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Le “riforme strutturali” non sono la soluzione

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Nonostante l’enfasi con cui molti commentatori hanno celebrato la fine dell’era dell’austerity non c’è molto di nuovo nelle strategie anticrisi della Commissione europea. Le “riforme strutturali” sulla quali si continua a puntare non sono un rimedio al problema legato alla crescita a breve termine dei Paesi della periferia dell’Ue. La soluzione va trovata in politiche keynesiane di rilancio della domanda.

di Dani Rodrik, da Il Sole 24 Ore, 16 giugno 2013

Sembra che l’austerità sia passata di moda nell’Eurozona – almeno per il momento. La Commissione europea ha concesso a Spagna, Francia e Paesi Bassi più tempo per adeguarsi al tetto del 3% del rapporto deficit/Pil dell’Unione europea. Anche le autorità governative tedesche ora ammettono che per rilanciare le economie della periferia europea serva qualcosa in più del rigore fiscale. Per la Commissione, quel «qualcosa in più» sono le riforme strutturali: un allentamento delle restrizioni ai licenziamenti, altre riforme per il mercato del lavoro, la liberalizzazione delle professioni e la rimozione dei controlli sui mercati di beni e servizi.

Ma si tratta solo del vino vecchio in una bottiglia nuova. Da quando è scoppiata la crisi dell’Eurozona, la «troika» (Commissione, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea) insiste su tali riforme come parte di qualsiasi pacchetto di assistenza finanziaria. È stato ribadito più volte a Grecia, Spagna e ad altri Paesi quanto tali riforme fossero necessarie per incentivare produttività e competitività e crescita.

A distanza di tre anni, l’esperienza della Grecia parla da sé. Come ribadisce un nuovo report del Fmi, le riforme strutturali non sono riuscite a produrre gli effetti desiderati, in parte perché sono andate incontro a difficoltà politiche e di implementazione e in parte perché il loro potenziale di incrementare la crescita nel breve termine è stato ingigantito. Né tanto meno hanno funzionato le riforme del mercato del lavoro in Spagna. Niente di tutto questo giunge a sorpresa. Le riforme strutturali aumentano la produttività in pratica attraverso due canali complementari. Il primo: i settori a bassa produttività tagliano sulla manodopera. Il secondo: i settori ad alta produttività espandono e assumono più manodopera. Entrambi i processi sono necessari per far sì che le riforme aumentino la produttività a livello dell’intero sistema economico.

Ma quando la domanda aggregate è depressa – come nel caso della periferia europea – il secondo meccanismo, alla meglio, funziona a fatica. È facile capire perché: semplificare le procedure di licenziamento o l’avvio di nuove attività ha scarsi effetti sulle assunzioni quando le aziende hanno già un eccesso di capacità e difficoltà a trovare clienti. Dunque otteniamo soltanto il primo effetto, e quindi un aumento della disoccupazione.

Non c’è nulla di nuovo nell’approccio della Commissione europea e non ci sono molte ragioni per cui essere ottimisti che la «nuova» strategia funzioni meglio della vecchia. Le riforme strutturali – per quanto auspicabili nel lungo periodo – non sono un rimedio al problema legato alla crescita a breve termine di questi Paesi.

La periferia dell’Eurozona soffre sia di un accumulo di debiti che di un problema di flussi. Ha accumulato debiti troppi massicci e una competitività troppo scarsa per raggiungere il saldo con l’estero senza scatenare una significativa deflazione interna e disoccupazione. Ciò che serve è un duplice approccio che affronti contemporaneamente entrambi i problemi. L’approccio prevalente – affrontare il debito con l’austerità fiscale e la competitività con le riforme strutturali – ha prodotto livelli di disoccupazione che minacciano la stabilità sociale e politica.

Allora, cosa si può fare di diverso?
Il modo più diretto per affrontare il problema del debito è una cancellazione, insieme alla ricapitalizzazione di quelle banche che patiscono di conseguenza ampie perdite. Potrebbe sembrare una mossa estrema, ma riconosce semplicemente la realtà secondo cui gran parte del debito esistente non sarà estinto senza nuovi flussi di finanziamenti ufficiali. Come riconosce ora il Fmi, sarebbe stato meglio ristrutturare i debiti greci dall’inizio che intraprendere una «operazione di mantenimento».

La riduzione del debito di per sé spiana la strada per la crescita, ma non la innesca direttamente. Servono politiche che affrontino direttamente il ribilanciamento delle spese all’interno dell’Eurozona e la riallocazione delle spese all’interno delle economie periferiche, tra cui politiche per rilanciare la domanda in tutta l’Eurozona e stimolare una maggiore spesa nei Paesi creditori, soprattutto in Germania, politiche volte a ridurre i prezzi non negoziabili, politiche sui redditi per ridurre i salari del settore privato delle economie periferiche in modo coordinato, un maggior target di inflazione della Bce per dare spazio ai movimenti nei tassi di cambio mediante cambiamenti nominali.

Queste politiche richiedono che la Germania accetti un’inflazione più alta ed esplicite perdite bancarie, e ciò implica che i tedeschi possano accettare una storia diversa sulla natura della crisi. E ciò significa che i leader tedeschi devono dipingere la crisi non come un gioco di moralità che contrappone i pigri e spreconi cittadini del Sud ai parsimoniosi e laboriosi cittadini del Nord, ma come una crisi di interdipendenza in un’unione economica (e politica nascente). I tedeschi devono rivestire un grande ruolo nella risoluzione della crisi come ha fatto nello scatenarla.

Anche la Francia, con buona probabilità avrà un ruolo cruciale; è abbastanza importante: se appoggiasse fino in fondo i Paesi periferici, la Germania resterebbe isolata e dovrebbe trovare una risposta. Ma finora la Francia intende distaccarsi dai Paesi del Sud, per evitare di essere trascinata con loro sui mercati finanziari.

Infine, un’unione economica europea che funzioni richiede una maggiore omogeneità strutturale e convergenza istituzionale (soprattutto nei mercati del lavoro) tra i suoi Paesi membri. L’argomentazione tedesca contiene qualcosa di fondato: nel lungo periodo i Paesi dell’Unione devono darsi una mano se intendono abitare nella stessa dimora.

Ma l’Eurozona deve affrontare un problema a breve termine che è più keynesiano in natura, e per il quale i rimedi strutturali a lungo termine sono inefficaci alla meglio e dannosi alla peggio. Troppa attenzione sui problemi strutturali, a scapito delle politiche keynesiane, renderà il lungo periodo irraggiungibile, e quindi irrilevante.

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11 commenti su “Le “riforme strutturali” non sono la soluzione

  1. mi sembra un articolo che va verso un proeuropeismo positivo (costruttivo)magari il sole 24 ore avesse avuto in passato anche queste posizioni….mi sembra tutto condivisibile ,compreso la cancellazione del debito….(che potrebbe anche solo essere solo congelato,almeno nella parte esigibile,in attesa di tempi migliori)che potrebbero essere innescate propio da queste politiche…nel frattempo magari rivedere le regole che possono rendere quanto piu trasparente possibile ,i bilanci e la capitalizzazione delle banche…

  2. […] di Dani Rodrik, da Il Sole 24 Ore, 16 giugno 2013 Continua a leggere » […]

  3. mase l’Eurozona e Maastricht sono stati creati apposta per impedire agli stati di seguire vie keynesiane….di cosa stiamo a parlare? chi crede che gli eurocrati possano mai prendere in considerazione politiche dal lato della domanda è un bell addormentato nel bosco.

  4. Le politiche kenesiane si considerano oramai come quasi communiste dagli eurocrati. Il problema principale sta ,anche se la maggioranza non vuole ammetterlo ,nella moneta comune.Da Greco avrei fatto la seguente domanda a Rodrik. Economicamente parlando e’ raginevole che la Grecia disponga una moneta che in valore sia piu’ forte rispetto il dollaro (della prima potenza mondiale) , fortissima rispetto a yuan(seconda potenza) e uguale alla Germania della quarta potenza? Come un paese, la Grecia appunto, sara’ in grando di risolvrere i defiit gemmelli a cifra doppia(bilancia dei pagamenti e statale) senza aver a disposizione la politica monetaria? Non e’ e non sara’ possibile. E i dati lo confermano. Il 2012 ha chiuso con il deficit statale a 10% e della bilancia dei pagamenti a 7%, dopo 3 anni di austerita’ pesantissima. Da notare che per il terzo anno consecutivo il deficit statale e’ incollato al 10%.!!! Il debito in valore assoluto e’ aumentato dai 295 migliardi del 2009 ai 310 migliardi nel 2012 nonostante i due hair-cuts.
    Bisogna ammetterlo. L’ introduzione del Euro e’ stato un gravissimo errore.Insistere ancora significerebbe austerita’ perpetua, bassi tassi di cressita, dissocupazione alta, perdita definitiva della sovranita’ nazionale per i paesi in difficolta’ e della democrazia perlamentare, in un europa dominata dalla Germania. Vorrei conoscere un vantaggio solo uno per il mantenimento della Ez , per i popoli e le nazioni Sud Europee.
    Chiedo la vs compressione. Ho insistito di scrivere sulla Grecia non solo perche’ l’ articolo si riferise, ma anche per il motivo che la maggioranza dei questi dati non e’ esposta ai media fuori dalla Grecia. Grazie.

    • siamo uniti nella difficoltà Nicos. ai tuoi connazionali è però toccato un destino assai più cupo e una quantità di privazioni decisamente maggiore (per ora) e fuori da ogni logica, in quella che si può considerare la maggior violazione dei diritti umani nel mondo occidentale da decenni a questa parte.

      Il delirio eurista deve finire…l’eurozona va smantellata pezzo per pezzo. è l’unica possibilità che abbiamo per evitare un ritorno alla barbarie come nella prima metà del secolo scorso.

      Già non penso abbia ormai alcun senso l’Unione Europea….per quale motivo uno stato che intende restare democratico dovrebbe continuare a farne parte?

      Ma l’imperativo assoluto ora è fermare gli eurocrati e i loro lacchè che ci governano prima che ci portino al disastro totale. perchè se gliene diamo la possibilità possiamo star certi che lo faranno.

      • Non potrei che essere d’ accordo su tutto che scrivi Master T.Oltre pero’ di essere ”uniti nella diffiolta’ avremmo dovuto fare anche delle azioni in commune. Purtroppo non ci sono deggli soggeti politici sia in Grecia che in Italia ,che sappia , che vorrebbero lavorare a tale scopo. Allora la gia’ difficile situazione diventa ancora piu’ grave.

    • Sottoscrivo il suo punto di vista financo nella punteggiatura, Nicos Atene.

  5. Queste cose chi frequenta questo blog le sapeva già da tempo, pare che ormai siano in molti, forse tardivamente alcuni, ad averele capite , qualche timido segnala di cambiamento pare ci sia ma è sempre troppo timido per la gravità della situazione. La Francia poteva essere l’ago della bilancia ma dove è finito Hollande? Insomma quando la casa brucia non basta quelche secchio d’acqua ci vorrebbero i Canadair, la realtà purtroppo è che la classe politica non è stata all’altezza della situazione, pure Obama è un mezzo fallimento, la Merkel la conosciamo e sorvoliamo su Letta. Citazione di JMK “Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”

  6. bah. Nel sole24ore se stai a vedere ci lavorano anche i figli dei figli. Un giornale che difficilmente ne azzecca una, anche se qualche valido giornalista/analista economico c’è

  7. per rilanciare la domanda occorre rendere virtuoso il circolo economico interno riducendo il deterioramento di alcuni fattori trai quali tutto il sistema politico
    http://economicsandpolicy.blogspot.it/2012/06/per-tornare-crescere-occorre.html

  8. […] manca la domanda (per colpa dei tedeschi). Se non c’è benzina, l’auto non riparte se ripari la carrozzeria o cambi ancora l’olio nel […]

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