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Ma è proprio vero che gli italiani lavorano poco e male?

stereotipo

di Guglielmo Forges Davanzati per Keynesblog

L’ex Ministro Fornero ha recentemente dichiarato che gli italiani lavorano poco e male, e che la bassa crescita della nostra economia dipende anche da questo. La dichiarazione merita di essere commentata perché esplicita una convinzione diffusa, spesso declinata in modo meno drastico.

Non vi è dubbio che uno dei principali problemi dell’economia italiana, se non il principale problema, riguarda il basso tasso di crescita economica, a sua volta in larga misura imputabile alla bassa (e declinante) produttività del lavoro. Vi sono molti dubbi, invece, sulla diagnosi dominante e sulle conseguenti prescrizioni di politica economica. Occorre innanzitutto chiarire che, su fonte OCSE, le ore lavorate in Italia non sono inferiori a quelle erogate nei principali Paesi industrializzati. E’ dunque falsa l’affermazione secondo la quale in Italia si lavora poco. E’ semmai vero non che gli italiani lavorano poco, ma che sempre meno italiani lavorano. E’ anche falsa l’affermazione secondo la quale in Italia si lavora “male”, ovvero è basso il rendimento dei lavoratori occupati. Vediamo perché. La produttività del lavoro dipende fondamentalmente da tre variabili: il capitale fisso di cui il lavoratore dispone, il suo “capitale umano” (derivante dal learning by schooling e dal learning by doing), la sua motivazione al lavoro. La politica del lavoro – in questi ultimi anni – ha provato ad agire quasi esclusivamente su quest’ultima variabile, anche per impulso dell’ex Ministro. Sono state implementate misure di crescente deregolamentazione del mercato del lavoro, con l’obiettivo di incentivare l’impegno lavorativo, ponendo i lavoratori nella condizione di erogare il massimo rendimento per accrescere la probabilità di rinnovo del contratto. Sono state introdotte misure di detassazione del salario, ispirate all’idea secondo la quale i lavoratori sono incentivati a fornire maggiore impegno solo se sanno che, così facendo, otterranno incrementi delle loro retribuzioni. E’ una logica che si inserisce coerentemente in un disegno di revisione del modello di relazioni industriali, che intende andare (e, di fatto, sta andando) nella direzione della contrattazione “atomistica”, nella quale il singolo lavoratore – con la minima “interferenza” delle organizzazioni sindacali – contratta direttamente con il proprio datore di lavoro. Ed è una logica che viene legittimata con la convinzione – tutta da dimostrare- che possa esistere una flessibilità “buona”, contrapposta, va da sé, a una “cattiva”.

Quali sono stati gli esiti? Come certificato nell’ultimo Rapporto OCSE, la dinamica della produttività del lavoro è, in Italia, ad oggi, fra le più basse nell’ambito dei Paesi industrializzati ed è in continuo declino da almeno un decennio.
La ragione fondamentale che spiega questo fenomeno è da ricercarsi, semmai, nella bassa (e declinante) accumulazione di capitale, non nello scarso rendimento dei lavoratori italiani. Se fosse vera la seconda ipotesi, infatti, ci troveremmo in una condizione nella quale, con un alto tasso di disoccupazione e ampia discrezionalità dei licenziamenti, la produttività dovrebbe risultare elevata, per l’elevata credibilità della “minaccia di licenziamento”. Per contro, è proprio una condizione di elevata (e crescente) disoccupazione – e di elevata (e crescente) precarizzazione del lavoro – a generare cali di produttività. Ciò accade per l’operare di questo meccanismo. Le nostre imprese, fatte salve poche eccezioni, esprimono una bassa propensione all’innovazione, dal momento che, nella gran parte dei casi, sono imprese di piccole dimensioni con una specializzazione produttiva in settori “maturi”. A fronte del fatto che è, questo, ormai un dato strutturale, il problema viene accentuato dalle politiche messe in atto negli ultimi anni. In particolare:

1) Le politiche di contrazione della spesa pubblica (e di aumento dell’imposizione fiscale) hanno ridotto i profitti e peggiorato le aspettative imprenditoriali, soprattutto a danno delle imprese che operano su mercati interni, di norma, imprese di piccole dimensioni. A ciò ha fatto seguito minore propensione a investire, e anche minore possibilità di investire, dal momento che riducendosi i profitti si sono ridotti i fondi per l’autofinanziamento degli investimenti. La riduzione degli investimenti, a sua volta, ha accresciuto il grado di obsolescenza del capitale e, in quanto la produttività del lavoro dipende fondamentalmente dalla quantità e dalla qualità di capitale di cui ciascun lavoratore dispone, ciò si è tradotto in cali di produttività. Con disoccupazione in aumento e produttività in declino, è ovvio che il tasso di crescita si sia significativamente ridotto: in altri termini, come efficacemente messo in evidenza sul piano empirico, la produttività del lavoro si riduce al ridursi della domanda aggregata (link).
Si badi che si tratta di un fenomeno di lungo periodo, che comincia a manifestarsi già a partire dagli anni ottanta, cioè proprio dalla c.d. svolta neo-liberista (link) e dalla prima fase della c.d. globalizzazione (link).
L’evidenza empirica mostra che la produttività del lavoro in Italia ha raggiunto i suoi livelli massimi negli anni settanta, in una fase contrassegnata da una forte presenza dello Stato in economia e da una rilevante conflittualità sociale.

2) L’accelerazione delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro ha ulteriormente contribuito al declino della produttività del lavoro. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che – soprattutto in una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, con scarsa propensione all’innovazione e poco internazionalizzate – normative che facilitano l’uso flessibile della forza-lavoro costituiscono un potente incentivo, per le imprese, a cercare di recuperare competitività mediante la compressione dei costi. In altri termini, le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro disincentivano le innovazioni e, per conseguenza, si associano a un basso tasso di crescita della produttività. D’altra parte, la precarizzazione del lavoro – accrescendo l’incertezza in ordine al rinnovo del contratto – si associa a una riduzione della propensione media al consumo, con effetti negativi sulla domanda aggregata interna. E, anche per questa via, agisce negativamente sul tasso di crescita.

Per il Presidente del Consiglio “in una fase straordinaria come questa, serve un po’ meno rigidità” dei contratti di lavoro. Quando pressoché tutta l’evidenza empirica disponibile almeno a partire dal Rapporto OCSE 2008 (link) mostra inequivocabilmente che la precarizzazione del lavoro riduce l’occupazione, riduce i salari, riduce la produttività e il tasso di crescita (link); quando si mostra che non ha neppure effetti significativi sull’attrazione di investimenti (né sui processi di delocalizzazione delle imprese italiane), viene da chiedersi – e da chiedere a chi ancora confida sull’efficacia di queste misure – quali possano essere gli effetti macroeconomici di segno positivo derivanti dalla loro reiterazione.

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53 commenti su “Ma è proprio vero che gli italiani lavorano poco e male?

  1. Ognuno parla di ciò che conosce. Ed ognuno conosce in primissimo luogo sé stesso. Quindi, nessuna meraviglia che la Fornero descriva “gli Italiani” in quei termini. Del resto ha già dato abbondantemente prova di lavorare poco e male. Tanto male che c’è da dire “anche poco, ma per fortuna”.

  2. Bravo!
    Finalmente si cominciano ad individuare le vere cause della crisi!

  3. La situazione è quella è e non c’è bisogno di commenti. Purtroppo non è all’ordine del giorno che mentre si studia il malato muore. Invio un mio intervento che si lega con le tensioni esposte in quest’articolo.

    INTERVENTO di Felice Di Maro al Consiglio comunale Aperto di San Benedetto del Tronto. 20 giugno 2013
    fedimaro@tin.it
    Premesso che siamo in una situazione drammatica che non ha riscontri dal dopoguerra ad oggi e nonostante che la nostra Costituzione affermi che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, il lavoro dal quale si formano i redditi reali e cioè spendibili per i consumi primari non è all’attenzione né delle forze politiche della nostra città e né da tutte quelle aree di professionisti vari ben rappresentate in Consiglio comunale. L’Ordine del Giorno di convocazione di questo Consiglio in seduta aperta ha per oggetto: “Crisi socio economica e sostegno alle persone in difficoltà: proposte e strategie per interventi coordinati”. Presento alcuni lineamenti di proposte che penso possano essere all’attenzione dell’Amministrazione comunale. Sia chiaro e senza equivoci che la Crisi socio economica” citata in apertura dell’oggetto di convocazione di questo Consiglio, ha caratteri drammatici per le scelte di politica economica operata dal precedente governo Monti che in un surplus di tasse varie ha bloccato la rivalutazione delle pensioni da 1400 euro e si tenga conto che l’ultimo adeguamento delle pensioni al costo della vita è stato accreditato il primo gennaio del 2011 a fronte dell’aumento del 3% dell’inflazione nel 2011 e altrettanto nel 2012 e si prevede che dal primo gennaio del 2014 non ci sarà alcun aumento in quanto mese per mese si stima che l’inflazione nel 2013 si attesti sotto l’1% per avvicinarsi a zero. Altra considerazione è che la Corte Costituzionale con sentenza n.116/2013 ha dichiarato l’incostituzionalità del comma 22 bis dell’art. 18 del D.L. n. 98/2011 con il quale era stato previsto un contributo di perequazione dal primo agosto 2011 e fino al 31 dicembre 2014 sui trattamenti pensionistici superiori a 90.000 euro. Chiedere un contributo di solidarietà del 5% per la parte che va oltre i 90 mila euro l’anno di pensione è anticostituzionale. Mi chiedo. Perché la Corte non ha mai ritenuto di considerare incostituzionale sulla base dell’art. 3 della Costituzione l’introduzione del sistema contributivo che condanna intere generazioni che non prenderanno mai una pensione decente a fronte di centinaia di migliaia di pensionati d’oro e il blocco delle indicizzazioni di quelle oltre 1400 euro? È costituzionale che chi ha una pensione appena oltre 1400 euro lorde non deve avere nessun adeguamento?
    Lineamenti di proposte per interventi coordinati a sostegno delle persone in difficoltà
    SPESA ALIMENTARE: in maniera quasi assoluta sono i Supermercati che consentono almeno nella nostra città di fare la spesa e non c’è alcuna possibilità di farla a debito; l’Amministrazione comunale potrebbe attivarsi per chiedere alle Direzioni di rilasciare tessere similari a quelle dei punti/Regalo per farla a debito da coprire entro il primo giorno del mese successivo o con moneta oppure tramite bonifico o anche con prelievo diretto tramite banca.
    MEDIOCREDITO: il prestito che l’Amministrazione comunale può attivare con un istituto di credito convenzionato è quello sull’onore: è stato istituito per aiutare famiglie temporaneamente in difficoltà economiche e per sostenere i genitori nel far fronte agli impegni di maternità e paternità (figli da 0 a 6 anni) e recentemente sono stati estesi agli anziani ultrasessantacinquenni ma si richiede un garante, cosa quasi impossibile; l’ammontare di ogni prestito non può superare i 5.164,57 euro e la cifra concessa va restituita al massimo entro 3 anni. l’inadeguatezza non ha bisogno di commenti a fronte di cittadini che non possono restituire eventuali prestiti concessi in quanto non hanno né reddito adeguato e sono fuori dal mercato del lavoro come gli anziani ultrasessantacinquenni; vanno attivate procedure a livello ridotto dell’ammontare del prestito o oltre i tre anni per la restituzione; si potrebbe avere un sistema senza restituzione per importi limitati al massimo 250-300 euro e buoni per spesa alimentare presso i supermercati.
    LAVORI OCCASIONALI: come è noto dal 2010 il Comune di San Benedetto del Tronto consente di fare prestazioni di lavoro occasionale previste dalla Legge 191/2009 art. 2 comma 148 e dalla Circolare INPS n. 17 del 3 febbraio 2010 per attività lavorative di giardinaggio, pulizia e manutenzione edifici, strade, parchi e monumenti, manifestazioni sportive, culturali, fieristiche e caritatevoli, nonché lavori di emergenza e di solidarietà; le categorie di cittadini escluse sono gli anziani ultrasessantacinquenni e questo è in contrasto con la crisi che stiamo attraversando; poiché il sistema di pagamento avviene attraverso buoni lavoro (voucher) di valore unitario di Euro 10,00 comprendente la retribuzione per il prestatore (Euro 7,50 nonché la contribuzione alla gestione separata dell’Inps e l’assicurazione INAIL) e il compenso (Cosa importante!) è esente da qualsiasi imposizione fiscale e “non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato del prestatore di lavoro accessorio”, quindi anche i pensionati in difficoltà potrebbero avere accesso e fare delle ore di lavoro pro-tempore e tali da non superare le 2500 euro all’anno.

    Dr. Felice Di Maro
    Via Adolfo De Carolis 38
    63074 San Benedetto del Tronto
    Cell.3385909735

  4. Credo che in Italia fondamentalmente si sia creato negli ultimi 30 anni un perverso circuito politica-imprenditori , e anche il sindacato ha fatto la sua parte. Da una parte abbiamo una imprenditoria piccola è che è stata sempre il motore dell’Italia dimenticata dai politici e abbandonata a se stessa e alle sue dimensioni, d’altra parte c’è stato lo smantellamento della tanto vituperata IRI e di molte imprese di Stato , che con tutti i suoi difetti, negli anni 50 e 60 , hanno contribuito alla crescita economica, strutturale e anche manageriale del paese, quello che è rimasto è diventato solo terreno di conquista per i partiti. D’altra parte la nostra grande imprenditoria ha cercato nei politici spesso solo una sponda per cercare di sfruttare posizioni di rendita, basta vedere cosa sono state le privatizzazioni solo per citarne alcune di Telecom e Autostrade. Infine non c’è stata nessuna politica industriale anzi tutt’altro tanto è vero che siamo usciti dalla Chimica, Elettronica , Informatica ecc. Insomma un disastro umano , politico , di programmazione e strategia.

  5. Direi che l’analisi è corretta. Però, e riferendomi al periodo conclusivo dell’articolo c’è l’altra faccia della medaglia: se il lavoro non è sufficientemente flessibile l’imprenditore (piccolo o micro) non si fida ad assumere. Non so se si abbia la percezione di cosa voglia dire diventare schiavi del proprio dipendente (se gli imprenditori vengono dipinti spesso come persone non troppo perbene e senza scrupoli, posso assicurare che c’è di molto peggio tra alcuni dipendenti). NAturalmente senza offesa e senza preconcetti. Solo ossservazione della realtà da un punto privilegiato.

    • c’è l’ultimo dei tanti esempi in proposito, non ricordo il nome dell’azienda, comunque è cosa recentissima. azienda in perdita da 5 anni. tre anni fa prova a licenziare una ventina di dipendenti. questi occupano la fabbrica, causando ulteriori perdite, finchè l’azienda capitola rinunciando ai licenziamenti. continua a perdere. oggi ne licenzia oltre sessanta, assumendo sorveglianti per impedire ulteriori occupazioni e picchetti. l’azienda viene accusata dei peggiori crimini.

      l’aneddoto secondo me è esplicativo. il lavoro deve essere flessibilissimo, e lo stato (con contributi sia statali, che delle imprese, che dei lavoratori) deve garantire sufficienti sussidi di disoccupazione/riqualificazione.

      mi sembra una cosa così ovvia e banale.

      • e a me sembra ovvio e banale che le idee neoliberiste come le tue ci hanno portato dove siamo oggi e ci porteranno al disastro totale. del resto è davanti ai nostri occhi.

      • risposta incredibile, davvero. ma delle due (due) cose che ho detto, almeno una c’è in italia? e allora di che diamine vai cianciando, capra?

      • Questo linguaggio riservalo alle bettole. Primo avvertimento.

      • vado “cianciando” di come un ideologia economicamente infondata come quella neoliberista ha di fatto distrutto il benessere del mondo occidentale. a partire dagli anni 80 fino ad arrivare ai livelli deliranti di oggi. ma basta studiare un pò di storia e un pò di macroeconomia per capirlo…so che oggi non si usa più studiare nè l’una nè l’altra quindi non mi sorprende la tua posizione.

      • stranamente non ricordi il nome dell’azienda, così la tua tesi diviene incontestabile. E uno dovrebbe risponderti? Ovviamente e banalmente, no.

      • at guido, è un articolo del fq di una sett fa. ma di episodi simili se ne contano tranquillamente a decine/centinaia. a meno, ovviamente, di gran malafede. e in ogni caso, anche se non ci fosse MAI stato un episodio del genere, cosa cambierebbe?

        at mr. t, il punto è quell’ideologia di cui parli, positiva o negativa, fondata o infondata che sia, in italia non se n’è MAI vista traccia. certo, di nuovo, a meno di gran malafede.

      • sicuro…e le privatizzazioni degli anni 90? lo smembramento della grande industria pubblica italiana? settori che facevano invidia a tutto il mondo prima affamati causa tagli e poi smontati semplicemente perchè a gestione pubblica?

        lo sai vero che tra il 50 e gli anni 70 l’italia praticò politiche di stampo keynesiano vero? guarda cosa faceva il PIL italiano in quegli anni. e guarda cosa ha cominciato a fare da quando si è sposato il neoliberismo a cominciare dall’indipendenza della banca centrale.

      • …forse l azienda avrebbe perso fatturato comunque. Non abbiamo prova che licenziando il personale, ci sarebbe stato un incremento dei ricavi.

        Se bastasse licenziare per creare nuova occupazione, l’Italia oggi sarebbe alla piena occupazione ! :-)

        Poi piantiamola di dire che in Italia non si può lasciare a casa il dipendente rompiscatole/fannullone.
        Il ns paese è per il 95 % composto da aziende con meno di 15 dipendenti….e qualsiasi Datore di Lavoro in queste società ha le mani libere.
        Per aziende maggiori si parte dalla Cassa Integrazione ( fino alla scadenza delle Ore , come sarà con la FIAT a Dicembre 2013 ) oppure licenziamenti collettivi.

  6. chiunque abbia vissuto nei fantomatici e virtuosi paesi del nord per un periodo medio-lungo, sa che la storia che là si lavori di più è una balla colossale usata dai politici per tenere in piedi questo processo di spoliazione dei nostri diritti.

    al limite possiamo dire che c’è meno economia sommersa…ma quanto al lavoro non esiste confronto: nei paesi del nord (scandinavia in particolare) si lavora decisamente meno che qui.

  7. Quando sento dire che per aumentare l’occupazione bisogna facilitare i licenziamenti mi ricorda quando i medici per curare facevano i salassi. Quando c’e una crisi come ora se faciliti i licenziamenti aumenti solo la disoccupazione, in questi momenti l’unica mossa è aumentare gli investimenti e aumentare la disponibilità del credito da parte dello stato per rilanciare la fiducia e i consumi solo allora riparte la produzione, Che il mercato del lavoro in Italia è stato roppo rigido possiamo essere d’accordo , si è stati troppo attenti al singolo posto di lavoro che hai posto di lavoro in generale, la legge Fornero ha reso i licenziamenti più facili e quindi non vedo cosa dovremmo fare ancora in questo visto che gli effetti di aumentare l’occupazione, per quanto ho detto prima, non ci sono stati e non ci possono esere .

    • Attenzione . Non è vero che la legge Fornero ha permesso di licenziare con più facilità,anzi. L ‘ Art 18 è un altro discorso…che avrà pesanti risvolti a livello giuridico.

      Molti contratti sono diventati più restrittivi e rigidi ( per evitare il soliti abusi italici, di contratti prorogati all infinito ) .
      Chi licenzia un dipendente dovrà pagare all’INPS una quota molto maggiore che in passato.. per finanziare la nuova Indennità di Disoccupazione. Sempre per evitare abusi di “finti” contratti a termine. Una sorta di Bonus-Malus.
      La legge Fornero non è tutta da buttare ,negli ultimi 20 anni abbiamo visto di peggio ed oggi ne vediamo le (pessime) conseguenze.
      La legge della Fornero non c’entra, è entrata in vigore da pochissssssssssssimo tempo.
      Ormai l economia italiana era già depressa da 10 anni….Fornero o non Fornero :-)

  8. Non scoprirei l’ America scrivendo che stiamo vivendo in Europa dentro a dei stati a regimi totalitari, dove tutte le realta’ sono capovolte.p.e.
    La crisi e’ stata generata del settore privato a si da’ la colpa invece al settore statale.
    I campioni del antirizzismo con delle teorie ultra razziste danno la colpa ai popoli del sud Europa di non lavorare adeguatamente.
    Si impongono dei programmi economici di austerita’ assulotumante assurdi (acetto la sfida che sia il contrario) . Non esiste precedente storico di riuscita dei progarmmi simili in qualsiasi paese che non disponesse almeno la politica monetaria. E li eurocrati danno la colpa ai popoli ,per non aver applicatao adeguatamente le riforme strutturali!!!.
    In Grecia c’e’ il numero piu’ alto per abitante di taxi forse in tutta l’ Europa.Ad Atene ci sono 15.000.Lo stesso vale per le Farmacie. Per ogni 1000 abitanti c’e’ ne una. Eppure questi …insistevano che la liberalizzazione di questi e dei trasposti avrebbe portato ad un aumento del pil ,di quasi due punti. Naturalmente queste cifre venivano esposte deliberatamente, senza nessun calcolo scentifico, tipico dei regimi totalitari.Come il multiplicatre fiscale per la Crecia e’ stato calcolato al inizio 0,5 ed in realta’ era 1,7. Risultato? Invece di 6% di recessione e di 15% di dissucpazione avremmo quasi 30% di recessione e altrettanta disoccupazione. E di questo “errrore” nessuno panghera’. Il neoliberismo va fermato. Altrimenti creera’ dei disastri ancora piu’ gravi.Se non si fermara’ vivremo una catastrofe.

  9. Bah. Discussioni da bar. Non bisogna stupirsi se poi ogni elezione politica lascia a questo Paese un parlamento senza capo né coda, visto il livello degli elettori. Tutti hanno un pò di ragione e parecchio torto, tutti parlano per posizioni ideologiche, di logica poco o nulla.
    Qualcuno può negare che gli Italiani almeno in certe situazioni si dimostrino degli straordinari lavoratori? Credo di no; per cui se e dove gli Italiani lavorano poco o male forse bisognerebbe cercarne il motivo nell’organizzazione e non nella risorsa umana. Per esempio: come si può pretendere dedizione ad un lavoro che garantisce solo (e male) la sussistenza, sia per la bassa retribuzione che per l’impegno di tempo e la mancanza di prospettive?
    Qualcuno può negare che il mercato del lavoro in Italia sia troppo rigido? Credo di no; per cui non mi sembra che ci si debba stupire se le aziende prima di assumere un giovane (con tutta la vita lavorativa davanti …) ci pensino non una ma mille volte e ricorrano a tutti gli escamotage legali e non per non legarsi.
    Qualcuno può negare che in Italia il lavoro sia anche oberato di costi eccessivi? Vorrei ricordare a chi si sentisse di farlo che su ogni lavoratore gravano tasse più alte della media dei Paesi “concorrenti”, contributi pesantissimi (che peraltro NON servono a garantire il lavoratore ma a pagare le pensioni d’oro di Giuliano Amato e colleghi), un sistema assicurativo anch’esso costoso e per di più frazionato in una miriade di Enti che fanno tutti lo stesso lavoro, ora anche ulteriori oneri dovuti alla nuova greppia della “formazione continua ed obbligatoria”, vedi i R I D I C O L I (e costosi) corsi sulla sicurezza.
    Qualcuno può negare che la reazione alla rigidità del sistema è stata l’invocazione del cosiddetto neoliberismo, che sarebbe meglio chiamare “legge della Giungla”? E che il neoliberismo NON è il capitalismo “democratico”? E che ogni sistema economico, capitalismo PER PRIMO, per funzionare correttamente (cioè: per garantire il miglior benessere a tutti i cittadini) ha bisogno di REGOLE che devono essere uguali per TUTTI, imposte a TUTTI e rispettate da TUTTI?
    L’Italia è il Paese delle rendite di posizione. Chi può ci prova: sia le famiglie proprietarie delle aziende (e non è un caso che si finanzino con le banche “amiche” anziché in borsa), sia chi fa carte false per un “posto fisso” statale, sia il terziario “avanzato” che vive parassitando il lavoro vero grazie alle leggi che riesce ad ottenere (vedi le Società che si occupano di sicurezza del lavoro “formando” lavoratori e responsabili, ma anche i soliti notai, avvocati, commercialisti e consulenti vari). Evidentemente non abbiamo fiducia nel futuro o nelle nostre capacità e tendiamo irrimediabilmente a cercare di “cristallizzare” i successi ottenuti, anziché accettare di rimetterci in discussione. La politica com’è ovvio asseconda tutto ciò per garantirsi a sua volta rendite di posizione.
    Non credo che ne usciremo. Ma nemmeno ce lo meritiamo.

    guiodic e mister T,
    l’azienda dell’esempio di f. spirito potrebbe anche non esistere; ma resta valido perché il comportamento descritto sarebbe perfettamente logico per un’azienda in difficoltà e che volesse a tutti i costi sopravvivere. Il lavoro non si tutela vietando i licenziamenti, che in determinate situazioni possono diventare anche necessari; ma garantendo condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia. Che poi non sempre chi guida un’azienda sia uno stinco di santo, è un discorso diverso.

    • “l’azienda dell’esempio di f. spirito potrebbe anche non esistere; ma resta valido perché il comportamento descritto sarebbe perfettamente logico per un’azienda in difficoltà e che volesse a tutti i costi sopravvivere”

      Rimanendo nell’ambito possibilità teoriche, non vi è alcuna garanzia che licenziando i primi 20 dipendenti l’azienda sarebbe andata meglio e non si può escludere che nel giro di qualche anno sarebbe stata costretta a licenziare comunque gli altri 40, come poi sarebbe successo.

      Questo per dire che ognuno gioca la sua partita, legittimamente. Ed è legettimo che i lavoratori difendano il proprio posto di lavoro.La domanda – che di solito non si pone ma si dà come un dato di fatto indiscutibile – è come mai quell’azienda era arrivata al punto di chiedere i licenziamenti dei 20 dipendenti: calo della domanda? incapacità manageriale?

      Si potrebbe pensare che quale che sia la causa, potrebbe essere necessario ridurre i dipendenti per far sopravvivere un’azienda. Certo è un caso che si può verificare. Ma sarebbe assurdo pretendere che i lavoratori a rischio licenziamento debbano accettare supinamente le decisioni delle aziende. F. Spirito auspica “sufficienti sussidi di disoccupazione/riqualificazione”. Sono d’accordo. Peccato che non vi siano.

      Il guaio in Italia è che si vuole risolvere i problemi partendo sempre dal lato sbagliato. Prima crei un welfare degno di questo nome e poi puoi chiedere che vi sia un’allentamento delle regole per i licenziamenti. Invece si vuole piena libertà di licenziamento delle aziende, senza che vi siano appunto “sufficienti sussidi di disoccupazione/riqualificazione”. E hanno pure il coraggio di indignarsi se i lavoratori si incazzano quando rischiano di perdere il posto di lavoro.

      • “Rimanendo nell’ambito possibilità teoriche, non vi è alcuna garanzia che licenziando i primi 20 dipendenti l’azienda sarebbe andata meglio …” Forse. Ma resta il fatto che siamo (o dovremmo essere) in un’economia libera. Sta all’azienda decidere cosa sia meglio fare per migliorare la propria situazione economica. Se così non fosse, la ragione non potrebbe essere altro che un’implicita ammissione del fatto che l’azienda non è ben condotta; ed in tal caso sarebbe comunque destinata a chiudere; con l’ulteriore conseguenza di uno spostamento della forza lavoro, nella stessa azienda comprata e poi getsita da imprenditori più abili oppure in un’azienda concorrente che ne acquisirebbe la quota di mercato. Sempre, almeno teoricamente, a somma zero come totale degli addetti.

        “Questo per dire che ognuno gioca la sua partita, legittimamente.” Il che ridurrebbe tutto ad un’eterna lotta aziende contro lavoratori. Perfetto.

        “F. Spirito auspica “sufficienti sussidi di disoccupazione/riqualificazione”. Sono d’accordo.” Io no. L’occupazione si tutela con condizioni economiche adeguate e favorevoli. Non a colpi di leggi o decreti. Un ammortizzatore dovrebbe esistere, e per tutti; ma servirebbe per casi particolari e non come compensazione della piena occupazione. Meglio ridurre l’orario di lavoro, piuttosto.

        Una delle ragioni del deterioramento dell’economia Italiana è a mio avviso proprio nella difesa a tutti i costi dell’occupazione o, meglio: difesa della proprietà delle aziende con la scusa dell’occupazione. In un’economia veramente libera ed efficiente le aziende non competitive fallirebbero e la proprietà o i loro beni passerebbero in mani più capaci: capaci di fare profitti e di tutelare l’occupazione. Da noi, disgraziatamente, esiste un cortocircuito tra mondo economico e potere politico che ha sostanzialmente eliminato questa importante funzione del mercato.

      • “uno spostamento della forza lavoro, nella stessa azienda comprata e poi gestita da imprenditori più abili oppure in un’azienda concorrente che ne acquisirebbe la quota di mercato. Sempre, almeno teoricamente, a somma zero come totale degli addetti”.

        In teoria. Ma nella situazione che ci troviamo, si ha solo la perdita di posti di lavoro: disoccupazione, punto e basta.

        Non vedo che ci sia di male nel ricercare la piena occupazione. Si può gestire un sistema economico (e la politica economica) con la sola logica del profitto oppure si può rivolgere lo sguardo alle persone. Io sono convinto che il sistema economico deve essere al servizio delle persone (occupate o meno) e non che le persone debbano essere assoggettate alla logica del profitto (delle aziende o dei loro pochi proprietari, rispetto alla popolazione complessiva).
        Il welfare non è altro che un sistema per dare dignità e sicurezza a delle persone che sono svantaggiate, rispetto ad altre. E quanto più si vuole un mercato liberalizzato tanto più è ragionevole avere un sistema di protezione sociale (per i motivi di cui sopra: anche i disoccupati hanno diritto a vivere con dignità, soprattutto se il sistema nel suo complesso non è in grado o non opera per garantire a tutti il diritto al lavoro).
        Nulla in contrario alla riduzione dell’orario di lavoro, ma vi sarebbero alcuni problemini da risolvere, soprattutto in termini di competitività con le aziende dei paesi che non seguono l’esempio. Se non si risolve a livello internazionale il problema dell’orario di lavoro tu addossi alle imprese nazionali un costo generato dall’incapacità del sistema nel suo complesso di gestire la disoccupazione di massa.
        Penso che lo stato sia più attrezzato delle singole imprese ad affrontare il problema .

  10. grazie geo. l’azienda cmq esiste, a meno che il fq non abbia inventato la notizia di sana pianta.

  11. Certo è un fatto ben strano che un’azienda si liberi di 64 dipendenti per poi pagare, per 75 giorni almeno (ma scommettiamo che saranno di più), un’agenzia che fornisce guardie private semplicemente per impedire il legittimo esercizio del diritto di sciopero e manifestazione! Se davvero già nel 2010 occorreva liberarsi di 20 dipendenti avrebbero fatto la stessa cosa anche allora: sono andati avanti altri 3 anni, evidentemente non era poi così vero che bisognasse sbarazzarsi dei primi 20. L’obiettivo originario era già di liberarsi di 60 e non per difficoltà obiettive, ma per “abbellire” i bilanci: è una prassi che un sindacalista conosce bene

    • I motivi possibili per quel comportamento sono molto facili da capire, per cui non ha senso risponderti.
      “Abbellire” i bilanci può servire se l’azienda va venduta; se invece si continua a gestirla, non riesco ad immaginare un motivo per ridurre la forza lavoro se non perché il lavoro è diminuito. Nè riesco ad immaginare un “padrone” che gode nel ridurre il numero dei suoi occupati.

      • Sul fatto che un “padrone” non goda a licenziare mi permetta di dissentire: le dice qualcosa, così, giusto per fare un esempio, il nome di Bernardo Caprotti? Si legga qualcosa su questo campione del capitalismo italiano, e su come gli piaccia licenziare, pardon, sbattere fuori addirittura fratelli, sorelle, figli e figlie, si figuri un dipendente!
        Quanto al caso in questione, come sempre bisognerebbe conoscere le vicende prima di esprimere giudizi: dando anche una semplice occhiata sui siti dei giornali locali si scoprirebbe ad esempio che la battaglia tra sindacati ed azienda va avanti da molto, con la proprietà che rifiuta tutte le proposte sindacali (per inciso, non conosco sindacati più accondiscendenti di quelli italiani) per cassa integrazione a rotazione o contratti di solidarietà che permetterebbero di cominciare a sanare la situazione finanziaria per poi avviare un piano di risanamento o che la proprietà è più “capitalizzata” dell’impresa o che l’intenzione di vendere c’è, ed a chi? tedeschi, guarda caso (maledetto Euro!)
        E’ forse passato un po’ di tempo e ce ne siamo magari nel frattempo dimenticati, ma fino a pochi anni fa le quotazioni azionarie di un’impresa schizzavano quando? Quando la direzione annunciava piani di “ristrutturazione” del personale… rendendo così più “bello” il bilancio

      • Saverio,
        ciò non ha il minimo senso.

        Non so chi sia questo Caprotti nè mi interessa saperlo; se è vero ciò che dici direi che è un pazzo, magari ne esisteranno anche altri, ma non ci si può basare su questo.
        A me risulta che per un imprenditore è motivo di orgoglio peter dire di “dare lavoro” a tante persone, non il contrario. Diversamente, cosa dovremmo capire: che una o più persone investono per aprire un’azienda, ci mettono denaro tempo ed energie, in modo da potersi poi divertire … a licenziare gli stessi che hanno assunto?

        Quanto al caso in specie: non mi interessa affatto conoscerlo più o meno bene perché resta un singolo caso. Chi guida l’azienda può avere i suoi motivi per fare ciò che fa, e mi auguro che sia così; oppure può essersi bevuto il cervello, ed allora sono guai. Ma resta il fatto che chi investe dei soldi poi amerebbe poter decidere; e se non può farlo tende a disamorarsi ed a cercare di disfarsi della sua azienda. Il fatto che la proprietà voglia vendere ai Tedeschi comunque fa perfettamente scopa con la determinazione ad abbellire il bilancio; direi che la situazione a questo punto è chiara. Evidentemente ci sono degli esuberi; altrettanto evidentemente riuscire ad “alleggerire” i costi equivale a poter trattare per un prezzo più elevato; ed a fronte di questo il servizio di vigilanza è una spesa giustificata. Evidente anche il fatto che la proprietà non farà passi indietro, dopo essersi così inimicata le maestranze.

        Il fatto che la proprietà sia “più capitalizzata” dell’azienda conta poco: grazie al Cielo esiste ancora libertà in questo Paese; e se così per caso non fosse, in tutto o in parte, logico sarebbe per la proprietà di liberarsi dell’azienda e trasferire le sue ricchezze in Paesi che le tutelassero meglio. Già, perché ci si dimentica sempre che chi ha la possibilità di investire lo fa dove gli conviene farlo, e non dove “è giusto” farlo secondo i ragionamenti intrisi di pesanti connotazioni ideologiche fatti da qualcun altro.

  12. anche se lavorassero davvero male e poco farebbero comunque bene a comportarsi così tenendo conto di come ci trattano con le tasse e la mancanza di giusti riconoscimenti economici e/o morali. La società italiana per come è impostata è fortemente demotivante solo gli imbecilli non si rendono conto di ciò! Iniziassero i politici e le lobby (chiesa compresa) a comportarsi eticamente noi li seguiremmo a ruota!

    • D’accordo al 50%.
      Siamo maltrattati e viviamo in una società che sembra funzionare solo per la casta. Ma ciò non toglie che a tagliarsi gli attributi non si fa dispetto solo alla moglie; con i risultati che vediamo. Per di più, è del tutto illusorio che “i politici e le lobby” si ravvedano spontaneamente.

  13. @ g.e.o.
    Mi faccia capire: io le cito casi concreti, e lei mi risponde con frasi fatte. Vabbè, se volessi sentirle andrei al primo bar che capita.
    Chi ha interesse a licenziare dopo aver assunto? Evidentemente tutti i licenziamenti individuali e collettivi che – già prima della crisi – rendevano l’Italia uno dei paesi con il maggior tasso di turnover del personale sono un fenomeno che si verifica in un universo parallelo al nostro di cui mi accorgo solo io. D’altronde, il fatto che i due terzi delle nuove assunzioni avvenga con contratti atipici è un evento studiato dagli astronomi e non dai sociologi o dagli economisti.
    Ognuno deve poter fare quello che vuole nella sua azienda e con i suoi soldi: guardi, io sono talmente d’accordo con lei che suggerisco l’introduzione del diritto, da parte del datore di lavoro, di passare una notte con il/la nuovo/a dipendente: d’altronde gli/le passo i miei sudati soldi, voglio dunque avere dimostrazione della prestanza fisica o intellettuale, quale modo migliore di una sana nottata di sesso?
    Lei è un reazionario della peggiore specie, si qualifica volentieri – come tutti i peggiori reazionari – come liberale ma di liberale lei, e quelli come lei, hanno ben poco

    • Bah. Faccia pure. Se dire cose del tutto ovvie significa essere reazionari “della peggior specie”. Vorrà dire che essere progressisti, o comunque lei voglia definirsi, significa vivere nel mondo dei sogni. Quando aprirà gli occhietti forse si accorgerà che le aziende in Italia tendono ad essere chiuse o trasferite all’estero, chissà perchè … ah già, mancano le infrastrutture, l’energia costa cara …

      • Finiamola di raccontare frottole. Le imprese italiane delocalizzano non certo perchè mancano le infrastrutture o l’energia costa cara ma perchè altrove si fa dumping fiscale (come ha fatto l’Irlanda, come fa l’Olanda, come fa sempre più spesso l’Austria) o salariale e sociale (Benetton che produce in Bangladesh in fabbriche dove tutto viene giù e muoiono mille persone…). E il dumping lo fanno anche gli stati USA facendosi inutile concorrenza fra di loro: si legga “Subsidy Megadeals for Megacorporations” di Phil Mattera.
        Quanto all’energia elettrica ricordo che a maggio del 2012, mi pare il 21 o il 22, essa costò… ZERO euro sul mercato libero tanta era quella offerta! Mai che si parli di come raggiungere l’indipendenza energetica in questo paese: ha già, ma ciò significherebbe parlare di rinnovabili, risparmio, politiche energetiche… tutta roba comunista!

      • Ecco, appunto. Non ha colto l’ironia e lo ha detto lei stesso: ” Le imprese italiane delocalizzano non certo perchè mancano le infrastrutture o l’energia costa cara ma perchè altrove si fa dumping fiscale … o salariale e sociale”.
        Lei lo chiama “dumping salariale e sociale”; io dico, senza voler dare connotazioni positive o negative, che sfido chiunque a convincere un imprenditore, specie un certo tipo di imprenditore, a continuare a produrre dove deve corrispondere contributi demenziali per mantenere le pensioni di Giuliano Amato e dei suoi pari e dove deve battibeccare continuamente con un sindacato strapotente, quando può più o meno serenamente lasciare noi a cavarcela da soli e trasferire la baracca altrove.
        Lei ha perfettamente ragione a discutere di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, perché questo serve a decidere ciò che vogliamo essere e a stabilire quali regole dare al gioco; ma dovrebbe tener conto che c’è qualcun altro che invece decide in base alla convenienza. Voler avvicinare la piena occupazione a colpi di decreto non fa che trasferire il carico sulla collettività e/o su chi resta col cerino in mano (imprese “ancora” operanti in Italia); il risultato a lungo andare non può che essere fallimentare. Magari invece bisognerebbe essere capaci di rendere le condizioni economiche più attraenti per le imprese. I “vostri”/nostri nemici non sono i “padroni” (sarebbe come dire che “gli squali” sono nemici di chi va per mare; ma gli squali sono squali, punto e basta, e come tali si comportano); i nemici sono gli sprechi, le pensioni e stipendi d’oro a spese pubbliche, la corruzione, un sistema di burocrazia degno del peggior medioevo, la vessazione fiscale, …

      • Mi scusi, ma sono questi sprechi, corruzione, ecc. che hanno creato la crisi? Perché questo è il punto. Lei crede davvero che qualcuno difenda la pensione di Amato? E’ ovvio che le superpensioni vadano tagliate. Ma è questa l’origine della crisi? suvvia. Quanto ai sindacati, sono 20 anni che non combattono più, di che si lamenta? Faccia il favore.

      • l’energia che costa zero, l’energia che costa zero…
        incredibile, non c’è limite che non si possa superare…
        certo, certo, l’energia costa zero con SEI MILIARDI L’ANNO DI SUSSIDI…
        siamo morti.

      • guiodic,
        credo sia abbastanza ovvio per tutti che la crisi NON è stata generata da sprechi corruzione etc. (anche se forse qualche riflessione in più sul ruolo che è consentito svolgere alle banche d’affari andrebbe fatta … o no?). Credo sia ancora più ovvio per tutti che sprechi corruzione etc. (compreso il modo in cui viene redistribuito il reddito prodotto verso i pensionati) stanno facendo sì che la crisi da noi sia più pesante e più difficile da superare che altrove.
        Che le superpensioni (diciamo quelle che superano i 3.000 €/mese SENZA giustificazione in termini di contributi versati) vadano eliminate è anche questo ovvio, ma al momento non si muove una paglia con la scusa (ipocrita) dei “diritti acquisiti”.

      • tutto molto bello. Vogliamo fare come in Danimarca ? Bene…facciamolo :-)
        1) chi paga ? I soliti ? allora non funzionerà…
        2) ad OGGI con quali soldi , potemmo mai finanziare questi ammortizzatori.?! NON abbiamo neanche i soldi per la cassa integrazione in scadenza a Dicembre !

  14. ah, saverio, sempre divertentissimo!
    se io, imprenditore, al momento X ho bisogno di un dipendente in più, e al momento x+1 NON ho più bisogno di tale dipendente, devo comunque tenermelo e pagarlo, perchè… perchè… perchè altrimenti sarei un reazionario feudatario che vuole lo ius primae noctis, parola di saverio!!!

    • Egregio (di poco) spirito, sarebbe sempre cosa buona e bella leggere i commenti prima di cliccare compulsivamente sulla tastiera giusto per il gusto di dare una risposta che si presume spiritosa.
      Se lei imprenditore al momento X ha bisogno di un dipendente in più e al momento X+1 non ne ha più bisogno lo manda via, come è sempre successo e succede in Italia (uno dei paesi con i sindacati più accondiscendenti e meno combattivi al mondo e, di conseguenza, con uno degli indici EPL tra i paesi occidentali che più è caduto nel corso degli anni), a meno che magari non voglia pensare anche lei di condividere il “rischio” di trovare soluzioni (CIG, CIGS, contratti di solidarietà, part time, prepensionamenti, i compianti scivoli ecc.) che diano almeno la speranza di salvare il posto di lavoro, senza scaricare tale rischio interamente sul lavoratore come oggi regolarmente accade.
      Visto che vi piace parlar tanto di incentivi e disincentivi mi dice qual è l’incentivo per l’imprenditore a cercare di salvare posti di lavoro quando sa che potrà licenziarne gli occupanti ad nutum pur salvaguardando i propri interessi?
      Qui qualcuno ha cominciato a tirar fuori la storia della Rossi e Catelli per cercare di dimostrare che, per colpa dei sindacati, mentre tre anni fa si potevano licenziare solo dieci dipendenti oggi se ne devono licenziare sessanta. Ho dimostrato modestamente che le cose sono leggermente (eufemismo) diverse da come quel qualcuno le ha capite. Che colpa ne ho?

      • saverio, mi stai dicendo quello che ho scritto nel mio primo commento in questo thread?
        licenziamento libero, assolutamente.
        e CONTEMPORANEAMENTE sussidi di disoccupazioni/riqualificazione PER TUTTI, finanziati in parti da stabilire da imprese, lavoratori, e stato?
        perfetto, siam d’accordissimo.

      • Domanda banale: con che soldi? Dove le trovi le risorse per coprire l’enorme spesa che i sussidi che immagini genererebbero in un momento come questo? Siamo seri. Chi dice libertà di licenziamento in cambio di sussidi mente.

  15. in Spagna si può licenziare dalla sera alla mattina, dando credo 12 mensilità, eppure non mi sembra che la disoccupazione sia a livelli tedeschi….

  16. […] del lavoro nel settore pubblico, pure a fronte delle rilevanti difficoltà di misurazione (https://keynesblog.com/2013/06/21/ma-e-proprio-vero-che-gli-italiani-lavorano-poco-e-male/), e pur volendo accettare la tesi che questa è più bassa rispetto al settore privato, […]

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