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Occupazione e moneta secondo Keynes

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di Claudio Gnesutta da Sbilanciamoci.info

Nelle pagine finali della Teoria generale, Keynes, dopo aver costruito il suo edificio teorico con riferimento a un’economia chiusa, sembra aver un sussulto e, ricollegandosi ai temi del sistema economico internazionale che l’avevano fino ad allora occupato, afferma che “in un sistema interno di laissez faire e con un regime aureo internazionale (…) non vi era alcun mezzo disponibile per il governo di mitigare la depressione economica all’interno salvo la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati”. Lo sforzo teorico appena concluso gli fa affermare che “le nazioni possono imparare a costituirsi una situazione di occupazione piena mediante la loro politica interna” e così facendo costruire un nuovo sistema internazionale che “potrebbe essere più favorevole alla pace di quanto lo sia stato il vecchio.”

Oggi, in un momento in cui, dopo una lunga fase di trasformazioni, il sistema di Bretton Woods si è rimodellato sulle “vecchie” basi, non è possibile disinteressarsi della sua architettura se si vuole comprendere le difficoltà che incontrano le singole nazioni nel trovare un soddisfacente equilibrio interno.

Ad affrontare la complessità del problema ci aiuta il denso “Pamphlet” – collana della Castelvecchi Editore – di Anna Carabelli e Mario Cedrini la cui esposizione accurata delle trasformazioni registrate dal sistema monetario internazionale negli ultimi settant’anni è alla base dell’interpretazione suggestiva del perché si possa, si debba, ricercare, come dice il titolo del libro, una soluzione Secondo Keynes (il cui sottotitolo è Il disordine del neoliberismo e le speranze di una nuova Bretton Woods, Roma: Castelvecchi Editore, 2014, p. 116, € 10,20.

In poche righe non è possibile riprendere i molti e importanti spunti del libro; è però possibile ripercorrere i suoi punti principali utilizzando come guida il concetto di «policy space» che, come gli Autori ricordano, indica “la libertà e la capacità di un governo di «identificare e perseguire il mix di politiche economiche e sociali appropriato per ottenere il processo di sviluppo equo e sostenibile più adatto allo specifico contesto nazionale»”. Analizzare lo spazio di politica economica che, nel rispetto delle regole internazionali, è lasciato all’autonomia e sovranità del paese non solo è utile per la ricostruzione, rapida ma ricca di dettagli anche bibliografici, del sistema di Bretton Woods e dei successivi sviluppi, ma anche perché permette di riflettere sui nodi che, nella situazione attuale, condizionano le politiche economiche nazionali.

Carabelli e Cedrini parlano dell’ordine internazionale uscito da Bretton Woods in termini di “magia e mito”. Se “magico” è risultato il sostegno al modo di sviluppo dell’“età dell’oro del capitalismo”, l’aspetto “mitico” può essere compreso solo tenendo conto che la sua efficacia è dipesa dal costituirsi di un «mondo à la Bretton Woods» dovuto ad «alcune circostanze estremamente favorevoli che hanno accompagnato i suoi primi anni di vita». Vi hanno contribuito alcune condizioni istituzionali e di politica economica, quali l’adozione del Piano Marshall che, non previsto negli schemi di Bretton Woods, ha confermato la visione di Keynes di come i paesi possono uscire dalla crisi con la «ristrutturazione del debito attraverso un piano condiviso e garantito dai surplus countries». Fattori importanti sono stati anche la posizione degli Stati Uniti come «creditori del mondo»; la loro politica monetaria che, detronizzando l’oro, ha garantito la liquidità necessaria agli squilibri delle bilance dei pagamenti; gli stretti controlli dei movimenti finanziari internazionali. È la situazione complessiva che ha garantito uno space policy progressivo che permette, per un periodo non breve, politiche interne espansive con bilance dei pagamenti sotto controllo.

Il mondo à la Bretton Woods si modificherà negli anni settanta trasformandosi in un assetto istituzionale in cui l’abolizione del controllo pubblico sui flussi finanziari con l’estero mette in difficoltà i paesi nel perseguire politiche interne per l’occupazione. Inizia il periodo di «disordine del neoliberismo» e l’avvento di quel Washington Consensus che, dichiarando «esplicitamente guerra a quella concezione dello sviluppo, protetta dal mondo di Bretton Woods», mira a sovvertire gli assetti istituzionali interni (intervento pubblico in economia, politiche industriali, sostegno bancario all’economia privata ecc.) per adeguarli al modello di organizzazione socio-economica occidentale fondato sui “dieci comandamenti” che accompagnano le condizionalità dal Fondo monetario e Banca Mondiale, allargati poi con l’estensione della regolamentazione finanziaria anglosassone, l’adesione agli accordi del WTO, l’indipendenza delle banche centrali, la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Lo spazio della politica interna viene così assoggettato alla disciplina dei poteri (finanziari) internazionali e il mancato rispetto delle «norme presuntamente universali di un’economia di mercato» è sufficiente per rifiutare l’aiuto ai paesi in difficoltà e costringerli ad adottare l’agenda del Washington Consensus.

Misurato in termini di stabilità, l’ordine mondiale di questo “non-sistema” si dimostra disastroso per la sequenza di crisi finanziarie (Messico, sud-est asiatico, Argentina) direttamente connesse all’idea che, adottando le politiche monetarie restrittive del Fondo Monetario, gli investimenti esteri avrebbero garantito la crescita interna. Gli stessi effetti necessari al successo di questa strategia anti-inflazionistica (sopravvalutazione del tasso di cambio, ingente afflusso di capitali esteri) costituiscono altrettanti impedimenti alla ristrutturazione interna necessaria al rilancio della crescita.

Non ha alcun senso riferirsi al sistema che si è venuto affermando come una «Bretton Woods II» poiché il suo assetto istituzionale e politico è diametralmente opposto a quello di un «embedded liberalism» che qualificava il modello di sviluppo internazionale dell’“età dell’oro del capitalismo” nel quale la libertà di commercio su basi multilaterali e l’esistenza di controlli, anche sui movimenti di capitale, risultavano compatibili, come proponeva Keynes, con una disciplina internazionale che lasciava spazio ai governi nazionali per intervenire nella vita interna, economica e sociale.

Affrontando la realtà odierna, Carabelli e Cedrini si richiamano al “trilemma di Rodrik” che sostiene che i tre processi – globalizzazione, democrazia, sovranità nazionale – non sono tra di loro compatibili, se non a due a due. In presenza di una finanza globalizzante, non rimarrebbe che arrendersi o all’illusione di un federalismo globale non certamente all’orizzonte o all’accettazione di una trasformazione autoritaria delle istituzioni interne per adeguarle alle perentorie regole della competitività internazionale in modo da riscuotere la fiducia dei mercati finanziari (la cosiddetta golden straitjacket).

Se non si vuole che sia la democrazia ad essere il terzo escluso, è necessario salvaguardare il policy space nazionale accettando una «maggiore integrazione in luogo della piena integrazione»; una prospettiva, argomentano efficacemente i due Autori, che rispecchia la ricerca di un “compromesso sostenibile tra le esigenze disciplinari del sistema (internazionale) e quelle autonomistiche degli stati membri”. È in fin dei conti la conclusione alla quale perviene Keynes al termine del suo percorso intellettuale; esemplare a questo riguardo è il suo piano per la Clearing Union, istituzione sovranazionale alla quale Keynes riteneva che si dovesse affidare la gestione degli squilibri globali utilizzando “un mix composto da una moneta realmente internazionale, regole simmetriche per l’aggiustamento, possibilità di controlli sui capitali, e politica monetaria globale in armonia con gli interessi del sistema”; il suo atteggiamento a difesa dell’eterogeneità delle nazioni e del loro diritto di «gestire le economie e proteggere i loro contratti sociali» si spinge fino a rivendicare pragmaticamente la “necessità dei controlli sui capitali” per preservarle “dalla spinta all’uniformazione esercitata dagli investitori internazionali”. Si ha qui l’espressione piena della sua «fondamentale differenza di filosofia e di metodo» (rispetto a quella americana, neoliberista) per una “visione dell’economia come scienza morale e dell’economico come mezzo anziché come fine”.

Sebbene la riflessione di Carabelli e Cedrini sia rivolta a riscoprire “il potenziale inesplorato” di quel pensatore della complessità dell’integrazione economica internazionale che è stato Keynes, ugualmente la loro argomentazione, sorretta da quel filo rosso che è il policy space, si dimostra utile per interpretare le difficoltà dell’Europa di fronte all’aggravarsi della situazione economica.

Rifacendosi al trilemma di Rodrik, e in particolare alla situazione di golden straitjacket nella quale sono forzati i paesi europei, i due Autori sottolineano come, contrariamente alla narrazione dominante, l’attuale processo globale ha preso la forma di una gated globalization, della formazione di aree mondiali (si pensi al Sud-est asiatico e all’America latina in particolare) che, contrapponendosi alle pressioni del liberismo, tentano di costruire un’organizzazione economica e sociale in grado di coniugare gli obiettivi interni con la partecipazione al mercato mondiale. Essi sostengono che, in questa direzione, l’Europa “ha un’opzione in più”, un “federalismo – non globale ma europeo –” capace di un futuro di solidarietà se riesce a riconquistare la propria libertà di scelta politica per perseguire, attraverso il controllo della finanza, la piena occupazione interna.

Questa prospettiva richiede però che l’Europa non si rinchiuda nella “gabbia” del TTIP – priorità per Junker e per il governo-Renzi – che con la rinuncia alla sua “diversità” la farebbe ricadere in un atlantismo socialmente indifferenziato. Una politica europea che vuole preservare il proprio policy space richiede – riprendendo le critiche di Keynes del periodo tra le due guerre ai paesi in surplus – un’assunzione di responsabilità da parte della Germania che, come paese leader e con una“visione generale”, avrebbe l’onere di garantire a tutti i paesi membri politiche interne progressive per loro e per il sistema intero. La domanda radicale che il libro pone è se la Germania, e l’Europa, possa e voglia definire una politica che abbia al centro l’occupazione e il suo legame con il territorio e se, partendo da un tale obiettivo “nazionale”, si senta impegnata a ricostruire un ordine (finanziario) internazionale non contraddittorio con l’obiettivo interno. Ma anche qualora mancasse una scelta europea in questa direzione, i singoli paesi non dovrebbero rinunciare a costruirsi le condizioni per garantirsi la piena occupazione interna poiché solo così “il commercio internazionale cesserà di essere «quello che è attualmente, un disperato espediente per preservare l’occupazione interna forzando vendite di merci sui mercati stranieri e restringendo gli acquisti» ed essere invece fattore di vantaggio reciproco in modo che vengano meno le ragioni economiche dei conflitti nazionalistici. Una conclusione che rende evidente come l’argomento e l’argomentazione di Secondo Keynes rappresenti un’occasione preziosa per comprendere e per decidere come affrontare aspetti nodali del nostro futuro.

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24 commenti su “Occupazione e moneta secondo Keynes

  1. “sopravvalutazione del tasso di cambio, ingente afflusso di capitali esteri”

    Tho!
    Esattamente le politiche annesse e connesse (indissolubilmente legate) all’ euro per i paesi periferiferici….

    Ma continuate pure a difendere l’ euro e a piagnucolare (e blaterare) di referendum e appelli contro l’ austerity (a quando uno contro la fame nel momdo e per la pace in palestina?).
    Siete di molto coerenti…si, si…

    • mi piacerebbe sapere cosa intendono gli autori con quello che scrivono qui……… “sostiene che i tre processi – globalizzazione, democrazia, sovranità nazionale – non sono tra di loro compatibili, se non a due a due. In presenza di una finanza globalizzante, non rimarrebbe che arrendersi o all’illusione di un federalismo globale” ……forse intendono, “anzi senza forse”, ad un nuovo ordine mondiale progettato dai piani alti della finanza mondiale, e qui ripetono;…….. l’Europa “ha un’opzione in più”, un “federalismo – non globale ma europeo –” capace di un futuro di solidarietà se riesce a riconquistare la propria libertà di scelta politica per perseguire, attraverso il controllo della finanza, la piena occupazione interna…….. ancora finanza che controlla, questa volta “europea” che in realta non esiste, perche il capitale e globale. …..con questi presupposti mi sembra che solo la globalizzazione “uguale a dittatura mondiale della finanza” puo sopravvivere,mentre le altre due opzioni “democrazia, e sovranita nazionale” non avrebbero “anzi non hanno senso” perche non diciamo la verita è cioè :che keynes, con la globalizzazione non ha nulla da spartire , e che qualsiasi tentativo di rendere keynes compatibile con l,attuale dittatura finanziaria ,fallisce miseramente.

    • Scusa quando mai abbiamo “difeso l’euro”?

      • Quindi siete per la rottura della zona euro (e conseguente ritorno alle rispettive monete nazionali sovrane)?
        Si/No. (no supercazzole “tsiprote”, please)

        Se “Si”, per me è una novità che non conoscevo per la quale mi complimento.

  2. ma poi cosa intendono, quando parlano di democrazia esclusa? perche la mancanza di democrazia, dovrebbe essere peggiore,della perdita di sovranita? a parte che esse hanno quasi la stessa valenza , ma se propio fossi costretto a scegliere tra le due opzioni, sceglierei la sovranita.

    • infatti signor bargazzino questo è il punto parlare di federalismo (in europa) senza sconfiggere wall street e londra. mi sembra di una ingenuita (o malafede)sconcertante.mi meraviglio come essi cercano di slegare l,europa dal contesto globale.

  3. La globalizzazione è ineluttabile, la democrazia sacra (anche se democrazia non significa suffragio universale e livellato,quella e’ demagogia non democrazia, come dicevano Tito Livio e Polibio), direi che possiamo buttare a mare la sovranità nazionale che, infatti, e’ un concetto 800esco che porta solo guerre e scontri, avanti con la federazione mondiale, è davvero tutto qui: non c’era bisogno di scrivere un libro come vedete…

    • Ma buttati a mere te. Anzi. Nel cesso.

      • il livello della risposta tradisce e manifesta il livello dell’intelletto che l’ha concepita…

      • E tira lo sciacquone, che ci ammorbi con i toui miasmi

      • No non è un discorso da fascisti è un discorso da stralunati, come ho già commentato in un precedente post…da quando siamo in europa ed esiste tra le altre cose la corte di giustizia, le costituzioni e gli ordinamenti giuridici nazionali sono subalterni alle norme europee, questo è un fatto…e per lo più e’ un fatto noto da ventanni almeno. Perché tu come vorresti che funzionasse? Che se la Grecia si oppone all’austerity di fronte alla corte costituzionale greca via l’austerity? O se la Germania si oppone al QE davanti ad un tribunale tedesco via il QE? Oppure che le decisioni si prendono solo se c’è l’unanimità e fino a quando nessuno cambia idea? La cessione di sovranita’ non è uno scandalo, è una ovvietà in una unione tra stati e tra persone e l’unione in un mondo globalizzato è una cosa buona e giusta…occorre continuare con il progetto e cedere ancora più sovranità e però quando si tratta di decidere qualcosa in sede europea, stare lì a tenere il punto, avere una visione, essere preparati, ordinati, onesti e convincenti…tutte cose che mancano da sempre ai nostri bravi parlamentari europei, gente dello spessore di Iva Zanicchi e Salvini…come vedi il problema che abbiamo e sempre e solo ENDOGENO

  4. concordo ma ci sono molti altri punti nell,articolo che non convincono. la mia sensazione è ;che non si tratti di un libro non molto istruttivo. se cio si puo dire di un libro.

  5. Avanti con la federazione mondiale, che essendo portata avanti da elite reazionarie filo fasciste (nel senso di dittatura violenta), dopo aver minorato le progressiste meno peggio, garantira sicuramente la pace e non guerre e scontri come le “sovranita cattive”.

    Bello, specie se chi ne parla sta al calduccio

    • Il fascismo ha SEMPRE e senza eccezioni, radici nazionaliste, questo e’ un dato di fatto, le elites finanziarie, termine ormai talmente abusato da essere diventato privo di significato, hanno sempre governato il mondo, e temo governino anche gli stati sovrani, più capillarmente degli stati federali…quando non sono state le élite finanziarie a dettar legge, di solito la legge è stata dettata da comitati di salute nazionale, da armi, terrore e legge marziale…la storia dice questo, io sono semplicemente un umile lettore della storia e osservatore dei fatti contemporanei, i quali, al contrario di cio’ che pensa chi non conosce la storia, sono molto simili ad eventi accaduti altre 100 volte nella storia dell’umanita’…

      • Una evidente inversione tra causa ed effetto.
        E parlando di storia, i fatti sono che il fascismo italiano, nazionalista, era a zero consensi prima che il comitato di affari decidesse che esso dovesse diventare più significativo per scongiurare il pericolo bolscevico. E vogliamo parlare della Germania? Cos’è dobbiamo credere ad un innato odio dei tedeschi per i russi?
        Così se proprio dobbiamo convenire che i fascismi hanno un grande afflato nazionalista e retorico, hanno però radici che sono ben altre, molto più concrete e solide, e con le lotte di liberazione nazionali ottocentesche c’entrano ben poco, qualche cosa di più invece con gli interessi forti e consolidati, questo dice la storia.
        I comitati di salute pubblica non nascono nei giardinetti pubblici quando vengono innaffiati con la rugiada, e non possiamo essere così ingenui da credere che Pinochet fosse spinto da una ansia cilena irrefrenabile.

      • Gio, se sei messo cosi riguardo a convinzioni,non sta a me proprio convincerti di nulla.Quelle sono e quelle restano, anche di fronte alle prove evidenti di un certo tradimento,non lo riconosceresti.Saluti

    • Il tradimento, a qualsiasi cosa ci si riferisca, presuppone l’infedeltà e l’infedeltà è una categoria dell’animo umano, ineliminabile…se e’ vero come è vero che persino i santi sono capaci di rinnegare i loro amici “prima che il gallo canti”…solo nei regimi fascisti o cmq totalitari avviene che qualcuno venga processato per “tradimento”…lo si fa perché e’ funzionale alla eliminazione dei dissidenti, precondizione necessaria per i regimi fascisti…il fatto che i sostenitori dell’addio alla moneta unica e alla rottura dell’Europa parlino spesso di tradimento e di élite finanziarie, cioe’ di nemici esterni, come la perfida Albione, non e’ altro che l’ennesima prova che sono di matrice fascista, tanto è vero che chi si batte per la rottura dell’euro? Le pen, lega Nord, Alba dorata…tutti fascisti o simpatizzanti tali…il fatto poi che i fascisti tacciano di fascismo i propri oppositori, e’ un fatto anch’esso comune nella storia: Putin afferma che la Nato è fascista ad esempio, per Stalin erano fascisti bucharin, Tito, Walesa, Trotsky, fascisti e traditori del popolo, gia’ traditori, come volevasi dimostrare…

      • Esiste una Costituzione. QUELLA E’ STATA TRADITA (all’ art. 1 parla di SOVRANITA’ POPOLARE ecc.).
        Chiedere il rispetto della Costituzione (anti-fascista, tra le altre cose) denunciando PERCHE’ E’ STATA TRADITA (e di conseguenza da chi, ma questo è in realtà un discorso secondario) ti sembra una roba da fascisti?

      • Cosa sono?
        Delle parole crociate a schema fisso?
        Ma allora anche dire che uscire dall’euro è un tradimento, incasella nella stessa casella F1.
        Così, a quanto pare, se essere fascisti è una categoria dello spirito come essere traditori, entrambi però mirano ai 30 denari, e se non c’è qualcuno che li sborsa: niente traditori e niente fascisti.
        Ma infine, come lei ben dice, non è il gridare: al lupo al lupo, che fa essere meno lupi i lupi.

      • Il tradimento è una categoria dell’animo umano, il fascismo anche, per cui tutti siamo un po’ fascisti e un po’ traditori, ragione per la quale non ha alcun senso in un ragionamento politico od economico dire: tale tizio è fascista, talaltro e’ un traditore…è una roba populista di chi fa propaganda per affermare i propri personali interessi, capito il concetto? Altro che parole crociate!
        Ps scusate per il disordine delle risposte ma il sito non e’ ottimizzato per android, per lo meno per la versione di android del mio dispositivo…

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