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Le riforme di Tsipras e Varoufakis: un addio alla logica della troika

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Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis rappresentati come Kirk e Spock

di Romaric Godin – La Tribune del 25/02/15, traduzione di Faber Fabbris

Molti commentatori hanno visto la lista di riforme sottoposte dal governo greco all’Eurogruppo un abbandono puro e semplice delle promesse di Syriza. Una conclusione che appare più che affrettata quando si esaminano le cose in dettaglio.

Il piano di riforme del governo greco inviato alla Commissione costituisce un abbandono del programma di Syriza stilato a Salonicco nel settembre 2014? La risposta è più complessa della domanda.

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Krugman: “L’accordo Grecia-Europa non è una sconfitta per Syriza”

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Nulla di ciò che è successo giustifica la pervasiva retorica del fallimento - spiega il premio Nobel Paul Krugman - in realtà, la mia sensazione è che stiamo vedendo una diabolica alleanza qui tra gli scrittori di sinistra con aspettative irrealistiche e la stampa economica, che ama la storia della debacle greca perché è quello che dovrebbe accadere a debitori arroganti. Ma non c’è una debacle. Nel frattempo - conclude Krugman - la prima vera rivolta del debitore contro l’austerità ha avuto un risultato decente, anche se nessuno ci crede.

di Paul Krugman dal New York Times del 27 febbraio 2015

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Varoufakis spiega gli enormi costi dell’uscita dall’euro

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Nel 2011, rispondendo ad una proposta di Warren Mosler e Philip Pilkington, l’attuale Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis spiegava perché la rottura dell’eurozona sarebbe un disastro e perché le proposte di Mosler e Pilkington sarebbero una mossa della disperazione.

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Il GREXIT porterebbe alla fine dell’euro?

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Molti commentatori si stanno interrogando in questi giorni sui possibili effetti di una uscita della Grecia dall’euro e un suo conseguente default sul debito pubblico (necessario a causa del fatto che esso è sotto legge estera).

Secondo alcuni, tale evento non comporterebbe la fine della moneta unica. Costoro richiamano l’attenzione sul fatto che non si scatenerebbe un effetto contagio sul sistema bancario europeo (come sarebbe avvenuto nel 2010), poiché il debito pubblico greco è oggi quasi totalmente in mano alle “istituzioni” (fondo salvastati EFSF – vale a dire gli stati dell’eurozona, BCE e FMI).  La prova sarebbe costituita dal mancato panico sui mercati finanziari in occasione delle trattative tra il nuovo governo greco e la (e) Troika.

Questo ragionamento rischia però di sottovalutare la fragilità dell’eurozona.

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Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro

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AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.

Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

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Dani Rodrik spiega perché l’uscita della Grecia dall’euro non è una soluzione per nessuno

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di Xenia Kounalaki dal sito del quotidiano greco Kathimerini

L’economista turco Dani Rodrik, già professore ad Harvard e attualmente docente di scienze sociali all’Institute for Advanced Studies a Princeton, nel New Jersey, ha parlato dell’ “ineludibile trilemma dell’economia mondiale”. Secondo il suo punto di vista, “la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono mutualmente incompatibili: possiamo combinarne due alla volta, ma è impossibile di coniugarli simultaneamente e appieno”. La teoria sembra aderire perfettamente alla attuale crisi del debito nell’eurozona. In occasione di un interessante articolo sulla Grecia, pubblicato su Project Syndicate, Rodrik ha risposto ad alcune domande per Kathimerini.

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“Fermi come una roccia”. La strategia di Varoufakis

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di Guido Iodice – pubblicato su Left del 14 febbraio 2015

Che Yanis Varoufakis fosse un tipo fuori dagli schemi lo si è capito subito, quando lo si è visto arrivare in motocicletta alle riunione del governo. Le curiosità su Varoufakis si sprecano. Il Financial Times ha raccontato che quando Varoufakis si è recato a Londra per incontrare il suo omologo britannico George Osborne, l’ex Cancelliere dello Scacchiere Lord Lamont ha organizzato un incontro con gli investitori della City. La colazione era prevista al prestigioso Reform Club, il cui dress code impone la cravatta. Varoufakis, vestito con una camicia da discoteca, ha tentato (senza successo) di convincere il Club che non indossare la cravatta è il tipico costume nazionale greco. Mr. Varoufakis – conclude il FT – non smette mai di stupire, è vero: quando era all’Università dell’Essex, il segretario dell’associazione degli studenti neri era lui. Ma non è certo la cravatta, né la moto, a preoccupare Berlino.

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