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Tu chiamale se vuoi, dismissioni

Ecco la nuova parola d’ordine dell’estate politica: abbattere il debito pubblico tramite un piano di dismissioni del patrimonio e magari anche delle partecipazioni statali nelle aziende strategiche. Tra le tante proposte c’è quella del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, c’è la variante di Franco Bassanini e Giuliano Amato e c’è la ricetta di Angelino Alfano, che si è spinto a proporre dismissioni addirittura per 400 miliardi. Ma quali sarebbero gli effetti reali di questo tipo di proposta? I dati parlano chiaro: un risparmio risibile in termini di spesa per interessi e il rischio di provocare persino danni ai contribuenti in caso di vendita dei migliori asset strategici.  Ne discutono Paola De Micheli (PD), Osvaldo Napoli (PDL), Carlo Puca (Panorama), Fabrizio Forquet (Il Sole 24 Ore), Giampaolo D’Andrea (sottosegretario ai rapporti con il Parlamento), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio). Conduce Andrea Pancani.

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Il rallentamento della crescita e l’accelerazione delle disuguaglianze

In un recente intervento sul blog “Economix” del New York Times, David Leonhardt fornisce dati circostanziati sul rallentamento della crescita economica e l’aumento della diseguaglianza tra i redditi negli Stati Uniti, due elementi alla base della preoccupante stagnazione economica.

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Fermare il “delirio”. Analisi di un manifesto liberista

“Fermare il declino” è il titolo del manifesto di quello che si candida ad essere un nuovo partito liberale-liberista-libertarian, promosso da alcuni liberisti noti al grande pubblico come Oscar Giannino e Michele Boldrin. Al manifesto hanno aderito anche diversi esponenti del partito di Fini e della fondazione di Luca Cordero di Montezemolo.

Analizzeremo qui, punto per punto, le proposte avanzate nel documento.

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La spending review e il “punto di vista del Tesoro”

Meno 2,5 per cento. E’ il dato sulla decrescita del Pil italiano diffuso ieri dall’Istat, riferito al confronto tra secondo trimestre del 2012 e secondo trimestre del 2011. E’ il peggiore dal 2009. Rispetto all’inizio dell’anno siano già più poveri dello 0,7%.

Mentre questi dati venivano annunciati, il Parlamento ha approvato in via definitiva la “spending review” in cui convivono i tagli alla spesa, in buona parte “lineari”, come nella tradizione di questi anni, e alcuni aumenti delle tasse. In una “spending review” ci si aspetterebbe di vedere tagliate le spese poco produttive: eppure lo Stato continuerà a rimborsare farmaci “di marca” e ad acquistare 90 aerei militari F35, per la somma di 10 miliardi.

Quello che sta accadendo in Italia, come nel resto dell’Europa meridionale, è contrario non solo alla teoria economica keynesiana ma, a questo punto, persino al buon senso. Non deve tuttavia stupire. Il riferimento teorico di questa politica è semplice e prende il nome di “Treasury view”, il “punto di vista del Tesoro”.

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Disoccupazione senza speranza

“E’ sempre più probabile che una disoccupazione di lungo periodo, entro i prossimi due anni, diventi un ostacolo per la nostra ripresa economica”.

Ne è convinto Brad DeLong, professore di Economia a Berkeley e già consigliere del Tesoro americano durante l’era Clinton, che lo scrive in un commento su Project Syndicate.

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Per molti, ma non per tutti. L’università secondo le destre europee (e secondo Monti?)

Con alcuni recenti provvedimenti del governo Monti, soprattutto con la cosiddetta “spending review”, sono stati apportati ulteriori tagli all’università. Vengono toccati soprattutto il reclutamento di nuovi ricercatori, ulteriormente bloccato, e le tasse universitarie. Una politica, soprattutto quest’ultima, che è in linea con quanto fatto dalla coalizione di centrodestra al governo in Gran Bretagna. Una continuità, questa, tra le politiche italiane e quelle dei conservatori inglesi che deve far riflettere. Ecco alcuni dati per capirci di più.

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Chissà cosa avrà voluto dire…

“La BCE farà tutto quanto è necessario per preservare l’euro e, credetemi, sarà abbastanza”. Così si era espresso Mario Draghi solo una settimana fa, a Londra. Tutti avevano capito che l’uomo di fatto più potente d’Europa avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo (metaforicamente) e si sarebbe imposto alla recalcitrante Bundesbank le misure assolutamente necessarie nel breve periodo per evitare la deflagrazione dell’Euro. Le sue parole avevano suscitato così tanta speranza da far precipitare di colpo gli spread dei titoli spagnoli e italiani. Ieri mattina il termometro segnava “appena” 440, novanta punti in meno rispetto alla vigilia del discorso di Londra, nonostante le dichiarazioni negative provenienti dalla banca centrale tedesca nelle stesse ore. Draghi era sembrato tanto convinto del fatto suo che persino un “catastrofista” come Roubini aveva festeggiato sostenendo che la “tempesta perfetta” che avrebbe potuto distruggere il sistema economico mondiale era stata, con tutta probabilità, evitata.

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La lettura sbagliata della crisi

di Luciano Gallino

Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.
Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.

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La spending review si accanisce sui redditi bassi

di Roberto Romano da Economia e Politica

Il decreto legge n° 95 del 6 luglio 2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi pubblici”, è l’ultima puntata di una serie di manovre correttive del bilancio pubblico italiano.

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E’ necessaria una critica dell’economia politica

di Alfonso Gianni

Dobbiamo all’appello contro il “furto d’informazione”, comparso pochi giorni fa su il Manifesto e alle autorevoli firme che lo sottendono, se tra i caldi dell’estate si è infilato qualche refolo di dibattito economico. Se ne è accorta anche la grande stampa, proprio quella giustamente messa sotto accusa dai firmatari dell’appello. A essere puntigliosi dovremmo precisare che l’imputata principale è la stampa generalista, quella specializzata non ha potuto allo stesso modo nascondere la verità. Basta confrontare, per fare solo un esempio, la differenza che corre fra gli inserti economici di Repubblica o del Corriere della Sera e i loro contenitori per rendersene immediatamente conto.

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