Sin dall’inizio della crisi dei debiti sovrani in Europa, i più accreditati economisti hanno individuato negli squilibri delle partite correnti la sua ragione fondamentale. Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, hanno per anni importato prodotti dal “centro” dell’Unione Europea (la Germania in particolare), accumulando così crescenti debiti (soprattutto privati) con le banche di quei paesi (un discorso a parte va fatto per l’Irlanda come accenneremo successivamente). Non si tratta quindi semplicemente di elevato debito pubblico. Al contrario. Per fare un confronto, la Spagna nel 2008 presentava un rapporto debito/PIL del 36%, la Germania arrivava al 65%. Tuttora la Spagna – può sembrare un paradosso – ha un debito pubblico inferiore alla Germania: 68% contro 81%.
Il riequilibrio delle bilance commerciali attraverso l’austerità
I pannelli solari, l’Europa, la Cina e lo spettro del declino tecnologico

di Daniela Palma e Guido Iodice, da Greenreport.it
Tempi duri per l’Europa. E non soltanto per la crisi economica che giorno dopo giorno appare sempre più simile ad un bollettino di guerra, ma anche per la difficoltà con cui i suoi governanti riescono a divenire pienamente coscienti dei profondi cambiamenti strutturali che stanno attraversando l’economia mondiale. E’ del tutto emblematico in questo senso l’annuncio da parte dell’UE il 6 settembre scorso di voler procedere ad una inchiesta sulla presunta concorrenza sleale dei produttori di pannelli solari di Pechino ponendo le premesse per una guerra commerciale. Ma ancora più emblematica è la reazione del portavoce del ministero del Commercio cinese, Shen Danyang che ha prontamente fatto rimbalzare al mittente l’attacco con tipico tratto di saggezza asiatica, dichiarando il “profondo rammarico” del suo governo ma aggiungendo anche che “le barriere per i prodotti cinesi non minerebbero soltanto gli interessi dell’industria cinese ed europea, ma indebolirebbero lo sviluppo globale del settore del solare e delle energie pulite”.
La BCE è l’unica banca centrale del mondo che detta la politica economica ai governi

Avete mai sentito Ben Bernanke (il capo della FED) dire ad Obama quale politica economica seguire? Mario Draghi e gli altri dirigenti della BCE, invece, parlano diffusamente dell’argomento, spiegando ai governi europei cosa devono fare. A scoprire la differenza uno studio della stessa BCE, come spiega Gustavo Piga sul suo blog.
La partita a poker con lo spread sullo sfondo

di Vladimiro Giacché da Pubblico del 27 settembre 2012
Sono passati appena 20 giorni da quando la BCE di Mario Draghi ha deciso un intervento “illimitato ” a sostegno degli Stati in difficoltà, attraverso l’acquisto dei loro titoli di Stato (di durata sino a 3 anni), in modo da diminuire gli interessi da pagare a chi li acquista, e da ridurre lo spread, ossia il differenziale tra il loro rendimento e quello dei titoli tedeschi di pari durata. Per qualche settimana è sembrato che i mercati finanziari si accontentassero di questa promessa, ma adesso vogliono vedere le carte. Ossia se davvero la BCE interverrà. E qui cominciano i guai. Perché l’intervento deciso dalla BCE sarà illimitato, ma è anche condizionato: a una richiesta di aiuto al Fondo europeo di stabilità da parte dello Stato interessato, alla sigla di un protocollo (che ovviamente conterrà nuove misure di austerity) e alla verifica del suo rispetto da parte di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.
Il Welfare nel mirino
di Felice Roberto Pizzuti – da il manifesto
L’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi pubblicato sul Corriere della Sera di domenica scorsa con il titolo «C’era una volta lo stato sociale» ribadisce con chiarezza alcuni luoghi comuni conformi alla visione neoliberista la cui applicazione ha concretamente contribuito alla crisi globale; la loro convinta riproposizione è un segno della difficoltà di uscire da quella visione e dalle sue conseguenze (per timore che ciò possa accadere, in un precedente articolo Giavazzi ha proposto perfino che il Parlamento attuale blindi per la futura legislatura quanto già attuato della «Agenda Monti»!). Secondo i due economisti, il nostro sistema di welfare non è compatibile con la crescita, dunque dovrebbe essere «profondamente» ripensato affinché garantisca i suoi servizi solo alle classi meno abbienti e non anche alle classi medio-alte le quali, però, dovrebbero essere sgravate dai corrispondenti oneri fiscali e contributivi; in tal modo si eliminerebbe quello che viene definito «un giro di conto» che «scoraggia il lavoro e la produzione»: «… se anziché essere tassato con un’aliquota del 50% dovessi pagare un premio assicurativo a una compagnia privata, lavorerei di più per non rischiare di mancare le rate».
L’uscita della Germania dall’euro è un’opzione da considerare seriamente
[Dopo Soros anche] Martin Wolf sul Financial Times si domanda se alla fine la Germania si deciderà a lasciare l’euro.
di Carmen Gallus da IntestireOggi
USCITA GERMANIA EURO – Da un lato, la decisione di Angela Merkel di sostenere il piano di Mario Draghi di acquisto di obbligazioni dei governi in difficoltà ha reso evidente a tutti i conservatori euroscettici tedeschi che la BCE non è e non sarà mai una reincarnazione della Bundesbank, e che l’eurozona assomiglia sempre di più a un matrimonio infelice. In questi casi, è inevitabile pensare a una separazione.
La crisi della Fiat e il bluff di Marchionne. I mancati investimenti? Non c’entrano
Il bluff di Marchionne continua. L’annuncio che “al momento opportuno” il Lingotto investirà negli stabilimenti italiani del gruppo e che si punterà sull’export, rischia di andare poco lontano. Non c’è un solo produttore europeo che si azzarda ad assemblare vetture in Europa per venderle in Usa (per di più con un cambio eurodollaro a 1,3)
Le parole vuote di Marchionne e il ruolo della politica

di Vladimiro Giacché da Pubblico del 24 settembre 2012
Quanto all’individuazione di proposte concrete per affrontare la crisi della Fiat, il comunicato congiunto emesso al termine dell’incontro di sabato tra Fiat e governo è a dir poco deludente. E tuttavia quel comunicato contiene diverse informazioni importanti. La prima è che Marchionne non garantisce nulla. Certo, “i vertici Fiat hanno manifestato l’impegno a salvaguardare la presenza industriale del gruppo in Italia”. Ma non si dice se questo varrà per tutti gli impianti oppure no.
Che cos’è il debito pubblico e perché non è “il” problema
Pubblichiamo un saggio di Roberto Ciccone tratto dall’e-book “Oltre l’austerità”. Alcune parti del testo sono tecniche, ma non particolarmente complesse. Anche al di là di queste parti, tuttavia, il saggio ha il pregio di smontare molti luoghi comuni sul debito pubblico.
Ricordiamo che l’e-book verrà presentato il 1° ottobre al Senato
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico
Queste note hanno lo scopo di chiarire alcuni aspetti di base della natura del debito pubblico e degli effetti che esso può produrre sul sistema economico, con riguardo ai quali fraintendimenti, opacità concettuali e false convinzioni appaiono frequenti. Le puntualizzazioni qui esposte possono quindi essere preliminari (se ritenute valide) ad analisi di livello più avanzato circa temi e problemi connessi al finanziamento in debito della spesa pubblica.
Alesina e Giavazzi propongono la sanità all’americana: un sistema fallimentare, costoso e inefficiente

Spesa sanitaria (pubblica e privata), OCSE 2009
Nell’editoriale domenicale sul Corriere della Sera, Alesina e Giavazzi descrivono il sistema sanitario italiano come insostenibile. Eppure costa meno, allo Stato e ai cittadini, che il sistema prevalentemente privato all’americana.
