontaine, come sappiamo, è uno dei suoi sostenitori. [4]

Uno dei meriti della proposta di Lafontaine, dal mio punto di vista, è il fatto di mettere in chiaro che lasciare i tassi di cambio alla mercé delle forze di mercato non sarebbe la soluzione ottimale. I cambi flessibili alimenterebbero la speculazione e lavorerebbero nell’interesse del peggior capitalismo finanziario. Inoltre, non è detto che aiuterebbero a risolvere gli squilibri strutturali e a mitigare la centralizzazione dei capitali all’interno dell’attuale zona Euro.[5]

Detto ciò, a mio parere la proposta Lafontaine non è da sola sufficiente, e dovrebbe essere integrata. L’idea di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo può esser considerata come una ipotesi iniziale, non come il punto di arrivo della nostra analisi. I limiti di un ritorno allo Sme risiedono nel fatto che esso trascura un problema che è stato esaminato a fondo nella letteratura accademica sotto i nomi della “triade impossibile” o del “quartetto incoerente” dell’economia internazionale. In poche parole, il problema si riferisce alla difficoltà per ogni paese di garantirsi dei margini di autonomia per le politiche economiche nazionali in condizioni di completa libertà di circolazione internazionale del capitale e in parte anche dei beni. Per esempio, in una situazione di perfetta mobilità di beni e soprattutto dei capitali, un paese che tenda ad accumulare un deficit delle partite correnti non può perseguire politiche economiche tese ad aumentare l’occupazione.

Si noti che la possibilità di aggiustare i tassi di cambio, prevista dallo SME, non era sufficiente a risolvere questo problema. Le politiche economiche dei paesi con una tendenza sviluppare un deficit esterno erano fortemente influenzate dalle politiche economiche della Germania, il paese egemone che tendeva ad accumulare surplus. È  proprio su questo punto che l’idea di una Banca Centrale emerse agli inizi degli anni ’90, soprattutto da parte francese. L’idea prevalente in Francia era che lo SME fosse dominato dalle politiche monetarie della Germania e che una Banca Centrale Europea avrebbe aiutato a rendere le scelte politiche più condivise. Se non ricordiamo le condizioni della transizione dallo SME all’Eurozona, rischiamo di trascurare alcuni aspetti cruciali della storia dell’unificazione europea.

Per questi motivi, ritengo che sebbene la proposta di Lafontaine di discutere un ritorno allo Sme sia da ritenersi benvenuta, per poter compiere un passo avanti è necessario introdurre dei meccanismi ulteriori che limitino l’egemonia dei paesi con surplus delle partite correnti, una egemonia che esiste oggi ma che esisteva anche all’interno dello SME. Per essere ancor più chiari, un mero ritorno allo SME oggi non sarebbe sufficiente a risolvere gli enormi squilibri alimentati dalla deflazione salariale relativa in Germania, dove dal 1999 al 2013 i salari monetari sono cresciuti di appena la metà rispetto alla media dell’Eurozona.

4. Controlli sui capitali contro le politiche deflazioniste

Gli economisti sanno che esiste una sola soluzione logica a questo problema: qualche tipo di sanzione dovrebbe essere imposta ai paesi che usano la deflazione per aumentare il proprio surplus esterno.

In una prospettiva da “Piano A”, di riforma dei trattati Ue, sanzioni monetarie simili a quelle attualmente previste per i paesi con deficit di bilancio pubblico eccessivi potrebbero esser considerate. In sostanza, si tratterebbe di rendere l’attuale “Six Pack” più esteso e vincolante. Il problema è che un “Piano A” non sembra molto realistico, soprattutto nell’attuale fase storica.

Nella prospettiva più realistica di un “Piano B”, dunque, nel quale i trattati non sarebbero riformati e la zona Euro tenderebbe a deflagrare, quale tipo di sanzioni dovrebbero essere imposte ai paesi che, nonostante i loro ampi surplus delle partite correnti, adottassero ancora politiche deflazioniste? Io penso ci sia una sola risposta logica: deve esser possibile introdurre limiti alla libera circolazione dei capitali e forse anche dei beni da e verso quei paesi.

Questo significa, secondo me, che il ritorno a una sorta di SME dovrebbe essere combinato con la possibilità di imporre controlli di capitali da e verso i paesi che usino la deflazione per accumulare avanzi delle partite correnti. Vi prego di notare che questo tipo di soluzione ha riferimenti autorevoli. Tracce di essa si trovano nei contributi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui cosiddetti “labour standards”, e persino nello statuto del Fondo Monetario Internazionale. Io chiamo questa proposta “European Monetary Balanced Agreement” (EMBA), ma il nome non è importante. [6] Ciò che davvero conta è che tale soluzione potrebbe essere immediatamente adottata in maniera indipendente da parte di ciascun paese così come essere estesa passo ad accordi con altri paesi. Per questo la considero una soluzione più realistica di altre.

5. Contro l’onda nera della xenofobia

Nel Piano appena descritto vi è, implicita, quella che potremmo definire una “critica progressista” alla globalizzazione indiscriminata. Dal mio punto di vista, questa critica può rappresentare anche un modo per cercare di contrastare l’onda nera montante degli odierni neo-fascismi.

Su questo punto, lasciate che fornisca un esempio preciso. Mentre i nazionalisti xenofobi lottano per maggiori controlli sull’immigrazione, una rinnovata sinistra dovrebbe opporre a quest’onda nera l’alternativa dei controlli alla mobilità indiscriminata dei capitali da e verso i paesi che perseguano politiche di deflazione e di competizione al ribasso sui salari. Le forze di destra raccolgono consenso attraverso una facile battaglia contro l’immigrazione. Dovrebbe esser giunto il momento di proporre un’alternativa razionale e progressiva: arrestare i movimenti internazionali di capitali indiscriminati e deflazionistici.

6. Una critica alle caratteristiche più estreme del Mercato Unico Europeo

Concludendo, credo sia giunto il momento di superare un’incomprensione che per certi versi trova le sue origini in un’ingenua interpretazione del concetto di “’internazionalismo del lavoro”. Noi dovremmo chiarire a noi stessi che sostenere l’internazionalismo del lavoro non significa accettare una globalizzazione indiscriminata ma richiede piuttosto una continua organizzazione delle lotte sociali al fine di favorire uno sviluppo continuo, equilibrato e pacifico delle relazioni economiche tra nazioni.

Da questo punto di vista, la proposta di Lafontaine e di altri di un ritorno allo Sme è a mio avviso benvenuta. Ma se vogliamo davvero proporre un coerente “Piano B per l’Europa” allora dobbiamo esprimerci con estrema chiarezza sul punto: dobbiamo mettere in discussione non solo la Moneta unica europea ma anche le caratteristiche più estreme del Mercato unico europeo, a partire dalla libera mobilità dei capitali da e verso paesi orientati alla deflazione.

La globalizzazione capitalistica non è certo finita, ma sta attraversando una fase di crisi. I partiti di destra hanno notato questa tendenza e la sfruttano a loro vantaggio. Le forze di sinistra dovrebbero chiudere questo ritardo avanzando criticamente proposte internazionaliste adatte all’attuale complessa fase storica. Il ritorno a una sorta di Sistema Monetario Europeo con controllo sui capitali contro le politiche deflazioniste potrebbe costituire un’opzione coerente e razionale, nell’interesse dei lavoratori e della pace, in Europa e nel resto del mondo. Vi ringrazio.

Bibliografia

[1] Brancaccio, E. et al. (2013). The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 September; www.theeconomistswarning.com.
[2] Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, vol. 12, 3.
[3] “[…] In case no agreement could be reached, Greece should be offered swift negotiations on a time-out from the euro area, with possible debt restructuring.[…]”, The Eurogroup, 12 July 2015, 4 pm.
[4] Lafontaine, O. (2015). The European Monetary System (EMS): Let’s Develop a Plan B for Europe!, Global Research, September 23.
[5] Su questo vedasi Brancaccio, E., Fontana, G. (2015). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, advance access online, 29 October.
[6] L’idea dell’EMBA potrebbe essere vista come una generalizzazione della precedente proposta per “uno standard salariale europeo”: Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1. 

13 commenti su “Meglio le frontiere per i capitali che per le persone

  1. Necessaria quanto impossibile soluzione finché non ci sarà un potere espressione delle forze progressiste legate al movimento operaio in grado di sovvertire i rapporti di forza tra il Capitale e il Lavoro su scala europea. Invece si continua con palliativi, nella migliore delle ipotesi, quando non con misure liberiste che aggravano la situazione, aumentano gli squilibri e generano regressione sociale e identitaria.

  2. Brancaccio ottimo, come sempre. Pero’ e’ drammatico che lui debba faticare a spiegare l’abc a sinistra. Spero almeno che a Parigi abbiano qualche strumento in piu’ per capire quanto fondamentali sono gli argomenti che ha toccato.

  3. L’ha ribloggato su Pensieri provincialie ha commentato:
    “Mentre i nazionalisti xenofobi lottano per maggiori controlli sull’immigrazione, una rinnovata sinistra dovrebbe opporre a quest’onda nera l’alternativa dei controlli alla mobilità indiscriminata dei capitali da e verso i paesi che perseguano politiche di deflazione e di competizione al ribasso sui salari. Le forze di destra raccolgono consenso attraverso una facile battaglia contro l’immigrazione. Dovrebbe esser giunto il momento di proporre un’alternativa razionale e progressiva: arrestare i movimenti internazionali di capitali indiscriminati e deflazionistici.”

  4. […] passa necessariamente non solo attraverso la riforma della BCE, ma anche attraverso l’abbandono del dogma della libera circolazione dei capitali. In questo contesto, si possono individuare alcune ipotesi tra cui quella assegnare una […]

  5. […] passa necessariamente non solo attraverso la riforma della BCE, ma anche attraverso l’abbandono del dogma della libera circolazione dei capitali. In questo contesto, si possono individuare alcune ipotesi tra cui quella assegnare una […]

  6. […] passa necessariamente non solo attraverso la riforma della BCE, ma anche attraverso l’abbandono del dogma della libera circolazione dei capitali. In questo contesto, si possono individuare alcune ipotesi tra cui quella assegnare una […]

  7. Emiliano Brancaccio sarà pure un bravo economista ma sotto il profilo della cultura filosofico-politica e storiografica è molto carente. Non ha la minima consapevolezza del fatto che quanto egli afferma – “Nel Piano appena descritto vi è, implicita, quella che potremmo definire una ‘critica progressista’ alla globalizzazione indiscriminata. Dal mio punto di vista, questa critica può rappresentare anche un modo per cercare di contrastare l’onda nera montante degli odierni neo-fascismi” – non ha la minima consistenza, appunto, storico-filosofico-politica, perché i fascismi, che lui schematizza in giudizi precostituiti oltretutto basati sugli attuali populismi xenofobi, sfuggono alla schematizzazione “conservazione-progresso”, “destra-sinistra”. Il controllo dirigista dell’economia, compreso il controllo sui movimenti di capitale, in un quadro nazionale e di trasformazione sociale in senso modernizzante ed, alla fine dei conti, favorevole al lavoro, è stato storicamente inverato proprio dai regimi di statalismo sociale e nazionale, dei quali quella del New Deal di Roosevelt era una variante democratica. Gli esponenti di detti regimi, nella maggior parte provenienti dal socialismo e dal sindacalismo, avevano ben compreso che l’utopia anti-statalista di Marx (il quale sognava, appunto utopicamente, in compagnia di anarchici e liberisti, l’estinzione dell’Autorità Politica ossia dello Stato, sicché non a caso oggi gli anarco-liberisti, per i quali lo Stato dovrebbe essere smontato pezzo a pezzo, si dichiarano, coerentemente, marxiani) non aveva alcun futuro. Ed avevano compreso, soprattutto, che senza lo Stato che interviene in economia, trasformandosi in Stato sociale, il lavoro non avrebbe mai potuto porsi su un piano di eguaglianza giuridica, contrattuale e sociale con il capitale. E’ stata la globalizzazione, destrutturando lo Stato nazionale, a permettere al capitale, in particolare a quello finanziario, di riprendere il sopravvento, dopo che dagli anni ’30 erano state gradualmente poste le basi di uno Stato nazionale e sociale, connotato da politiche “keynesiane”, dimostratosi per sessantanni capace di controllarlo e di mettergli la museruola.
    A Brancaccio, per favore, fate leggere cose come questa che vi posto qui sotto.
    Antonio

    SOVRANISTI ED EUROPEISTI: DIBATTITO A SINISTRA.
    Luigi Copertino 15 maggio 2015

    All’interno della sinistra di matrice keynesiana è attualmente in corso un acceso dibattito tra “sovranisti” ed “europeisti” che vede da un lato i sostenitori della sovranità monetaria nazionale, il cui obiettivo è l’uscita ragionata e controllata dall’euro, e dall’altro lato i sostenitori della moneta europea, e del sistema di cambio fisso che essa comporta, ma da riformare secondo un approccio “brettonwoodiano” per il quale la moneta unica dovrebbe diventare moneta comune legata alle monete nazionali (euro-lira, euro-peseta, euro-franco, euro-marco, etc.) con un rapporto di cambio fisso però oscillante all’interno di una fascia di flessibilità concordata.
    Visto sotto un profilo filosofico-politico e storico il dibattito in questione assume il volto della controversia tra “nazionalisti” e “(con)federalisti” e suggerisce, per l’appunto, alcune considerazioni storico-filosofico-politiche.
    Il nemico di entrambi detti schieramenti, interni alla sinistra, è l’attuale sistema eurocratico a trazione tedesca. Un sistema che ha le sue radici nell’ordoliberalismo o, secondo alcuni, nell’applicazione che dei postulati di detta scuola avrebbe malamente fatto la Germania liberalconservatrice. Per ordoliberalismo deve intendersi un (neo)liberismo radicale, di matrice mercantilista, unito ad un rigido controllo statale sul rispetto dei postulati del paradigma economico liberale di mercato, ad iniziare dal pareggio dei bilanci pubblici, “consacrati” nella stessa carta fondamentale dello Stato ossia la Costituzione.
    Un dibattito come quello di cui sopra non è affatto nuovo nella storia della sinistra. Un suo antecedente immediato è l’analogo dibattito che divise la sinistra europea a cavallo tra XIX e XX secolo tra “socialisti nazionali” e “socialisti internazionalisti” e che in Italia, nel 1914/15, assunse il volto dello scontro politico tra “interventisti” e “neutralisti”.
    Al momento del profilarsi della Grande Guerra il mito internazionalista del marxismo, a dispetto della presunta unità transnazionale di classe del proletariato, ebbe una totale smentita dall’adesione dei diversi partiti socialisti europei alle rivendicazioni, anche economiche, delle rispettive nazioni. Se la socialdemocrazia tedesca aderì, perfino entusiasticamente, alla guerra del Kaiser in difesa della kultur nazionale germanica contro le democrazie borghesi occidentali, il partito socialista francese non disdegnò la sirena del revanscismo per l’Alsazia-Lorena fino ad aprire alla collaborazione di classe con la borghesia nazionale per l’avanzamento sociale del proletariato, in nome dell’ideologia “produttivista”, ossia dell’unità tra tutti i produttori, imprenditori ed operai, che più tardi Mussolini avrebbe ripreso quale bandiera del primo fascismo socialista. Una analoga adesione alle ragioni nazionali ed antitedesche del proprio Paese manifestò il Labour Party, già di per sé ben inserito, quale ala riformista, nel sistema istituzionale parlamentare inglese.
    In quei frangenti storici forse solo in Italia la sinistra non fu compatta nell’aderire alla guerra nazionale suddividendosi tra la corrente interventista, che nella guerra nazionale vedeva l’occasione per una trasformazione rivoluzionaria anche in senso classista ossia antiborghese della nazione, e quella neutralista, che si opponeva alla avventura bellica in nome del rifiuto internazionalista a combattere la guerra delle borghesie nazionali (1).
    Nel primo dopoguerra proprio in Italia e, successivamente, in Germania, benché l’una nazione vincitrice e l’altra nazione sconfitta, la sinistra socialista nazionale riuscì a conquistare il potere, mediante un parziale compromesso con le forze conservatrici, instaurando regimi autoritari/totalitari caratterizzati da una forte connotazione di massa, modernizzatrice e di avanzata trasformazione interclassista della nazione, non sempre e non comunque favorevole al capitale finanziario-industriale.
    Sovranità monetaria, pubblicizzazione o nazionalizzazione della banca centrale, protezionismo (con tanto di surrogati per le merci di importazione), intervento “keynesiano” dello Stato in economia attraverso l’IRI, l’IMI e l’Agip (l’antesignana dell’ENI di Enrico Mattei) – tutte riforme che poi aprirono la strada al decollo economico del secondo dopoguerra – caratterizzarono, infatti, le politiche attuate, dopo il 1929, dal fascismo in Italia, per rispondere alla crisi. Non per caso, dunque, Franklin Delano Roosevelt inviava i suoi tecnici in Italia per imparare dal regime fascista come lo Stato potesse intervenire e pianificare l’economia in senso dirigista. Solo chi non conosce le radici socialiste, in quei frangenti tornate a riaffiorare, del fascismo (che rappresentò una forma di democrazia autoritaria giacobina, dal forte consenso di massa) può non rendersi conto che anche Keynes, quando indicava quale fattore da privilegiare nelle politiche economiche la domanda aggregata “interna”, era figlio del suo tempo, ossia del tempo nel quale lo Stato nazionale ottocentesco stava trasformandosi nello Stato sociale novecentesco.
    Se questa trasformazione ebbe connotati democratici in America (tuttavia Roosevelt fu un inflessibile decisionista che ruppe con la tradizione conservatrice americana, tanto è vero che entrò in forte contrasto con la Corte Suprema roccaforte del conservatorismo liberale) altrove la medesima trasformazione, per ragioni storiche e nazionali, seguì appunto la via della mobilitazione di massa attuata dai regimi dirigisti di tipo fascista, ispirati al mix ideologico, “eterodosso” rispetto alle matrici originarie, di socialismo e nazionalismo.
    Quando, nel dibattito attualmente interno alla sinistra keynesiana, un Sergio Cesaratto confronta l’illusorio internazionalismo di Marx (l’unità mondiale l’ha realizzata il capitale, in particolare quello finanziario, non i proletari) con il realismo dell’economia politica dirigista e nazionale proposta da Friederich List, fino a definire l’europeismo come un errore storico della sinistra, non fa altro che, forse senza neanche rendersene conto, ammettere le ragioni di quello Stato nazionale e sociale considerato “fascista” dalla sinistra marxista proprio perché capace di comporre nazionalmente il conflitto sociale (2). Lo stesso Cesaratto non esita, infatti, a simpatizzare apertamente con l’attuale neoperonismo argentino, quello della Kirchner, erede di quell’esperimento di socialismo nazionale che fu il peronismo anni ’40, quasi contemporaneo del socialismo nazionale arabo di Nasser.
    Quando un Alberto Bagnai, anche apprezzando le posizioni nazionali di un liberale come Ernesto Galli Della Loggia, rivendica allo Stato nazionale la sovranità sul cambio, in base alla, per altro veritiera, motivazione per la quale storicamente la classe lavoratrice ha ottenuto notevoli progressi sociali soltanto nella cornice istituzionale dello Stato nazionale, non fa altro, forse con maggiore consapevolezza di altri (3), che difendere e, soprattutto, unire insieme Classe e Nazione esattamente come fecero i settori “nazionalisti” del socialismo all’inizio del secolo scorso. Bagnai, dunque, ritiene una necessità attuale far ricorso alla stessa “politica autarchica” degli anni ’30. Infatti, in quel periodo storico, autarchica, nel senso della priorità della domanda interna a sfavore delle importazioni, non fu solo la politica economica del fascismo italiano ma anche il New Deal americano.
    Ora, ci sembra che nelle discussioni come quella in atto a sinistra, tra “sovranisti”, “europeisti” ed addirittura “globalisti”, venga al pettine l’irrisolto nodo politico e storico della sinistra medesima: perorare ancora l’internazionalismo, oggi il globalismo, oppure difendere il lavoro dentro lo e con lo Stato che, per sua natura e storia, è la forma politica moderna della Nazione?
    Torniamo, quindi, come si diceva, esattamente allo stesso dibattito che animò la sinistra europea, a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, sospesa, come era, tra massimalismo rivoluzionario (la cui punta avanzata era nel sindacalismo rivoluzionario, poi confluito nel “fascismo di sinistra”) e riformismo alla Turati. I socialisti massimalisti finirono per incontrarsi con la Nazione e videro nella prima guerra mondiale l’occasione storica per la trasformazione sociale, modernizzatrice, dei rispettivi Paesi. Non a caso, come detto, i socialisti francesi e la socialdemocrazia tedesca finirono per scendere in campo a favore della guerra. Non a caso, bisogna aggiungere, Lenin, alludendo a Mussolini, rimproverò i comunisti, esuli nel 1924 in Urss, per essersi lasciati sfuggire l’unico socialista capace di fare la rivoluzione in Italia (4).
    Altri, cruciali, tempi, senza dubbio. La storia non si ripete mai identica a sé stessa. Però spesso idee e dibattiti, quelli sì, tendono a riproporsi in forme neanche tanto dissimili. Appunto, come accade ora all’interno della sinistra tra “europeisti/globalisti” e “sovranisti”. Chi vincerà? Ai posteri l’ardua sentenza …

    Luigi Copertino

    NOTE
    1) Questa suddivisione non fu propria della sola sinistra ma coinvolse anche i cattolici ed i liberali. Infatti alcuni settori del mondo cattolico, tra i cui esponenti di rilievo va in quelle circostanze annoverato anche don Luigi Sturzo, operavano già da tempo per il superamento del “non expedit” e quindi per un riavvicinamento tra Chiesa e Stato liberale nato dal Risorgimento. Questo comportava per i cattolici, impegnati in tal senso, una prudente e comunque sempre parziale accettazione di una certa “nazionalizzazione ecclesiale” tale da presentare la porzione italiana della Chiesa universale quale fedele allo Stato unitario ed alle sue leggi, a condizione però che quest’ultimo revocasse la legislazione e la prassi anticristiana, di matrice liberal-massonica, con cui aveva, unilateralmente, creduto di risolvere il problema religioso. Il ripristino dei cappellani militari nel regio esercito e l’appoggio, perfino entusiastico, di parte del mondo cattolico alla guerra di Libia del 1911 (Sturzo in quell’occasione scrisse articoli “infuocati” di passione nazionale) furono segni del riavvicinamento in atto, che più tardi sfocerà nella Conciliazione del 1929. Sicché se ufficialmente la Chiesa, al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, mantenne, doverosamente, una posizione neutrale e super partes, e lo stesso Benedetto XV denunciava l’“inutile strage” per il disappunto dei belligeranti ed in particolare dell’Italia che impose alla Conferenza di Pace l’allontanamento della delegazione vaticana, d’altro canto molti settori cattolici appoggiarono, più o meno apertamente, la “patria in armi” magari anche con pretesti confessionali (benché questi, mentre potevano essere fatti valere contro il Reich Guglielmino, in parte protestante, non potevano esserlo contro l’Austria-Ungheria nostra diretta avversaria sui campi di battaglia). Anche i liberali dovettero scegliere tra la fedeltà sabauda alla causa nazionale, di cui il primo conflitto mondiale costituiva in tale ottica la “quarta guerra di indipendenza”, e il più generale, ed anche generico, pacifismo umanitario di matrice liberal-cosmopolita. La maggior parte di essi preferirono la fedeltà sabauda nazionale.
    2) S. Cesaratto “Fra Marx e List – sinistra, nazione, solidarietà internazionale” sul blog personale dell’autore “Politica&EconomiaBlog” ora disponibile anche sul sito http://www.sinistrainrete.it.
    3) Per constatare detta consapevolezza invitiamo alla lettura della sferzante e realistica critica che A. Bagnai fa a coloro che si illudono sul globalismo, benché di segno terzomondista, in goofynomics.it “Il troskista ed il vandeano” 14.03.2012.
    4) Lenin, che era stato esule per anni in Svizzera, aveva avuto notizie, dalla socialista rivoluzionaria ebrea Angelica Balabanoff amica, forse amante, e collaboratrice del futuro Duce, circa il giovane socialista rivoluzionario Benito Mussolini anche lui esule, per motivi politici, nella Confederazione Elvetica negli stessi anni nei quali il capo del bolscevismo russo vi soggiornava pur senza incontrarlo di persona. D’altro canto è nota l’ammirazione di Lenin per il D’Annunzio dell’impresa fiumana che fu caratterizzata dal tentativo di instaurare nella città istriana una repubblica democratica e socialista fortemente sbilanciata a sinistra, benché i primi seguaci del Poeta pescarese fossero nazionalisti irredentisti. A questi, però, ben presto si aggiunsero repubblicani e socialisti mazziniani, come Alceste De Ambris, e sindacalisti rivoluzionari che portarono l’esperimento verso posizioni apertamente di sinistra. Alceste De Ambris fu l’elaboratore della “Carta del Carnaro”, la Costituzione del Libero Stato di Fiume, poi ritoccata in senso più aulico da D’Annunzio in persona, la quale, anticipando di decenni altri testi costituzionali compreso quello attuale della Repubblica italiana, introduceva concetti come quelli della “funzione sociale della proprietà”, della presenza statuale e sindacale in campo economico nonché del forte autonomismo comunale, su un modello “neomedioevale” condiviso con diversi esponenti del sindacalismo rivoluzionario italiano quali Sergio Panunzio. Fu per questi caratteri socialisti assunti dall’“impresa dannunziana” che Lenin inviò presso il Vate il proprio commissario Cicerin nella speranza di fare di Fiume una città rivoluzionaria internazionale dalla quale far partire l’incendio della rivoluzione mondiale. Sui rapporti tra Lenin, Mussolini e D’Annunzio si vedano gli studi di Renzo De Felice nella sua monumentale biografia di Mussolini edita per Einaudi.

    da blondet&friends

  8. @Antonio, se i tentativi di rilegittimazione di voi fascisti di riducono a queste tue stroppole possiamo ancora dormire sonni tranquilli. Quanto alla misura della vastità di conoscenze di Emiliano, lascia perdere, non è pane per i tuoi denti. Roberto

  9. Caro Rob,
    quelle che tu definisci stroppole sono la sintesi giornalistica del punto di arrivo della più moderna storiografia contemporaneistica. Qualche nome: Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Gino Germani, Emilio Gentile, Marco Tarchi, George Mosse, Ernst Nolte, ed altri ancora. Si tratta di storici appartenenti ad aree culturali e politiche tra le più svariate. Tra essi ci sono liberali, socialisti, conservatori e persino – giusto per far comprendere che fare ricerca storica prescinde dalla proprie appartenenze, anche da quelle etniche o religiose – ebrei. Non è la “tigna ideologica” che può sancire il rigore storiografico di una ricerca. Al contrario, un bell’approccio interdisciplinare tra storiografia e scienza economica non sarebbe male. Ma bisogna avere, dall’una e dall’altra parte, l’umiltà di accettare anche prospettive diverse da quanto suggerisce il proprio percorso intellettuale.
    Cari saluti.

    Antonio

    PS = per tua informazione lo scrivente non è “fascista” ma un dottorando in storia contemporanea.

  10. Uno studentello che critica Brancaccio citando Bagnai? Questa è davvero divertente, si vede che è l’ultimo arrivato… Sulle basi teoriche dell’anti-fascismo di Brancaccio, per chi vuole leggere cose un po’ più serie e fondate c’è questa intervista recente, molto interessante:

    http://www.emilianobrancaccio.it/2016/02/19/crisi-centralizzazione-del-capitale-e-nuovo-internazionalismo-del-lavoro-intervista-a-emiliano-brancaccio/

    • “Basi teoriche” del tutto inconsistenti sotto il profilo delle “dinamiche storiche”, che non sono determinate solo dall’economia (riduzionismo incapace di spiegare la complessità del reale). Bagnai? Sembra che sia citato anche Cesaratto, o no? Per non parlare dell’elenco di storici contemporaneisti con i quali anche Brancaccio, quando esce dal campo delle sue strette competenze di economista, ha il dovere scientifico di confrontarsi interdisciplinarmente.

      Antonio

      • Ecco, bravo, ora che hai buttato la palla fuori campo corri a riprenderla e fatti pure una passeggiata, che di marxismo si vede che non capisci una mazza.

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