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I conti in tasca al jobs act di Renzi

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Per dare davvero un assegno a tutti quelli che hanno perso il lavoro servono almeno 18 miliardi. Dove trovarli, se non si vuole aprire la guerra per una redistribuzione tra poveri?

di Nicolò Cavalli da Thinking Pagina 99

“Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”, ha detto domenica Renzi al Corriere della Sera. “Nella prima casella si indica la cosa da fare, nella seconda i tempi in cui la si fa, nella terza il responsabile che la fa.” Diretto. Semplice. Eppure anche la vita in Excel può essere complicata. A dimostrarlo le simulazioni di Pagina99 sul Jobs Act, annunciato nei suoi punti fondamentali nella E-News l’8 gennaio. Una delle proposte portanti del Jobs Act renziano è il sussidio universale di disocccupazione. Quanto costa? I nostri calcoli si basano su tre possibili ipotesi sulla forma che potrebbe prendere tale assegno: 1) un sussidio unico destinato solo a disoccupati ex-dipendenti che hanno perso il lavoro da meno di un anno 2) un assegno con copertura maggiore, destinato a tutti quelli che hanno perso il lavoro e ne cercano un altro (chiameremo questa la proposta Renzi, poiché pare la più vicina alle intenzioni del segretario del Pd); 3) un sostegno ancora più esteso, che comprende anche le persone in cerca di prima occupazione (ipotesi reddito minimo). Alle attuali condizioni della disoccupazione, la  proposta Renzi  costerebbe 18 miliardi di euro – 9 in più della spesa attuale per ammortizzatori sociali a carico del bilancio pubblico. Una cifra che potrebbe richiedere, in assenza di una rimodulazione del carico contributivo, la cancellazione o una radicale riduzione di tutti gli attuali strumenti di ammortizzatori sociali, compresa la Cassa integrazione.

I nostri calcoli sono qui (nota a margine, abbiamo usato anche Stata):

Gli ammortizzatori in Italia: frammentati e inefficienti

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura. Sembra Dante eppure è l’esperienza che un lavoratore o una lavoratrice in Italia si trova ad affrontare ogni qual volta rischia di perdere il proprio posto. Cigs, Cigo, cassa in deroga, Aspi, mini-Aspi, indennità di mobilità, assegni di disoccupazione ordinaria e ridotta. Requisiti minimi, contributi figurativi, 52 settimane o 78 giorni. E’ ampissima la varietà di strumenti che costituisce il sistema degli ammortizzatori sociali. Così come la loro inefficienza: non solamente i sussidi italiani sono tra i più bassi d’Europa ma, secondo stime di Bankitalia, per il modo in cui i requisiti d’accesso sono impostati, nel 2010 erano oltre 1,6 milioni i disoccupati che non avevano alcuna forma di sostegno al reddito.

Basandosi su dati Isfol-Plus e Inps, l’economista Michele Raitano ha stimato per la Cgil  che il 13,7 e il 48% dei dipendenti rispettivamente a tempo indeterminato e determinato non ha diritto alla tutela ordinaria (l’attuale Aspi, introdotta dalla riforma Fornero) e che, tra questi, solo il 16 e il 21,3% può accedere a quella ridotta o mini-Aspi. Questo significa che, con i 3,2 milioni di disoccupati odierni e applicando queste percentuali alla quota di disoccupati in base al tipo di contratto precedente, il numero di persone in cerca di lavoro senza alcuna forma di sostegno al reddito si aggira oggi verosimilmente attorno agli 1,8 milioni (oltre 2 se si prendono in considerazione anche i giovani in cerca di prima occupazione). Questo implica, a sua volta, che poco meno della metà degli attuali beneficiari di sussidi (erano in totale 2,2 milioni nel 2012) sono inattivi – cioè non stanno cercando lavoro perché scoraggiati. Così, mentre le fasce di lavoratori più deboli sono anche quelle più scoperte nelle fasi di disoccupazione, esiste una platea di persone disincentivata alla ricerca di un nuovo lavoro.

Le proposte di riforma

E’ chiaro dunque che un sistema così frammentato e inefficiente richiede una profonda razionalizzazione. La proposta contenuta nel Jobs Act di Renzi, annunciato nei suoi elementi fondamentali nella E-News che il sindaco di Firenze ha fatto circolare mercoledì 8 gennaio, comprende un “assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.” Sono tanti i nodi della proposta. Dagli ambienti del partito vicini al segretario fanno notare che quello di Renzi era solo l’inizio di una discussione che si prevede lunga, mentre un team di economisti sta lavorando sui dettagli più tecnici del Jobs Act. Eppure, a Pagina99 risulta che queste commissioni non siano ancora state costituite. E la direzione di oggi del Pd, in cui si sarebbe dovuto parlare delle riforme targate Matteo Renzi, rischia di essere travolta da temi di cabotaggio politico: dal caso Nunzia De Girolamo all’indagine sul responsabile welfare Matteo Faraone fino alla legge elettorale.

Prima di Renzi, nella direzione di un sussidio unico di disoccupazione si sono mosse altre ipotesi di riforma. Una, targata Tito Boeri e Pietro Garibaldi, rappresenta il prototipo seguito dal team economico del Pd. Si tratta di un assegno a tutti i disoccupati per due anni, indipendentemente dal tipo di contratto, che parte dal 65% del precedente stipendio per i primi sei mesi, con décalage al 55% tra il settimo e il diciottesimo mese e a 500 euro mensili (l’assegno minimo, garantito a tutti) fino al ventiquattresimo mese di disoccupazione. In un articolo del 2009 su lavoce.info, i due economisti calcolano che, a regime, un sistema del genere costerebbe 15,5 miliardi di euro con l’8% di disoccupazione e un sussidio medio di 750 euro mensili. Sostituendosi a tutti i sussidi esistenti (eccezion fatta per la Cassa integrazione ordinaria) il costo netto sarebbe stato di 6,5 miliardi. Boeri e Garibaldi propongono di finanziare il sussidio fissando un contributo pari al 3,3 per cento della retribuzione su tutti i lavoratori dipendenti. Eppure, già nei calcoli dei due economisti, una disoccupazione al 10% avrebbe richiesto un costo totale di 19 miliardi di euro – 7,5 a carico della fiscalità generale. E con una disoccupazione, come quella di oggi, al 12,7%? Le stime di Pagina99 conducono a considerare che, oggi, la proposta di sussidio Boeri-Garibaldi costerebbe oltre 24 miliardi di euro.

I costi della proposta-Renzi

E’ dunque probabile che gli economisti vicini a Renzi si orienteranno per una proposta diversa. Nello scenario di base stimato da Pagina99, il sussidio di disoccupazione è semplicemente un assegno che copre una percentuale (il 65%) del precedente stipendio senza décalage, con la possibilità di introdurre un sussidio minimo di 500 euro al mese per tutti i disoccupati attivi sotto quella soglia – compresi quelli di lungo periodo (cioè disoccupati da più di un anno). Applicando alla forza lavoro dell’ultima rilevazione Istat (25.545.000 persone) il tasso di disoccupazione del 12,7% registrato nel novembre 2013 si ottiene che, in Italia, ci sono oggi 3.244.215 di disoccupati. Tra questi, la maggioranza relativa aveva in precedenza un contratto di lavoro a tempo determinato. A partire dalla composizione della disoccupazione per precedente contratto, abbiamo ottenuto una stima della media ponderata della retribuzione di un disoccupato pari a 16mila euro annuali lordi – per un sussidio medio pari a 10mila euro lordi all’anno (poco meno di 800 euro netti al mese).

Utilizzando dati Eurostat, abbiamo inoltre differenziato lo stock di disoccupati per durata (ovviando in questo modo al problema della ricostruzione dei flussi) assumendo che, all’interno di ogni categoria, i disoccupati sono distribuiti normalmente. Questo ci ha permesso di calcolare quanti mesi di sussidio ognuna delle categorie riceve in un anno (ad esempio, l’11,9% dei disoccupati lo è da più di un mese e meno di tre mesi: questi riceveranno 9,5 mesi di sussidio in un anno) e quindi il costo totale effettivo. E’ a questo punto che abbiamo differenziato tre possibili articolazioni del sussidio in base alla platea che potrà accedervi.

La prima ipotesi, che abbiamo denominato “sussidio unico”, esclude tutti coloro che sono disoccupati da più di un anno (il 53% del totale) e i giovani in cerca di prima occupazione. Si tratterebbe di fatto di una razionalizzazione degli attuali strumenti di ammortizzazione sociale e il suo costo, nel 2013, sarebbe stato pari a circa 9 miliardi. Questa ipotesi lascerebbe tuttavia scoperti quasi 2 milioni di disoccupati, senza dunque portare alcun miglioramento marginale al numero di beneficiari odierno nonostante l’esclusione degli inattivi oggi beneficiari dai sussidi. La seconda ipotesi, che chiamiamo “proposta Renzi”, include invece tutti i disoccupati (esclusi i giovani in cerca di prima occupazione): di conseguenza il costo  sale sensibilmente, fino a 18 miliardi di euro per coprire oltre 2,9 milioni di disoccupati (il 92% del totale). E’ questa probabilmente la proposta più vicina all’idea del segretario del Pd. Trasformando infine il sussidio in un “reddito minimo” – applicando cioè ai giovani in cerca di prima occupazione l’assegno minimo di 500 euro mensili – il costo sale ulteriormente a 20 miliardi.

E le coperture?

Le stime appena mostrate segnalano come la proposta di Renzi abbia innanzitutto un problema di copertura. Come ricavare i 18 miliardi che servirebbero? Superando le attuali forme di sussidio a esclusione della Cassa integrazione la fiscalità generale potrebbe ricavare, sulla base dei dati Inps del 2012, almeno 9 miliardi. Cioè solo la metà del costo totale della proposta. Come trovare gli altri? Renzi ha dichiarato esplicitamente che tutti i suoi sforzi sono volti ad abbattere il cuneo fiscale, quindi la proposta Boeri-Garibaldi di alzare i contributi fiscali sul lavoro dipendente va esclusa.

Un’altra ipotesi, circolata negli ambienti vicini al partito, è quella dell’azzeramento dei trasferimenti alle varie forme di Cassa integrazione: per lo stato si è trattato nel 2012 di un esborso di 3,4 miliardi di euro – per un risparmio totale di 13 miliardi. La criticità legata a una ipotesi di questo tipo è legata al fatto che la Cig non è un sussidio di disoccupazione ma uno strumento assicurativo nei confronti di cali temporanei della domanda di lavoro. Poiché risponde a una ratio diversa, in paesi come la Germania la cassa integrazione (kurzarbeit) convive al fianco del sussidio di disoccupazione.

Eppure, anche decidendo di eliminare i sostegni alla cassa integrazione confinandone il finanziamento a rapporti tra privati, mancherebbero ancora 5 miliardi all’appello. Per trovarli senza ricorrere alla fiscalità generale o ai contributi sul lavoro dipendente rimane l’opzione di intervenire sul delicato tema dei contributi figurativi. Questi sono contributi accreditati dall’Inps sul conto del lavoratore durante le interruzioni o le riduzione dell’attività lavorativa, cioè quando non c’è stato il versamento dei contributi obbligatori da parte del datore di lavoro.

Nel 2012, ammontavano a 5,6 miliardi per la disoccupazione, 1,2 miliardi per la mobilità e 2,8 miliardi per la Cassa integrazione (814 milioni per la Cigo, 1,2 per la Cigs e 804 milioni per la cassa in deroga). Si tratterebbe di una redistribuzione tra poveri. Cosa succederebbe se, davvero, Matteo Renzi seguisse questa strada?

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19 commenti su “I conti in tasca al jobs act di Renzi

  1. Ma quando dovremo tagliare 900 mld di spesa pubblica per abbassare il rapporto debito/pil, cosa faremo di queste belle misure ?

    • il debito/pil lo abbatti agendo sul pil non agendo sulla spesa. A meno che tu non intenda una bella bce acquirente residuale all’emissione vero motivo della spesa pubblica totale. (Quella rpimaria infattiè bassa)

  2. Vorrei segnale due piccoli refusia questo interessante articolo:
    “1) un sussidio unico destinato solo a disoccupati ex-dipendenti che hanno perso il lavoro da più di un anno”
    contrasta con la figura “..da meno di un anno”

    e poi
    “sussidio medio pari a 10mila euro mensili lordi”
    dovrebbe essere annuale

    • ci sono oggi 3.244.15 di disoccupati…..qui manca un 2..(.3244215)DOVREBBE ESSERE il numero dei disoccupati poi come dice la signora piera 10.000euro dovrebbe essere annui e qui vorrei sapere come fanno ad essere 800 euro netti visto che 800per 12 fanno 9600 possibile che sarebbero tassati solo di 400 euro anni meno di 35 euro mensili inoltre la cosa piu importante è che comunque la guerra di redistribuzione in ogni caso si aprirebbe in quanto sarebbe solo una coperta che si sposta da una parte all,altra. con vantaggi per alcuni ed ulteriori svantaggi per altri. piu che una riforma qui mi sembra che si spoglia maria per coprire la madonna

  3. Una domanda:
    ma un lavoratore a partita iva da tutte queste ipotesi è fuori?
    perchè anche questa volta è assimilato ad un imprenditore?

  4. Solo controllando che i prezzi acquisto dei beni da parte della P.A. siano quellli fissati dalla Consip si potrebbe risparmiare una cifra molto superiore (mi fido di quello che ha scritto recentemente Gustavo Piga su “Panorama”).

    Il sussidio farebbe ripartire l’economia (circa un punto di Pil e ottimo effetto moltiplicatore keynesiano), sferrando duri colpi a economia sommersa e crimine organizzato, rafforzando le istituzioni (dalla famiglia ai sistemi scolastico, giudiziario, sanitario, politico, dai Comuni alle associazioni di scopo). Ne avrebbero o ne avremmo tutti da guadagnare, ma specialmente chi si gode la vita da una posizione privilegiata.

    Varrebbe quindi la pena di ricorrere, eventualmente, anche ad altre misure, espressamente mirate a colpire le posizioni elevate e ridurre le disuguaglianze sociali, misure che, del resto, sono comunque gia’ sul tavolo. Come l’ulteriore tassazione dei redditi piu’ elevati – come ha fatto la Svizzera recentemente proprio a questo scopo – magari in via temporanea, avendo l’Italia un coefficiente Gini secondo in Europa solo alla Gran Bretagna, e dei profitti d’impresa, magari quando superano un certo livello quantitativo. Per esempio, il ritorno dell’investimento al 250% in otto anni vantato da Terna, a prescindere dal fatto che gli azionisti siano pubblici o privati, ma specialmente trattandosi di un monopolista, potrebbe essere oggetto di interventi specifici – non su Terna, ovviamente, ma sulle aliquote applicate oltre una certa soglia (“excess profit tax”).

    • Non è il sussidio a dare domanda aggregata e flessibilità.
      Il sussidio a tempo è la base del precariato. (Magari riduce un pochino ma tale rimane).
      I pilastri della FLEX SECURITY keynesiana è il REDDITO MINIMO:
      1) Reddito minimo GARANTITO perchè sai che puoi sempre consumare. Quindi accetti di buon grado anche lavori non definitivi. Anche una vita di lavori a tempo. Peraltro molto più salutare che sposarsi a datori e colleghi spesso (…).
      2) Politiche attive per lavoro (investimenti in settori produttivi anche nel medio, anche sblocco concorsi.
      3) Flessibilità (è anche troppa).
      4) Riprofessionalizzazione e riconversione aziende.

      IN TUTTO IL MONDO CIO’ CHE SEPARA PRECARIATO DA FLESSIBILITA’ è LA PRESENZA DI UN REDDITO MINIMO (WORKFARE O WELFARE CHE SIA).
      Questo si evince sia dalla situazione estera che dai lavori di Biagi, Bronzini e dagli effetti di contrasto alla povertà, censiti su base statistica, nei paesi bassi, Danimarca e Irlanda (i posti dove la povertà viene incisa).
      Era previsto anche dal libro bianco del lavoro di Biagi (la legge Biagi non era il lavoro di Biagi).

      Marco m5s

      • Io sostiuirei il reddito minimo col concetto di Lavoro Minimo Garantito a vita, che è più forte e in linea con la nostra costituzione: se vuoi un reddito minimo te lo devi cmq guadagnare e deve in ultima istanza essere anche lo stato a garantirtelo. In più credo che tutte le belle riforme di cui si parla, se non si insite sul lavoro minimo in cambio di sussidio non verrebbero accettate dagli italiani medi già occupati (che ciò sia giusto, incivile o altro non lo discuto qui). L’unica eccezione che farei: reddito garantito senza lavoro solo se hai i requisiti e frequenti attivamente seri corsi di (ri)qualificazione professionale.
        Inserendo il concetto di LMG si può anche pretendere che il disoccupato qualificato (specie se diplomato o laureato) vada a fare un lavoro (per guadagnarsi il reddito minimo) che sia più in linea con le sue capacità (quindi un lavoro non strettamente manuale e non perchè si deve essere più comprensivi con loro, ma solo per evitare che si sprechino competenze che cmq si spera abbiano acquisito a scuola o nella sia pur modesta – per alcuni- vita lavorativa).

      • RISPONDO IN MAIUSC PER FAR PRIMA VISTA L’ORA: <<Io sostiuirei il reddito minimo col concetto di Lavoro Minimo Garantito a vita, che è più forte e in linea con la nostra costituzione……FALSO IL REDDITO MINIMO NON è PER NIENTE CONTRARIO ALLA COSTITUZIONE. ADESSO PERCHE' LO HA DETTO SCAZZANDO IL SIGNOR "NON HO MAI LAVORATO RENZI" NON E' CHE ALLORA DEBBA ESSER PRESO COME ORO COLATO..ANZI.. : se vuoi un reddito minimo te lo devi cmq guadagnare FALSO. LO DICE LEI!IN BASE A COSA? HA MAI LETTO QUALCOSA SUL CONCETTO DI REDDITO MINIMO?LA SUA è UNA POSIZIONE IDEOLOGICA.LA PENSA COSI' PERCHè A NASO LO TROVA GIUSTO. LO HA CAPITO IL MOTIVO PERCHè ALL'ESTERO C'è? LO SA CHE PER DARE UN LAVORO MINIMO GARANTITO LO STATO DIVENTA PRESSOCHE' SOCIALISTA? LO SA CHE IN TAL CASO (COME DICE LA MMT) LO STATO POI DOVREBBE SCEGLIERE TRA UNA MAGGIORE IMPOSIZIONE FISCALE O DEI TITOLI DI STATO AD ALTISSIMO RENDIMENTO CHE FINIREBBERO PER FAVORIRE LE RENDITE? DI POSIZIONE e deve in ultima istanza essere anche lo stato a garantirtelo. In più credo (APPUNTO è UNA SUA IDEA…VISTO CHE LA PENSA COSI' LA INVITO A LEGGERE "REDDITO DA CITTADINANZA DI ERNESTO BRONZINI CHE SPECIFICA SUBITO CHE LA SUA TRATTAZIONE è SUL REDDITO MINIMO NON SU QUELLO DI CITTADINANZA"che tutte le belle riforme di cui si parla, (QUALI?)se non si insite sul lavoro minimo (DI NUOVO è LA S U A POSIZIONE) in cambio di sussidio (VEDE?LEI PARLA GIA' DI SUSSIDIO CHE è UN'ALTRA COSA DAL REDDITO MINIMO E CHE è ANCHE UNA TERMINOLOGIA SPREGIATIVA IN LINEA COL PENSIERO DOMINANTE NEOLIBERISTA CHE HA PORTATO SOLO CATASTROFI) non verrebbero accettate dagli italiani medi già occupati (che ciò sia giusto, incivile o altro non lo discuto qui). L’unica eccezione che farei: reddito garantito senza lavoro solo se hai i requisiti (QUALI MI SCUSI?) e frequenti attivamente seri corsi di (ri)qualificazione professionale. (QUESTO HA GIA' UN SENSO MA SI VEDE CHE HA STUDIATO, ANZI FORSE SOLO ASCOLTATO, SOLO UNA CAMPANELLA…SI INSERISCE NEL QUADRO DEL WORKFARE)
        Inserendo il concetto di LMG si può anche pretendere che il disoccupato qualificato (specie se diplomato o laureato) vada a fare un lavoro (per guadagnarsi il reddito minimo) che sia più in linea con le sue capacità (quindi un lavoro non strettamente manuale e non perchè si deve essere più comprensivi con loro, ma solo per evitare che si sprechino competenze che cmq si spera abbiano acquisito a scuola o nella sia pur modesta – per alcuni- vita lavorativa). COL REDDITO MINIMO WORKFARE AVVIENE PROPRIO QUESTO E LO TROVO SACROSANTO. LEGGA BRONZINI POI NE RIPARLIAMO.

      • Ti rispondo qui perchè sotto non appare il tasto “replica”.
        Se parli di questo:
        http://it.paperblog.com/il-reddito-di-cittadinanza-di-giuseppe-bronzini-804308/

        la recensione al libro già ti risponde: dubbia fattibilità, specie in italia.
        Mi pare un progetto così ambizioso, per non dire utopico, che spiega molto bene il perchè nel nostro paese, quasi da solo in europa, non esista niente di paragonabile a paesi come UK, francia o germania: chi troppo vuole , nulla stringe.
        Non si capisce perchè non copiare quello che c’è già , che sarebbe già tanto, magari con qualche modifica-adattamento allo “stile” italiano (per questo parlavo di LMG, che non avrebbe niente di socialista). Mi spaice, ma ritengo che quelle idee allontanino forme di aiuto ai cittadini più bisognosi, anzichè avvicinarci ad un sitema più equo. Certo, sono mie semplici, umili opinioni.

  5. Se è lo stesso file excel di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, siamo a posto…

  6. Von Hayek teorizzava uno stato ridotto all’osso ma non oltre certi limiti perche’ si rendeva conto che gli squilibri eccessivi portano alle rivoluzioni.
    Il reddito minimo garantito era implicito nelle sue proposte (ed anche di Friedman).
    Si tratta solo di una elemosina per perpetuare lo stato miserabile in cui cadono le working class. La vita fa schifo ma comunque piu schifo di tanto non puo fare perche’ ho il mio piccolo assegno tutti i mesi comunque.

    La soluzione vera si chiama piena occupazione, e scarsita’ di forza lavoro. Questa inverte il rapporto di forza con i datori di lavoro, fa aumentare la quota salari e costringe le aziende ad aumentare l’efficienza dei processi; spingendo la working class verso la middle class.

    Come la si ottiene? Con una politica solidamente keynesiana, basta ricordare il New Deal per farsi un’idea. Nel mondo moderno non sarebbero le strade ed i ponti ma le tecnologie di tutti i tipi ad essere sviluppate.

    .

  7. Ma deve per forza avere copertura? Non puo essere un investimenti in disavanzo?
    Senza copertura, aumenta il PIL di 18 militardi e il debito sale di motto meno per moltiplicatore keynesiano qui di migliora anche il rapporto.

  8. […] del partito democratico Filippo Taddei traduca le parole del presidente del Consiglio in cifre. Pagina99 ha provato a fare i conti in tasca del provvedimento così come è stato annunciato, e aspettando che venga definita con precisione la platea dei […]

  9. conoscete tiziano motti? #tizianomotti
    http://www.eppgroup.eu/it/mep/Tiziano-MOTTI

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