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Jean-Baptiste Hollande

hollande

di Francesco Saraceno

le temps est venu de régler le principal problème de la France: sa production.
Oui, je dis bien sa production. Il nous faut produire plus, il nous faut produire mieux.
C’est donc sur l’offre qu’il faut agir. Sur l’offre!
Ce n’est pas contradictoire avec la demande. L’offre crée même la demande.

François Hollande – 14 gennaio 2014

La Francia è spesso citata come “il malato d’Europa”. La bassa crescita, le finanze pubbliche deteriorate, i crescenti problemi di competitività, una strutturale incapacità di riformare un’economia eccessivamente regolamentata. Riforme che, è inutile dirlo, aprirebbero la strada a una nuova era di crescita, di alta produttività, e di ricchezza.
François Hollande inizia la seconda metà del suo mandato presidenziale aderendo a questo punto di vista. 

Nella terza conferenza stampa da quando è diventato Presidente, ha illustrato le principali linee di intervento per rilanciare l’economia francese; la misura principale è una forte riduzione dei contributi sociali per le imprese (circa € 30 miliardi entro il 2017), finanziato da riduzioni ancora non specificate di spesa. Durante la conferenza stampa, Hollande ha giustificato la misura sostenendo che per far riprendere la crescita è necessario che le imprese producano di più: È sull’offerta che dobbiamo agire. Sull’offerta! Questo non è in contraddizione con la domanda. L’offerta in realtà crea la domanda “. Hmmm, fatemi pensare. L’offerta crea la domanda. Dove lo ho letto?

Dal tempo di Say e Ricardo gli economisti classici hanno insegnato che l’offerta crea la propria domanda, intendendo con questo in un certo senso, ma non chiaramente definito, che la totalità dei costi di produzione deve necessariamente essere spesa in aggregato, direttamente o indirettamente, nell’acquisto del prodotto. Nei Principi di JS Mill la dottrina è espressamente stabilita: “Ciò che costituisce il mezzo di pagamento per le merci è semplicemente merce. I mezzi di pagamento di ogni persona per le produzioni di altre persone sono composti da quello che egli stesso possiede. Tutti i venditori sono inevitabilmente, letteralmente , gli acquirenti. Potremmo improvvisamente raddoppiare le forze produttive del paese, dovremmo raddoppiare la fornitura di materie prime in ogni mercato, ma dovremmo, con lo stesso colpo, raddoppiare il potere d’acquisto. Ognuno porterebbe [sul mercato] una domanda doppia, così come l’offerta; tutti sarebbero in grado di acquistare il doppio, perché ognuno avrebbe il doppio da offrire in cambio

John Maynard Keynes, Teoria Generale, Cap. II

Sì, questo è il capitolo due della Teoria Generale di Keynes  (il grassetto è mio), dove egli contesta la nozione (neo)classica, che le variazioni di prezzo possano generare la domanda in grado di assorbire qualsiasi livello di offerta.
Hollande sembra quindi fare propria la visione del suo connazionale Jean-Baptiste Say che per rilanciare la crescita e il benessere bisogna solo preoccuparsi di creare condizioni ottimali per la produzione e l’offerta, e che la domanda seguirà automaticamente grazie alle forze di mercato.
La discussione teorica tra gli economisti neoclassici e keynesiani ha alimentato gran parte del dibattito in macroeconomia dalla pubblicazione della Teoria Generale ad oggi. E non è questa la sede per riaprire il vaso di Pandora.
Quello che vorrei valutare è se François Hollande ha ragione nel sostenere che abbassando il carico fiscale delle imprese, queste riprenderanno ad investire e assumere, innescando così crescita e prosperità.
Per fortuna, c’è un modo quasi diretto per valutare l’affermazione di Hollande. Grazie ad una interessante indagine trimestrale condotta dall’Ufficio di statistica francese, Insee, sulle condizioni economiche fronteggiate dalle imprese. L’indagine è condotta dal 1991, e le imprese intervistate sono invitate a valutare la propria situazione rispetto a molte dimensioni, tra cui il tipo di difficoltà che incontrano (se ne incontrano). In particolare, gli viene chiesto se le loro difficoltà possono essere imputate a fattori di domanda o di offerta. Ed ecco il risultato:

frenchfirms
La figura ci racconta almeno due cose interessanti: in primo luogo, la linea blu, il numero di imprese che affrontano problemi della domanda, segue da vicino gli sviluppi della crisi: un picco nel 2008-2009 durante ha crisi finanziaria globale, un forte miglioramento nel 2010, e poi una ricaduta in coincidenza la crisi del debito sovrano europea. Il messaggio sembra chiaro: dall’inizio della crisi il problema per le imprese francesi è venuto da una domanda insufficiente. Keynes uno – Say (e François Hollande, e la Commissione, e Angela Merkel), zero. Il secondo fatto interessante è la sostanziale invarianza lungo il ciclo del numero di imprese che hanno problemi esclusivamente (giallo) o parzialmente (viola) di offerta. Negli ultimi sei anni, a seconda delle condizioni cicliche le imprese hanno dichiarato di avere difficoltà di domanda, o di non averne. La loro opinione su lungaggini burocratiche, peso della regolamentazione, e costo del lavoro, non è mutata sostanzialmente. Ciò significa che probabilmente le misure di Hollande non modificheranno in modo sostanziale le aspettative e lo stato d’animo delle le imprese francesi. La ripresa della produzione arriverà solo quando riprenderà la domanda. Ancora una volta, Keynes ha ragione, Hollande e compagnia molto meno. Per inciso, questa diagnosi è confermata se osserviamo la serie più lunga; basta guardare questa tabella:

Schermata del 2014-01-16 17:40:42

Il numero di imprese che dichiarano di avere difficoltà dal lato dell’offerta, o di non averne, dal 2008 si è ridotto. Quelle che dichiarano di avere difficoltà di domanda (o entrambe) è aumentato notevolmente.
Questo significa che in Francia tutto va bene? Certo che no. Gli oneri sulle imprese francesi, e in particolare il cuneo fiscale, rappresentano un problema per la loro competitività. Trovare modi e risorse per ridurlo, in linea di principio è cosa buona e giusta. Il problema è l’ordine delle priorità. Le imprese francesi sembrano condividere la mia impressione che la priorità principale sia quella di riavviare la domanda, e che facendo questo ” la domanda creerà la propria offerta”. In caso contrario, le imprese francesi saranno forse più competitive, ma in un contesto di domanda aggregata stagnante non avranno altra scelta che esportare. Vorrebbe dire l’adozione del modello tedesco con dieci anni di ritardo. Ho già detto in più occasioni che la sequenza delle riforme è quasi più importante quanto il tipo di riforme attuate.

Sono sicuro che Hollande potrebbe fare meglio di così …

Francesco Saraceno è senior economist presso l’OFCE, Parigi. Sito web: fsaraceno.wordpress.com

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13 commenti su “Jean-Baptiste Hollande

  1. Holland, santa ignoranza

  2. Mi pare che qua sia tutta una questione politica, siamo di fronte, come è già stato detto anche in questo blog, ad una germanizzazione dell’Europa, la ragione sta dalla parte del più forte…

  3. piu che questione politica ,qui siamo di fronte ad una farsa “politica” vorrei chiedervi che cosa significa germanizzazione dell,europa ?a) un,europa a guida tedesca, oppure b) una europa colonializzata dalla germania e offerta al capitale internazionale perche mi sembra che le cose differiscono un poco.

  4. Vuol dire che si fa come dicono i creditori, che non sono abbastanza lungimiranti, mentre i debitori non fanno fronte comune, quindi la soluzione politica non è equilibrata, ma a favore, appunto, dei creditori, i più forti (ecco perché la ragione sta dalla parte del più forte).

  5. […] che crea la domanda”. Benedetto ragazzo! Questa dichiarazione richiama quasi letteralmente la fandonia, più volte smascherata, nota come “legge di Say”, che pretende che cadute generali della domanda non possono verificarsi, perché chi guadagna deve […]

  6. L’aricolo di Francesco Saraceno è molto chiaro e, direi, preciso. Penso nello stesso tempo, così come spesso si discute su come sviluppare dal punto di vista sociale politico ed economico le società, che non è assolutamente facile fare dichiarazioni, e non lo penso asolutamente di Francesco Saraceno, su come uscire da una crisi così difficile, non facendo un’analisi precisa sulle decisioni di politica economica dei grandi paesi occidentali che hanno portato alla situazione odierna. Credo che purtroppo, a parte questo blog e altri che discutono di problemi economici, non ci sia molto rigore scientifico nell’affrontare i problemi del nostro tempo. Pato dalla considerazione che fa Saraceno. Keynes, con una lucida analisi dei dati a disposizione che si avevano in quel periodo, analizzando ciò che accadeva con la grande depressione del 1929, aveva enunciato un “principio nuovo”. Lo metto tra virgolette perché quel principio era già stato enunciato in situazioni completamente diverse da Carlo Marx. Lo semplifico in questo modo. Per rendere uguali i parametri della domanda e dell’offerta, poiché le sue analisi avevano dimostrato che la domanda è sempre inferiore all’offerta, per fare in modo da riportare la domanda al livello dell’offerta era indispensabile intervenire con un nuovo parametro: G= spesa pubblica. Perché era importante quest’intervento. Perché coloro che producono beni e servizi, e non sto parlando della classe operaia di Marx, ma di tutti coloro che all’interno della catena della produzione di beni e servizi danno il loro contributo, dal massimo dirigente aziendale al più basso livello operaio, tutti questi lavoratori sono anche consumatori, eppure non riescono ad acquistare quei beni e servizi che loro stessi hanno prodotto. Ovvero i consumatori che di fatto sono anche produttori, non potendo acquistare i loro stessi beni e/o servizi prodotti costringono le aziende che producono a diminuire la loro produzione. La riduzione della produzione comporta diminuzione di lavoro portando ad una spirale senza fine. Tale spirale ieri era stata ridotta perché il capitale veniva investito nel mondo della produzione e conseguentemente questo significava riaumento della forza lavoro proprio per permettere quegli investimenti. Ma da moltissimi anni, e questo è un’analisi molto vicina tra chi pensa al superamento del capitalismo e chi invece pensa a come mantenere questo sistema, il capitale viene investo nella finanza, anche attraverso la possibilità reale di creare nuova moneta (tra virgolette) da parte dello stesso sistema finanziario, provocando di fatto una svalutazione dello stesso valore della moneta per acquistare gli stessi beni prodotti. A questo bisogna ricordarsi che sta anche cambiando il rapporto di produzione tra i paesi poveri ed i paesi ricchi. Ricordo che quando le discussioni avvenivano anche per guardare alle differenze tra i paesi del mondo (mondo occidentale e il resto), si raccontava che il 20% della popolazione mondiale consumava l’80% delle risorse, mentre l’80% della popolazione mondiale (quella che chiamavamo terzo mondo e che aveva la stragrande maggioranza di quelle risorse) consumava appena il 20%. Allora la discussione, soprattutto a sinistra verteva sulla possibilità che i paesi “poveri” potessero liberarsi dalla loro schiavitù e che conseguentemente si sarebbe andati ad una profonda trasformazione delle società a livello mondiale. Perchè è inamissibile pernsare che il mondo dovesse rimanere fermo per l’eternità. D’altronde la storia ci insegna che perfino il grande impero romano ha fatto un percorso che gli stessi uomini fanno: si nasce, si cresce, si giunge alla massica capacità e espansione e poi, prima lentamente ma poi sempre più velocemente si va verso un declino e poi si muore.
    Questo è capitato anche al medio evo che sembrava dovesse durare per l’eternità. E questo succederà anche per questo sistema. Ma qui entriamo in un altra dimensione. Per ora ringrazio Francesco Saraceno e ringrazio Keynes per var aperto la strada verso una nuova dimensione di studi di natura economica che troppi nel mondo hanno tentato di seppellire, ma i grandi rimarranno sempre vivi.

  7. […] che crea la domanda”. Benedetto ragazzo! Questa dichiarazione richiama quasi letteralmente la fandonia, più volte smascherata, nota come “legge di Say”, che pretende che cadute generali della domanda non possono verificarsi, perché chi guadagna deve […]

  8. […] L’esempio è fornito dall’impopolare François Hollande, che diversi mesi fa ha affermato la propria fiducia nella legge di Say, secondo cui l’offerta crea la domanda, caposaldo […]

  9. […] l’ISIS, il presidente francese Hollande – lo stesso che che aveva sostenuto che “l’offerta crea la sua domanda“ – diventa improvvisamente keynesiano e invoca libertà di spesa per gli armamenti: “Il […]

  10. […] l’ISIS, il presidente franceseHollande – lo stesso che che aveva sostenuto che “l’offerta crea la sua domanda” – diventa improvvisamente keynesiano e invoca libertà di spesa per gli armamenti: “Il […]

  11. […] per combattere l’ISIS, il presidente franceseHollande – lo stesso che che aveva sostenuto che “l’offerta crea la sua domanda“ – diventa improvvisamente keynesiano e invoca libertà di spesa per gli armamenti: “Il patto […]

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