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Piccole imprese: una scomoda verità

E’ noto che il nostro paese si caratterizza, al confronto dei nostri principali competitor, per una composizione del tessuto produttivo largamente spostata sulle piccole imprese:

Schermata da 2014-06-01 21:24:39

Fonte: Istat/Eurostat

Si tratta, come si evince dal grafico su riportato, di una caratteristica comune ai paesi meridionali europei come Grecia, Cipro, Spagna e Portogallo.

L’Italia ormai da alcuni decenni è vittima della retorica del “piccolo è bello”. Una volta patrimonio della sola DC, ora l’idea che un tessuto produttivo fatto di piccole imprese sia un vantaggio nella competizione internazionale, o che esse creino più posti di lavoro delle grandi imprese e per questo vadano premiate, è diventato un luogo comune a destra quanto a sinistra. Si badi che questa affermazione – le piccole imprese creano più lavoro – sottende un’ipotesi nascosta e cioè la minore produttività. Se per costruire uno spremiagrumi in una grande impresa servono, poniamo, 3 persone per 8 ore, in una più piccola, che non può godere delle economie di scala possibili in grandi impianti industriali, ne serviranno 6 per otto ore o 5 per nove ore. In sostanza si sta dicendo che è meglio essere meno produttivi perché questo crea più posti di lavoro, invece di dire che è meglio essere più produttivi per poter lavorare meno.

Come vedremo i dati confermano questa ipotesi implicita.

Schermata da 2014-06-01 23:32:07

Fonte: Istat, dati riferiti al 2009

Si tenga conto che la classe di addetti sotto i 9 dipendenti è fortemente distorta dalle cosiddette “partite iva”, forme di autoimpiego (quando va bene) o di lavoro dipendente mascherato (quando va male) e dalle imprese strettamente familiari (moglie e marito, padre e figlio). Per equità di giudizio possiamo quindi trascurarla.

Cosa si deduce dalla tabella su riportata?

1. C’è una correlazione positiva tra dimensione delle imprese e produttività (misurata in termini di valore aggiunto per addetto). In altri termini, più grande è l’impresa più produttivi sono i lavoratori.

2. C’è una correlazione positiva tra dimensioni dell’impresa e retribuzione dei lavoratori. Più è grande un’impresa, maggiori sono i salari.

3. C’è una correlazione negativa tra numero di ore lavorate e dimensione dell’impresa. Più grande è un’impresa, meno lavora il suo dipendente.

4. Le grandi imprese investono di più per addetto (ma guadagnano anche di più)

Riassumendo: nelle piccole imprese si produce di meno per addetto, si lavora di più ma i salari sono più bassi. Una scomoda verità che viene spesso trascurata o sottaciuta.

Non sorprende quindi che, stante questa situazione, l’Italia abbia problemi di competitività, anche al di là della vexata quaestio dell’euro. Ma quello che è più importante notare è che la piccola impresa non solo crea meno ricchezza rispetto alla grande, ma ne ridistribuisce meno attraverso salari e stipendi. Anche al di là dei problemi di competitività internazionale, il “nanismo” dell’impresa italiana crea dei colli di bottiglia che si ripercuotono sui prezzi, non essendo possibili economie di scala, e sui salari, poiché l’unico modo di ridurre il costo per unità di prodotto rimane quello di ridurre il costo del lavoro.

Non bisogna quindi cadere nella trappola retorica, ampiamente propagandata da politici di ogni provenienza (e disgraziatamente anche da alcuni economisti), secondo cui la piccola impresa è l’asset su cui puntare per crescere. E’ anche grazie al luogo comune del “piccolo è bello” che abbiamo smesso di fare politica industriale e ci siamo fatti ingannare dalle favole delle start up e dell’autoimpiego, sperando invano che nella competizione nascesse spontaneamente una Microsoft o una Google (a tale proposito giova leggere “Lo Stato innovatore” di Mariana Mazzucato, appena uscito in libreria).

Senza una seria politica industriale siamo invece rimasti incastrati in produzioni tradizionali a minore valore aggiunto, quelle via via abbandonate dai nostri competitor, ma siamo anche riusciti a far morire la nostra chimica e ora rischiamo di perdere la siderurgia. Anche nei settori dove eccelliamo – principalmente la meccanica – rimaniamo per lo più subfornitori dei grandi gruppi esteri, dai quali poi importiamo i prodotti finiti e i beni capitali che contengono anche nostri componenti. Il paradosso è evidente: chi difende acriticamente il paradigma della piccola impresa e non si pone il problema di superare il “nanismo” italiano, fa esattamente il gioco dei grandi capitali del centro Europa.

In pochi – tra questi, meritoriamente, Marcello De Cecco – hanno avuto il coraggio di pronunciare la scomoda verità sul “nanismo” delle imprese italiane, attirandosi gli strali dei difensori ad oltranza dello status quo. Il perché è semplice da capire: i piccoli imprenditori sono tanti. E votano.

Non si tratta, ovviamente, di abolire le piccole imprese per decreto. Piuttosto si tratta di ritornare a fare politiche industriali, investire sulle imprese pubbliche strategiche (a incominciare da Enel ed Eni), puntare ad un allargamento della base produttiva in settori avanzati a più alta intensità di tecnologia, invertire il processo di privatizzazione partito negli anni ’90, rilanciare la ricerca pubblica per compensare la carenza sistemica di ricerca privata (come conseguenza sia dell’eccessiva frammentazione del capitale, sia dell’eccessiva presenza di settori tradizionali), promuovere il credito pubblico (ad esempio ampliando l’intervento della Cassa depositi e prestiti) e favorire, non demonizzare, una minore frammentazione del capitale tra milioni di piccolissime imprese.

Questo se si vuole uscire dalla “trappola della mediocrità” nella quale l’industria italiana è incastrata da 20 anni, anche grazie all’oggettiva difficoltà per le piccole imprese di innovare prodotti e processi.

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42 commenti su “Piccole imprese: una scomoda verità

  1. […] Source: Piccole imprese: una scomoda verità […]

  2. L’ha ribloggato su Appunti Scomodi.

  3. A proposito dell’ultima frase sulla “trappola della mediocrità” delle imprese del nostro paese, proporrei un indice per misurare il livello di mediocrità, che già da questo articolo potrebbe essere correlato al livello dei salari: abbassamento dei salari → maggiore mediocrità.
    Osservando che la mediocrità è anche correlata direttamente al livello di disoccupazione giovanile. I dati di oggi sono: disoccupazione giovanile nazionale al 44%, e al sud al 61%, e siccome pare evidente che quella giovanile sia figlia della pluriennale politica della flessibilità del lavoro, deducibile dall’articolo “Perché la flessibilità non riduce la disoccupazione”, possiamo senz’altro misurare la mediocrità attraverso l’indice di flessibilità.
    La flessibilità infatti abbassa il costo del lavoro perché è direttamente proporzionale alla dequalificazione professionale utile alla piccola impresa; e un’impresa ad alto contenuto di competenza, dunque non mediocre, vede la flessibilità come un pericolo e non come una opportunità. E ancora, la flessibilità, pensata appositamente per ridurre il costo del lavoro, non raggiunge più neanche questo suo obiettivo nascosto, quando i numeri della disoccupazione giovanile raggiungono cifre del 44% e aumenta proporzionalmente la percentuale di quelli che rinunciano a cercare lavoro (3,8%), riducendone la domanda complessiva.
    Dunque l’equazione sembra essere:
    Flessibilità = Mediocrità x AbbassamentoSalariale ( F = m a ).
    Ma a parte la celia, e poi celia solo fino ad un certo punto, io direi seriamente che per la nostra nazione:
    Volontà di flessibilità = Volontà di mediocrità.

  4. Non vorrei demonizzare le PMI Italiane .Sono state il vero sostegno allo sviluppo a partire dal dopo guerra, certo era tutto da fare non avevamo il debito pubblico e avevamo governatori della banca d’Italia con i contro fiocchi. Non vedo però grandi vantaggi per la ns. nazione apportati da grandi fabbriche Italiane automobilistiche o da imprenditori Svizzeri che dilagano sul nostro paese. Tuttavia oggi non siamo più ma non siamo ancora .Non siamo più artigiani che possono sopravvivere senza innovare
    ed investire in una realtà economica che ha colto appieno le trasformazioni delle nuove tecnologie ma non siamo ancora pronti a trasformare le reti corte in reti lunghe. Però siamo Italiani e più precisamente siamo quella parte di Italiani pronti a raccogliere le sfide ed impegnarci per garantire un futuro a Noi ed ai nostri figli e per figli consideriamo anche i Nostri collaboratori che sono parte integrante della Ns. famiglia.
    Se poi vogliamo affrontare il tema dei costi dei brevetti il costo dell’energia della burocrazia della giustizia ecc.. e’ del tutto evidente che spalmato su una grossa impresa ha un impatto minimale ma spalmato su una PMI diventa una voce importante.
    Cordialmente
    Mauro

  5. A parte che il nostro paese le grandi industrie ce le aveva e funzionavano anche bene, che che se ne dica. Ed erano quasi tutte a controllo pubblico.
    Ma siccome erano “corrotte” i vari professoroni “dececchiani” ebbero poco a ridire sul fatto che fossero svendute…..(o forse a svendere erano “quelli giusti”).

    E’ del tutto ovvio che le piccole imprese funzionano con le commesse delle grandi imprese.

    Qui di seguito il modello sociale gradito agli autori del blog:
    Eliminiamo microimprese di inefficienti tassinari (i salari in tali imprese sono zero e i profitti 100%) e diamo tutto in mano a mega imprese con sede legale all’ estero. Facciamo assumere i tassinari con salari “competitivi” dalle suddette mega-aziende così la produttività del lavoro aumenta…… E poi; anvedi, la quota salari sale 0% a X%…) ed eliminiamo anche questi piccolo-borghesi evasori (che spendono la loro evasione nel territorio, per lo piu’) e consegnano il bottino eso in tasse al grande capitale sovranazionale…
    Così s’ impara questa classe media micragnosa……W il proletariato!

    • “Si tenga conto che la classe di addetti sotto i 9 dipendenti è fortemente distorta dalle cosiddette “partite iva”, forme di autoimpiego (quando va bene) o di lavoro dipendente mascherato (quando va male) e dalle imprese strettamente familiari (moglie e marito, padre e figlio). Per equità di giudizio possiamo quindi trascurarla.

    • “Ma siccome erano “corrotte” i vari professoroni “dececchiani” ebbero poco a ridire sul fatto che fossero svendute”

      De Cecco non è stato mai un difensore delle privatizzazioni, anzi.

      http://ilmanifesto.it/marcello-de-cecco-nei-vicoli-ciechi-dellausterita-ue/

      • “Per­ché le pri­va­tiz­za­zioni degli anni Novanta sono state un fallimento?

        Sono state le più grandi dopo quelle inglesi e hanno cam­biato la fac­cia dell’industria ita­liana senza fare un graf­fio al defi­cit pub­blico. Se si voleva distrug­gere l’industria ita­liana ci sono riu­sciti. Ma non credo che Prodi volesse distrug­gere quello che aveva con­tri­buito a creare. ”

        ecco appunto: (” forse a svendere erano “quelli giusti”)

        Detto questo nessuno vuole sottovalutare il valore dello studioso e dell’ accademico. E’ sicuramente un gigante (non sto ovviamente scherzando).

        Credo però che anche il mondo accademico italiano debba passarsi un po’ la manina sulla coscienza. Ecco, tutto qui.

    • Magari però prendendosela con chi ha veramente delle responsabilità, non sparando sul mucchio solo perchè appartenente a una detta categoria. Che ne dici Bragà?

  6. Il tema è cruciale, per l’amor di Dio non dividiamoci fra pro e contro “piccolo è bello”. E’ comprensibile che, data l’esigenza di sintesi, l’autore del post sia stato costretto a trascurare certi distinguo. Ora, pur ammettendo il ruolo importante che tanti piccoli subfornitori (ne conosco tanti, ma non vorrei che Iodice mi accusasse di fare dell’aneddotica) svolgono nella catena del valore, resta il fatto che in Italia ci sono troppo poche grandi imprese capaci di fare da systems integrator. Ma l’aspetto più inquietante è che, come fa giustamente notare l’ottimo Bargazzino, le grandi industrie le avevamo e ora non le abbiamo più. Nello scorso anno ho a lungo riflettuto sulle cause di quest’ultimo fenomeno e sono arrivato a questa conclusione : sorge spontaneo notare come il degrado della grande impresa italiana sia concomitante con lo scadimento della qualità del personale politico e, più in generale, con la crescente disfunzionalità dell’apparato politico/amministrativo italiano (ivi compreso il sistema educativo). In ultima analisi, sarebbe cioè un problema di classi dirigenti. Peccato che si tratti di poco più di una tautologia. Eppure, mi sembra che vada nella direzione giusta : ne ho intravisto una conferma nel libro di Emanuele Felice “Perchè il Sud è Rimasto Indietro”, col mezzogiorno che diventa una metafora di quanto sta accadendo al Paese nel suo complesso. Vorrei approfondire questo filone, e sarei lieto se qualcuno mi fornisse elementi utili (anche lavori disponibili in letteratura) per fare qualche passo avanti nel mio ragionamento. Grazie !

    • Ah, guarda. E’ presto detto:
      Regno delle due Sicilie=Italia
      Piemonte=Francia
      Lombardia=Germania

      Esattamente come una buona parte dell’ elite borbonica svendette il destino del proprio popolo (non crederemo mica alla favola dei mille?), una elite corrotta fino al midollo, cui tanti insigni accademici hanno tenuto (e ancora tengono) bordone hanno svenduto il futuro del paese da loro amministrato a INTERESSI STRANIERI. (solo che sarà molto peggio nella migliore delle ipotesi, perché è piu’ probabile che diventi una catastrofe di portata epocale)
      Ancora oggi se ne escano con ” Ritengo che l’euro sia stato un espe­ri­mento intel­li­gente” e la colpa è dell’ inflazione (quella dell’ Italia è stata quasi perfettamente nei target richiesti dalla BCE) e del governo che non l’ ha controllata (forse doveva mazzuolare lavoratori e mercato interno un po’ di piu’ come hanno fatto i “bravi” e “seri” tedeschi….) e soprattutto è colpa della piccola impresa italiana (“il nanismo”) che ha dato da mangiare a tutto il paese (professoroni compresi).

      • Certo che se continuate a paragonare l’Unità d’Italia con l’Unità Europea non meravigliatevi se la gente se ne va, chi vorrebbe mai combattere una truffa per un’altra truffa?

  7. Che l’industria pesante goda di benefici strategici è credo indubbio , almeno da un punto di vista tecnologico .
    Quello che però distingue la mediocrità è la totale miopia politica . Le grandi imprese private acquisiscono anche grande peso politico , sempre maggiore poi in virtù dello shift da industriale a finanziario , e da società democratica a società di mercato .
    Ecco dove sta la mediocrità . Usare il metodo statistico , dimenticando di inserire piccole doverose postille sociologiche .
    Mediocre è colui che non sa da dove proviene nè dove si trova
    Il 99% degli economisti sono mediocri

    • Ovviamente mi riferisco agli economisti moderni
      L’autore di questo articolo fa parte dell’1% (voglio sperare)

  8. a parte che condivido fino all,ultima riga di quello che dice il bravo signor bargazzino anzi mi complimento della sua tenacia,e chiarezza . ma qualcuno nel frattempo mi deve spiegare perche la germania , i mercati e i mercanti ecc dovrebbero permettere all,itala un piano industriale. non ci hanno gia detto ampiamente che cosa l,italia deve fare nel futuro?

  9. Saro’ superficiale io, ma mi pare che la parte principale dei post in questo blog sia dedicata a distinguersi da posizioni vicine ma non identiche. Io sono certo che ***nessuno*** nel fronte “sovranista/antieuro – chiamatelo come volete” sia contrario a quello che sta scritto qui:

    “Non si tratta, ovviamente, di abolire le piccole imprese per decreto. Piuttosto si tratta di ritornare a fare politiche industriali, investire sulle imprese pubbliche strategiche (a incominciare da Enel ed Eni), puntare ad un allargamento della base produttiva in settori avanzati a più alta intensità di tecnologia, invertire il processo di privatizzazione partito negli anni ’90, rilanciare la ricerca pubblica per compensare la carenza sistemica di ricerca privata (come conseguenza sia dell’eccessiva frammentazione del capitale, sia dell’eccessiva presenza di settori tradizionali), promuovere il credito pubblico (ad esempio ampliando l’intervento della Cassa depositi e prestiti) …”

    Questo e’ chiaro a tutti, lo dicono tutti. E mi pare semplicemente il riconoscimento di un fatto “storico” in Italia, ovvero la grande industria e’ solo statale; non c’e’ altra via. Peraltro a me pare molto meglio che averla tutta privata: i “grandi” capitalisti italiani sono gli Agnelli, i Berlusconi, i Debenedetti, i Riva. Lasciam ben perdere. Un’altra cosa e’ dire che le PMI sono la metastasi del Paese, che e’ una falsita’ vergognosa. Credo che per rimettere in piedi il Paese abbiamo bisogno di sostenere le eccellenti PMI che abbiamo e riprenderci le grandi infrastrutture industriali nazionalizzandole, grande industria statale, piccola industria privata. Le grandi imprese di solito hanno anche indotto di piccole imprese. Naturalmente posto che si riprenda in mano la nostra sovranita’ mentre resta qualcosa di vivo su cui costruire.

    Nessuno al mondo dice che l’euro e’ l’unico problema di questo Paese. Ma stante l’euro quasi nessun problema del Paese puo’ essere seriamente affrontato, men che meno la politica industriale. Senza moneta sovrana non si investe su nulla e non si nazionalizza nulla.

  10. Aggiungerei, alle strategie disfunzionali delle piccole imprese per essere competitive, oltre appunto a bassi salari e lunghi orari di lavoro, una maggiore propensione all’ILLEGALITA’ o a quella zona grigia tra lecito e illecito. Nella forma di evasione fiscale, lavoro nero, violazione di norme ambientali e di sicurezza ecc. E’ un’altra verità scomoda

    • Anche le grandi aziende e le banche evadono, e per miliardi di euro. Basta leggere i fatti di cronaca. Più che un’altra verità scomoda, è un altro luogo comune di cui non si sentiva il bisogno.

      • L’illegalità esiste ovunque naturalmente, ma, posto che non è possibile controllare tutti in ogni istante (altrimenti vivremmo in uno Stato di polizia), è più facile per le autorità controllare poche grandi imprese accentrate, che una miriade di piccole aziende disperse sul territorio.
        Una forma indiretta di controllo (ad es. sulla normativa a tutela dei lavoratori) viene garantita dai sindacati, ed è appunto nelle piccole imprese che i sindacati sono deboli o assenti.

  11. Diciamo che ultimamente su KeynesBlog le analisi si sprecano…

  12. Questo sito dovrebbe cambiare nome. Meno male che é nano come lettori che raggiunge

  13. Scusate ma a me pare che gli avvenimenti degli ultimi anni smentiscano i 4 punti sopra elencati.
    Vi pare che la Fiat di Marchionne abbia tenuto alti i salari? Vi pare che le grandi aziende oggi stiano investendo?
    A me sembra il contrario, e cioè le grandi industrie siano tra i principali artefici della deindustrializzazione del nostro paese, le quali disinvestono e delocalizzano, spesso molto più delle piccole imprese, per quanto quest’ultime soffrano maggiormente la crisi, essendo però più radicate sul territorio italiano.
    Bisognerebbe anche, poi, considerare la specificità nazionale del nostro territorio, che non può certo essere “germanizzato”.
    Mi pare, anche, che un recupero di una grande industria nazionale sia improbabile, a meno di non pensare a un grande investimento di capitali pubblici, e quindi a un’industria di stato.
    Grande aziende statali e piccole imprese private, potrebbe essere il nuovo binomio di una rinascita industriale dell’Italia.

  14. Questo è il secondo articolo che leggo su questo blog, e mi sa che sarà anche l’ultimo. Ma come si fa a essere così generici e banali?
    Ma qualcuno degli autori dell’articolo ha mai lavorato in una piccola impresa, di quelle serie tipo la mia, dove i lavoratori sono:
    1) Trattati umanamente, e non solo come numeri da sfruttare e se non servono più, da buttare.
    2) Pagati normalmente secondo i contratti di lavoro.
    3) Coinvolti nel processo produttivo in prima persona, accogliendo suggerimenti e dando rilievo all’esperienza.
    4) Considerati persone e non solo manovalanza, con quel pizzico di tolleranza in più sui ritmi di lavoro che solo una vera vicinanza tra titolari e dipendenti può dare. Cioè, quando conosci i dipendenti uno ad uno, e sai quali sono le loro caratteristiche, puoi calibrare la programmazione della produzione in maniera flessibile e intelligente, senza far diventare l’azienda una caserma e mantenendo un’alta qualità di prodotto.

    Lo so che sembra il paese del bengodi, ma in moltissime PMI la situazione è proprio questa, cioé lavorativamente buona se non ottima, suprattutto per certi tipi di prodotto. Poi, certo, ci sono situazioni opposte di sfruttamento e illegalità, ma perché, nelle grandi imprese non ci sono casi di sfruttamento criminale o di chiusura improvvisa o di lassismo totale sulle malattie del lavoro? Ma per piacere…

    Le grandi imprese di Stato facciamole pure, io sono totalmente contro le privatizzazioni, ma teniamoci stretto tutto quel che resta del sistema delle PMI, che ci caratterizza in positivo e che ha fatto si che l’Italia sia ancora l’unico Paese (oltre alla Germania, così supinamente presa a modello) a mantenere un sistema manifatturiero in Europa.

    Chi parla di PMI come metastasi è semplicemente un imbecille che probabilmente le PMI non sa neanche dove stanno di casa.

    • Clap clap clap.
      Anche io lavoro in una piccola impresa (anzi micro) e come dipendente. E non posso che confermare quello che hai scritto, ci sarebbe da fare tutta una LEZIONE sul virtuoso sistema sociale che scafurisce dalla piccola impresa. Ma sorvoliamo, la lezione da impartire a questi rgionieri/scribacchini sarebbe troppo lunga e per giunta temo non abbiano orecchie per intendere.

      Segnalo che il sistema del distretto industriale italiano venivano a studiarlo dall’ America e dal Giappone negli anni ’90. Non credo fossero scemi….

      Detto questo. Non voglio fare dell’ anedottica, per carita’ , ma la mia esperienza e’ abbastanza diffusa. E trova riscontro, sicuramente, nei dati , non meno che nei dati propostoci qua sopra da questo blog:

      Io, dipendente di micro-impresa italiana non credo di guadagnare meno del cinesino della Foxcom….(e nemmeno di tanti dipendenti della “mitica” crante impresa tetesca)

    • Anche a me sono simpatiche le piccole imprese come i ristoranti a conduzione familiare rispetto a quelli di catene di fast foods. Peró sono vere le affermazioni dell´articolo sulla netta difficoltà a competere delle piccole imprese (in media, rispetto alle grandi). Queste oggi danno in Italia un gran contributo all´occupazione, ma in un contesto di bassa competitività, con tendenza obbligata verso una riduzione dell´occupazione nel medio termine. E sono vere anche le affermazioni di GENGISS su bassi salari e comportamenti illeciti delle piccole imprese, in media, rispetto alle grandi: rispetto al non-pagamento di tasse, all´uso del lavoro nero, alla sicurezza sul lavoro ed al non-rispetto della protezione ambientale. Quello delle piccole imprese é un mondo complesso in cui molte non ce la faranno ad aumentare la produttività proprio per le loro attuali dimensioni, mentre alcune ce la faranno bene, grazie ad innovazione ed eccellente gestione, superando questo handicap delle dimensioni e probabilmente crescendo di dimensioni. Sono tendenze inevitabili nel contesto di proprietà privata dei mezzi di produzione. Tirando le somme, conviene smetterla di tollerare la illegalità nelle imprese piccole come nelle grandi e facilitare al massimo investimenti prioritariamente dove ci sono innovazione e buone premesse per aumenti di produttivitá nel rispetto di tutte le normative.

  15. La cosa divertente è che lei accusa “Ma come si fa a essere così generici e banali?” e poi elenca una serie di luoghi comuni.

    • Luoghi comuni in che senso? Io, a differenza di altri, parlo per esperienza MOLTO diretta. La invito a venirmi a trovare e a fare un giro con me tra le decine e decine di PMI con le quali la mia azienda abitualmente collabora da almeno trent’anni, e la sfido poi a smentire anche solo uno dei punti da me elencati.

  16. ma allora alla fine della fiera l’unico problema dell’Italia sono gli italiani?!

    • Eh eh. Praticamente si.
      Bisogna cambiare gli italiani. Praticamente devono diventere tedeschi…. (ma di tedeschi al mondo ci possono essere solo i tedeschi, le copoe rimarranno sempre e comunque subalterni)

      Gia’ una settantina di anni fa qualcuno si mise in testa questa idea, questo mito dell’ “efficienza” tedesca…
      (Non fece una bella fine…….)

  17. La crisi sara’ superata solo col rilancio della domanda (INTERNA)
    E la domanda interna ripartira’ solo con una miglior distribuzione del reddito SUL TERRITORIO .
    Siamo d’ accordo, no? Keynes sarebbe sicuramente d’ accordo.

    Pensare di raggiungere di questo obiettivo con la ristrutturazione del sistema economico italiano da piccola impresa a grande impresa PRIVATA con capitali ESTERI per giunta, e’ semplicemente demenziale!

  18. Sì, vendiamoci ancora di più alle multinazionali! Salviamo l’Itaglia e gli itagliani!!

  19. […] dunque ad accrescere le loro dimensioni. L’aumento delle dimensioni d’impresa genera aumenti di produttività, per l’operare di economie di scala, ed è di norma associato a più alti salari. […]

  20. Ancora una volta premessa giusta e soluzione sbagliata.

    La premessa giusta e’ che in Italia le grosse aziende sono troppo poche. In un ecosistema economico sano, ci sono aziende di tutte le dimesioni minuscole, piccole, medie, grandi e enormi.

    Per esempio, molte start up e piccole aziende vendono i loro prodotti a aziende piu’ grosse. Sono infatti spesso fondate da ex-dipendendi di una grosse aziende che all’interno delle grosse aziende hanno acquisito esperienza, conoscienze, contatti personali.

    Una grossa azienda e’ spesso prima un uncubatore e poi un cliente.

    La soluzione sbagliata e’ che le grosse aziende dovrebbero essere il prodotto di una politica industriele che sceglie aziende e settori su cui investire con i soldi degli italiani.

  21. Mi dispiace, ma le opinioni espresse in questo articolo non sono da me condivise (al contrario degli altri articoli che fin’ora ho letto).
    Dal mio punto di vista il problema delle PMI non è il nanismo dimensionale ma il livello di grettezza, impreparazione e deficienza culturale riscontrabile nella maggior parte degli imprenditori e lavoratori.
    Se le PMI si organizzassero in distretti industriali ed in cooperative / consorzi per gli aspetti ove un livello dimensionale maggiore diventa decisivo (ricerca, enti di amministrazione e progettazione, acquisto e gestione tecnologie avanzate, crescita professionale mediante formazione, etc.) potrebbero tranquillamente competere con le grandi realtà; il vantaggio sarebbe però che si creerebbero delle “public company” fortemente radicate al territorio e non delle multinazionali pronte a migrare ovunque vi sia un nuovo paese da sfruttare a sangue.

  22. A mio avviso anche se non sono un esperto economista, sono stati tralasciati almeno tre fattori di enorme portata che vengono soddisfatti dalla presenza delle micro imprese:
    1) Freno all’aumento della disoccupazione. Generalmente imprenditore e addetti sono una famiglia e quasi mai, alle prime difficoltà si cominciano immediatamente ad attuare misure di riduzione dell’organico, piuttosto si aumenta l’indebitamento personale. Di fatto la micro impresa ha un fondamentale ruolo di tenuta sociale e solidarietà;
    2) la micro impresa rappresenta l’anello finale del processo finanziario legato alla produzione. Di fatto in molti casi e’ la banca ausiliaria della media e grande impresa, la quale scarica spesso con tempi di pagamento vergognosi, gli oneri finanziari alla piccola azienda subfornitrice che si vede costretta ad indebitarsi con le Banche e a pagare maggiori oneri finanziari per via del rating legato anche ai tempi di incasso;
    3) dal punto 2 ne consegue che in generale le medie e grandi aziende possono utilizzare la leva dei minori oneri finanziari anche per ricerca e maggiori compensi ai propri dipendenti, mentre al contrario la micro impresa vedendo azzerata la marginalità anche dagli interessi bancari non può investire ne gratificare il personale, ritrovandosi, specialmente in una fase di recessione, in una spirale negativa dalla quale e’ molto difficile risollevarsi.

    Concludo dicendo che secondo il mio modesto parere, anche nelle valutazioni delle aziende bisognerebbe introdurre il peso del valore etico e sociale di una impresa e adottare tutte le misure necessarie a debellare lo scandalo, tutto italiano, degli inaccettabili tempi di incasso. Questo già risolverebbe molti dei problemi.

  23. La piccola e media impresa potrebbe non sempre essere vista come un tallone d’achille, sembra un pò la classica storia del biondo che vorrebbe essere moro e viceversa;
    la nostra economia è caratterizzata dalle pmi anche se si sente parlare spesso dei colossi economici, in realtà è il tessuto dei piccoli imprenditori che negli anni ha portato avanti questo paese e allora perchè non farne la nostra forza; lo stato dovrebbe sostenere le aziende di piccole dimensioni e i piccoli imprenditori non agevolando la possibilità di sopravvivere alla crisi perchè non sovvenzionati rischiamo di perdere non solo una grossa fetta di patrimonio economico ma anche culturale http://www.tizianomotti.com/le-banche-che-ricevono-aiuti-dalla-bce-non-possono-negare-prestiti-alle-pmi/

  24. Sono una donna ucraina. Vivo in Italia già 16 anni, sono sposata con un imprenditore della piccola impresa famigliare. Sono convinta che pmi è vero gioiello di questo paese. Sicuramente un po “spaventato” dalla crisi e per questo non riesce guardarsi intorno bene e trovare le giuste vie di uscita. Ma credetemi: esistono. Solo dovete mettere croce sulle vostre paure e speranze che vostri problemi saranno risolti da governo e diversi politici. Non succederà! Rimboccate le mani, tirate fuori vostro orgoglio italiano e consapevolezza di essere migliori nel campo dei pmi in mondo. Ricordate che viviamo in secolo di informazione ciò sinifica che il prodotto più venduto in questo secolo sarà proprio informazione. Cercate di capire come di tutto ciò si può avere un bel profitto e di nuovo i soldi per le ricerche e sviluppo senza chiedere niente alle banche. So cosa dobbiamo fare. Sono andata con le mie idee a bussare nelle porte di quelli che dovrebbero essere primi a trovare soluzioni per pmi. Anche voi andate la perciò il risultato potete immaginare. Se qualcuno vorrà parlare con me scrivetemi.

  25. […] neppure citati nel dibattito pubblico. Ad esempio, mentre ormai da almeno 35 anni sappiamo che la dimensione delle imprese è un fattore frenante per il nostro paese (lo scriveva Giorgio Fuà nell’ormai storico “Problemi dello sviluppo tardivo in […]

  26. Tutto questo è condivisibile e inoppugnabile, tuttavia le piccole e medie imprese italiane , che risultano occupare l’80% dei lavoratori, non sono tutte votate all’export. Si pensi a tutto il settore del turismo, a cui è strettamente legata la ristorazione, si pensi allagricoltura, che ha anche la funzione di proteggere e mantenere il territorio. Ultimo ma non meno importante è l’artigianato. Tutti settori che valorizzano l nostra storia e il territorio. Oltretutto si dimentica che questi settori non hanno grandi margini di crescita per colpa di una tassazione assurda, che a dispetto del paradigma di “piccolo è bello”, tradisce una volontà “dall’alto”, di distruggere le piccole imprese, che come sappiamo, non danno lavoto ai sindacati.

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